Sabato, 04  Luglio  2020  14:14:02


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Cristo Re dell'Universo

cristo-redi Don Giovanni Tangorra - Oggi la liturgia celebra la solennità della regalità di Cristo, introdotta da Pio XI al termine dell’anno giubilare del 1925, con la lettera enciclica Quas primas. Lo fece per un motivo pastorale, per imprimere l’immagine del «re pacifico», venuto a stabilire un Regno di giustizia e di misericordia. È un Regno, precisava il papa, principalmente spirituale, non politico, che rigenera l’umanità da dentro. Tuttavia è anche un Regno sociale: Cristo riconcilia tutte le cose, per cui la vita civile non può che ricavarne benefici.

1) Questa è anche la domenica che chiude l’anno liturgico e, come per la fine di tutte le cose, la Chiesa fa atto di sottomissione al suo Signore, che la seconda lettura, tratta dall’Apocalisse, invita a confessare «Alfa e Omega». Sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, qui adoperate come simbolo di Cristo principio e fine della storia. È l’occasione per riflettere sul senso del tempo, un problema dinanzi al quale ci troviamo spesso inadeguati.

Siamo riusciti a misurarlo, ma vorremmo tanto controllarlo, e persino prevederlo, mentre scivola via, come sabbia tra le dita. Per Agostino è estensione dell’anima, lo percepiamo in base alla nostra condizione. Per alcuni è tempo che scorre e rinnova, per altri è un tempo che incide ferite sui loro sogni.

Ciononostante, esso resta la nostra grande risorsa, la materia grezza con cui siamo chiamati a cesellare l’universo. La sua forza sta nella speranza che non si rassegna, e che resta accesa, come una fiamma viva. Tuttavia oggi si avverte un vento freddo, una paura del futuro, che si diffonde, raggelando i rapporti. Sono veramente stupito di quanto pochi si stiano accorgendo che il vero male di cui siamo colpiti è il deficit di speranze.

Per la fede, la speranza ha una radice che è Cristo. Con la sua incarnazione ha portato Dio nel tempo e il tempo in Dio, diventando l’alfa e l’omega, che unifica il primo istante della creazione con l’ultimo della parusia. È il Signore del tempo, perché non c’è un momento della storia in cui egli sia assente. Le ore non sono più una scatola vuota, ma assumono un valore sacramentale che rimanda alla sua presenza, invisibile ma vera, silenziosa ma preziosa. Nulla andrà perduto. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Il Signore del tempo raccoglie i nostri giorni, come fa il seminatore con le spighe di grano, e abbraccia il pellegrino che cerca la strada di casa.

2) Il Vangelo del giorno chiarifica in cosa consiste la regalità di Cristo. Siamo all’epilogo della sua vicenda umana. È il tempo della solitudine e dell’abbandono. Dopo la prima condanna, ricevuta dai sacerdoti, guardiani della legge, eccoli ora uno di fronte all’altro: Pilato, giudice e rappresentante della regalità politica più potente, e Gesù, accusato di essersi dichiarato “re”. L’intero dialogo ruota intorno a questo titolo, e sembra di assistere alla scena, chiedendoci anche noi: è o non è un re, e di cosa?

Gesù non nega, anzi conferma: tu lo dici, io sono re. Si avverte la tensione. La posta in gioco è alta, si tratta di sapere come intendere quella cosa cui gli uomini tengono di più: il potere. Pilato non si lascia disorientare dalla risposta, il suo sguardo gli dice qualcosa di diverso, ma è lo stesso maestro a sgomberare gli equivoci, dicendo: «Il mio regno non è di questo mondo», cioè non è come lo intende il mondo. Le regalità mondane s’impongono con la violenza, ma egli non ha eserciti alle spalle, è disarmato e nessuno combatte per lui. Roma non ha dunque nulla da temere, se pensa che sia venuto a rovesciarne la sovranità politica. Ha però tutto da temere (e non solo Roma) perché egli è il re della verità.

«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». Nel vangelo di Giovanni, la verità è Cristo stesso («Io sono la verità»: Gv 14,6) che fa conoscere l’amore divino. In quest’amore l’uomo scopre chi è Dio e chi è se stesso. Per svolgere questa missione non si serve però della politica, bensì della testimonianza, cioè la pubblica attestazione di un’esperienza vissuta. La dichiarazione lascia forse delusi gli eterni zeloti smaniosi di una prova di forza, ma innesca una rivoluzione ben più profonda dei poteri politici ed economici.

Non è sicuro che Pilato abbia ben compreso, o forse ha capito abbastanza, perché i suoi occhi gli mostrano uno strano re senza trono, spoglio e fragile, riflesso nei marmi del suo palazzo. Abituato a ragionare in altri termini, pone non senza una punta d’ironia la celebre domanda: «Che cos’è la verità?». Gesù resta silenzioso. Non c’è bisogno di una risposta. Solo chi è dalla verità saprà riconoscerla, e solo chi la cerca saprà “ascoltare” la sua voce. 

Alla fine del processo non si sa bene chi sia il vincitore: l’innocente è condannato e segue la via della croce, intorno a lui i poteri, che si sono persino alleati tra loro, quello sacerdotale, politico e giudiziario, imponendosi con l’arroganza dell’ingiustizia. Sì, Cristo è il nostro unico re, «e il suo regno non sarà mai distrutto», perché egli ha mandato in frantumi il nostro modo di concepire il mondo.

 

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