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III Domenica di Quaresima - B

mercantiNel cammino pasquale della Quaresima le letture di questa domenica invitano a soffermarsi su tre tappe: capire l’importanza del decalogo (Es 20,1-17), formarsi alla sapienza della croce (1Cor 1,22-25), sentirsi parte del tempio nuovo scaturito dalla risurrezione di Cristo (Gv 2,13-25). Questi tre elementi sono presenti in forma di preghiera in una colletta iniziale della messa: «Signore nostro Dio, santo è il tuo nome; piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti e donaci la sapienza della croce, perché, liberati dal peccato, che ci chiude nel nostro egoismo, ci apriamo al dono dello Spirito per diventare tempio vivo del tuo amore».

 

Le dieci parole

Il decalogo è il codice universale dell’alleanza, la cui mancata osservanza rende ogni discorso su Dio e sul prossimo un chiacchierare a vuoto. Il testo inizia ricordando l’avvenimento pasquale dell’Esodo che ha condotto il popolo alla libertà. Ciò lascia intendere che l’inadempienza dei dieci comandamenti produce un ritorno allo stato di schiavitù, fa camminare all’indietro, regredendo nella propria dignità di uomini. Le norme sono chiare e guidano la relazione con Dio e con gli altri.

 

Non crearti false divinità, santifica il nome e il giorno del Signore, abbi cura della tua famiglia, non uccidere, non rubare, non agire con malizia, non tradire la verità, non farti consumare dall’invidia e dall’avidità! Sembra poco, ma è il metro con cui è possibile misurare la condizione morale di una società. Sono precetti che non pesano solo le azioni dei singoli, ma anche quelle delle istituzioni corrotte, che rubano e sperperano il denaro pubblico, non sanno amministrare la giustizia, si disinteressano delle famiglie e dei lavoratori, diffondono una cultura senza speranza, intossicano il popolo creando una rete di menzogne.

 

I comandamenti sono stati scolpiti nella pietra e non dobbiamo mai darli per scontati. Gesù non è venuto ad abolirli (Mt 5,17), ma a riassumerli nel comandamento nuovo dell’amore. L’amore apre gli orizzonti e scalpella il cuore. Il decalogo ne fa però comprendere le esigenze essenziali, ed è uno dei quattro pilastri della formazione cristiana, gli altri tre sono: il credo, i sacramenti e il Padre nostro.

 

 

La sapienza della croce

La seconda lettura focalizza un tema che va controcorrente: la croce. Il brano comincia parlando della sapienza, cui i greci assegnarono un nome di donna: sophia. La sapienza (o saggezza) è un concetto universale, presente in tutte le culture, indica un insieme di convinzioni che guidano la vita sulla strada retta. Per la Bibbia è Dio che ha creato la sapienza, per cui è alla sua scuola che si può apprenderla.

 

Tuttavia Paolo va oltre, lasciando intendere che le vie della sapienza divina non sempre coincidono con le nostre. Alcuni la cercano nella forza dei miracoli, altri nelle teorie della propria mente, e invece Dio la comunica attraverso il Cristo crocefisso. La croce diventa così lo scandalo per chi è prigioniero della presunzione. L’apostolo è consapevole di dire qualcosa di enorme (come può essere sapiente una morte umiliante?), ma non è disposto ad abbassare il livello della sua convinzione, tanto da definire la croce «potenza di Dio e sapienza di Dio».

È importante cogliere il significato cristologico dell’intera argomentazione: non si sta parlando delle nostre croci, su cui fondare una inverosimile mistica della sofferenza, ma della croce di Cristo. Detto in altri termini: se vogliamo conoscere il volto di Dio e le vie con cui la sua sapienza dispone la nostra liberazione non dobbiamo curvare lo sguardo, ma alzarlo verso colui che mentre muore dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

 

Il nuovo tempio

Il vangelo narra l’episodio di Gesù che purifica il tempio. La scena ha un carattere travolgente. Siamo abituati a vedere Gesù tranquillo, ma qui è arrabbiato sul serio, al punto da armarsi di una frusta che usa per scacciare i mercanti e rovesciare i loro banchi. Vuol dire che la cosa gli sta proprio a cuore. Per gli ebrei il tempio era l’istituzione più sacra, rappresentava la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù assume le vesti del profeta e ne denuncia la corruzione. Il tempio non ospita più un culto sincero, ma, per colpa dei suoi dirigenti, è diventato una istituzione falsa.

 

Un tempio o una chiesa sono simbolo del senso religioso. Vi sono molti modi per trasformarli in un luogo di mercato. I peggiori sono quando se ne abusa per raggiungere altri fini: per imporre idee che non hanno niente a che fare con la fede; per motivi di denaro e arricchirsi a spese del popolo; quando i capi religiosi si occupano solo dei propri interessi e del proprio potere; quando la religione diventa un alibi per coprire il male o l’ingiustizia. Le parole di Gesù scuotono le coscienze: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

 

Si apre una seconda scena in cui il maestro dà la spiegazione del suo gesto. Gli interlocutori si sono scandalizzati e gli chiedono una prova della sua autorità. Gesù coglie l’occasione per parlare di se stesso come del nuovo tempio. Non è solo venuto a purificarlo ma a sostituirlo. D’ora in poi la presenza di Dio nella storia non si esprimerà in un monumento, ma nel volto umano della sua persona. È lui il mediatore della grazia, la scala che mette in comunicazione il cielo e la terra, la porta dell’incontro con Dio. Tutto questo avverrà con la risurrezione.

 

Anche noi con il battesimo diventiamo tempio del Signore. «Il tempio di Dio siete voi», dice san Paolo (1Cor 3,17). Significa che il culto cristiano celebra la vita, ed è sincero quando è puro nelle intenzioni. Non serve a nulla avere belle chiese o cattedrali, che lasciamo puntualmente vuote, se la vita contrasta con ciò che quelle costruzioni rappresentano. Criticando l’uso crescente di riservare all’edificio ecclesiastico il termine chiesa, sant’Ippolito scriveva: «Non è un luogo che si chiama chiesa, né una casa fatta di pietre e di terra. Cos’è dunque la chiesa? È la santa assemblea di coloro che vivono nella giustizia».

 

Don Giovanni Tangorra

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