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XXVII Domenica T.O. /C

Gesu-parlaViviamo con fede e umiltàdi Franco Ferro, diacono

In queste domeniche l’evangelista Luca ci presenta Gesù che percorre le strade polverose della Palestina nel suo viaggio verso Gerusalemme, fermamente deciso in cuor suo a portare a compimento il disegno di salvezza del Padre per l’uomo, sino alle conseguenze estreme per la sua vita (Lc 9,51). Durante questo viaggio Egli annuncia la lieta notizia, benefica chi incontra, ammaestra i discepoli e le folle; al contempo contende con i farisei e i dottori della legge.

È un camminatore infaticabile, un predicatore appassionato, un guaritore formidabile: non risparmia le energie, tutta la Sua Persona è letteralmente “incendiata” dallo zelo di annunciare il Vangelo, in parole e opere (cfr. Lc 12,49-50). Egli si nutre di un unico cibo: fare la volontà del Padre che l’ha mandato (Gv 4,34). Di giorno opera, la notte prega (Lc 6,12): il tempo della sua esistenza è totalmente speso in favore della missione.

Possiamo immaginare i sentimenti degli apostoli alla sequela di un tale Rabbi, che sembra proprio il Messia annunciato dai profeti e tanto atteso da Israele, ma allo stesso tempo tanto imprevisto e incomprensibile nella sua “modalità” esistenziale e teologica! Al coinvolgimento entusiasta, allo stupore, l’affascinamento, la forte motivazione si accompagnano la fatica, le incomprensioni, quel senso di generale inadeguatezza, che diviene ragione di domanda al Maestro.

Un giorno hanno a chiedergli nel vederlo pregare: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Oggi, consapevoli della loro poca fede: «Accresci in noi la fede!».

Dunque il tema del Vangelo di questa domenica è in prima battuta quello della “fede”.

“Fede”: una parolina di quattro lettere, ma fondamentale per approdare felicemente alla nostra meta esistenziale, la salvezza eterna integrale della nostra persona, anima e corpo.

È evidente che non è questo il luogo per approfondire un tema tanto vasto; desidero, però, fornire brevemente le coordinate fondamentali della questione, sulla scorta della teologia paolina, in particolare la Lettera ai Romani, che affronta l’argomento in modo sistematico.

Perché la fede, quale la sua importanza? Il peccato originale di ribellione ha gettato l’umanità nell’ingiustizia di fronte a Dio e nell’ignoranza circa le cose soprannaturali, fomentando il vortice dei peccati personali: «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3,23). Dunque, l’uomo non può da solo riacquistare la gloria perduta: le sue opere giuste sono qualitativamente del tutto insufficienti a “colmare lo strappo” (cfr. Rm 3,21-31).

«Ora invece – prosegue l’Apostolo – indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio … per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono» (Rm 3,21-22). Ossia la fede – che è dono di Dio ricevuto nel battesimo, che ci spinge a credere, nel coinvolgimento di tutte le nostre facoltà, in Gesù Cristo come nostro Salvatore – diviene essenziale per la nostra realizzazione eterna, quella che chiamiamo la “santità”. Di fronte ai suoi interlocutori che lo interrogano su ciò che debbano fare per ottenere la vita eterna, il Signore risponde inequivocabilmente: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29).

E si tratta di un’opera che non impegna le nostre qualità umane come homo faber, ma solamente la nostra volontà di mettere tutta la vita nelle mani di Dio, con piena fiducia e senza riserve, per mezzo di Gesù Cristo.

Insomma, senza la fede “non si va da nessuna parte”: sarebbe come voler costruire un edificio senza le fondamenta. Essa è la prima delle virtù cristiane, che orienta tutta la nostra vita presente e futura a Dio. Con una fede viva il credente ottiene da Dio quanto gli necessita per l’anima e per il corpo: «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete», conclude l’evangelista Matteo nel passo parallelo al Vangelo di questa domenica (Mt 21,22).

Di qui l’importanza fondamentale per noi tutti della richiesta rivolta dagli apostoli al Signore: «Aumenta la nostra fede!». E noi tutti siamo chiamati a ripetere con insistenza questa stessa richiesta a Gesù: «Aumenta la nostra fede!».

La risposta di Gesù, con il suo linguaggio semitico sapienziale che “estremizza” allo scopo di trasmettere con forza ed efficacia un’idea, “rimbomba” appunto nelle coscienze di noi che lo ascoltiamo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Questo sembra essere il messaggio: la nostra fede rischia di essere sempre in deficit, sempre sottoposta a riserva, mai davvero tale per cui non ci sia nel nostro cuore un margine più o meno ampio di dubbio (cfr. passi paralleli Mc 11,23, Mt 21,21). Tutto ciò è umano, ma in tante occasioni il Signore rimprovera i suoi per la loro poca fede. Che fare allora? Continuare a chiedere senza mai stancarsi (cfr. Lc 18,1ss.): «Accresci in noi la fede!».

