Sabato Santo e Domenica di Pasqua /C

pasqua 2019VEGLIA PASQUALE - «Entrate tutti nella gioia…»
(Rm 6,3-11;Sal 117;Lc 24,1-12): di Don Massimo Grilli

 

 

La Pasqua: ogni vita ha senso

«Chi ama il Signore si rallegri in questa festa di gioia… Nessuno pianga la sua miseria: il regno di Dio è aperto a tutti. Nessuno si rattristi per il suo peccato: il perdono si è levato dal sepolcro. Nessuno abbia paura della morte: il Salvatore ci ha liberati dalla morte, l’ha distrutta proprio mentre era stretto da essa; ha punito l’inferno entrando nell’inferno… Siate tutti nella gioia».

Con questo inno alla gioia, nella seconda metà del IV secolo, Giovanni Crisostomo esortava i credenti a celebrare la pasqua, nella certezza che tutti – nessuno escluso – in questo giorno, possono cantare l’inno della vittoria suprema. Perché la morte è il retaggio di ogni uomo, la nostra più temibile verità, ma la pasqua è la gioiosa certezza che Dio è entrato – una volta per tutte – nel regno della morte e del fallimento. Da questo momento nulla è più come prima: nessuna sconfitta sarà ormai definitiva, nessun fallimento decisivo; ogni vita, grande o piccola, sublime o meschina, fiduciosa o disillusa… è attraversata ormai da una speranza: la speranza che Cristo ha vinto la morte.

 

Morti e risorti con Cristo!

«Perché cercate tra i morti il Vivente?», è stato letto poco fa nel racconto pasquale di Luca: «Non è qui! È stato risuscitato!». E Paolo, nella lettera ai Romani, afferma che tutti noi siamo risorti con Cristo. Ecco la ragione per cui ogni vita, anche la più disillusa, ha un senso: siamo tutti morti e risorti con Lui! Una bella omelia della chiesa bizantina dice che Dio è venuto a cercare Adamo sulla terra, ma non lo ha trovato sulla terra, e allora è disceso agli inferi: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso e lo ha chiamato…, lui che l’aveva già chiamato tra gli alberi del paradiso: “Adamo dove sei?” gli aveva detto nel giardino (cfr. Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti… Adamo era fuggito davanti a lui come un ladro; ma quando è entrato negli inferi lo ha illuminato…».

                Nella Pasqua ebraica, quello che è accaduto nell’esodo, accade anche oggi per ogni figlio di Israele. Nella Pasqua cristiana quello che è accaduto un giorno con Gesù, accade anche oggi per ciascuno di noi. La pasqua non è un semplice ricordo: la pasqua è il memoriale, per cui ogni credente, di qualsiasi tempo e luogo, è chiamato a fare sua quell’esperienza fondante. Ricordarsi di quel giorno, celebrare la festa di pasqua significa ancora una volta dalla schiavitù che opprime, dalla paura che tormenta, dall’odio che distrugge…

 

L’esperienza della salvezza

La pasqua significa fare esperienza di essere salvati. Il verbo “salvare” (in ebraico yasha‘) evoca l’idea di un passaggio da uno spazio angusto e opprimente a uno spazio aperto e libero. La strettoia non è solo, o tanto, quella fisica, ma soprattutto lo stato di angoscia che tormenta l’uomo quando non vede via d’uscita alla sua situazione disperata; è lo spazio occupato da forze avverse, l’assedio dei nemici, ma soprattutto l’incombenza della morte, che tutto chiude. Salvare allora significa aprire gli spazi per chi è stanco, angosciato, oppresso… Tutti possono uscire, tutti sono chiamati a libertà, soprattutto quelli che non hanno più speranza: il cieco e lo zoppo, l’eunuco e la sterile, come proclama Isaia: «Dite ai cuori sconvolti: “Coraggio! Non temete, ecco il vostro Dio! Egli viene con la vendetta, è la retribuzione divina, egli viene e vi salverà”. Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si apriranno. Allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia, perché le acque scaturiranno nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (35,4-6).

