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I Vangeli del Natale

presepeIl primo avvento termina con la celebrazione del Natale del Signore. C’è qualcosa di unico in questa ricorrenza, anche se il suo autentico significato sta scivolando via, come i ricordi che scolorano nel tempo. Eppure, se continua ad accendere tante sensazioni, vuol dire che ha lasciato un’impronta indelebile, tanto da avvertirla nel frastuono del consumismo. Ci sarà un motivo perché non riusciamo a sottrarci alla sua memoria: per istinto di conservazione delle informazioni genetiche della nostra cultura, o perché l’eterno si è dato a noi in una forma che sorprende. Il significato del Natale sta in ciò che dice la parola: è celebrazione di una nascita, della nascita di Gesù Cristo. Non ricordarlo è come quando si festeggia un compleanno dimenticando il festeggiato. C’è naturalmente memoria e memoria. Quella del Natale è una memoria liberatrice, e i vangeli del giorno ci aiutano a comprenderla.


1) La vigilia del vespro ci regala il racconto di Matteo (1,1-25), che comincia elencando la genealogia (tôledhôth) di Gesù Cristo. Potrebbe sembrare un particolare noioso a chi si occupa solo dei dati anagrafici individuali, ma nella cultura biblica l’io ha un senso inserendosi nella lunga catena di vite che l’ha preceduto. La generazione nella linea di Abramo e di Davide mostra che Dio dirige la storia della salvezza dal principio ed è fedele alle sue promesse. Questo figlio che nasce, però, va oltre ogni previsione e riassume in sé la storia intera, dandole una svolta. Ciò emerge dalla descrizione del modo straordinario in cui nasce, e cioè per opera dello Spirito Santo, e dai nomi che gli sono assegnati: Gesù vuol dire nostra salvezza, «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati», ed Emmanuele significa «Dio con noi». Non è un uomo qualsiasi ma Dio stesso che entra nella storia per viverci dentro. Matteo pone in rilievo il dramma di Giuseppe, definendolo “uomo giusto”, cioè uno che sa leggere i disegni di Dio anche dove questi sono incomprensibili. Uomo giusto Giuseppe fa la cosa giusta, proteggendo Maria e accettando la paternità legale che consentirà al bambino di essere riconosciuto “figlio di Davide”.


2) Nella messa della notte, è Luca (2,1-14) che si assume il compito di ravvivare la memoria natalizia. Lo fa con un annuncio di salvezza che guida l’intera composizione: «Non temete. Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Tutto ha inizio da un censimento, dove la macro-storia dell’imperatore Cesare Augusto incrocia la micro-storia di un bambino che nasce nello sperduto villaggio di Betlemme. Il lettore si trova così di fronte due storie che vanno per strade diverse, ma che presto si affronteranno: da una parte quella profana dell’impero che impone la pace con tributi di sangue e dall’altra quella di Cristo, re di una pace che viene da Dio. Luca ama i contrasti e mostra il salvatore che riposa in una mangiatoia, umiliando il potere che guasta, chiunque lo indossi. Anche questo figlio che nasce ha il suo esercito, però non impugna la spada ma investe la notte di luce, proclamando con voce sonora: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Il re della pace oppone alla potenza dell’impero lo stordimento della mitezza. «O Signore possa la tua pace essere un baluardo per il tuo popolo», recita in questi giorni una preghiera della Chiesa copta.


3) Il vangelo dell’aurora riprende il racconto lucano (2,15-20), soffermandosi sui destinatari dell’annuncio natalizio. Sono i poveri e gli umili, coloro che sanno cosa vuol dire attendere un salvatore. Essi rispondono con prontezza all’invito dell’angelo: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento». Luca è lo scrittore più dolce del Nuovo Testamento, avvolge i pastori nel mantello di un abbraccio e li mette lì, nel suo presepe, insieme al pastore che nasce. L’altro personaggio che attira lo stupore del terzo evangelista è Maria, proposta alla Chiesa come esempio di chi sa accogliere le meraviglie di Dio: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Nel suo quadro del Natale, la Notte di Dresda, Correggio disegna una esplosione di luce che scaturisce dal bambino adagiato nella mangiatoia. È così forte che persino gli angeli dirigono altrove il loro sguardo, nascondendosi dietro una nube, mentre i pastori si proteggono gli occhi con una mano, e Giuseppe resta nell’ombra. L’unica a non essere ferita da tanta luce è lei, Maria, che contempla il bambino attraverso un sorriso infinito. All’orizzonte il pittore dipinge un’aurora che spunta nella notte.


4) Nella messa del giorno la liturgia ci trasporta sulle vette del prologo giovanneo (1,1-18). Sono così alte da far venire le vertigini. Eppure non è verso il basso che il quarto evangelista dirige lo sguardo bensì verso l’alto, cominciando dal principio, da dove tutto ha inizio: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Si descrive poi la storia degli uomini come una lotta tra la luce e le tenebre, la verità e la menzogna, la vita e la morte. Le tenebre non somigliano alla notte, perché non hanno sorgenti di luce, né luna né stelle che possano rischiararle. La notte, inoltre, genera l’aurora, mentre le tenebre sono aride e rappresentano il male da cui spunta solo dolore. Il messaggio è che per uscire dalle tenebre l’uomo ha bisogno di Cristo, il Signore della luce: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo». Il dramma del rifiuto sta nel non riuscire a riconoscere la radice da cui tutti veniamo: «Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto». Le tenebre sembrano vincere sulla luce, ed è ciò che sperimentiamo, nella cronaca quotidiana, ma l’apostolo dà voce alla fiducia, dichiarando che no, «le tenebre non l’hanno vinta». L’incarnazione ci consegna un figlio, «pieno di grazia e di verità», che viene ad abitare nel mondo. Il mistero del Natale sta nel farlo nascere dentro di noi.

***

In questa notte cosmica della rigenerazione ogni cosa sembra riprendere vita e persino le stelle diventano annunciatrici di una gioia grande. Esse «brillano dalle loro vedette e gioiscono: Dio le chiama per nome e rispondono: “Eccoci”, e brillano di gioia per colui che le ha create» (Baruch 3,33-35). Si dovrebbe tornare bambini per capire il miracolo di un Dio che, pur essendo l’essere di cui non riusciamo a pensare uno più grande, si fa bambino. Nel nostro cielo notturno anche noi siamo chiamati a diventare cercatori di una stella perduta che annuncia l’aurora. La domanda inquietante è se questa notte non sia diventata così nera da toglierci la gioia di credere che qualcosa di nuovo stia accadendo. Se riusciremo ancora a lasciarci contagiare dal calore evangelico di questa memoria del Natale, allora siamo sicuri che sapremo pure risvegliare il cuore gelato di una città sonnecchiante.

 

Don Giovanni Tangorra

 

 

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