Venerdi, 03  Aprile  2020  20:17:40


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XVI Domenica T.O. B

xvitobdi don Loris Rodella - La liturgia di questa domenica propone pochi versetti, ma di una intensità sorprendente, versetti che fissano il nostro sguardo sulla compassione di Dio, anzi sulla sua “duplice” compassione: per i discepoli e per il suo popolo. Dio vuole stare con i suoi discepoli e vuole stare con il suo popolo.

Gesù è al centro della scena, o meglio, al centro di due movimenti che lo vedono in relazione con i discepoli e con la folla.

 

Il primo movimento vede i discepoli ritornare da Gesù, dopo essere stati inviati in missione (cfr. Mc 6,7-13). Ora, dopo aver faticato nell'annuncio, i discepoli «si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato» (v. 6,30). Il riunirsi attorno a Gesù si trasforma, per i discepoli, in un ritorno alle fonti della loro missione, quasi un chiarire a se stessi la propria identità di discepoli e inviati. Ma questa rinnovata coscienza è possibile solo se il discepolo “ruba” a Gesù quel ritmo interiore che permette di staccarsi dalla fatica e dagli impegni della missione per trovare un autentico riposo. È questo il senso dell'invito di Gesù: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po'» (v. 31). Il discepolo è chiamato a imitare Gesù, ossia a:

(a) saper stare in mezzo alle folle, e

(b) a sapersi ritirare in solitudine per immergersi nella preghiera. Questo è un bisogno anche di Dio che in GESU' CHIAMA GLI APOSTOLI A STARE CON LUI.

 

Ma un secondo movimento apparentemente interrompe questo riposo: Gesù lascia questo piccolo gruppo per ritornare a quella folla che sembra assorbire totalmente il tempo e le forze al punto che: «non avevano neanche il tempo di mangiare» (v. 31). E di fronte a questa folla che lo insegue, Gesù non si sottrae; anzi,«ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (v. 34). E ciò che commuove Gesù non è tanto il vedere una folla affamata o sofferente, ma il vedere lo smarrimento: gente abbandonata a se stessa, senza punti di riferimento, affaticata, in cerca di qualcosa che dia senso alla vita . Di fronte a questa folla Gesù «si mise ad insegnar loro molte cose» (v. 34). Nel racconto di Matteo e di Luca, Gesù guarisce e sfama; in Marco invece insegna. La sua compassione si rivela nel donare la Parola, quella parola che solo lui insegna con autorità (cfr. l'insistenza su questo aspetto in Mc 1). E ciò che realmente raduna dalla dispersione quel gregge che vaga nel deserto è la Parola di Dio: come attraverso Mosè, Dio aveva nutrito e istruito le folle nel deserto, così è in Gesù che viene donato ciò che nutre la vita dell'uomo, quella Parola «che esce dalla bocca di Dio» (cfr. Dt 8,3).

E questo pane lo dona perché al vedere quella grande folla che lo stava inseguendo «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (v. 34). Vi è una stretta correlazione tra pascere e spezzare la parola; la parola che sfama e dà il vero nutrimento nasce dalla compassione. Questa è la prima moltiplicazione, quella della sua parola, che sarà seguita dalla seconda moltiplicazione, quella dei 5 pani e dei 2 pesci che ascolteremo domenica prossima. Siamo invitati ad un duplice banchetto!

Questi due movimenti – dai discepoli a Gesù e da Gesù alla folla – sono in profonda continuità. Non si può non rimanere colpiti da come sono vissuti da Gesù: da una parte lui stesso invita i discepoli a stare con lui in un luogo appartato, ad una pausa ristoratrice dopo una faticosa missione, d'altra parte sembra disinteressarsi di loro per immergersi nuovamente nella folla che lo sta cercando. E ci lascia, d'altronde, stupiti il modo libero con cui Gesù passa dalla solitudine alla folla e dalla folla ritorna alla solitudine della preghiera (infatti dopo aver sfamato le folle, Gesù si ritira sul monte a pregare). È un movimento non semplice per noi: l'armonizzare due scelte apparentemente contraddittorie (stare in silenzio, in preghiera oppure stare in mezzo ai fratelli in un servizio) in noi crea quasi sempre una rottura interiore e il passaggio da un'attività all'altra è sempre una fatica. E allora ci si potrebbe chiedere: perché Gesù riesce a fare questo passaggio in modo così libero e “leggero”? Che cosa deve imparare il discepolo da Gesù?

Sia stando in mezzo alle folle che lo inseguono e sia nella solitudine del monte, Gesù non abbandona mai quella comunione con il Padre che è il pane della sua vita: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). Ecco il segreto di Gesù, ecco perché Gesù può passare dalla solitudine alle folle e dalle folle ritornare in una preghiera silenziosa senza rottura interiore: il suo cuore rimane sempre “uno” perché è sempre radicato nell'ascolto e nella ricerca della volontà del Padre.

Stando con Gesù, il discepolo impara da lui questo cammino interiore. Ed è questo 'stare', questa intimità profonda che crea una continuità nel faticoso cammino del discepolo, pur nella diversità degli impegni, spesso frammentari ed in apparente contraddizione tra di loro. Lo 'stare con Gesù' è il vero riposo a cui è chiamato il discepolo. 

Ma cosa facciamo noi, o Pastori, che riceviamo una ricompensa e non siamo affatto operai? Percepiamo anche dei redditi dalla santa Chiesa come compenso quotidiano, eppure non ci affatichiamo a predicare per la Chiesa eterna. Pensiamo quale motivo di condanna sarà l'aver ricevuto la ricompensa del lavoro senza aver lavorato. Ecco, viviamo delle offerte dei fedeli, ma che fatiche sosteniamo per le loro anime? Riceviamo come retribuzione ciò che i fedeli hanno offerto in remissione dei loro peccati e tuttavia non ci affatichiamo come sarebbe giusto a pregare e a predicare». (Dalle «Omelie sull’evangelo» di san Gregorio Magno, papa).

 

 

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