Essere salvati significa anche fare esperienza di essere redenti. In ebraico due verbi (padah e ga’al: “redimere”, “riscattare”) esprimono la solidarietà del parente più prossimo, quando qualcuno è caduto in disgrazia. Il principio che illumina la redenzione è la solidarietà. La redenzione è connotata da quell’intima relazione di solidarietà parentale che contraddistingue il rapporto tra redentore e redento. Così, Dio è il redentore d’Israele perché questi gli appartiene, ma è anche il redentore delle vedove, degli orfani, dei poveri e degli oppressi. Anzi, solo Dio è il redentore, in quanto solo Dio può restituire la dignità soppressa e liberare dalla morte. Perché l’uomo sarà veramente redento quando sarà strappato dalle mani della morte.

 

Strappati dalla morte grazie all’amore

La pasqua chiama ogni uomo a scommettere sulla forza dell’amore. La morte soggioga gli uomini, perché essi cercano di sconfiggerla con armi opposte a quelle dell’amore. Il vangelo di Giovanni racconta che Pietro, al momento dell’arresto di Gesù nel Getsemani, «sguainò la spada e colpì il servo del sommo sacerdote» (18,10). La resistenza di Pietro rappresenta la sapienza umana che non afferra il piano di Dio, rimanendo fuori dal progetto d’amore: Pietro rappresenta chi cerca di sconfiggere il negativo della vita con le armi della morte. Ora Pietro corre verso il sepolcro, fa esperienza della risurrezione e un’altra strada si apre al suo cospetto.

 

Accettando il piano di Dio, Gesù indica questa nuova strada, quella simbolizzata dal «grano di frumento, caduto per terra», che se «non muore, resta solo, ma se muore, porta molto frutto». Perché «chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25). Questa piccola parabola giovannea ne richiama un’altra: quella della donna che sta per partorire e che «è triste, perché è venuta la sua ora, ma quando ha partorito il bambino non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è nato un uomo al mondo» (16,21).

 

Entrambe le parabole fanno sgorgare l’ora della luce dall’amore, l’unica grande forza capace di sconfiggere la morte. La stessa forza che spinse il Figlio a cercare l’uomo: «Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non allontanò i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti… Beato sei tu, sepolcro unico, perché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa che in te il Vivente morto ha cacciato via» (Efrem il Siro).

 

 

GIORNO DI PASQUA - Il primo giorno della settimana

(At 10,34.37-43;Sal 117;Gv 20,1-9): di Don Massimo Grilli

 

Il primo giorno della settimana definisce la fede e la novità cristiana, perché è la Pasqua:  non una festa come le altre, ma la «festa primordiale», che dà senso a tutte le altre e senza la quale la chiesa non potrebbe sussistere. Il vecchio adagio di Qohelet «niente di nuovo sotto il sole» che, sotto certi aspetti, ha una sua profonda verità, svanisce di fronte al giorno di Pasqua, perché qualcosa di veramente nuovo è avvenuto nella storia dell’universo.

 

Dio lo ha risuscitato

Il breve discorso di Pietro ci introduce nell’Evento. Il racconto, più che sulla storia di Cornelio, il primo pagano convertito, si sofferma sulla trasformazione di Pietro. Luca fa risalire questa trasformazione a Dio stesso, il quale, dopo aver accompagnato Gesù, durante tutta la sua vita, da ultimo lo destò dai morti mediante la potenza del suo Spirito. Per la presentazione di questo evento, Luca utilizza uno dei vocaboli preferiti: to rhêma (la parola), particolarmente denso, perché non esprime una parola qualunque, un fatto qualsiasi, ma la Parola-Evento, capace di fecondare e trasformare la storia di ciascuno e la storia del mondo. L’evento è questo: colui che era stato appeso al legno, come un delinquente, ed era morto, Dio lo ha risuscitato il terzo giorno.

