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Domenica delle Palme

domenicapalme 2020di Don Piero Isola - “E così Pasqua non fu più Pasqua”. Così scrisse il Venerabile Padre Quirico Pignalberi, nativo di La Forma-Serrone, nel libro della Cronaca del Convento di San Lorenzo al Piglio (Fr), dopo il bombardamento del paese, avvenuto il Sabato Santo, 8 Aprile 1944.[1] Noi, invece, nonostante viviamo nei tempi più drammatici sin dalla Seconda guerra mondiale, possiamo trovare nella lettura della Passione di Cristo di questa Domenica delle Palme, una vera motivazione, tra e oltre le difficoltà, per accogliere la Pasqua 2020 come un aiuto fondamentale alla crescita della nostra fede e alla nostra speranza. 

 

Lo facciamo con la Passio tratta dal Vangelo secondo Matteo, il Vangelo dell’Emmanuele “Dio con noi” (1,23); il Vangelo più ecclesiale per i suoi riferimenti espliciti alla chiesa (“Ekklesia”: 16,18; in 18,17 due volte); il Vangelo della predicazione del Regno dei cieli, compimento dell’alleanza antica, continuamente citata nel presentare Gesù come il Messia promesso dall’Antico Testamento. Quello di Matteo è, inoltre, il Vangelo del Gesù dei vari titoli: “Figlio di Dio” (3,17; 16,16; 17,5; 26,63; 27,40.43.54); “Figlio dell’Uomo” (8,20; 13,37; 12,32; 16,13; 18,11) “Figlio di Davide (10 volte, cfr. 9,27+), e al quale conviene anche quello di “Sapienza incarnata” per la sua preghiera spesso denominata il “meteorite giovanneo caduto nella tradizione sinottica”: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli...” (cfr. 11,25-30). Questa preghiera, benché precedente al racconto della Passione, è “la perla più preziosa” del Vangelo di Matteo (G. Lagrange) poiché indica la centralità del rapporto di Gesù con il Padre come comunione intima, il motivo per cui ha predicato e la forza interiore del suo intero ministero messianico (P. Coda).

 

Faremo bene a stare attenti alla sapienza che emana dalla Croce, dal Crocifisso, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, (…) Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1,23-24). Poiché “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini…” (1 Cor 1,25).

 

Nonostante il mistero della Croce sembri sia allontanato dal nostro orizzonte cristiano, preoccupati come siamo di attività socialmente utili, Papa Francesco stesso fin dalla sua prima omelia dopo l’elezione ribadisce sempre che se confessiamo un cristianesimo senza la Croce, “non siamo discepoli del Signore” (14/03/2013). Ciò non deve, però, portare al “dolorismo” o alla rassegnazione di fronte al male, ma ci deve portare a scoprire come figli umili “le cose nascoste ai dotti”, la sapienza “nascosta” (cfr. 1 Cor 2,7), che è in verità il senso profondo della nostra esistenza. Non per nulla il Cardinale Angelo De Donatis, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, prima ancora di essere risultato positivo al Covid-19, ha scritto in una lettera del 26 marzo ai sacerdoti fidei donum: “Stiamo attraversando una Quaresima che ci segnerà profondamente, perché ci spinge a entrare, attraverso la vita, nella Sapientia Crucis”. 

 

Il Vangelo secondo Matteo, pur seguendo essenzialmente il racconto di Marco, differisce dagli altri vangeli nella presentazione di alcuni dettagli particolari durante l’ultima settimana terrena di Gesù. Benché vi è una narrazione fondamentalmente comune nei quattro evangelisti, vale la pena evidenziare quelle quattro “aggiunte” del Vangelo secondo Matteo che possono mettere in luce alcuni aspetti importanti della Passione del Signore[2].

 

I.   Il racconto della morte di Giuda (27,3-10).

II.  I dettagli salienti nel racconto del processo di Gesù davanti a Pilato (27,11-26).

III. Il resoconto degli eventi cosmici che seguono la morte di Gesù (27,51b-53).

IV.  La sequenza relativa alla custodia della tomba (27,62-66).

 

 

I. “Gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (27,5). Giuda è il più scandalizzato degli Apostoli davanti alla kenosi o “svuotamento” di Dio; per lui la strada verso il regno non può essere quella di chi “svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo” (II lettura). Dio per lui non può essere l’Emmanuele, Dio con noi! 

 

Il suo animo scandalizzato arriva pure a diffidare di ogni possibile speranza di perdono e la sua tragicità si corona con un atto di disperazione. La lezione che possiamo trarre dalla figura di Giuda riguarda proprio il nostro affidarci ad un Amore così grande che arriva al punto di voler valicare ogni possibile abisso pur di raggiungerci: questo fa il “Dio con noi” che è Gesù Cristo, Signore e fratello nostro! “Oh quanti cercate, state sereni. Egli per noi non verrà meno e lui stesso varcherà l’abisso” (Turoldo). Infatti per noi “fu crocifisso, morì e fu sepolto. Discese agli inferi”. È proprio vero ciò che disse il teologo martire dei nazisti Dietrich Bonhoeffer: “Dio non ci salva per la sua onnipotenza ma per la sua impotenza manifestata in Cristo crocifisso” (M. Grilli, Alla ricerca del Volto, 107). La croce per i cristiani, quindi, vuol dire soprattutto amore e solidarietà con chi soffre, rappresentato bene da quei medici che come il cinese Li Wen Liang non mirano ad essere eroi, ma si lasciano crocifiggere per amore dei pazienti che necessitano assolutamente di cure, ciò che continuamente viene testimoniato negli ospedali italiani oggi.

