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PASQUA DI RISURREZIONE

Risurrezione-di Don Giovanni Tangorra

 

Notte luminosa

La Pasqua distende le ali della notte.

Il preconio ne scandisce i battiti: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto. Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno».

È di notte che le sentinelle vegliano, in attesa della scintilla che annuncia il nuovo giorno. È di notte che l’amore avverte l’inquietudine: «Lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia» (Cantico 3,1). Ed è di notte, in un misterioso appuntamento, che avvengono i grandi avvenimenti della storia della salvezza, aprendo la fede di chi vaga nel tempo al chiarore delle cose eterne.

Le letture della veglia cominciano dal racconto della prima notte, quella della creazione, quando «fu sera e fu mattina», ed ebbe inizio l’avventura dell’universo. La seconda notte è la prova di Abramo, la cui fedeltà splende come un faro nel cielo notturno, risvegliando una promessa che l’ha reso padre di tutti i credenti, «come le stelle del cielo e come la sabbia sul lido del mare». La terza notte è l’esodo, quando Dio per «tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto». E fu l’alba del passaggio, per una moltitudine di schiavi che, attraversando il Mar Rosso, diventò un popolo di uomini liberi.

Sono tutti segni di una notte che viene, quella della Risurrezione.

«Nella notte in cui veniva tradito» (1Cor 11,23) aveva donato se stesso nel pane e nel vino. Le tenebre del venerdì santo sono state tali da oscurare il sole di mezzogiorno (Mt 27,45), gettandoci nell’amarezza. La tomba silenziosa del sabato santo ci ha fatto sentire il sapore acre del fallimento. Non avevamo ancora compreso che in quel Crocefisso c’era qualcosa che nemmeno la morte avrebbe avuto il potere di spegnere.

E ora eccoci insieme alla Maddalena, ai piedi di una pietra rotolata via! In pianto per un vuoto che non riesce a spiegarsi, lei è la ricercatrice tenace che si reca al sepolcro con il cuore in tempesta. «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea».


Chi ama corre

I tre personaggi di Gv 20,1-10 sono tutti rappresentati nell’atto di correre. Dopo aver visto il sepolcro spalancato, la Maddalena corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo, identificato con Giovanni, ma definito in modo anonimo, come «quello che Gesù amava». Essi si recano al sepolcro, loro pure correndo, ma con un ritmo diverso: il secondo va più veloce ma giunto al traguardo lascia che Pietro entri per primo.

Questi scambi hanno un loro significato: il secondo discepolo corre più in fretta perché è stato ai piedi della croce e ha vissuto l’ora in cui l’amore di Cristo si è rivelato nella sua massima intensità. Pietro, il primo degli apostoli, il rappresentante della Chiesa ministeriale, si era invece chiuso in se stesso, giungendo al tradimento. È l’amore che corre e che accelera le pulsazioni del cuore, ma è anche l’amore che rispetta i passi dell’altro, dandogli la precedenza.

Correre è sentire il sangue che torna a circolare. È tornare a vivere, attraversare il vento, liberare il respiro di un sogno. Nel nostro episodio è simbolo dell’amore che trascina all’incontro con il Risorto, e dell’urgenza con cui si deve propagarne l’annuncio.

«Trascinami con te, corriamo!», dice l’amata del Cantico dei cantici (1,4).

Insieme alla Maddalena e ai due discepoli, è tutta la Chiesa che corre. La Chiesa che quando sa amare va più veloce; che anche se non vede sa credere, come il secondo discepolo che, quando entrò, scorse solo una tomba vuota, un lenzuolo, un sudario. Eppure «vide e credette». La Maddalena e Pietro dovranno attendere un’apparizione per testimoniare il Risorto, il discepolo dell’amore, invece, crede ancor prima di vederlo.


Giorni di risurrezione

La Pasqua è il giorno più importante della fede cristiana.

Essa comprende la croce e la risurrezione, che si illuminano a vicenda. Tuttavia è la seconda a occupare un posto centrale, ricordando le parole di Paolo: «Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). Senza la croce, la risurrezione è solo esibizione di potenza; senza la risurrezione, la croce avrebbe concesso al male e alla morte l’ultima parola. Cristo non sarebbe il liberatore, ma solo un buon ricordo destinato a sbiadirsi nel tempo.

La risurrezione è una sfida grande.

Egli è Risorto non solo per se stesso, ma per noi, raccogliendo nel suo corpo i frammenti di una storia che spesso non sa da che parte andare, e trascinando in un movimento di vita i suoi semi di distruzione.

Credere nel Risorto è avvertire la presenza dell’assente, farsi discepoli di un vivente, diventare operai di luce: «Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre» (1Ts 5,5).

Credere nel Risorto è diventare costruttori di speranza anche quando le risorse sembrano esaurite. È credere ancora, crederci sempre, disponendosi a ricominciare da capo, se necessario.

Credere nel Risorto è farsi carico del futuro, è darsi sempre un futuro, è portare il domani nell’oggi, avviando un processo di trasformazione: che riconcilia il cielo e la terra, e che converte il peccato in perdono, l’odio in amicizia, l’interesse in condivisione.

Credere nel Risorto è il grido della Chiesa. Dà un significato alla sua presenza su questa terra, facendola correre lì dove la luce si sta spegnendo, per consolare, incoraggiare, soccorrere.

E ora siamo qui, in attesa dell’ultima notte.

La notte della parusia.

E non sarà più notte.

Ti preghiamo Signore, che il nostro cuore non sia addormentato, ma che «lo trovi acceso la stella del mattino, quella stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena».

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