A motivo della risurrezione, la persona e la storia di Gesù di Nazareth diventano l’Evento per eccellenza, non più ristretto all’interno di una nazione o di una cornice spazio-temporale, ma presente e prorompente nella vita di ogni uomo e di ogni tempo. La risurrezione di Gesù testimonia che Dio è – per sempre e per tutti – il Dio della vita, che sconfigge la morte. Perché la risurrezione non è un miracolo tra gli altri, e neppure la necessaria conclusione riparatrice dopo il fallimento della morte, ma la novità assoluta di Dio nel regno governato dalla malattia, dalla solitudine e dal limite: è l’acqua che zampilla nel deserto, il respiro di Dio che attraversa – potente – lo Sheol, dove regnano le tenebre. La pasqua è il canto della vita che irrompe tra le macerie della morte volute dall’uomo.

Leggendo attentamente le parole di Pietro, non è difficile scorgere un rimando alla profezia di Isaia, che annunciava il tempo in cui Gerusalemme, la sterile, avrebbe partorito figli, allargando i suoi confini fino alle estremità della terra: «esulta o sterile che non hai partorito… allarga lo spazio della tua tenda… la tua discendenza entrerà in possesso delle nazioni, popolerà le città un tempo deserte» (Is 54,1-3). Questo significa essenzialmente che a Dio niente è impossibile e la vittoria sulla morte ne è la testimonianza suprema. La conversione di Pietro al progetto di Dio, che vuole l’ingresso dei lontani nella salvezza, e la conversione di Cornelio, il pagano trasfigurato dall’azione dello Spirito, segnano l’inizio di una creazione nuova. Una creazione che ancora emerge a fatica tra i rottami del vecchio mondo ma che, agli occhi di chi crede, è già visibile, nei germogli del primo giorno.

 

Il primo giorno della settimana

L’episodio con cui Giovanni inizia il racconto del giorno di pasqua vede protagonisti Maria di Magdala, Pietro e il discepolo che Gesù amava. Tutti e tre i personaggi sono messi a confronto con il paradosso che percorre l’intera giornata (capitolo 20 della narrazione giovannea): Egli è presente, ma lo sguardo umano non lo vede. Il tema non è nuovo nella Bibbia, ma l’esperienza pasquale dei tre è del tutto nuova: la pietra dove era stato deposto il corpo del Signore è rimossa, e il sepolcro è vuoto. Lui c’è, ma non viene visto oppure, se si fa incontro, non viene riconosciuto.

È interessante notare come intorno a questa presenza-assenza tutto è in movimento: Maria va al sepolcro e poi corre dai discepoli; questi, a loro volta, partono in fretta e corrono verso la tomba. Lo spazio è occupato da un viavai continuo e drammatico, alla ricerca di colui che non c’è più, ma è presente. La ragione di tanto affanno è data dal narratore all’inizio del racconto: era ancora buio. L’oscurità, nel Vangelo di Giovanni, ha una valenza simbolica pregnante, perché rappresenta la cecità dell’uomo. Ritorna alla mente la paura dei discepoli al vedere un «fantasma», che camminava sulle acque, quando intorno era ancora buio (6,17). Nel buio Maria e i due discepoli si affannano intorno alla tomba vuota, ma non trovano una risposta, perché – nonostante l’ansiosa ricerca – non hanno ancora trovato la chiave del mistero. Solo alla fine del racconto, Giovanni ci offre la chiave, quando – parlando del discepolo che Gesù amava – dichiara che entrò nel sepolcro, vide e credette. Il discepolo non vide Gesù, ma solo i segni della sepoltura e della morte: le bende e il sudario. Ma, agli occhi del credente, quei simboli di morte testimoniano che, proprio da quella tomba di morte è sgorgata la speranza.

