Domenica, 05  Luglio  2020  09:52:31


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II Domenica T.O. /A

ecco gesudi Don Gerardo Battaglia - C’è un pensiero segreto che spesso è latente in noi e che forse non osiamo confessare aper­tamente nemmeno a noi stessi, cioè l’idea che siamo «a posto», che non dobbiamo cam­biare strada, che possiamo ritenerci contenti di quel che siamo e di quel che facciamo. Semmai le cose che non vanno sono fuori di noi, negli altri e nelle situazioni o istituzioni. Forse anche una certa predicazione contro il male che c’è nel «mondo» viene da noi re­cepita come una conferma che possiamo essere soddisfatti della posizione raggiunta, sta­re tranquilli perché noi non siamo cattivi come lo è il «mondo». Sì, certo, qualche corre­zione di rotta è opportuna e conveniente anche in noi, ma ciò non implica un cambia­mento!

E così rendiamo pesante, grigia e opaca la nostra esistenza quotidiana, soddisfatta di sé e fondamentalmente presuntuosa. Diciamo agli altri che quel che pensiamo e facciamo noi è giusto, onesto e vero. Così restiamo permanentemente nella mediocrità, siamo gente se­duta, stanca, incapace di produrre novità. Anzi, rischiamo di temere e condannare le no­vità, attribuendole a un prurito poco saggio e a una voglia irrequieta di cambiare, derivante da instabilità o emotività, da immaturità o desiderio di andare dietro alla moda. Le lettu­re bibliche di oggi, al contrario, ci invitano a rinnovarci e a cambiare.

 

Il secondo canto del servo

Nel cosiddetto secondo canto del servo di Ihwh (Is 49,1-6), Dio si rivolge al suo popolo af­faticato e stanco, oppresso dal senso di fallimento (v. 4: «Invano ho faticato, per nulla o invano ho consumato le mie forze»). Il fallimento deriva dal fatto che Israele ha corso die­tro al «nulla», al «vuoto», cioè a idoli e fantasie inconsistenti.

Il v. 4 potrebbe essere reso così: «Io persi le mie forze dietro a ciò che era niente». Il servo è il popolo di Israele (v. 3: «Mio servo tu sei, Israele»), che ha abbandonato il suo Dio e si è perduto in sforzi inutili e in opere vane, esaurendosi dietro al vuoto. Ora Dio vuole intervenire e operare un cambiamento radicale. Innanzitutto richiama il servo alla sua identità («Tu sei mio servo») e mette nella bocca del popolo la risposta giusta («Dio è la mia forza», v. 5). Solo ricuperando il dialogo con il suo Dio, Israele ri­troverà l’energia di rinnovarsi, anzi sarà plasmato e reso nuovo dal suo Dio. Dio farà ri­tornare a sé Giacobbe e riunirà di nuovo a sé Israele, così da liberare il suo popolo dal vuoto di un’esistenza sprecata e stressante. È infatti giusto e buono quel che viene da IHWH e non quel che è prodotto dall’inutile affaccendarsi del popolo che ha abbando­nato il suo Dio.

Israele si era impegnato a fare tante cose, si era esaurito nell’attività con cui pensava e sperava di costruirsi un futuro migliore e prospero, aveva perfino coltivato il sentimento di soddisfatta quiete, propria di chi crede di aver fatto tutto quello che c’era da fare. Ma è venuto l’esilio e allora Israele ha capito che aveva sbagliato tutto, che il «successo» non dipendeva da lui, ma dal suo Dio ch’egli aveva abbandonato. Ora il profeta, in no­me di Dio, fa prendere coscienza che soltanto Dio risolleverà questo popolo sfiduciato e stanco, senza slancio e senza prospettive. Egli annuncia la parola nuova di Dio: «Non ri­cordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuo­va» (43,18-19).

