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Solennità di Maria Immacolata

immacolata2La Novità di Dio - di Don Massimo Grilli - Nella prima domenica di avvento, la Parola ci introduceva nel nuovo inizio: inizio dell’avvento, dell’anno liturgico, della vita che germoglia dalle macerie della storia, della liberazione. Oggi la stessa Parola ci offre una donna come testimone vivente di questo nuovo inizio. Perché Maria è la novità di Dio, il futuro di grazia in un mondo alla ricerca di senso.

La crisi di senso è diventata forse la caratteristica peculiare del nostro tempo. Una crisi, che porta a un’inquietudine profonda. Cresce la paura e viene meno la fiducia, in tutte le sue forme, il gusto per la verità e per la vita. Siamo travagliati dall’angoscia della sopravvivenza, sia come individui, sia come popoli e nazioni. Non solo a motivo delle armi nucleari o batteriche, dell’aumento dei problemi economici delle nazioni più povere e dei problemi ecologici, ma per tutto ciò che questi problemi rivelano: il desiderio di onnipotenza, il venir meno del rispetto reciproco e della dignità, la massificazione culturale, la menzogna come arma per distruggere l’avversario. Ci si appiglia alle istituzioni e alla burocrazia e viene meno la passione. Tutto è dovuto, tutto è scontato. Maria significa, invece, il ritorno alla creazione originaria, alla promessa di Dio e alla fiducia nell’uomo. È di tutto questo che parlano le letture di oggi.

 

Adamo, dove sei?

L’incontro tra Dio e Adamo che si era nascosto è una di quelle pagine bibliche che devono essere comprese come un “archetipo fondatore”, in quanto basano e spiegano la storia di ciascuno, di ogni Adamo che si trova sulla terra, di ogni volto che si incontra sul cammino della vita. È la storia di tutti riportata “alle origini”. In effetti, il termine ebraico bereshit – con cui inizia la Bibbia – significa “principio”, ma anche “archetipo”. Se questo è vero, allora ogni uomo è ’adam; Adamo era mio padre, mia madre, sono io… La domanda «Adamo, dove sei?» ci riguarda tutti, intimamente, come individui, come comunità e come chiesa.

Dove siamo? Chi siamo? Leggendo la storia dell’umanità, ci si rende conto come la risposta sia stata cercata per ogni dove, spesso con affanno e tragedie. Che cosa è l’uomo? Immagine di Dio e argilla fragile, figlio e ribelle, ipocrita e nostalgico, sazio e assetato… Questo o quello? Questo e quello? È importante che ci facciamo la domanda.

Martin Buber ha scritto: «Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo… Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento… l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento in nascondimento, diventa sempre più problematica… Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l’uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata… A questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo si ponga o no la domanda».

Alla domanda l’uomo risponde: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Il simbolo della nudità, nella Bibbia come nella simbologia dei popoli, è ambivalente: significa vergogna, ma anche verità. Nel bel racconto della storia del rapporto tra Dio e il suo popolo, ricordato nel capitolo 16 del libro di Ezechiele, si fa accenno alla nudità di Israele e alla cura di Dio: «Crescesti, ti facesti grande… ma eri ancora nuda. Ti passai vicino e ti vidi; eri proprio nel tempo dell’amore. Allora stesi il mio lembo su di te, coprii la tua nudità, ti feci un giuramento, feci con te un patto, oracolo di Dio, mio Signore, e fosti mia».

La nudità è la situazione dell’uomo, la sua verità e il suo tormento. Ma il riconoscimento di questa dimensione è il primo importante passo verso la riconciliazione con se stessi, con gli altri e con l’Altro. Fuggire non serve. Bisogna rimanere e capire che Dio non è altrove, ma altrimenti. Dio non è oltre il nostro limite, sulle strade della perfezione e dell’utopia, ma proprio là dove noi ci troviamo. Solo a chi si conosce e si riconosce è promessa la vittoria: al seme della donna, che sta a significare anzitutto l’umanità, i figli di Adamo che riconoscono i loro limiti e non fuggono, ma si affidano al compimento di Dio e operano per un’umanità nuova. Maria rappresenta tutto questo.

 

Maria e la creazione nuova

Per comprendere la funzione del racconto dell’annunciazione nell’intenzione di Luca, è necessario dare uno sguardo al contesto in cui il racconto è collocato. A un lettore attento, che affronta i primi due capitoli del vangelo di Luca, è subito chiaro che essi sono stati scritti nell’ottica del compimento. Non sono gli eventi di cronaca che interessano l’evangelista, ma il progetto di Dio che si manifesta nella nascita di Colui che «sarà chiamato figlio di Dio».

La sterilità e la vecchiaia di Elisabetta mettono in luce la continuità tra il presente e il passato. Anche le grandi madri di Israele avevano superato le stesse difficoltà grazie all’intervento di Dio. Con Maria, invece, accade qualcosa di nuovo, perché lo Spirito che opera in Maria è una potenza creatrice, come lo Spirito creatore e quello che scenderà sulla prima comunità, nel giorno di pentecoste.

A differenza di Eva e di Adamo, Maria crede nella parola di Dio: non dubita, non pensa che Dio sia geloso dei propri privilegi, non si mette in competizione. Si rende disponibile per un progetto che la supera. Non si nasconde, come Adamo ma, all’annuncio dell’angelo, si mette in cammino: per capire il mistero che alberga in lei e nel futuro di Dio.

La sua domanda «come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» non esprime dubbio o incertezza, ma la sapienza dei semplici. Perché il grado di realizzazione di una vita consiste nel comprendere la grazia che alberga dentro la propria situazione, dentro il proprio stato, quello che ci è toccato in sorte.

Ancora Martin Buber: «… nella situazione che mi è toccata in sorte, in quello che mi capita giorno dopo giorno, in quello che la vita quotidiana mi richiede: proprio in questo risiede il mio compito essenziale, lì si trova il compimento dell’esistenza messo alla mia portata… Quand’anche la nostra potenza si estendesse fino alle estremità della terra, la nostra esistenza non raggiungerebbe il grado di compimento che può conferirle il rapporto di silenziosa dedizione a quanto ci vive accanto. Quand’anche penetrassimo nei segreti dei mondi superiori, la nostra partecipazione reale all’esistenza autentica sarebbe minore di quando, nel corso della nostra vita quotidiana, svolgiamo con santa intenzione l’opera che ci spetta. È sotto la stufa di casa nostra che è sepolto il nostro tesoro».

Si potrebbe anche dire che la nostra vita con le sue crisi e le sue disobbedienze è lì, sotto gli occhi dell’Onnipotente: non abbiamo bisogno di nasconderla, ma di trasfigurarla; o meglio, di metterla nelle mani di Colui che può strapparla alla morte. Ritrovare la centralità di Dio negli impegni quotidiani, significa ritrovare il senso. Un compito non solo necessario, ma indispensabile. Proiettati come siamo alle opere socialmente utili, all’impegno politico – valori sublimi, intendiamoci –, dimentichiamo talvolta che un credente trova solo in Dio la ragione ultima per costruire la città dell’uomo.

Ricevuto l’annuncio, Maria non se ne va lontano dagli uomini: corre da Elisabetta, sua parente. Motivata da un’unica attesa: comprendere e servire il tempo della visita, il tempo della grazia per i figli di Adamo.

 

 

 

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