Domenica, 05  Luglio  2020  21:24:06


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XXIII Domenica T.O. B

jesus-healing-blind-man-on-sabbathdi Padre Virgilio Maurizi - [31]Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. [32]E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. 

Marco descrive il percorso di Gesù in territorio pagano. Prima Tiro poi Sidone con un ampia curva prima di ridiscendere in Galilea, in pieno territorio della decapoli. Gesù per un po’ di tempo rimane in quella zona. Forse per circa un paio di settimane con un lungo itinerario di circa 100 km. Un lungo ritiro come se fossero i 40 giorni di solitudine all’inizio del suo ministero.

Conducono a Gesù un sordomuto. Dopo il lungo periodo di silenzio Gesù attrae e vengono a lui da diverse parti. E’ un uomo sordo e balbuziente che parla con difficoltà. Ha una doppia menomazione di cui la seconda non totale. Siamo di fronte alla realizzazione di una di quelle antiche profezie “La lingua dei balbuzienti griderà di gioia” Is.35,6. E pregarono Gesù di imporgli le mani come gesto di guarigione.

 

[33]E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; [34]guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». 

L’azione terapeutica è descritta con molti più dettagli del solito nel nostro racconto evangelico. Gesù fa ben più che imporre semplicemente le mani. Tutto comincia con la separazione dalla folla. La guarigione avviene lontano dalla folla, è da sottolineare. Ma per Marco c’è certamente qualcosa di più; per lui il superamento del punto di vista della folla è indispensabile per comprendere il mistero di Gesù. Ogni formazione del discepolo e ogni guarigione avviene sempre a parte e in disparte. Per entrare a contatto con Gesù si deve sempre superare la folla come barriera che impedisce l’incontro con il Signore.

Poi, Gesù introduce le dita nelle orecchie del sordo. Un contatto e una penetrazione impressionanti. Con la saliva tocca addirittura la lingua dell’uomo. Si riconosce che ovunque e da sempre la saliva possiede una forza curativa soprattutto al mattino e dopo lunghi giorni di digiuno. I gesti di Gesù sicuramente e reciprocamente influenzavano e furono influenzati dai riti del battesimo antico. Sia a Milano sia a Roma si praticava il rito “dell’apertura delle orecchie”, prima della rinuncia a Satana. Si toccavano, con della saliva sul dito, le narici e le orecchie e si diceva all’orecchio del neofito: “Effatà”, cioè “Apriti in odore di dolcezza”. Gesù si identifica con il sordomuto mediante questo linguaggio del corpo e prende in carico il malato nella sua totalità.

Levando gli occhi al cielo, Gesù emise un gemito. Gli occhi di Gesù rivolti al cielo indicano il movimento della preghiera. Il contatto con Dio. Come davanti alla tomba aperta di Lazzaro. Il gemito di Gesù esprime una forte emozione, associata alla preghiera. Poi la parola di Gesù: Effatà cioè Apriti. La parola greca può indicare sia l’apertura degli “occhi”, sia quella delle “scritture” e infine quella della “mente” come in Luca 24, nell’incontro dei discepoli con il risorto. A volte viene usata anche con il senso di aprire il “cuore” alle parole dell’apostolo Paolo in Atti 17,3. Dobbiamo conferire a questo termine la maggiore estensione semantica possibile. È tutto l’uomo che deve aprirsi di fronte alla parola di Dio. Non ce fede senza ascolto ne ascolto senza apertura della propria vita a Dio. La fede passa attraverso l’ascolto e non i segni questi al massimo possono confermare la fede.

 

[35]E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. [36]E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano (proclamavano) [37]e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Si assiste ad una guarigione completa, anzitutto dell’udito e poi del linguaggio, e quest’ultimo in due tempi. La capacità di udire precede quella di parlare correttamente. È noto che spesso i sordomuti non possono parlare perché non sono in grado di sentire bene. Più profondamente, la parola dell’uomo vale quanto vale il suo ascolto. Ciò che abbiamo da dire dipende da ciò che siamo in grado di ascoltare. Maggiore è il nostro ascolto, più corretta sarà la nostra parola, anche nel caso non diciamo nulla.

Il racconto termina con un curioso paradosso: Gesù raccomanda di non parlare di quella guarigione, ma il suo ordine viene trasgredito. Ce addirittura un effetto comico: più lo raccomanda, più la gente lo proclama. Quest’ultimo è da sottolineare. È il verbo dell’annunzio della proclamazione del vangelo. È qualcosa di irresistibile: non si riesce ad impedirlo o a trattenersi. La buona notizia comunque va diffusa e nessuno può frenarne al corsa. Una volta che è messa in moto deve fare il suo corso e giungere al suo compimento.

La folla esprime stupore ammirazione e dando voce almeno a tre citazioni scritturistiche, tratte dalle tre parti della rivelazione: la Torah, i profeti e gli scritti. “Ha fatto bene ogni cosa” ricorda Mosè e il ritornello che percorre tutto il primo racconto della creazione ma anche Sir 39,14-16, dove il saggio invita a lodare Dio perché tutte le sue opere sono molto buone. “Fa udire i sordi e parlare i muti” ricorda sia Isaia 35,5-6 sia il salmo 145,7-9. Gesù ha guarito una doppia menomazione, cosa doppiamente meravigliosa, che apre ad una esperienza totale di lode in coro. La reazione di tutti i presenti testimonia che essi hanno scoperto che il fondo dell’essere è bontà, che con la venuta di Gesù si compiono le profezie di Isaia, e che la creazione è ristabilita come era in origine: tutto è grazia.

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