 

Chiamati alla santità

L'apostolo Paolo richiama i cristiani di Corinto alla loro identità: «santificati in Cristo Ge­sù, chiamati ad essere santi». Usando il verbo «santificare» e l’aggettivo «santi», san Pao­lo intende chiarire quale debba essere il modo di vivere cristiano. Significativo però è che la «santità» sia messa in relazione, attraverso una piccola ma importante preposizione («in»), con Gesù Cristo. L'Apostolo insiste su questa relazione con Gesù, definendo ancora i cristiani come «coloro che invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo». Il cristiano è dunque «definito» in rapporto a Gesù Cristo, in cui egli trova il principio e il modello di vita. Non è anzitutto ciò che fa, dice e pensa l’uomo che lo costituisce «san­to», bensì ciò che Gesù Cristo pensa, fa e dice che costituisce l’uomo santo. È Gesù l’uo­mo santo che può e vuole renderci santi, non siamo noi a farci santi. In questa stringata formulazione dell’esistenza cristiana, l’Apostolo ci vuol dire che la vi­ta cristiana dipende tutta da Gesù Cristo, ed essere cristiani non è altro che fare quello che ha fatto lui. Ciò che conta non è fare tante cose e darsi da fare fino all’esaurimento per rea­lizzare la nostra idea di «essere buoni», ma lasciarci fare o plasmare da Gesù Cristo. Una parola molto corrente definisce il cristiano come uomo «impegnato», ma sarebbe meglio dire che il cristiano è, come ripete Paolo (2a lettura), un «chiamato» a fare e vivere come ha vissuto Gesù. L’impegno parte da noi, la chiamata è dono che ci viene da Gesù Cristo: a noi la responsabilità di lasciarci attrarre nell’orbita della sua vita.

 

L’agnello di Dio

Vedendo Gesù venire verso di lui, Giovanni Battista esclamò: «Ecco l’agnello di Dio, ec­co colui che toglie il peccato del mondo». Qual è il «peccato del mondo»? Nel Vangelo di Giovanni, il «mondo» è un termine-concetto che designa la sfera di esistenza che si co­struisce a prescindere da Dio, in base ai bisogni e ai desideri umani, a partire soltanto dal­l’uomo. In altri termini, il «mondo» – in senso negativo – è tutto ciò che chiude l’uomo nel suo egoismo ed egocentrismo, quel modo di concepire la vita che conduce a cercare soltanto di avere, di possedere, di appropriarsi ad ogni costo, anche calpestando l’altro, di quel che si desidera e di quel che si pensa possa soddisfare i nostri bisogni. Tale visione del­la vita e la condotta conseguente porta alla violenza e all’egoismo più sfrenato, all’op­pressione dell’altro e allo sfruttamento del prossimo, al misconoscimento dell’alterità del­l’altro. Questo è dunque il peccato: puntare tutto su di sé, ignorando l’altro come altro; vi­vere per avere, possedere e sfruttare.

Gesù si propone come l’agnello di Dio, che dà la vita per gli altri, che si spende senza ri­serve e con amore per gli altri. Gesù è la dedizione incondizionata per la vita degli altri: do­na il suo tempo, la sua parola, il suo sangue, la sua vita, tutto quello che è, tutto quello che ha. Gesù è la netta opposizione al mondo! Come la luce è l’opposto delle tenebre, come l’amore si contrappone all’odio, come la vita si contrappone alla morte. Sul mondo non riposa lo Spirito di Dio. Di Gesù invece Giovanni rende testimonianza di­cendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: l’uomo sul qua­le vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo». Dio, dun­que, è dalla parte di Gesù, al quale comunica il suo Spirito. E Gesù, a sua volta, è colui che «battezza in Spirito Santo», cioè colui che comunica agli uomini lo Spirito di Dio. Donando lo Spirito di Dio, Gesù rende capaci di vivere come lui, di rinnovarsi e di ri­nunciare a quel modo egoistico e prepotente di vivere che è tipico del «mondo». Gesù, perciò, può davvero rendere nuova la nostra vita, cambiare il grigiore delle nostre giorna­te stanche e stressate.

