Giovedi, 02  Luglio  2020  10:45:45


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XXV Domenica T.O. B

gesu-ama-i-bambinidi Gabriele Lunghini - Secondo la narrazione del Vangelo di Marco con il brano di questa domenica siamo ad un punto cruciale del cammino di Gesù. Egli dopo aver lasciato dietro a sé la regione in cui ha operato prodigi e predicato la buona notizia del Regno, intende educare i suoi discepoli in privato (“non voleva che nessuno lo sapesse”: 9,30): dapprima, sulla strada che attraversa la Galilea, con l’annuncio diretto del mistero centrale della sua Passione che dà il senso pieno alla sua vita e alla sua venuta tra gli uomini; successivamente con un insegnamento, dentro ad una casa a Cafarnao, sulla logica da interiorizzare per entrare nel mistero-per sé paradossale- del passaggio doloroso della passione redentrice del Figlio di Dio.

L’annuncio sulla strada (9, 30-32) riguarda il destino personale di Gesù: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini, e lo uccideranno; e, ucciso, dopo tre giorni risusciterà”. La predizione di Gesù ha lo scopo di istruire i suoi discepoli sulla vera concezione del Messia sofferente: l’inviato di Dio salverà gli uomini attraverso la sua volontaria accettazione del piano di Dio che passa attraverso la Passione. La grammatica ci aiuta a cogliere il significato di questo mistero nell’uso del verbo greco παραδίδοται “paradidotai” al presente passivo. παραδίδοται/Paradidotai: viene consegnato. Il tempo al presente ci svela un evento imminente, che sta per iniziare, mentre la scelta del verbo “essere consegnato” riprende il motivo del giusto sofferente, perseguitato per fedeltà a Dio e alla giustizia, di cui ha parlato Isaia con i carmi del “servo di Jahwè” (Is 53,6.12), di cui ne è stato una prefigurazione il profeta Geremia perseguitato (Ger 26,24) e che trova un riassunto nella prima Lettura della Liturgia della Parola odierna: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà» (Sap 2,12.17-20). Gesù in quanto Messia, Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini, incarna il servo di Jahwè che va verso la morte per fedeltà a Dio e per la redenzione dell’umanità.

I discepoli non capiscono la logica divina e questa incomprensione genera in loro “la paura” (9,32) di approfondirne il significato per la propria vita, come era successo a Pietro Giacomo e Giovanni nella discesa dal Monte Tabor, dopo la Trasfigurazione (Mc 9,10). È un’incomprensione simile a quella di “coloro che sono fuori” (Mc 4,11), ai quali il mistero del regno di Dio appare come un rebus inesplicabile. I discepoli si trovano in una sorta di estraneità interiore rispetto alla prospettiva esistenziale di Gesù che spezza la mentalità abituale del successo attraverso la potenza umana. Contro la logica divina, che per amore trasforma l’umiliazione in via per la salvezza, durante il primo annuncio di Gesù della sua Passione, c’era stata perfino la vivace protesta di Pietro (Cfr 8,32) stigmatizzata severamente da Gesù (8,33). Poco prima dell’avverarsi storico del mistero del Messia sofferente nei fatti della Pasqua di Gerusalemme, ci sarà bisogno di un altro intervento di Gesù – il terzo- per aiutare i discepoli ad entrare in questa logica (cfr Mc 10,32-45). Ma saranno gli eventi a parlare da sé. Insomma: è difficile accettare il fatto che “nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 12).

L’insegnamento sulla condizione spirituale, di fede, necessaria, per entrare nella logica di Dio, ci viene offerto nel dialogo di Gesù con i discepoli dentro la casa a Cafarnao (9,33-37). Il programma di vita espresso dal detto “il primo deve essere l’ultimo e il servitore di tutti” rappresenta un nuovo ordine, una nuova logica: significa che cercare la grandezza e la supremazia sugli altri è in contraddizione con il cammino di umiliazione che Gesù ha vissuto per sé e indicato a coloro che lo seguono. Così la parola di Gesù applica alla comunità – ad ogni comunità in cui si pone il problema del rango e del comando- la logica della croce che ribalta la mentalità umana: il primo è colui che vive da ultimo. Il gesto simbolico di Gesù di porre al centro dell’attenzione un bambino –gesto in un certo senso provocatorio vista la considerazione dei bambini nella società palestinese di quell’epoca considerati privi di diritti- rafforza l’insegnamento sul servizio: di fronte a chi è alla ricerca della grandezza, Gesù propone il servizio ai piccoli, a coloro che non hanno prestigio, che sono gli ultimi. La vera grandezza consiste nel servire i bisognosi. Il che è una forma per vivere la carità nella comunità, sapendo che si è prossimi a Dio non perché si possiede un rango o un ruolo di prestigio, ma nella misura in cui si accolgono gli ultimi, i senza prestigio.

Il punto cruciale evidenziato dal Vangelo di questa domenica è questo: per entrare nel mistero dell’abbassamento del Figlio di Dio che per amore arriva fino alla morte in croce, occorre interiorizzare la logica dell’umiltà. E c’è una via per renderla familiare, giacché è estranea al modo abituale di pensare: il servizio dei bisognosi. Sulla croce il primo, Gesù, è diventato l’ultimo e il servitore di tutti. “Il percorso della vita dei cristiani in quest’epoca è rappresentato anticipatamente nel cammino di Cristo verso Gerusalemme. Anche oggi la croce sta sempre davanti a noi” (J. Ernst, Commento al Vangelo di Marco, 2, Morcelliana, Brescia, 1991).

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