II Domenica di Pasqua /C

tommasoLa fede di Tommaso, la nostra fede, di Don Roberto Sisi

La liturgia della domenica odierna, chiamata anche domenica della Divina Misericordia, è un invito alla fede in Gesù Cristo, morto crocifisso e risorto. Il modello di questa fede oggi è san Tommaso, una figura tanto controversa e additata come esempio di fede dubbiosa.

Conviene subito individuare nella figura di Tommaso due profili: il Tommaso che chiede prove per credere, quel profilo sul quale tutti noi siamo abituati a fissare la nostra attenzione, e il Tommaso che, dopo aver visto il Risorto, professa la propria fede in modo unico, come mai nessun altro aveva fatto prima: «Mio Signore e mio Dio!».

Non è un caso che questo racconto intervenga alla fine del Vangelo di Giovanni. È sicuramente per indicare la conclusione e lo scopo di tutto il percorso e il procedimento del racconto che fa Giovanni della vita, delle opere di Gesù e di tutta la riflessione teologica che ne viene fuori: credere in Gesù Cristo. In altri termini, l’Evangelista ha scritto e organizzato il suo testo con l’intento di condurre pian piano i suoi lettori alla fede. E quella fede “ultima” la mette in bocca a Tommaso attraverso questa dichiarazione profonda: “Mio Signore e mio Dio!”.

Il passaggio dal primo al secondo Tommaso indica il cammino di fede che ognuno di noi è chiamato a percorrere, un cammino che può anche essere fatto di alti e bassi, di salite e discese, di certezze e dubbi. L'essenziale è che dai dubbi arriviamo ad una certezza e che questa certezza orienti tutta la nostra vita. Infatti, il contrario della fede non è il dubbio, bensì l'idolatria.

Il primo Tommaso, cioè quello che vuole vedere prima di credere, evoca la fede dell’uomo scientifico. Questo ci permette di sfiorare il rapporto fede e scienza, che, senza opporsi mai, sono come due ali per chi è in cerca della Verità. La ragione è un valore aggiunto, perché permette alla fede di liberarsi dalla superstizione e da ogni credenza magica o ingenua.

La Verità non è sempre in quello che si vede. Non tutto nella vita ha bisogno di essere materialmente dimostrato per essere creduto. Il rimprovero di Gesù a Tommaso che vuole vedere e toccare prima di credere è un invito a capire la fede in quello che essa ha di specifico, ovvero l’abbandono fiducioso.

La fiducia precede qualunque dimostrazione. Notiamo che non è la prima volta che Gesù rimprovera il desiderio di prove o segni. “Questa generazione mi chiede un segno…”! Così oggi rimprovera alla nostra fede l'eccessiva ricerca di prove.

La nostra fede è spesso in cerca di miracoli e segni eclatanti. Basta vedere con quale motivazione ci rechiamo nei vari santuari. «Beato chi crede anche senza aver visto».

Tutta la liturgia pasquale è un invito a credere nel Risorto, ad incontrare il Risorto, a diventare testimoni e messaggeri della Risurrezione, e, infine, a vivere da risorti, «a ricercare le cose di lassù».

Non abbiamo bisogno di prove materiali per tutto ciò. Quando Giovanni e Pietro arrivano alla tomba, credono dopo aver visto la tomba vuota. Hanno visto il sepolcro vuoto come le donne lo avevano descritto e hanno creduto. È davanti a questa «prova negativa», chiamata anche prova oggettiva, che i discepoli credono. Poi la «prova positiva» o soggettiva, ovvero le apparizioni di Gesù stesso, arriveranno solo per confermare quello che, anche senza averlo visto, avevano già creduto. Il racconto dell’apparizione del Risorto ai discepoli sulla via di Emmaus mette in evidenza il fatto che sia le donne, prime testimoni della Risurrezione, sia i discepoli recatisi al sepolcro, hanno visto solo “la tomba vuota, ma Lui non l’hanno visto”. Pertanto hanno creduto.

Come dicevo prima, quello che ci serve di modello è il secondo profilo che assume Tommaso con questa esclamazione: «Mio Signore e mio Dio!». Se il Vangelo di Giovanni è un itinerario il cui scopo è quello di portare alla fede, l'autore del quarto Vangelo fa giungere questo traguardo con la figura di Tommaso. Ecco allora giustificata l'affermazione con la quale abbiamo aperto questa nostra riflessione, cioè Tommaso, il nostro modello di fede.

Dal 30 aprile 2000, giorno della canonizzazione di suor Faustina Kowalska, promotrice della devozione per la Divina Misecordi le rivelazioni ricevute da Gesù stesso durante le varie apparizioni, la seconda domenica di Pasqua è stata istituita da Giovanni Paolo II “domenica della Divina Misericordia”. Questa misericordia è la caratteristica dell’amore viscerale di Dio. La Croce, le piaghe di Gesù ne sono il simbolo evidente e eloquente.

Letta in quest’ottica, l’interazione tra il Risorto e Tommaso è un grande momento di misericordia. È questa stessa misericordia che Gesù ha avuto nei confronti di ogni discepolo per il suo tradimento o rinnegamento.

Molto suggestivo è il quadro di Caravaggio che narra questo episodio. Nel dito di Tommaso che si avvicina alla ferita del costato di Gesù, nella mano "sporca", grossolana, si vede la "miseria", l'incapacità di fidarsi appieno. Invece nel gesto di Gesù che si scopre il petto per far vedere la ferita e afferra il polso del discepolo, si può leggere la grande misericordia, l'amore spropositato. Gesù si abbassa ancora, come se dovesse dimostrare una volta di più lo smisurato gesto d'amore già compiuto con la morte in croce.

In questo modo due sono i concetti che la domenica di oggi ci consegna: fede e misericordia.