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XXVIII Domenica T.O. /C

gesu lebbrosoDalla guarigione alla salvezza, di P. Antonio Coppola, passionista 

E’ interessante osservare come in questo passo del vangelo i dieci lebbrosi pur tenendosi lontani da Gesù, come era loro prescritto, invocano compassione. Forse un’elemosina o forse anche la guarigione.

Essi comprendono che Gesù è il Maestro e gli chiedono di avere pietà di loro.

Cristo dice loro: “Andate dai sacerdoti”. Essi, fidandosi di Lui, obbediscono.

Da cosa nasce però l’obbedienza dei lebbrosi al precetto dato da Gesù?

La loro obbedienza parte da un BISOGNO.

I lebbrosi hanno un bisogno indispensabile di essere guariti e pertanto si fidano di Gesù.

In altre parole si fidano perché hanno un bisogno da appagare.

Proprio mentre si stanno incamminando essi si trovano guariti.

A questo punto, nove di loro, felici dell’appagato bisogno, proseguono nel loro cammino, limitandosi a godere di quanto ricevuto, quasi come si trattasse di un diritto acquisito.

È bene invece fermarsi ad osservare il comportamento del Samaritano. Anche egli è stato guarito esattamente come gli altri, ma lui non ce la fa a restare indifferente a quanto ricevuto.

Lui si stupisce di quanto accaduto.

Egli sente il bisogno di ringraziare per il dono ricevuto. Torna indietro e lo fa “lodando Dio”, perché consapevole che quanto avvenuto non è qualcosa di “dovuto”, ma è qualcosa di “donato”.

Questo rivolgersi al Signore solo quando se ne sente “bisogno”, dimenticando della gratitudine di quanto ricevuto come fanno i 9 lebbrosi in questo passo del vangelo, è purtroppo un fenomeno altamente diffuso, sintomo di una sorta di religiosità che porta a credere in QUALCOSA.

Il samaritano invece non crede semplicemente in QUALCOSA, ma invita a credere in QUALCUNO con un nome preciso: Gesù!

Ed è nel comportamento del Samaritano che Gesù riconosce il valore salvifico della Fede.

Tutti sono guariti, ma uno solo è salvato.

Quale è dunque la differenza tra l’essere guariti e l’essere salvati? Apparentemente potrebbe sembrare che tutti e dieci abbiano ottenuto lo stesso identico effetto guarendo dalla lebbra.

La salvezza data dalla fede, invece, è qualcosa in più del semplice uscire da una situazione di difficoltà.

Con tutti e dieci Dio cerca l’uomo perché mosso dal suo amore di Padre, ma è solo quando l’uomo sta al gioco e risponde a quella chiamata che la relazione che ne risulta prende il nome di “Fede”.

La fede infatti, come ogni relazione è caratterizzata dalla logica del dialogo, dalla reciprocità, e non certo dal monologo o peggio dalla semplice richiesta. La fede è un’esperienza che si può fare unicamente in un orizzonte di condivisione. Essere credenti, pertanto, non significa pensare semplicemente che Dio esista, come fanno i 9 lebbrosi che invocano Gesù perché lo riconoscono come maestro ma poi dimenticano la gratitudine e non tornano al dialogo con Lui. La fede è qualcosa di più.

Oggi la fede di molti credenti assomiglia più a un monologo religioso che a una relazione viva e vera con Dio: molti di quelli che si dichiarano credenti non sanno dialogare con Lui.

Sanno chiedere ma non ascoltare, sanno recitare preghiere ma non sanno pregare e il rischio che si corre è che la fede decada a religiosità fredda e sterile.

Che fare allora per passare dalla religiosità alla fede?

Una cosa sola: porsi nelle condizioni di sentire le numerose chiamate di Dio e, oltre che sentirle, ascoltarle per rispondergli.

Avere fede è saper imparare a dialogare con un “Qualcuno”, saper tornare indietro come il Samaritano, lodando Dio, perché consapevoli di quanto ricevuto.

È solo allora, quando si intesse quel dialogo profondo con Dio che la fede si fa relazione affascinante, anzi, seducente ed irrinunciabile.

È solo in quel momento in cui si impara a relazionarsi con Cristo, come in una storia d’amore in cui nulla è dovuto ma tutto è dono di sé, che non si è semplicemente guariti, ma salvati.

 

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