Perché questa è la pasqua: è il primo giorno della settimana nello scorrere lento e immutabile del tempo, la certezza di un’umanità riscattata nonostante le smentite della storia, la sicurezza che Dio troverà la strada per raggiungere i sepolcri costruiti dalla ferocia dell’uomo. Può sembrare poesia, ma ogni credente potrebbe essere testimone che un giorno Dio ha fatto questo nella sua vita. Del resto, il rimando alla Scrittura, alla fine del racconto giovanneo, offre la chiave di lettura del mistero: la promessa di Dio non viene meno.

Il racconto giovanneo degli accadimenti nel primo giorno della settimana – con il correre di Maria di Magdala dai discepoli e di questi verso la tomba dove era stato posto il Signore – raggiunge il culmine nella chiara e netta attestazione che «il discepolo che Gesù amava» entrò finalmente nel sepolcro e «vide e credette». Siamo nel momento più alto della vicenda pasquale, perché un discepolo sa leggere sulle mura di una tomba un disegno d’amore. «Chi mi ama – aveva detto Gesù – sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Di Pietro si dice che «entrò e vide»; del discepolo amato che «vide e credette». Si è molto discusso sull’identità del discepolo che Gesù amava, ma non c’è ombra di dubbio: chiunque sia dal punto di vista storico, egli rappresenta tutti noi quando, tra le macerie della nostra storia personale e la storia del mondo, sappiamo scorgere un germoglio e vivere perché la vita di quel piccolo seme pesi di più sulla bilancia.

 

 

VEGLIA PASQUALE

«Entrate tutti nella gioia…»

 

 

Rm 6,3-11

Sal 117

Lc 24,1-12

 

La Pasqua: ogni vita ha senso

«Chi ama il Signore si rallegri in questa festa di gioia… Nessuno pianga la sua miseria: il regno di Dio è aperto a tutti. Nessuno si rattristi per il suo peccato: il perdono si è levato dal sepolcro. Nessuno abbia paura della morte: il Salvatore ci ha liberati dalla morte, l’ha distrutta proprio mentre era stretto da essa; ha punito l’inferno entrando nell’inferno… Siate tutti nella gioia».

Con questo inno alla gioia, nella seconda metà del IV secolo, Giovanni Crisostomo esortava i credenti a celebrare la pasqua, nella certezza che tutti – nessuno escluso – in questo giorno, possono cantare l’inno della vittoria suprema. Perché la morte è il retaggio di ogni uomo, la nostra più temibile verità, ma la pasqua è la gioiosa certezza che Dio è entrato – una volta per tutte – nel regno della morte e del fallimento. Da questo momento nulla è più come prima: nessuna sconfitta sarà ormai definitiva, nessun fallimento decisivo; ogni vita, grande o piccola, sublime o meschina, fiduciosa o disillusa… è attraversata ormai da una speranza: la speranza che Cristo ha vinto la morte.

 

Morti e risorti con Cristo!

«Perché cercate tra i morti il Vivente?», è stato letto poco fa nel racconto pasquale di Luca: «Non è qui! È stato risuscitato!». E Paolo, nella lettera ai Romani, afferma che tutti noi siamo risorti con Cristo. Ecco la ragione per cui ogni vita, anche la più disillusa, ha un senso: siamo tutti morti e risorti con Lui! Una bella omelia della chiesa bizantina dice che Dio è venuto a cercare Adamo sulla terra, ma non lo ha trovato sulla terra, e allora è disceso agli inferi: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso e lo ha chiamato…, lui che l’aveva già chiamato tra gli alberi del paradiso: “Adamo dove sei?” gli aveva detto nel giardino (cfr. Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti… Adamo era fuggito davanti a lui come un ladro; ma quando è entrato negli inferi lo ha illuminato…».