 

 

 

C’è un pensiero segreto che spesso è latente in noi e che forse non osiamo confessare aper­tamente nemmeno a noi stessi, cioè l’idea che siamo «a posto», che non dobbiamo cam­biare strada, che possiamo ritenerci contenti di quel che siamo e di quel che facciamo. Semmai le cose che non vanno sono fuori di noi, negli altri e nelle situazioni o istituzioni. Forse anche una certa predicazione contro il male che c’è nel «mondo» viene da noi re­cepita come una conferma che possiamo essere soddisfatti della posizione raggiunta, sta­re tranquilli perché noi non siamo cattivi come lo è il «mondo». Sì, certo, qualche corre­zione di rotta è opportuna e conveniente anche in noi, ma ciò non implica un cambia­mento!

E così rendiamo pesante, grigia e opaca la nostra esistenza quotidiana, soddisfatta di sé e fondamentalmente presuntuosa. Diciamo agli altri che quel che pensiamo e facciamo noi è giusto, onesto e vero. Così restiamo permanentemente nella mediocrità, siamo gente se­duta, stanca, incapace di produrre novità. Anzi, rischiamo di temere e condannare le no­vità, attribuendole a un prurito poco saggio e a una voglia irrequieta di cambiare, derivante da instabilità o emotività, da immaturità o desiderio di andare dietro alla moda. Le lettu­re bibliche di oggi, al contrario, ci invitano a rinnovarci e a cambiare.

 

Il secondo canto del servo

Nel cosiddetto secondo canto del servo di Ihwh (Is 49,1-6), Dio si rivolge al suo popolo af­faticato e stanco, oppresso dal senso di fallimento (v. 4: «Invano ho faticato, per nulla o invano ho consumato le mie forze»). Il fallimento deriva dal fatto che Israele ha corso die­tro al «nulla», al «vuoto», cioè a idoli e fantasie inconsistenti.

Il v. 4 potrebbe essere reso così: «Io persi le mie forze dietro a ciò che era niente». Il servo è il popolo di Israele (v. 3: «Mio servo tu sei, Israele»), che ha abbandonato il suo Dio e si è perduto in sforzi inutili e in opere vane, esaurendosi dietro al vuoto. Ora Dio vuole intervenire e operare un cambiamento radicale. Innanzitutto richiama il servo alla sua identità («Tu sei mio servo») e mette nella bocca del popolo la risposta giusta («Dio è la mia forza», v. 5). Solo ricuperando il dialogo con il suo Dio, Israele ri­troverà l’energia di rinnovarsi, anzi sarà plasmato e reso nuovo dal suo Dio. Dio farà ri­tornare a sé Giacobbe e riunirà di nuovo a sé Israele, così da liberare il suo popolo dal vuoto di un’esistenza sprecata e stressante. È infatti giusto e buono quel che viene da IHWH e non quel che è prodotto dall’inutile affaccendarsi del popolo che ha abbando­nato il suo Dio.

Israele si era impegnato a fare tante cose, si era esaurito nell’attività con cui pensava e sperava di costruirsi un futuro migliore e prospero, aveva perfino coltivato il sentimento di soddisfatta quiete, propria di chi crede di aver fatto tutto quello che c’era da fare. Ma è venuto l’esilio e allora Israele ha capito che aveva sbagliato tutto, che il «successo» non dipendeva da lui, ma dal suo Dio ch’egli aveva abbandonato. Ora il profeta, in no­me di Dio, fa prendere coscienza che soltanto Dio risolleverà questo popolo sfiduciato e stanco, senza slancio e senza prospettive. Egli annuncia la parola nuova di Dio: «Non ri­cordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuo­va» (43,18-19).

