Domenica di Pentecoste

Pentecostedi Don Franco Proietto - Quando ci si guarda intorno, vediamo le meravigliose opere del creato e ringraziamo il Padre per i doni che ci ha dato. Quando contempliamo la vita di Gesù, che ci attrae irresistibilmente, piangiamo sulla sua sofferenza - perché è connaturale a quella umana-, condividiamo il suo affetto verso l'uomo nostro fratello, ci meravigliamo della sua disponibilità verso i più deboli e infine, stupiti, ammiriamo la sua Risurrezione e gioiamo perché siamo trascinati con Lui nella stessa dimensione soprannaturale.

In poche parole, sia per quanto riguarda Dio Padre, sia per quanto riguarda il Dio Figlio, la visibilità, direi quasi la tangibilità, è per noi uomini del concreto uno strumento più adatto per comprendere la loro identità. Ma parlare dello Spirito - indicato come Alito, Vento impetuoso, Consolatore, Suggeritore, Fuoco … Amore - quando la sensibilità umana è assente potrebbe sembrare più difficile. Eppure è Colui che dà forza alla vita, penetra nelle nostre strutture spirituali e le rinvigorisce, riscalda i nostri cuori, dà luce all'intelletto, entusiasma le nostre speranze, è in sostanza la vita della nostra vita; è l'Amore di Dio per noi.

Non è visibile, non è palpabile l'amore, eppure è ciò che dà senso al cuore dell'uomo, è la leva del vivere umano, è ciò che dà significato all'esistenza. L'uomo senza amore è un uomo morto, pur vivendo. L'uomo senza lo Spirito è stanco, freddo, arido, senza la gioia di vivere, senza il suo significato. Lo Spirito di Dio non è in un luogo: penetra però dovunque, aleggia sulle acque, fa crescere i semi della terra, rinvigorisce le forze spente, dà certezze alle speranze. Il capitolo 37 di Ezechiele (le ossa aride) ce ne dà un esempio.

Quando guardiamo la Chiesa di oggi lo sguardo vede una “certa” comunità smorta, poco entusiasta, che anzi vive di rendita e non dà gioia ai suoi fedeli. Sembriamo in un continuo ripiegamento, stiamo costruendo le trincee per ripararci dagli attacchi, invece che essere cavalieri di assalto per portare la Parola di Dio dovunque c’è l’uomo, là dove certamente soffia lo Spirito di Dio. Se manca il senso della missione lo Spirito si è spento. È affievolita la coscienza di una forza interiore, che ci è data e che potrebbe cambiare in un batter d'occhio una situazione che si trascina stanca solo per tamponare le perdite.

Se è così: non siamo consapevoli della ricchezza che abbiamo, non abbiamo fiducia nello Spirito. Sarebbe un peccato grave perché avremmo più fiducia nelle nostre capacità, che nelle forze del Vento della Pentecoste.

Se siamo impauriti, come appare, perché il mondo - o il male - avanza inesorabile nei nostri spazi, e alziamo muri per ripararci o rintanarci al sicuro, vuol dire che non siamo riscaldate dal Fuoco di Dio.

Il cristiano, come tutti gli uomini, vive coinvolto nel perenne conflitto tra speranza ed esperienza (spesso assai dura). Questa non è data solo dalla consapevolezza di una tragica realtà, che attraversa tutto l'orizzonte umano, fino alla morte, ma anche dalla sofferenza, dal dolore e dal male, dai fallimenti e sconfitte quotidiane. Se una differenza di impostazione di soluzione di questi reali problemi egli deve avere, questa è data dalla speranza della presenza dello Spirito nel mondo. Questa differenza non ci farà mai adattare alle leggi e alle fatalità ineluttabili di questa terra. Ci dà la forza e la sicurezza che Lui combatte qui - questa è l'esperienza - con noi e ci accompagna nella lotta come parte integrante del nostro combattimento quotidiano, quello dei "giorni ordinari".

È lo stesso spirito che qui sulla terra ci dà la speranza di non acquietarci in un assopimento che è tale e quale alla deleteria tiepidezza di cui parla l'Apocalisse (13, 8); ci scuote invece con l'inquietudine e la “impazienza” perché si possa operare per un mondo migliore di quello che troviamo.

