XXIX Domenica T.O. B

bosedi Nazzareno Tomassi - Siamo sulla strada verso Gerusalemme e, per la terza volta (Mc 10,32-34), Gesù confida ai discepoli il destino di morte che lo aspetta al termine del cammino e ancora una volta incontra l’incomprensione dei discepoli. La loro difficoltà riguarda le parole e anche la persona di Gesù. Dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, ecco due discepoli, Giacomo e Giovanni, chiamati a seguire Gesù fin dall’inizio e testimoni privilegiati di alcuni episodi molto importanti (cf. Mc 5,37; 9,2; 13,3; 14,33), per nulla toccati dalle tragiche parole del maestro, si fanno avanti chiedendo a Gesù direttamente di garantire loro i posti alla sua destra e alla sua sinistra quando instaurerà il regno. Quanto sono distanti dal modo di pensare di Gesù. È interessante notare che l’evangelista scrive “gli si avvicinarono”. I due fratelli hanno seguito Gesù fin dall’inizio, hanno lasciato tutto per stare con lui (Mc 1,16-20), forse sono anche parenti, cugini, di Gesù, appartengono alla famiglia da sempre… tutto questo vorrà dire qualcosa! Ed ecco allora che si avvicinano e accampano diritti: “vogliamo che tu ci faccia quello che noi ti chiediamo”, fanno presente a Gesù ciò che pensano di “meritare”, in fondo sono stati sempre con Lui, la loro posizione conta ed è giusto rivendicarne il peso. Lo chiamano “maestro” ma in realtà non lo ascoltano, non lo seguono, sono loro che salgono in cattedra. È la storia di sempre, e si riscontra fra i discepoli di tutti i tempi: ci “avviciniamo” e accampiamo diritti, davanti agli altri e davanti a Dio; vantiamo pretese… in fondo siamo buoni cristiani da sempre e per di più anche impegnati! Dobbiamo pur avere una qualche precedenza sugli altri. È una superbia assai comune, la quale mira molto in alto, e vuole che i criteri mondani di prestigio, di potere e di asservimento dominino in eterno, autenticati da Gesù che deve “fare ciò che noi vogliamo”. Con una certa ironia e con una nota di tenerezza, Gesù aiuta i due fratelli a riflettere su ciò che stanno chiedendo: “Che volete che vi faccia?”. La loro richiesta è quella dell’uomo di sempre: “Facci sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Il linguaggio della richiesta è tutto modellato su espressioni dell’Antico Testamento, che manifestano la pretesa di occupare posti di onore e d’autorità. Come si può essere così sordi! Per tre volte Gesù aveva annunciato la sua passione e morte (Mc 8,31, 9,31 e 10,32-34). Non ascoltano, non capiscono, non accettano. Non si occupano dell’annuncio di Gesù, sono preoccupati solo dei propri interessi. Non si può confondere la gloria del Cristo col potere mondano. Tra i due esiste un’opposizione radicale, la gerarchia di valori del regno sovverte totalmente quella dominante nel mondo. La religione, l’ideologia religiosa fatta di “meriti” e di ricerca del “potere” uccide, neutralizza l’ascolto di Gesù, il senso dello stare con lui. Non sanno quello che chiedono, non sanno che la gloria di Gesù è la croce e che alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno due malfattori. Gesù lo ha più volte indicato, la gloria non è nel successo, nel potere, nello splendore… ma nel servizio e il servizio si impara nella sequela. Non è questione di buona volontà, si tratta di scegliere da quale parte stare, si tratta di stare “dietro” Gesù, di seguirlo non di precederlo, magari per indicargli la strada! Il servizio, in modo necessario e inevitabile, fa parte della sequela del Figlio dell’uomo che è venuto e che Dio ha mandato per servire. Tanto che se è vero che il servizio s’impara seguendo Gesù, è altrettanto vero che chi rifiuta il servizio si esclude dalla sequela di Gesù. Giacomo e Giovanni capiranno solo più tardi il prezzo di questa loro