                Nella Pasqua ebraica, quello che è accduto nell’esodo, accade anche oggi per ogni figlio di Israele. Nella Pasqua cristiana quello che è accaduto un giorno con Gesù, accade anche oggi per ciascuno di noi. La pasqua non è un semplice ricordo: la pasqua è il memoriale, per cui ogni credente, di qualsiasi tempo e luogo, è chiamato a fare sua quell’esperienza fondante. Ricordarsi di quel giorno, celebrare la festa di pasqua significa ancora una volta dalla schiavitù che opprime, dalla paura che tormenta, dall’odio che distrugge…

 

L’esperienza della salvezza

La pasqua significa fare esperienza di essere salvati. Il verbo “salvare” (in ebraico yasha‘) evoca l’idea di un passaggio da uno spazio angusto e opprimente a uno spazio aperto e libero. La strettoia non è solo, o tanto, quella fisica, ma soprattutto lo stato di angoscia che tormenta l’uomo quando non vede via d’uscita alla sua situazione disperata; è lo spazio occupato da forze avverse, l’assedio dei nemici, ma soprattutto l’incombenza della morte, che tutto chiude. Salvare allora significa aprire gli spazi per chi è stanco, angosciato, oppresso… Tutti possono uscire, tutti sono chiamati a libertà, soprattutto quelli che non hanno più speranza: il cieco e lo zoppo, l’eunuco e la sterile, come proclama Isaia: «Dite ai cuori sconvolti: “Coraggio! Non temete, ecco il vostro Dio! Egli viene con la vendetta, è la retribuzione divina, egli viene e vi salverà”. Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si apriranno. Allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia, perché le acque scaturiranno nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (35,4-6).

Essere salvati significa anche fare esperienza di essere redenti. In ebraico due verbi (padah e ga’al: “redimere”, “riscattare”) esprimono la solidarietà del parente più prossimo, quando qualcuno è caduto in disgrazia. Il principio che illumina la redenzione è la solidarietà. La redenzione è connotata da quell’intima relazione di solidarietà parentale che contraddistingue il rapporto tra redentore e redento. Così, Dio è il redentore d’Israele perché questi gli appartiene, ma è anche il redentore delle vedove, degli orfani, dei poveri e degli oppressi. Anzi, solo Dio è il redentore, in quanto solo Dio può restituire la dignità soppressa e liberare dalla morte. Perché l’uomo sarà veramente redento quando sarà strappato dalle mani della morte.

 

Strappati dalla morte grazie all’amore

La pasqua chiama ogni uomo a scommettere sulla forza dell’amore. La morte soggioga gli uomini, perché essi cercano di sconfiggerla con armi opposte a quelle dell’amore. Il vangelo di Giovanni racconta che Pietro, al momento dell’arresto di Gesù nel Getsemani, «sguainò la spada e colpì il servo del sommo sacerdote» (18,10). La resistenza di Pietro rappresenta la sapienza umana che non afferra il piano di Dio, rimanendo fuori dal progetto d’amore: Pietro rappresenta chi cerca di sconfiggere il negativo della vita con le armi della morte. Ora Pietro corre verso il sepolcro, fa esperienza della risurrezione e un’altra strada si apre al suo cospetto.

 

Accettando il piano di Dio, Gesù indica questa nuova strada, quella simbolizzata dal «grano di frumento, caduto per terra», che se «non muore, resta solo, ma se muore, porta molto frutto». Perché «chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25). Questa piccola parabola giovannea ne richiama un’altra: quella della donna che sta per partorire e che «è triste, perché è venuta la sua ora, ma quando ha partorito il bambino non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è nato un uomo al mondo» (16,21).

 

Entrambe le parabole fanno sgorgare l’ora della luce dall’amore, l’unica grande forza capace di sconfiggere la morte. La stessa forza che spinse il Figlio a cercare l’uomo: «Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non allontanò i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti… Beato sei tu, sepolcro unico, perché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa che in te il Vivente morto ha cacciato via» (Efrem il Siro).

 

                                                                                                                                             d.massimo grilli