 

Chiamati alla santità

L'apostolo Paolo richiama i cristiani di Corinto alla loro identità: «santificati in Cristo Ge­sù, chiamati ad essere santi». Usando il verbo «santificare» e l’aggettivo «santi», san Pao­lo intende chiarire quale debba essere il modo di vivere cristiano. Significativo però è che la «santità» sia messa in relazione, attraverso una piccola ma importante preposizione («in»), con Gesù Cristo. L'Apostolo insiste su questa relazione con Gesù, definendo ancora i cristiani come «coloro che invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo». Il cristiano è dunque «definito» in rapporto a Gesù Cristo, in cui egli trova il principio e il modello di vita. Non è anzitutto ciò che fa, dice e pensa l’uomo che lo costituisce «san­to», bensì ciò che Gesù Cristo pensa, fa e dice che costituisce l’uomo santo. È Gesù l’uo­mo santo che può e vuole renderci santi, non siamo noi a farci santi. In questa stringata formulazione dell’esistenza cristiana, l’Apostolo ci vuol dire che la vi­ta cristiana dipende tutta da Gesù Cristo, ed essere cristiani non è altro che fare quello che ha fatto lui. Ciò che conta non è fare tante cose e darsi da fare fino all’esaurimento per rea­lizzare la nostra idea di «essere buoni», ma lasciarci fare o plasmare da Gesù Cristo. Una parola molto corrente definisce il cristiano come uomo «impegnato», ma sarebbe meglio dire che il cristiano è, come ripete Paolo (2a lettura), un «chiamato» a fare e vivere come ha vissuto Gesù. L’impegno parte da noi, la chiamata è dono che ci viene da Gesù Cristo: a noi la responsabilità di lasciarci attrarre nell’orbita della sua vita.

 

L’agnello di Dio

Vedendo Gesù venire verso di lui, Giovanni Battista esclamò: «Ecco l’agnello di Dio, ec­co colui che toglie il peccato del mondo». Qual è il «peccato del mondo»? Nel Vangelo di Giovanni, il «mondo» è un termine-concetto che designa la sfera di esistenza che si co­struisce a prescindere da Dio, in base ai bisogni e ai desideri umani, a partire soltanto dal­l’uomo. In altri termini, il «mondo» – in senso negativo – è tutto ciò che chiude l’uomo nel suo egoismo ed egocentrismo, quel modo di concepire la vita che conduce a cercare soltanto di avere, di possedere, di appropriarsi ad ogni costo, anche calpestando l’altro, di quel che si desidera e di quel che si pensa possa soddisfare i nostri bisogni. Tale visione del­la vita e la condotta conseguente porta alla violenza e all’egoismo più sfrenato, all’op­pressione dell’altro e allo sfruttamento del prossimo, al misconoscimento dell’alterità del­l’altro. Questo è dunque il peccato: puntare tutto su di sé, ignorando l’altro come altro; vi­vere per avere, possedere e sfruttare.

Gesù si propone come l’agnello di Dio, che dà la vita per gli altri, che si spende senza ri­serve e con amore per gli altri. Gesù è la dedizione incondizionata per la vita degli altri: do­na il suo tempo, la sua parola, il suo sangue, la sua vita, tutto quello che è, tutto quello che ha. Gesù è la netta opposizione al mondo! Come la luce è l’opposto delle tenebre, come l’amore si contrappone all’odio, come la vita si contrappone alla morte. Sul mondo non riposa lo Spirito di Dio. Di Gesù invece Giovanni rende testimonianza di­cendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: l’uomo sul qua­le vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo». Dio, dun­que, è dalla parte di Gesù, al quale comunica il suo Spirito. E Gesù, a sua volta, è colui che «battezza in Spirito Santo», cioè colui che comunica agli uomini lo Spirito di Dio. Donando lo Spirito di Dio, Gesù rende capaci di vivere come lui, di rinnovarsi e di ri­nunciare a quel modo egoistico e prepotente di vivere che è tipico del «mondo». Gesù, perciò, può davvero rendere nuova la nostra vita, cambiare il grigiore delle nostre giorna­te stanche e stressate.

 

Don Gerardo Battaglia

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