Da soli dove vogliamo andare? Senza di Lui la speranza, che è strutturalmente presente nel cuore dell'uomo (gli esistenzialisti cattolici dicono che l'uomo [non: ha, ma] è speranza) diverrebbe un’utopia sospesa in aria.
Nella consapevolezza certa di vivere con tutti gli uomini della terra accompagnati dallo Spirito, siamo ugualmente convinti che c'è qualcosa in più, una marcia in più, che dà valore alla nostra operosità quotidiana; difatti “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo …”. Questo desiderio e anelito incessante che è nel cuore dell'uomo per superare i limiti del tempo e della morte, e dato dei “sospiri” che sono nel nostro cuore, sono opera dello Spirito che ci fa oltrepassare i limiti per andare verso l'eternità.
Per non vagare in modo indefinito, quale”taglio” dà la lettura evangelica di oggi riguarda allo Spirito? Si potrebbe individuare più verità. Il Padre (con il Figlio) e il Paraclito dimoreranno dentro di noi se ameremo Gesù.
Lo Spirito insegnerà ciò che Gesù ha detto e confermerà quasi in modo esistenziale, come prolungamento della sua presenza, le sue parole, le sue azioni; ma Lui stesso dimorerà nella persona che vuole riceverlo. È questa la realtà della inabitazione di Dio e noi.

Nell'Antica Alleanza la tenda, la Shekinah, era il Santuario di Dio tra gli uomini e li accompagnava nei pellegrinaggi dei vari deserti della vita. Qui il Signore si intratteneva con Mosè “faccia a faccia”. Qui Yahweh veniva “consultato” dal suo popolo, attraverso l'intermediarietà del profeta. Qui c'era la garanzia che il Signore camminava accanto, in mezzo agli uomini, proprio perché nella tenda aveva posto la sua dimora.

Oggi lo Spirito di Dio è Lui stesso in ciascuno dei battezzati. Tu, io, siamo la tenda di Dio, sua abitazione. C’è, è vero, un tabernacolo che raccoglie “la presenza di Dio tra gli uomini”, Gesù Eucaristia. Ma l'uomo, gloria di Dio, è davvero suo tabernacolo, tabernacolo “nomade” come la Shekinah, ma vivente, che va dove è l'uomo a vivere la sua esistenza. Lo Spirito di Dio, presente in te, ti porta dove può alitare per riscaldare i cuori freddi dell'uomo, per rinvigorire le speranze spente, per ravvivare i lumignoli appena o ancora fumiganti. Egli si è scelto la mia persona dovunque sia; nei vari deserti dell'esistenza umana, io sono la tenda di Dio che si “adatta” alle varie, problematiche situazioni del mondo per purificarle, sublimarle, santificarle. “Se tu conoscessi il dono di Dio!”.
Perdendo lo Spirito di Dio dentro di noi, non avremmo ciò che fa la differenza per essere credibili e per dare fiducia e conforto a chi è depresso.

L'altro pensiero è che lo Spirito Santo ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Gesù ci ha detto.

L'insegnamento di Gesù non è solo teorico, intellettuale, ma anche esistenziale e pratico, è un insegnamento vissuto, testimoniato, poi condiviso con tutti quelli che lo accolgono. L’insegnamento è vita dello Spirito data, ricevuta e convissuta.
Infatti, se consideriamo la parola “insegnare”, vuol dire “segnare dentro”, contrassegnare: nel cuore e nella mente. L'insegnamento è con le opere e con le parole. Quello che ho fatto Gesù, lo fa lo Spirito Santo, lo fa il cristiano oggi, tempo dello Spirito dopo l'Ascensione, fino alla fine dei giorni, per l'umanità in mezzo a cui vive. Questa è per ognuno di noi dignità e responsabilità secondo i carismi ricevuti.

Qual è il mio ruolo oggi nella società? Là io devo essere presenza dello Spirito, “insegnamento”, traccia visibile dell'eredità che ho avuto in dono. Ognuno di noi è un didaskalos, catechista incaricato di fissare e sviluppare, per le comunità in mezzo alle quali abita, il contenuto del Vangelo, riportandolo alla memoria, cioè riportandolo nel vissuto perché lo Spirito rifiorisca.