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IV Domenica di Quaresima Laetare - B

risortoLa notte e la croce, di Don Massimo Grilli

 

La storia degli uomini e delle nazioni, della chiesa e delle comunità singole è una storia di fedeltà e peccato, un cammino difficile e tortuoso. La storia della salvezza, così come ci viene raccontata dalla Bibbia, presenta lo stesso motivo, che traspare in filigrana: un’alternanza costante tra gli interventi salvifici di Dio e le risposte di infedeltà da parte dell’uomo. È soprattutto grazie alla catastrofe dell’esilio, che la coscienza di Israele ha potuto rileggere il suo passato percependo la sua storia come una storia di infedeltà e di peccato, in antitesi all’opera di liberazione di Dio. Nello stesso tempo, però, e sempre di più, si forma la coscienza che l’offerta della salvezza trascende continuamente le possibilità dell’uomo, aprendole a un futuro diverso. Così, muovendo da singoli avvenimenti storici liberatori, lo sguardo si orienta verso un compimento futuro, integrale: l’attesa della liberazione definitiva. Le letture di questa quarta domenica di quaresima ci offrono l’occasione di rileggere la storia di tutti e di ciascuno in questo orizzonte di infedeltà e di grazia.

 

 

Una storia tortuosa

La prima lettura ci presenta la pagina finale dei due libri delle Cronache, con la caduta di Gerusalemme, la demolizione delle sue mura e l’incendio del tempio da parte delle armate del re di Babilonia, Nabukadnezzar (Nabucodonosor). Nella Bibbia ebraica, i due libri delle Cronache vengono denominati libri delle vicende quotidiane, nel senso di una cronaca che si occupa degli eventi di un popolo, dal suo prologo genealogico fino alla catastrofe dell’esilio.

Impressiona soprattutto il fatto che la storia del popolo di Dio non viene dipinta come una storia di singole ribellioni, ma come un generale e costante atteggiamento di rivolta: un peccato che si ripete con una regolarità impressionante, dall'origine fino all'esilio. Nonostante i ripetuti inviti alla conversione, un popolo intero cammina verso la rovina, sotto il peso della decadenza, del cinismo e della corruzione. «Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti…».

In effetti la storia dei profeti di Dio è una storia segnata dal rifiuto: Geremia venne fustigato ed esposto alla gogna (Ger 20,2), il profeta Uria, che parlava come Geremia, fu giustiziato con la spada e fatto gettare nella fossa comune, Zaccaria fu lapidato negli atri del tempio (2Cr 24,17-22). Nella tradizione giudaica il legame tra profeta e martirio divenne talmente stretto da assumere quasi i contorni di una necessità storica: nella considerazione di tutti, Isaia era il martire segato e Geremia si pensava fosse stato lapidato o bruciato vivo. Nehemia, ripercorrendo la storia dei padri in una bella preghiera che si trova nel capitolo nono del suo libro, afferma fra l’altro: «… furono ritrosi e ribelli a te; si gettarono la tua legge dietro le spalle e uccisero i tuoi profeti che li ammonivano per ricondurli a te…» (Ne 9,26).

 

Il crollo di Gerusalemme fu visto come la conseguenza e il giudizio di questo disprezzo totale di Dio e dei suoi inviati. Gerusalemme fu conquistata, il tempio distrutto, la famiglia reale giustiziata e il popolo condotto lontano dalla terra. Geremia lo aveva predetto: «… la morte è entrata per le nostre finestre, si è introdotta nei nostri palazzi, abbattendo i fanciulli nella via e i giovani nelle piazze. I cadaveri degli uomini giacciono come letame sui campi, come covoni dietro il mietitore e nessuno li raccoglie» (Ger 9,20-21). Immagini poetiche e tristi, allo stesso tempo, ma che contengono un motivo teologico inquietante: se il popolo di Dio viene calpestato, non è calpestato Dio stesso? E se gli uomini e le donne di Israele sono infranti dal dolore, non è spezzato lo stesso cuore di Dio? E la tragedia dei profeti non era, allo stesso tempo, la sconfitta di Dio? È così che, lentamente, nella preghiera e nella riflessione, si fa strada un nuovo giorno, che dapprima albeggia, da lontano, e poi diventa sempre più luminoso, fino a risplendere nella luce vera di cui ci parla il Vangelo: “la luce che viene nel mondo” perché a ogni uomo sia dato di passare dalle tenebre alla luce.

