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VI Domenica T.O. - B

lebbrosoLa guarigione del lebbroso (e l’ordine di mostrarsi al sacerdote) rimanda naturalmente alle prescrizioni del Levitico riguardanti i lebbrosi.

 

PRIMA LETTURA

Questo passo appartiene a quella che, nel Levitico, si chiama la “legge di purità”. Vi si tratta del cibo (animali puri e impuri), della sessualità, della lebbra. La legislazione degli antichi unisce insieme le preoccupazioni igieniche, la paura delle malattie, il rispetto della vita e l’osservanza dei riti sacri. Ciò che è poco conosciuto diventa temibile e richiede una protezione religiosa.

La “lebbra” designa probabilmente ogni malattia della pelle di cui si teme il contagio. Essa è oggetto di una specie di interdetto segnalato contemporaneamente dai vestiti e dalla residenza “in disparte”.

L’espressione “fuori dell’accampamento” si riferisce alla situazione degli Ebrei nel deserto. È questa la cornice letteraria del libro del Levitico, anche se la sua redazione definitiva risale soltanto al ritorno dall’esilio. È infatti questa l’epoca in cui poterono essere messe in pratica le leggi di “purità”. Allora soprattutto il ruolo sociale dei sacerdoti si trovò ampliato. Qui il sacerdote interviene, di volta in volta, per constatare il male che comporta l’esclusione dalla comunità e per riconoscere la guarigione che permette la reintegrazione.

 

 

SALMO

Con la scelta del salmo 31, la liturgia ci orienta deliberatamente verso un’interpretazione spirituale della lebbra. Questo salmo, infatti, celebra la gioia del peccatore perdonato. Come il lebbroso del Vangelo, il peccatore del salmo fa un passo personale per chiedere la guarigione: egli confessa i peccati che ha commesso.

 

SECONDA LETTURA

In questo brevissimo passo si trovano due riuscite espressioni che sono passate nella spiritualità cristiana come un programma:

– fate tutto per la gloria di Dio (il motto di s. Ignazio e dei Gesuiti);

– fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Questa frase ha suggerito il titolo di un’opera imperitura del Medioevo: l’Imitazione di Cristo.

Ma è importante situarle nel loro contesto. Si tratta della lunga trattazione riguardo alla questione delle carni sacrificate agli idoli. L’Apostolo proclama di nuovo la libertà del cristiano rispetto alle osservanze ritualistiche dei Giudei: per lui, gli idoli non esistono e la carne dei sacrifici non è altro che carne. Ma la libertà non consente di fare qualsiasi cosa, soprattutto non consente di scandalizzare inutilmente i fratelli (cap. 8).

Paolo porta un altro esempio: pur avendo il diritto di vivere del suo apostolato, egli ha preferito guadagnarsi la vita lavorando con le proprie mani, per essere libero nei confronti di tutti.

In questa prospettiva missionaria, egli, concludendo, afferma

• che tutto deve essere fatto per la gloria di Dio, compresi gli atti più banali, come il mangiare e il bere;

• che non bisogna scandalizzare nessuno, ma cercare di piacere a tutti per poterli salvare tutti;

• che, avendo scelto di imitare Cristo, può proporre se stesso come modello.

 

VANGELO

Dopo “la giornata di Cafarnao” (1,21-34), Gesù è “uscito” per andare a “predicare” il Vangelo “per tutta la Galilea” (1,35-39). Marco racconta allora la scena del miracolo in cui Gesù guarisce e quindi purifica un lebbroso.

Quest’atto di purificazione è analogo alla cacciata dei demoni (come quella di 1,23-26, IV domenica ordinaria). In Marco, infatti, interventi degli spiriti e malattie sono associati (1,32-34): la malattia è allora considerata come conseguenza, castigo e segno del peccato (cf Gv 9,2). La lebbra in particolare escludeva l’ammalato da ogni forma di vita religiosa e sociale, perché era considerato come impuro e come causa di impurità per coloro che incontrava.

Gesù, lasciando che il lebbroso si avvicini a lui (1,40) e toccandolo (1,41) per mondarlo, accetta di essere reso legalmente impuro. In realtà, non è l’impurità a diffondersi, ma la purità di Gesù purifica l’ammalato.

Tale purificazione, che passa prima attraverso la guarigione, era allora così poco immaginabile che si credeva che soltanto Dio fosse capace di operarla. Facendo il miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina.

Marco nota a due riprese l’irritazione di Gesù (il “mosso a compassione” del versetto 41 è un’antica correzione di “irritato”, per rendere più facile il testo. Al v. 43, letteralmente: “irritandosi contro di lui, Gesù subito lo rimandò”). Perché tale comportamento? Forse perché il lebbroso avvicinandosi a lui ha violato la legge, rendendo impuro anche lui, in modo da obbligarlo “a starsene fuori, in luoghi deserti” (1,45): Gesù, in questo periodo della sua vita, non avrebbe voluto mettersi in opposizione alla Legge, ma osservarla fedelmente e farne osservare le norme (1,44b). O forse perché egli sa che il suo gesto manifesterà una potenza sovrumana e provocherà nei suoi confronti un’ammirazione sospetta che egli non vuole; di qui l’ordine di tacere che dà al lebbroso (1,44a).

Queste due ipotesi non si escludono necessariamente.

Il lebbroso purificato, lungi dal tacere, comincia subito a diffondere la notizia della sua guarigione (1,45). Marco, servendosi dei termini usati nella Chiesa primitiva per designare l’azione degli apostoli (“proclamare”), insinua che l’ammalato guarito preannuncia coloro che proclameranno la Buona Novella.

Notare infine il capovolgimento di situazione: dopo l’incontro con il lebbroso che ha “purificato”, Gesù ha preso il suo posto; secondo la Legge è diventato “impuro”, ha preso su di sé l’impurità dell’ammalato e va “in luoghi deserti”. Le folle però vanno a lui. Allo stesso modo, sulla croce, Gesù prende su di sé il peccato degli uomini e li attira tutti a sé (Gv 12,32).

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