 

 

 

II. Solo Matteo riporta alcuni dettagli relativi al processo davanti a Pilato: 

 

   A. L’intervento della moglie di Pilato che sconsiglia al marito di “avere a che fare oggi con quel giusto” (27,19).

   B. Pilato si lava le mani come rifiuto della responsabilità davanti alla condanna di Gesù, gesto che passerà alla storia come “pilatesco” (27,24). 

   C. La reazione del popolo che invoca il sangue di Gesù su di sé e la propria discendenza (27,25). 

 

Tutti questi dettagli trattano la questione della responsabilità per la morte di Gesù. La moglie di Pilato conferma l’innocenza di quest’uomo, aggregandosi, almeno idealmente, alla sensibilità femminile e alla compassione delle donne pie nel racconto della Passione. 

 

Al riguardo della responsabilità delle autorità romane e giudaiche, c’è da dire che, da una parte, se Pilato se ne lava le mani, la sua colpa rimane nonostante la finzione; e dall’altra, seppure il popolo si attribuisce la colpa dicendo “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (27,25), non per questo si deve estendere quella colpa a tutti gli Ebrei di tutti i tempi, come invece risulta essere avvenuto purtroppo da parte dei Cristiani nei confronti degli ebrei nella storia tribolata delle relazioni fra i popoli. Come precisa, con autorità, il Concilio Vaticano II: “se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo” (Nostra Aetate 4).

 

 

 

III.È di Matteo la frase “a mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio” (27,45), “forse (...) la frase più scura di tutta la Bibbia [eppur sempre luminosa] proprio per quelle riduzioni di orario che stringono come due paletti invalicabili il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra” (T. Bello).

 

I segni cosmici — lo squarciarsi del velo del tempio assieme ai segni caratteristici di Matteo: il terremoto, le rocce che si spezzano, i sepolcri che si aprano — sono tutte sottolineature di quanto Dio stesso ha operato in Cristo per noi, una riconciliazione con Dio che non poteva essere l’uomo ad aver compiuto per se stesso. A proposito, permettete una digressione per la citazione di un passo fondamentale alla comprensione di quanto avvenne sul Calvario, scritto da un brillante professore dell’Università di Tubinga nel 1968:

 

Non è l’uomo che s’accosta a Dio tributandogli un dono compensatore, ma è Dio che si avvicina all’uomo per accordarglielo (...). Ora, ciò è qualcosa di veramente inaudito, qualcosa di assolutamente nuovo (…) Dio non aspetta che i colpevoli si facciano avanti, riconciliandosi con lui, ma va loro incontro per primo riabilitandoli (…) Di conseguenza, nel Nuovo Testamento la Croce si presenta primariamente come movimento discendente, dall’alto in basso (…) è un suo accostamento a noi, non viceversa (…) il sacrificio cristiano non consiste in un dare a Dio ciò che egli non avrebbe senza di noi, bensì nel nostro farci completamente ricettivi nei suoi confronti e nel lasciarci integralmente assorbire da lui” (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo). 

 

Una risposta contro tutto il neopelagianesimo, a cui così spesso si richiama Papa Francesco, mettendo in chiaro i pericoli dell’elitarismo narcisista ed autocompiaciuto di chi dice: “ci salviamo con le nostre forze!”. La sapienza della Croce è nascosta, non perché elitaria o gnostica (è rivolta ai piccoli e agli umili!) ma perché è il nostro egoismo, la nostra carne a volerla nascondere a noi! Chi, infatti, accetta volentieri fatiche e dolori? Chi affronta le ostilità invece di desiderare la comodità? Chi davanti ad una croce che gli è posta innanzi, non sceglie invece la gioia? Cristo appunto, per amore nostro! Accogliamo la Sua grazia, perché ci possa salvare e corrispondiamo con il nostro amore, riconoscenti del Suo dono!

 

 

 

IV. “Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie” (27,66). Questa aggiunta matteana ha il suo seguito in 28,11-15 quando le autorità giudaiche “capi dei sacerdoti e gli anziani” diedero una somma di denaro ai soldati dicendo: “dite così: <i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo>”. L’intenzione è di spiegare il motivo per cui ci furono delle accuse contro la risurrezione di Gesù, diffuse tra i Giudei. Ed è sant’Agostino che commenta ironicamente contro le guardie presenti che furono dei “testimoni addormentati” (dormientes testes adhibes). La Croce, oltre a rivelare la “stoltezza sapiente” di Dio, smaschera anche l’insipienza ostinata degli uomini!

 

Mentre ci accingiamo a vivere una Settimana Santa unica nella storia della Chiesa – senza che il popolo abbia la possibilità di comunicare sacramentalmente al Corpo di Cristo (!) – apriamoci all’esame di coscienza e evidenziamo in noi i punti in cui siamo ostinati nell’incredulità; lasciamo che le rocce dei nostri cuori si spezzino e ammettiamo le nostre omissioni pilatesche, per lasciarci liberare da questo Dio che non ha paura di scendere negli inferi delle nostre anime! Abbiamo fiducia che Lui stesso si farà sentire, perché niente e nessuno può impedire alla Sua debolezza onnipotente di toccarci e risanarci, a patto che acconsentiamo alla Sua opera in noi, per la nostra libertà.

 

 


[1] Il Vescovo di Anagni – in quelle circostanze ancora più drammatiche delle nostre – dette facoltà di celebrare la santa Messa “in qualunque posto, camera o rifugio convenientemente preparato” (G. Grieco, L’ultimo sguardo prima del cielo: vita del venerabile padre Quirico Pignalberi OFMConv., 120-121). 

[2] Vedi M. Barbero, “Le peculiarità di Matteo nel racconto della Passione”, amico.rivistamissioniconsolata.it.

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