Giovedi, 02  Aprile  2020  21:38:22


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Maria SS.ma Madre di Dio

 

MariaMadrediDio“Benedicat tibi Dominus et custodiat te”, di Don Cyriaque Marie Niyongabo

Il primo sentimento che ci viene nel cuore in questo giorno è la gratitudine verso la Chiesa nostra Madre e Maestra che, il 22 giugno 431, ad Efeso ha definito Maria di Nazaret “Madre di Dio”. Così ammaestrati, possiamo ancora essere grati al Signore e benedirlo perché ci insegna che facciamo parte di questo pezzo di storia, testimone della pienezza del tempo. Mentre la Chiesa inizia insieme alla società civile l’anno nuovo sotto il segno e la protezione della Santa Madre di Dio, ci piace ricordare proprio queste parole del libro dei Numeri, che Francesco d’Assisi utilizzerà per benedire frate Leone. Ci benediciamo a vicenda perché è la volontà di Dio: “Dio ti benedica e ti custodisca” lungo questo nuovo anno, dono suo!

Il secondo sentimento sarà la gioia incontenibile che nasce dalle cose semplici. La gioia del Vangelo o la gioia che diventa vangelo perché “riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”! come i pastori, tutti coloro “che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (Evangelii Gaudium 1). Questa gioia diventerà per noi una missione: rendere noi stessi una missione (Evangelii Gaudium 273), come accade per i pastori che tornando verso il loro campo diventano annunciatori di cose inaudite fino a quel tempo, ovvero che Dio parla agli uomini come ai suoi amici, attraverso il Suo Figlio.

La benedizione che siamo chiamati a donare non sarà altro che restituzione del grande dono che abbiamo ricevuto “quando venne la pienezza del tempo”, ovvero sentire e vedere Dio che pianta la Sua tenda in mezzo agli uomini. Prima di benedire le persone e gli esseri, ci lasciamo benedire, perché, benedetti dal Cielo come i pastori che incontrano il Dio bambino, veniamo resi capaci di benedire. Vivificati e liberati dalle nostre paure e preoccupazioni, tornando nella nostra ordinarietà, glorifichiamo e lodiamo Dio!

Come narra il Vangelo, abbiamo questa certezza che, quando siamo benedetti da Dio, proviamo una sorta di gioiosa impazienza: qualcosa d’importante, anzi di urgente che ci attrae e ci spinge. Una carità incontenibile che ci sospinge e ci costringe a muovere i nostri passi verso i fratelli. Il cammino verso Betlemme non nasce solo da una mera curiosità, viene soprattutto da una chiamata divina. Nel cuore dei pastori c’è l’”avvenimento” che ha squarciato le loro squallide tenebre. Questi entrano ultimi sulla scena, attratti da un evento e da un annuncio. L’evento viene riferito con la nuda sobrietà di una parola, pari allo stupore della madre nell’atto di contemplare le fattezze umane del Figlio di Dio: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito”.

 

L’oggi che fa ricominciare la storia

L’annuncio, che muta il corso della storia, viene dato nella notte, destinata a diventare l’“oggi” di Dio nel tempo: “Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”. E così l’“avvenimento” ha messo nel cuore dei pastori la reazione a catena di un desiderio efficace: il vangelo sconvolgente di un Dio, entrato nella vicenda del mondo. Lo stesso nome ne illumina il destino e la missione: Gesù, il Messia, l’atteso; il Signore della storia; il Salvatore di ogni uomo. Nel breve presente dell’uomo c’è l’eterno presente di Dio che si fa presente per l’uomo, dono e presenza. L’ “oggi” della salvezza addita un tempo forte, il compimento messianico: nella notte di Betlemme; come nella sinagoga di Nazaret, in cui si realizzerà l’annuncio profetico della liberazione ai poveri (cf Lc 4, 21). Una parola pressante e dirompente interviene in modo forte e cambia l’ordine delle cose: rispondono per primi gli “ultimi”: i pastori, destinatari del dono di Betlemme. Questi poi hanno il coraggio necessario per non indugiare, possono partire per incontrare Colui che li chiama a guardare la luce ammirabile.

 

Una povertà libera e liberante per andare, trovare, vedere e narrare.

