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Mons. Domenico Sigalini, nel trattare il tema La Resurrezione, centro della vita cristiana, si sofferma sul “Seguimi” che emerge nitido dal meraviglioso Vangelo della III domenica di Pasqua che presenta numerosi spunti e richiami sia alla prima chiamata dei discepoli, sia all'Istituzione dell'Eucaristia, ed ancora al tradimento triplice di Pietro.
Abbiamo bisogno di fare Pasqua! Questo è il messaggio del nostro Vescovo. E collega il “Seguimi” alla “Speranza”. Ma questa, dopo quel grido che ha scosso i pochi soldati e anici che stavano al Calvario, sembra sia stata inchiodata sulla croce e Gesù tumulato nel sepolcro e fatto finalmente tacere. E’ paradossale! Ma proprio da quel sepolcro, da quella tomba vuota, da quella pietra fondamentale, il cristiano sente rinascere la speranza, si apre ad una prospettiva sempre nuova, lotta contro ogni sopruso, è disposto a dare la vita. Proprio da quel giorno i cristiani prendono forza nella loro quotidianità, non cedono agli avvenimenti, si allenano ad affrontare le difficoltà con speranza, non hanno paura di perdere la vita, si lasciano crocifiggere, bruciare. Rimettono al centro i piccoli, si piegano sui malati, offrono casa ai senza tetto, ascoltano i disperati e annunciano loro la nuova vita, percorrono tutto il mondo per dire che la schiavitù è finita anche se continua a riciclarsi e a trovare forme nuove e suadenti, ma sempre schiavitù rimane. E’ la forza di una morte sconfitta per sempre, di un Risorto che per sempre sarà la nostra stessa vita. Da quel giorno la speranza riprende forza, solo da quel Grande giorno inizia la coraggiosa testimonianza dei martiri. Ma qualcuno - continua Mons. Sigalini - deve ancora poterci spiegare come mai da quella tomba rimasta vuota del corpo di Gesù, ma piena di segni, vuota del corpo martoriato e amatissimo di Gesù, ma ricco di spazi lasciati vuoti dalla sua carne, possa nascere il credo degli apostoli che, stupiti e con gli occhi aperti, entrarono e credettero. Solo tre parole semplici ci aiutano a capire, ci aprono l’orizzonte della fede, ci permettono di andare oltre: entrarono, videro e credettero. Che cosa hanno visto per compiere quell’atto di fede? Il vero vuoto, il vuoto di Gesù che non c’è più, un vuoto che provoca la fede di Giovanni e di Pietro a credere nel Risorto anche se non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, mai prima sperimentata. Vivere da risorti non era continuare ad adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro. Non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro. In tutto questo, Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo. Gettate le reti dall’altra parte. La forza del comando di quell’uomo è tale che non esitano a gettare le reti, a “mettersi in relazione” con Colui che presto riconosceranno come il loro Signore.
A Pietro, in particolare, non sembrava vero di poterlo rivedere. Era ormai lontano il tempo del triplice rinnegamento. Era ben giusto che da un triplice rinnegamento venisse una dichiarazione di Amore e di fedeltà altrettanto solenne e forte. E’ la nuova chiamata per Pietro, la seconda grande chiamata, una chiamata che si rinnova giorno dopo giorno, perché non basta dir “sì”, bisogna dirlo e ri-dirlo ogni qualvolta il Signore ce lo domanda e la sua chiamata si fa più esigente. Ora il Risorto rivolge a Pietro un nuovo: Seguimi, preceduto, questa volta, da una triplice domanda: “Simone di Giovanni, mi ami tu?” Domanda che il Signore - conclude il Vescovo - rivolge oggi a ciascuna di noi: Mi ami tu chiunque tu sia che chiamo per nome e che ascolti la mia voce? Ecco la consegna delle coordinate: che cosa mai potrebbe attendersi da noi il Dio dell’Amore, se non che accogliamo e rispondiamo all’amore che ci è dato? Che il nostro piccolo povero e fragile amore si dilati e cresca a misura del suo? Che diventi relazione con Lui che è la fonte dell’Amore? Del resto, chi trasforma la nostra povertà in ricchezza, chi sazia la nostra fame e si fa cibo per noi, chi riempie di pesci la nostra mensa e la nostra rete vuota se non Lui? Ma perché questo accada, occorre gettarla “dalla parte destra”, sulla sua parola e nella sua volontà. Occorre una consegna fiduciosa e totale della propria vita, disposti a perderla per ritrovarla più vera in Lui. “Quando eri più giovane, ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questa la vocazione e la sequela di Cristo Risorto: disponibilità a lasciarsi guidare da Lui. Quale la promessa e la certezza? La rete piena di “cento cinquantatré grossi pesci”. La pienezza di vita e d’amore che mai potremmo raggiungere da soli, ma che può darci solo Chi è la Vita e l’Amore. Sulla ricca e profonda riflessione del Vescovo, dopo un intenso momento di Adorazione, di contemplazione, seguito dalla Celebrazione Eucaristica, con l’omelia di padre Paul Lorio, ofm, che si sofferma sullo sguardo di Gesù, determinante per la sequela di Pietro, le Religiose condividono, sempre alla presenza del loro Pastore, quanto lo Spirito, nella sua abbondanza, ha suggerito. E’ stato un tempo di grazia e di grande comunione il ritrovarsi insieme intorno alla Parola. Indubbiamente, a rendere particolarmente suggestiva la Giornata è stata non solo l’atmosfera che un Monastero può offrire, ma anche la gioiosa e fraterna accoglienza delle Monache che sempre si caratterizzano per la loro semplice, ma toccante testimonianza di vita.
Emma Zordan
Delegata Usmi Diocesana |