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DOMENICA DELLE PALME

domenicapalme

di Don Massimo Grilli

 

La sapienza della croce

In questo anno liturgico viene letta la passione e morte di Gesù secondo Marco. I quattro Vangeli hanno diversi modi di presentare la teologia della croce. Mentre Giovanni legge la croce come un vessillo glorioso (vexilla regis) con il Cristo elevato da terra e glorificato, i Sinottici hanno una teologia forse meno elaborata, ma non per questo meno profonda. In Matteo, lo stile è dottrinale e gli avvenimenti della passione sono intelligibili, perché illuminati dalle Scritture e dalla fede dei credenti. Luca è parenetico. Lo scriba mansuetudinis Christi – come lo chiamava Dante – è sostanzialmente interessato all’educazione del discepolo e lo invita con ogni mezzo a prendere parte personalmente alla croce di Gesù. In Marco, invece, lo stile riflette una situazione più aderente ai fatti e più realistica nei suoi paradossali contrasti. Marco non teme di urtare la sensibilità del lettore, introducendo nella morte di Gesù in croce l’elemento dello scandalo. Sembra quasi che Marco voglia presentare il mistero del Messia senza abbellimenti di sorta, con crudo realismo, sapendo che dalla misteriosa notte messianica Dio trae fuori un nuovo giorno.

 

Il mistero di Gesù Messia

In Marco, il paradosso del Messia non emerge all’improvviso, al momento della morte, ma è diffuso in tutto il cammino. Fin dalle battute iniziali, Marco presenta la figura di Gesù avvolta nel mistero. Subito dopo il battesimo, ad esempio, dopo essere stato riconosciuto e proclamato Figlio di Dio, Gesù viene spinto dallo Spirito nel deserto, dove subisce la tentazione di satana. Il lettore non viene istruito sul genere di tentazione; capirà tutto dopo, soprattutto al momento della passione, quando al Getsemani, Gesù accoglie nel travaglio e nella solitudine la volontà del Padre. Nonostante questo richiamo al mistero, la prima parte del Vangelo sembra presentare Gesù come un Messia rassicurante e autorevole: incrocia le strade degli uomini senza pregiudizi per luoghi o persone, passando da un posto di lavoro a uno di culto, da una città a una casa privata, dal contatto con malati ed emarginati a quello con i discepoli. Combatte le alienazioni del corpo e dello spirito, manifestando la sua exousia / potenza e l’amore misericordioso del Padre. Ma, ecco il paradosso: mentre viene accolto da una parte del popolo, i farisei e gli erodiani tramano fin dal principio contro di lui, per farlo morire (3,6). Non solo. Dopo il rifiuto dei suoi nemici, più avanti, Gesù conosce anche quello dei suoi compaesani (6,6a) e, ancora più inspiegabile, l’incomprensione dei suoi discepoli (8,17-21). Attorno a Gesù si crea sempre più il vuoto e il Messia percorre la sua strada sempre più in solitudine.

La confessione di Pietro, che riconosce in Gesù il Messia, sembra segnare una svolta, e invece, in analogia al passato, alla comprensione non segue la sequela. Per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la strada della croce, chiamandoli a condividere il suo destino, ma per tre volte incontra la loro decisa chiusura. A questo punto, il racconto va verso il suo epilogo drammatico e misterioso. L’uscita di Gesù dal tempio in 13,1 segna la rottura definitiva e l’inizio della passione.


Il mistero del messia crocifisso

La passione inizia ancora con un paradosso perché, mentre il complotto contro Gesù incomincia a produrre i suoi frutti concreti, il tenero gesto di una donna anonima che gli unge la testa con un unguento costoso manifesta la tenerezza di un amore spassionato, che riconosce in Gesù un bisognoso (14,1-9). Capendo il tempo e l’ora, lei si china per alleviare le sofferenze del più povero dei poveri e profetizza, così, la buona novella della salvezza.

Durante i processi davanti al sommo sacerdote e davanti a Pilato, il mistero si acutizza, perché emerge un contrasto paradossale tra le affermazioni di Gesù sulla sua identità di messia e figlio di Dio e la sua situazione di uomo condannato a morte. Un paradosso, perché “gli uomini vanno a Dio nelle loro necessità: chiedono aiuto, invocano felicità e pane, salvezza dalla malattia dalla colpa e dalla morte… vanno a Dio e lo trovano povero, umiliato, senza tetto e senza pane, smunto dai peccati, dalla debolezza e dalla morte” (Bonhoeffer). Può l’uomo essere salvato dall’impotenza di Dio e non dalla sua potenza, dalla sua debolezza e non dalla sua forza? Domande senza risposta, per ora. Domande inquietanti, che mettono in crisi i sogni di onnipotenza che albergano nel cuore di ciascuno.

Ma non è ancora il paradosso supremo, perché il mistero più grande è al momento della crocifissione e della morte. Sarebbe tutto più chiaro e più semplice se Gesù scendesse dalla croce. Sarebbe finalmente la sua vittoria contro i propri accusatori, e il mistero sarebbe risolto. Ma Cristo non scende. «Tu non scendesti dalla croce quando ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Scendi dalla croce e crederemo che sei tu”. Tu non scendesti perché, una volta di più, non volevi asservire l’uomo con il miracolo e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore…» (Dostoevskij).

Per ora tutto rimane avvolto nell’enigma, e il grido di Gesù sulla croce «Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?» sembra dar ragione ai suoi accusatori: abbandonato dai discepoli e dagli uomini, solo con se stesso, neppure Dio risponde al suo grido. Muore e sembra che tutto sia finito. In realtà – ed ecco l’ultimo rovesciamento – tutto è compiuto, perché un centurione «vedendolo spirare in quel modo disse: quest’uomo era veramente figlio di Dio». Una professione di fede inattesa, al momento decisivo.

Ecco, dunque, la risposta che illumina il mistero di Gesù, ma anche quello di ogni credente. Se un uomo riconosce Gesù messia al momento del fallimento supremo, questo significa che Dio era presente. Nella morte del Figlio e nella morte dell’uomo. Presente con la forza dell’amore. Perché «… quando l’amore di Dio non si limita semplicemente ad essere là dove l’uomo è nel peccato e nella miseria, ma quando assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte; cioè quando Gesù – che è l’amore di Dio – muore realmente, allora l’uomo può diventare certo che l’amore di Dio lo accompagna anche nella morte… Dio ama gli uomini fino al punto di assumere su di sé la morte con loro e per loro… E solo perché Gesù sulla croce, nell’umiliazione, dimostra l’amore suo e di Dio per il mondo, alla morte segue la risurrezione. La morte non può resistere all’amore… L’amore è più forte della morte, afferma il Cantico dei Cantici 8,6» (Bonhoeffer). Certo, dopo la morte di Gesù, il dolore rimane dolore, e la morte rimane tale, ma se Gesù è morto, questo significa che nessuna sofferenza è derelitta e anche il morire nasconde un senso. Dal momento in cui Gesù è morto, ed è morto in quel modo, «nell’inferno non c’è speranza, ma l’inferno è nella speranza» perché «l’inferno appartiene a Cristo. In lui e attraverso di lui, anche l’inferno è trascinato per sempre nel “mistero di salvezza”» (Lochet).

 

 

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