La fede da quel giorno sarà e resterà un incontro vero con una Persona vera, Gesù figlio di Dio. I poveri non hanno nulla che li trattenga; hanno scoperto la perla preziosa dell’evangelo. Partono senza guardare indietro, nello stile della sequela. I pastori forse non lo sanno; ma sono i primi discepoli del Signore. Il primo modello di fede sta nell’avventura dei pastori, descritta da alcuni verbi, precisi ed essenziali, che configurano il dinamismo del credente. La fede è anzitutto un “andare”, attratto da una chiamata, da un evento. È un “trovare”, un “vedere”; e pertanto un incontro con una Persona viva; e non la scoperta di una verità astratta. Nel fragile segno del bambino i pastori sanno accogliere il Signore della pace. La fede, ancora, è un “riferire” l’esperienza vissuta, la gioia cioè dell’incontro. Il dinamismo del credere comporta dunque un’andata e un ritorno.

 

Un rientro gioioso per aver incontrato il Dio che viene verso l’uomo

Senza il ritorno, senza il desiderio di annuncio, la fede resta pura esperienza soggettiva e si spegne “sotto il moggio”. Il ritorno provoca “stupore”: la gente ne resta visibilmente toccata. La testimonianza del credente non può lasciare indifferenti: interroga, suscita conflitti e, non raramente, crisi salutari. E, infine, la reazione a catena della fede dei pastori diventa “lode”, glorificazione di Dio. Si chiude così il cerchio di una fede viva: dalla gioia stupita per la grande notizia venuta dal cielo, alla gioia dell’annuncio, alla gioia riconoscente della lode. Tuttavia la parola di Dio, nella festa della Madre di Dio, concentra lo sguardo soprattutto sul secondo modello della fede: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Nessuna creatura umana ha vissuto l’accoglienza del Verbo come Maria: appunto lei, la Madre di Dio. Essa vive in sé stessa il contatto vitale con il Figlio, lo contempla, lo serve. Maria è il modello di una fede che si fa contemplazione, rapporto adorante. Il serbare nel cuore e il meditare sugli eventi vissuti stanno a significare la radicale disponibilità a lasciarsi condurre da Dio, a lasciarsi costruire dalla parola. La fede è totale adesione a un destino che Dio scrive per ciascuno di noi, nell’abbandono senza riserva in lui. Il futuro di Maria, perciò, è totalmente inscritto dentro il mistero del Figlio, che ella conserva nel cuore, come prima l’aveva portato nel grembo con amore infinito. Un inno liturgico bizantino del Natale recita così: «E noi che possiamo offrirti, o Cristo? Ogni creatura che vive ti rende grazie: gli angeli ti offrono il canto, i cieli la stella, la terra la grotta, il deserto una mangiatoia. Noi una Madre Vergine». Con Marcello Costalunga possiamo pregare Maria, dono divino a Dio restituito dall’umanità con queste parole: “O Maria, santa Madre di Dio! Lascia che preghiamo te quando Dio ci sembra tanto lontano. Senza te, lui non avrebbe un volto, né gli occhi per guardarci negli occhi, né le mani per prenderci per mano. E non avrebbe il nome di Gesù, che vuol dire salvezza nostra. Dio sembra chiederci sempre troppo, chiede tutto, e fidarsi è così difficile a volte. Non abbiamo, Maria, la tua innocenza il tuo amore e la tua fede per accettare il suo mistero. Ma la solitudine sacra della tua maternità non è estranea alla nostra condizione: essa è un dono di grazia per noi perché, nel momento che tu sei diventata sua madre, tuo Figlio è divenuto nostro fratello e tu madre misericordiosa della nostra dolente umanità. L’esserti figli c’imparenta per sempre con Dio. Accolta nel grembo del tuo amore la nostra vita così povera, così stanca a volte, così triste, può illuminarsi di speranza e conoscere il cammino che va incontro al Signore. Il tuo cammino, quello che segue l’orma dei passi di Gesù e non si ferma che ai piedi della croce perché ha capito, da lui, che “non c’è amore più grande”. Noi, spesso, non sappiamo amare neanche con un piccolo amore; amiamo soltanto noi stessi, siamo figli lontani dal tuo Figlio. Ma tu, Madre di Dio per sempre, ci rimani madre; sei mediatrice di grazia e di perdono. Prega, dunque, per noi.”

In questo giorno dedicato alla pace nel mondo, benediciamo ancora ogni fratello con queste parole, perché Iddio ci dia la Sua pace: Dominus ostendat faciem suam tibi et misereatur tui, convertat vultum suum ad te et det tibi pacem!

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