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XXIX Domenica T.O. /C

Lc181-8di Monsignor Giovanni Verginelli - L'evangelista Luca entra nella liturgia di questa domenica col fissare l'oggetto cui prestare l'attenzione, cioè la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.

Dapprima si deve tener presente la lettera di san Paolo a Timoteo, sulla quale è opportuno concentrare l'attenzione, in particolare là dove esprime, e con vigore, il verbo <Ti scongiuro> per far seriamente porre l'accento di tentare ogni mezzo perché qualcosa di negativo non accada nell'annunciare la Parola, cioè le Sacre Scritture, perché esse provengono da Dio stesso. Esse sono efficaci come una spada a doppio taglio che penetra nelle vive carni.

Egli insiste nell'annuncio della parola fatto anche con veemenza.

E nella circostanza liturgica odierna l'aspetto preminente, cioè l'oggetto che penetra come una spada, riguarda la preghiera, che innalzata a Dio non ritorna all'uomo senza aver prodotto il frutto sperato.

Però non una preghiera formale - come quella del fariseo nel tempio - ma come quella del figlio verso il padre, più gradita a Dio di quella del pubblicano nel tempio, anche se all'occorrenza sfocia nel litigio tra figlio e Padre.

La parabola di Gesù espone la richiesta in un tono forte, come esempio drammatico dell'orante, e con più ragione tra Dio e il cristiano, maggiorato della figliolanza: la donna della parabola era forse solo una cittadina sulla quale aveva competenze il giudice.

Dio ha una competenza somma e ineffabile, perché creatore e padre.

Gesù, assumendo un linguaggio umano per farsi comprendere dagli uomini, nel caso della preghiera o della supplica, per insegnare come rivolgersi a Dio, uno e trino, Creatore e Padre, adotta - mediante codesta parabola - un linguaggio consono agli uomini, secondo lo stile e la logica dell' episodio paragonabile tra le cose degli uomini, ma facendo rilevare una logica morale, da tutti accettata e ammessa, per convincere l’uomo ascoltatore ad affidarsi completamente alla volontà divina.

Già in precedenza la liturgia, nel prendere come esemplare l'episodio della preghiera di Mosè mette in risalto la fatica dell'orazione, per la tensione che essa suscita nell’orante, tanto che, per allentare la tensione fisica e potenziare quella morale, due uomini dopo averlo fatto sedere gli tengono sollevate le braccia e Mosè prosegue fino ad ottenere la vittoria sopra i nemici.

Al contrario, di diversa impostazione dottrinale, dal punto di vista istruttivo è la parabola del giudice e della vedova. La donna - come altri del luogo - non è venuta a conoscenza che il giudice non era timorato di Dio, né aveva riguardo per alcuno, lei, gravata dalla vedovanza, si recava dal giudice pregandolo di amministrare la giustizia contro il suo avversario - del quale non si conosce né il nome, né il motivo e l' oggetto della contesa (Ma è una parabola!) -.

Il giudice temporeggiò per un pò, però per l'insistenza continua della donna ritorna su se stesso, cioè avviene nel giudice un cambiamento, a motivo della petulanza della donna, delle ostinate pressioni, divenute per il giudice ulteriormente insopportabili.

Avviene un po' quasi come nel ragionamento del figliol prodigo, anche se sotto diverso aspetto e scopo. Il giudice ragiona tra sé e sé “anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno” a causa del fastidio che gli procura questa donna dice “le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”.

La causa motivo per accelerare il processo da parte di codesto giudice, in questo caso, nell'amministrazione della giustizia non sono la petulanza e l'ostinazione della donna, ma che il giudice non vuole più essere importunato: è una questione soggettiva del giudice, cioè per togliersela di torno!

L'amministrazione della giustizia è un dovere del giudice, il difetto del giudice consiste nell’ omettere di amministrarla. L’atto ritardato potrebbe favorire l’ingiustizia!

Sul versante vero della parabola non è l’amministrazione della giustizia - secondo la parabola di Gesù – ma il lato della veemenza, della petulanza reiterata, per cui non è più centrale la giustizia, ma l’orazione petulante, che dovrebbe avere ascolto in virtù dell'atto importuno reiterato.

Gesù - a questo punto - nell'aver presente non una creatura, come il giudice cui è rivolta la richiesta, ma Dio stesso, Creatore e Padre, una persona che si rivolge a Lui, con umiltà, con la sicura necessità, non può respingerne la preghiera e se dovesse respingerla, una seconda o terza volta - è parola del Signore - forse Dio ai suoi eletti “che gridano giorno e notte verso di lui”, “Egli” “li farà forse aspettare a lungo?”

Ecco il ritorno alle parole iniziali di san Luca evangelista secondo il quale Gesù quanto alla necessità di pregare incessantemente - oggetto dell'argomento - prova mediante l'episodio esposto, cioè la parabola, “la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai, anche - se necessario - usando la petulanza, e la veemenza - senza vergogna - verso il Padre celeste.

Non sappiamo - perché Gesù non lo dice – se a Dio piace di essere importunato, ma da quanto si deduce da un altro episodio, non da una parabola, quello della donna cananea (Mt 15,2) nei riguardi di Gesù stesso, a tu per tu, pare di sì, cioè Dio desidera essere importunato dalle sue creature e in particolare dai suoi figli.

 

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