Ma Gesù fornisce agli apostoli e a noi oggi un’altra indicazione di fondamentale valore per la vita credente, attraverso una parabola apparentemente del tutto scollegata rispetto a tale tema.

È la nota parabola del “servo inutile”. Ma sarebbe meglio dire “umile”, perché quest’altra essenziale virtù del cristiano, l’umiltà appunto, ci fa intuitivamente superare l’apparente distanza tra le due parti del Vangelo odierno e stabilire un legame con l’altra virtù della “fede”, legame che ora cercherò di esplicitare.

Dobbiamo anche in questo caso avere chiaro in mente che ci troviamo di fronte a una “parabola”, che è un racconto sapienziale tratto dalla vita quotidiana, che mira a far conoscere una realtà invisibile del Regno. Compito del lettore è quello di cogliere il nesso tra racconto e significato nascosto, non semplicemente a fini di conoscenza, ma perché la scoperta del senso profondo diventi nutrimento alla propria vita cristiana.

Pertanto ciò che a un lettore superficiale parrebbe quasi “offensivo” – “servo inutile” – a un’attenta lettura alla luce dello Spirito manifesta la forza vitale di un insegnamento evangelico, che nel nostro caso è questo: cammina in umiltà dinanzi a Dio (cfr. Mi 6,8).

Lungi, perciò, dall’intenzione di Gesù mancare di rispetto alla dignità degli apostoli o di ciascuno di noi. Figuriamoci! Per ciascuno di noi ha versato tutto il suo Sangue! Ma proprio perché ci ama, ci istruisce con dolce fermezza; Lui che per primo vive fino in fondo nella sua carne ciò che insegna. Infatti, chi è il “servo” per eccellenza se non Lui, che è venuto a servire noi uomini e non a farsi servire? Chi è l’“obbediente” per antonomasia se non Lui, che si è fatto obbediente fino alla morte di croce? Chi è l’“umile” se non Gesù, che si è sottoposto a ogni sorta di umiliazione per amore nostro?

Allora, anche tu, che vuoi essere suo discepolo, comportati allo stesso modo: con tutta umiltà, perché – ed ecco il legame con la fede – il “semino” della fede può affondare solo nella terra buona di un cuore umile. Solo l’umile, il povero di spirito, sa riconoscere il proprio posto dinanzi a Dio. Al contrario l’orgoglioso, accecato dal senso di autosufficienza, non si sente bisognoso dell’aiuto divino: resta chiuso in se stesso e non si apre alla dimensione salvifica della fede.

In tal modo Gesù ci vuole mettere in guardia dalla pretesa di ottenere gratitudine e riconoscimenti per le nostre opere buone, tanto pericolosa perché pone il nostro “io” al centro della vita e ci rende refrattari al discorso di fede. Al contrario un nostro salutare “ridimensionamento” crea le condizioni per accogliere Dio come autore unico della nostra salvezza, altrimenti, come si è sopra detto, impossibile per l’uomo (cfr. Lc 18,27).

Potremmo dire che l’appropriazione intima delle opere buone da parte nostra ci espone al rischio del “pio ebreo”, convinto di salvarsi in forza di esse e perciò ben disposto al giudizio di condanna nei confronti di chi tali opere non compie. Gesù sbaraglia il campo dal fariseismo di allora, come di oggi e ci intima di camminare nell’umiltà di un servizio totalmente gratuito, che ha come unica aspettativa il dono altrettanto gratuito e immeritato della grazia salvifica di Dio.

Giusto per sgombrare il terreno da equivoci, certamente va riconosciuto il valore meritorio delle opere, ma in dipendenza del dato della fede in Gesù Cristo e come conseguenza di essa: è quella «fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6).

Che dire, allora, in conclusione. Ci riconosciamo anche noi, come gli apostoli, inadeguati, incapaci di cogliere la novità del Vangelo. Ma come gli apostoli non ci scoraggiamo, bensì ci appelliamo con forza al divino Maestro e lo supplichiamo: «Accresci in noi non solo la fede, ma anche l’umiltà!». E volgiamo lo sguardo verso l’umile Serva del Signore, che credette all’adempimento della sua Parola, perché implori per noi presso il Cuore del Figlio il dono di queste due virtù, che sole ci rendono graditi agli occhi di Dio. «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4).

 

 

      

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