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XVII Domenica T.O. B

1 5PANI E 2 PESCIdon Alessandro Frate - In questa diciassettesima domenica il Vangelo si sofferma sul miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci operata da Gesù. È evidente il parallelo con la prima lettura dal secondo libro dei Re, dove Eliseo per comando del Signore fa distribuire dal suo servitore 20 pani d’orzo che serviranno a sfamare cento persone, e: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». (2 Re 4)
Il vangelo è quello di Giovanni al capitolo sesto, dove la simbologia lascia intendere chiari riferimenti al miracolo eucaristico che Gesù istituirà, dove il “Pane del Cielo” che è Egli stesso sazierà la fame che la chiesa ha del cibo “supersostanziale” Mt 6,11, pane per nutrire le anime della grazia di Dio e rivestirle di Cristo.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci si potrebbe chiamare anche il miracolo della condivisione. Se volessimo attualizzare ad oggi questo vangelo dovremmo parlare dell’enorme problema della fame nel mondo, problema sempre discusso ma mai risolto. Problema di questo nostro mondo così contraddittorio, dove per l’egoismo di pochi c’è l’indigenza di molti, dove c’è chi si contenterebbe di un poco di latte di mucca e dall’altra parte c’è chi non si consola mangiando le mucche intere.
Gli apostoli sono sollecitati da Gesù a trovare una soluzione ad una situazione empiricamente più grande di loro. Sfamare cinquemila uomini senza adeguate risorse è umanamente inconcepibile. Essi disorientati dalla stravagante richiesta del loro maestro abbozzano risposte che sarebbero state anche le nostre di fronte alla medesima circostanza. E difatti la vita tante volte pone anche noi di fronte a problemi di colossale entità, problemi ai quali siamo tentati umanamente di dare la stessa risposta che ha dato l’apostolo Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo»Gv 6,7. Bisogna fare i conti con le nostre risorse, con le nostre finanze. La prudenza umana ci dice che bisogna sapersi fermare, annullare i progetti, alzare le mani e dire: mi dispiace, non ti posso aiutare, non se ne fa nulla. Ma è questo lo spirito di fede pasquale? “Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.”Gv 6,4. Anche nella sua pasqua Gesù stupirà l’incredulità umana operando l’impossibile, l’impensabile, risorgendo dal mondo dei morti, l’estremità dell’uomo è l’oppurtunità di Dio. La fede nel Signore ci spinge oltre le logiche puramente umane, per accogliere il miracolo, il Trascendente. È la stessa fede che ha fatto credere alla Vergine Maria, umile ancella del Signore, che in lei si sarebbe fatto carne il figlio di Dio, perché “nulla è impossibile a Dio” Lc 1,37. Quella del miracolo è una possibilità che come per l’apostolo Andrea si affaccia alla nostra mente, ma rischiamo subito di razionalizzare tutto: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?»
Davvero il salto della fede è di pochi, anche se da Gesù è richiesto a tutti. È una fede che richiede la disponibilità di mettere in gioco quel poco che si ha, nella logica del dividere-condividere, mettere nelle mani di un Dio che sa moltiplicare il nostro poco che diventa “abbondanza” e “sazietà”. L’uomo deve avere la consapevolezza che sempre bisogna donarsi e donare, mettere a disposizione quel poco che si ha, donarsi così come si è, nella povertà e piccolezza del nostro essere creaturale, ma non risparmiarsi, non sotterrare il talento, perché Dio aspetta la nostra offerta e soprattutto l’offerta del cuore: la nostra piccola parte va sempre fatta. Noi facciamo le piccole cose ma è Dio che opera dalla piccolezza cose grandi Lc 1,49. È il dinamismo della cooperazione fra la libertà dell’uomo e la grazia di Dio, dove Dio fa tutto ma non senza la nostra libera adesione alla sua opera.
Gesù ci chiede una fede che ha l’entusiasmo del giovinetto di questo vangelo, una fede che, come ha fatto la giovane Maria di Nazareth, è capace di farsi coinvolgere e di stupirsi di fronte a un Dio che ci viene incontro, che ci interpella e ci coinvolge, che si fa carne, che si occupa di tutti i nostri bisogni, che apre la sua mano e sazia la fame, corporale e spirituale di ogni vivente (Sal 144), ma che non fa tutto da solo e vuole aver bisogno anche del nostro contributo per saziare questa fame.
Ci viene richiesta una fede capace di esultare in Dio e di far grande il Signore: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore”Lc 1,39. È la stessa fede che ci fa credere nel miracolo dell’eucarestia: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, prendete e bevete questo è il mio sangue”(Mt 26), in Gesù che si fa pane :”L'occhio, il tatto, il gusto non arriva a Te, ma la tua parola resta salda in me. Figlio sei di Dio, nostra verità; nulla di più vero, se ci parli Tu. (Canto Adoro te devote).
Siamo nella logica di un Dio-Amore che ama condividere tutto con la sua creatura, che non considera un tesoro geloso la sua divinità ma la dona Fil 2,5-11. Se entriamo in questa logica comprendiamo come Dio voglia anche da noi questa dinamica della condivisione, del dono di sé che diventa pane di vita per il mondo, che diviene amore. Mi piace ricordare l’esegesi che il nostro vescovo Eduardo Davino faceva di questo vangelo nelle forme sinottiche che riportano la frase: “date loro voi stessi da mangiare”Mt 14,17 intendendolo come un invito che Gesù ci rivolge a “farsi mangiare” dal nostro prossimo. È sempre la stessa logica, una logica eucaristica, la logica dell’amore che si dona e diventa pane di vita capace di sfamare e saziare ogni fame. Di questo tipo di cibo che è la santità bisogna saperne raccogliere senza che “nulla vada perduto” Gv 6,12.

 

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