 

La croce come giudizio

Il passo del Vangelo è tratto dall’episodio dell’incontro di Gesù con Nicodemo. Nicodemo è un uomo attratto dai miracoli di Gesù, ma è soprattutto un uomo dell’apparato socio-religioso, che deve salvare la sua reputazione. È per questo che va a Gesù di notte. È un uomo che crede di sapere (e, infatti, inizia il suo discorso con un noi sappiamo… ). Va a Gesù di notte e rimane nella notte. Chi legge tutto il brano non può fare a meno di notare l’elemento simbolico della notte che pervade il racconto: si inizia con la notte e si finisce con gli uomini chiamati a passare dalle tenebre alla luce. Tutto l’incontro sembra tenuto insieme da questa grande e significativa inclusione. In effetti, Nicodemo è una persona emblematica, che rappresenta in qualche modo la situazione di Israele, ma anche quella di ogni uomo, di tutti noi.

Il punto di partenza è la notte (Nicodemo «venne a Gesù di notte») ma, nel procedere della narrazione, si fa strada sempre di più un discorso sulla luce. E quando Nicodemo, dopo due interventi, scompare dalla scena, il dialogo tra Gesù e il suo privato interlocutore si trasforma in un grande monologo (Gv 3,11-21), dove si passa dal “tu” (1-10) al “voi” (11-21), coinvolgendo tutti i lettori e rendendo più tangibile la funzione rappresentativa di Nicodemo. Lui, che era venuto a Gesù di notte baldanzoso e sicuro di sé, lui che aveva incominciato con un arrogante “noi sappiamo…” alla fine deve diventare un silenzioso uditore della Parola, perché solo chi ascolta può accogliere il mistero che rende possibile il passaggio dalle tenebre alla luce.

Nel momento in cui Nicodemo scompare, il discorso diventa di ampio respiro e Gesù presenta a tutti gli uomini che brancolano nel buio una strada maestra per passare dalle tenebre alla luce e dalla morte alla vita: credere nel Figlio dell’uomo innalzato sulla croce. Il paradosso giovanneo è eclatante: la croce non è un cammino di morte, ma di vita; non sfocia nel buio della notte ma nella luce del giorno, perché testimonia l’amore di Dio che «ha amato il mondo fino all’estremo», inviando il suo figlio, «perché chiunque crede non muoia ma abbia la vita eterna». Il mistero che illumina la storia di Israele e di ogni uomo è straordinariamente semplice: Dio ama il mondo, Dio ama l’uomo. La storia empia dell’uomo meritava l’accusa, meritava il giudizio, eppure la giusta vendetta di Dio non si è abbattuta sugli empi. La giustizia di Dio è la croce di Cristo, perché l’Innocente ha subìto la morte dell’empio affinché l’empio non morisse. “C’è un Dio che fa giustizia” è il grido degli uomini pii. Ma, dov’è la giustizia di Dio? Dov’è il suo giudizio? La giustizia di Dio si chiama Gesù Cristo crocifisso. A chi invoca il giudizio di Dio su questo mondo malvagio, Giovanni addita la croce di Cristo: lì è il giudizio, lì è la grazia, perché lì è il dono. Nel figlio dell’uomo innalzato sulla croce si infrangono il fallimento e il desiderio di vendetta, l’insuccesso e la vergogna. Il Figlio di Dio ha preso tutto su di sé e, in questo modo, viene condannato e crocifisso tutto ciò che attenta alla vita dell’uomo, alla sua felicità e alla sua salvezza. Da quel momento in poi rimane solo il segno di un amore crocifisso, che non conosce pentimento.

È la croce di Cristo, dunque, che segna il passaggio dell’uomo dalle tenebre alla luce, perché in questo amore anche la storia più tortuosa e tenebrosa può essere illuminata e compresa. Che Dio si sia fatto tanto vicino a questa storia e a questo uomo è un mistero tanto grande da poterlo solo accogliere come dono. L’uomo può indurirsi, rimanere nelle tenebre, questo sì: «chi crede in lui non è stato condannato, ma chi non crede è stato condannato!». Questa, però, è un’altra storia, perché allora non è Dio che pronuncia la sentenza di condanna, ma l’uomo stesso. La condanna di Dio è già stata pronunciata, una volta per tutte, nella croce che salva.

 

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