disponibilità, impareranno a seguire Gesù, fino al martirio. L’atteggiamento di Giacomo e Giovanni ci scandalizza, ci infastidisce come accade agli “altri dieci” che “cominciarono a indignarsi”. Forse perché si sentono minacciati e scavalcati. Forse tutti volevano fare questa richiesta, tutti pensavano di sedere alla destra o alla sinistra. Quando l’ambizione domina mette in ansia tutto il gruppo. Quindi c’è il rischio che l’ambizione porti allo scisma, alla separazione e quindi alla rovina della comunità. Gesù interviene, il testo dice che Gesù “li chiamò a sé”. È necessario ritrovare l’orientamento, il centro della propria vita, stavano lì con lui, eppure erano lontani. Stiamo con lui eppure siamo lontani, infinitamente distanti. È necessario ascoltare quella voce e andare verso colui che ci chiama. Gesù descrive il comportamento di quelli che sono considerati grandi in questo mondo e dominano (spadroneggiano) gli altri. Ed ecco la sua parola che ci scava dentro e stravolge completamente la nostra religiosità, ci esorta alla conversione, al cambiamento della mentalità: “Tra voi non è così”. È la parola che Gesù sempre rivolge alla sua Chiesa una parola di contestazione radicale che sempre deve risuonare alle orecchie dei discepoli. È un imperativo categorico. Non è possibile che la comunità cristiana abbia come modello il potere mondano spesso ingiusto e totalitario: il governo nella comunità cristiana è “altro”. Dobbiamo riconoscerlo, nei nostri rapporti è di casa l’ipocrisia, l’arrivismo, la falsità la diplomazia e la burocrazia; siamo impareggiabili – c’è di che vergognarci! – in volontà di potenza, in sopraffazione, delazione, calunnia, maldicenza, avidità; rivendichiamo diritti e strumentalizziamo persone. Il grido di Gesù “non è così” ci mette in crisi e ci invita alla conversione. Gesù ripete per due volte la norma decisiva. La prima volta dice: “Chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (Mc 10,43). La seconda volta Gesù precisa: “Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,44). Ora adopera il termine “schiavo” (doúlos) indicando il fatto che, per coloro che vogliono seguire Gesù, il servizio è un atteggiamento obbligatorio, un servizio rivolto a “tutti”. Ecco dunque la vera “costituzione” data alla chiesa, ai suoi discepoli. Vuoi essere il primo? Fatti schiavo di tutti. Vuoi essere grande? Mettiti a servizio di tutti… tutti! Nella chiesa non c’è possibilità di acquisire meriti di anzianità, di fare carriera, di vantare privilegi, di ricevere onori: occorre essere servi dei fratelli e delle sorelle, questo basta. Non si tratta di un’invenzione di qualche buontempone; il fondamento di tutto ciò è Cristo stesso e sta nel fatto che “Il figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Sì, Gesù è il Servo sofferente così come è tratteggiato dal profeta Isaia nel brano che in questa domenica ascoltiamo come prima lettura: “Dopo il suo intimo tormento”, cioè dopo aver conosciuto la sofferenza, “il giusto mio Servo” – dice il Signore – “giustificherà le moltitudini, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11). Ecco il volto autentico di Dio. Con Gesù Dio non chiede più di essere servito, ma è lui che si mette a servizio degli uomini, tanto da dare la propria vita per la salvezza dell’uomo. E chiede a noi, discepoli, di seguire il suo esempio. Non si tratta più di norme legali e di precetti che sono da osservare. Si tratta della persona di Gesù e del suo agire e si tratta del rapporto personale con Lui, della sequela. Dobbiamo riconoscere che di fronte a questa Parola ci sentiamo, a dir poco, inadeguati. Ma come dice la seconda lettura di questa domenica “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati nel momento opportuno” (Eb 4,16). In questo cammino non siamo soli.