Santo Natale 2018

nativitagiovannidi Don Giovanni Tangorra - Il Natale contiene il mistero della rinascita. L’istante sembra fermarsi e il tempo riprende fiato. La sua celebrazione annuale risveglia la memoria, e serve ad aprire una pagina su cui scrivere qualcosa di nuovo. Non siamo quelli dell’anno passato, e molte cose sono cambiate, alcune in bene, altre in peggio, in noi e nel mondo che ci circonda. La comunità avverte l’esigenza di raccogliersi e di restare in silenzio. Ascoltare il silenzio, nel frastuono di un mercato, dove ciascuno vende e compra un Dio fatto su misura. In questa celebrazione viene in soccorso la parola di Dio, che la liturgia distribuisce nelle messe della notte, dell’aurora e del giorno.

 

Un figlio ci è dato

 

Le prime letture sono tratte dal libro di Isaia. Le accomuna un senso struggente della promessa. Nel brano notturno (9,1-6), il profeta avverte il dolore del popolo e lascia intravedere all’orizzonte un bagliore, componendo il suo inno messianico: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce». Parla del popolo perché la speranza è un contagio collettivo. Alla luce si contrappongono però le tenebre. È il male, che trama sullo sfondo, e soffoca il grido di gioia. Il motivo del riverbero luminoso è detto poco più avanti: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». La tradizione cristiana vi ha scorto l’immagine del Messia, figlio del cielo e della terra, quindi un po’ di tutti noi. Sì, ci è stato dato un figlio, e sulle sue spalle un nome che riassume le nostre attese: «Sarà principe della pace».

Il protagonista dell’aurora è il «Dio che viene» (Is 62,11-12). Il popolo è tornato dall’esilio, ma ha davanti a sé un futuro tutto da ricostruire. La gioia ha subito lasciato il posto all’amarezza, e solo una forte speranza può riaccendere la fiamma. Con parole accorate, il profeta si rivolge agli affitti, a chi ha solo Dio in cui confidare. «Dite alla figlia di Sion: Ecco, arriva il tuo salvatore». Forse la situazione dei nostri popoli è la stessa, e in molti c’è la voglia di fermarsi, di lasciarsi andare, di arrendersi. Un messaggio del Natale è credere che le cose possano essere cambiate. Non siamo soli. Dio non è chiuso in un’assoluta e distante trascendenza. Ecco ci dona un Salvatore, «e tu sarai chiamata Città non abbandonata». Questa è la buona notizia che non dovremmo stancarci di annunciare, anziché vaticinare sciagure.

Il brano del giorno si rivolge proprio ai messaggeri, scrutando i loro passi leggeri mentre proclamano la shalom: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (Is 52,7-10). Sono sentinelle che alzano la voce, sbirciando in lontananza la penombra che si dissolve nel chiarore del giorno. È un inno alla gioia, che tocca vertici di commozione, perché si rivolge a un popolo tra le macerie: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo». C’è un passaggio di voci: consolate, consolate! Ti consolerò così a lungo che troverai la fiducia. La promessa è una salvezza senza confini. «Dio regna», dice il profeta, e proprio non ci riesce vederlo come nemico dell’uomo.

 

Epifanie notturne

 

I testi delle seconde letture sono estratti dalle lettere a Tito (2,11-14; 3,4-7) e agli Ebrei (1,1-6). Li attraversa il termine epifania, cioè la manifestazione divina. Dio non può essere visto, ma riusciamo a scorgerlo nel volto umano di Cristo, nelle sue emozioni e in ciò che compie. Con lui «è apparsa (epephanê) la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini». Nel tempo che scorre, s’innesta il tempo della salvezza. Occorre comprendere l’importanza della grazia per non affondare nel fango. Essa è necessaria a un mondo che ha perso la sua innocenza, ma giunge come un dono che non possiamo darci da soli. La seconda lettura dalla lettera a Tito nella messa dell’aurora elenca altre epifanie: la bontà di Dio, il suo amore per gli uomini, la sua misericordia. Cristo è l’imago Dei, «il primogenito del mondo», dice la lettera agli Ebrei. E intanto si fa giorno, mentre i Vangeli ci riportano alla vertigine di un bambino che nasce.

A Luca è affidato il compito di raccontare l’epifania di Betlemme (2,1-14), e lo fa con la tecnica del contrasto. In una cittadina polverosa, sconosciuta alle mappe dell’impero, nasce Cristo, «pienezza del tempo» (Gal 4,4). Da una parte il nome macroscopico dell’imperatore Cesare Augusto, e dall’altra un salvator mundi che si presenta in una mangiatoia, in fasce, in un alloggio di fortuna. Forse l’avremmo immaginato diversamente questo giorno così importante; del tipo: un’incoronazione imponente, ma è nello stile di Dio lasciare le sue impronte senza accecare gli sguardi. Tanto basta però a Luca per provocare una «gioia grande», che gli angeli annunciano non nei palazzi del potere o tra le colonne del tempio, bensì «ad alcuni pastori che pernottavano». Che notte è questa? È quella di un fuoco che accende la fede: «Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore».

Anche nei pastori avviene un’epifania, quella dei destinatari della promessa (Lc 2,15-20). Sono i protagonisti dell’aurora: i poveri, gli ultimi, gli anonimi. Nel racconto lucano non ci sono i magi, non c’è oro o argento, né stelle che brillano, ma uomini ai margini, che neanche pensavano di ricevere un annuncio di salvezza. Essi costituiscono la prima corte del re senza corona. Da evangelizzati si fanno evangelizzatori: «Tutti si stupirono delle cose dette loro dai pastori». E poi c’è lei, Maria, la donna, la madre, con cui l’evangelista termina il racconto. Nel suo silenzio è passato il mistero, dal suo grembo ha preso carne il dominatore dell’universo. Nella tempesta degli avvenimenti poche parole e un’inquadratura di primo piano: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».

Il giorno è ormai giunto, si sentono i rumori della città che si sveglia, ma la storia è ancora quella dell’incertezza, che intreccia tenebre e luce. La descrive il prologo del vangelo di Giovanni (1,1-18), trasportandoci in un viaggio che giunge all’eternità delle cose. Il suo proposito è di dire, finalmente, chi è questo figlio che nasce: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Lo chiama Logos, perché non porta solo “parole”, ma è la Parola che esce dal silenzio di Dio. Ne avvertiamo la mancanza, in questo tempo di parole urlate, esibite, messe in vetrina, lanciate come coriandoli, che non sanno più distinguere la verità dalla menzogna. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Noi che gli apparteniamo non siamo riusciti a riconoscerlo, ma la sua tenda ha fatto radici nella storia. La sfida della fede è ormai lanciata e i cercatori sapranno trovarla.