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Triduo e Domenica di Pasqua 2020

triduoGiovedì Santo 2020 - di Gabriele Lunghini

 

Il Vangelo assegnato alla celebrazione serale della Messa nella Cena del Signore (Missa in Coena Domini), con la quale inizia il solenne Triduo Pasquale, è quello della lavanda dei piedi. Il contesto liturgico è notevole: in questa Messa si fa memoria dell'Ultima Cena consumata da Gesù prima della sua passione, e si commemorano l'istituzione dell'Eucarestia e del sacerdozio ministeriale e il comandamento dell'amore. Normalmente si svolge anche il rito della lavanda dei piedi, ripetendo il gesto che Gesù stesso fece dopo l'Ultima Cena, ma in questo periodo storico, condizionato dalla pandemia, viene omesso per ovvi motivi di sicurezza. Tuttavia il senso di questo Vangelo non va tralasciato, perché svela il senso della venuta di Gesù e del cammino della Chiesa nel mondo. Ci soffermiamo su tre elementi del racconto di Giovanni: il dono, la fede, il comandamento nuovo.

Il dono. Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. La salvezza che si attua grazie a Gesù nella Pasqua di morte e resurrezione, fa parte del piano di Dio, in cui vi sono tradimento, solitudine, sofferenze fisiche e morali, apparente sconfitta sulla croce, ma Cristo trasforma tutto ciò in amore per i “suoi”. Attenti, però. Bisogna capire bene che cosa è l’amore di Gesù e il brano di stasera ce lo dice. Il gesto di Gesù di lavare i piedi ai suoi discepoli, con l’insegnamento che lo accompagna, mostra il significato pieno della Passione imminente di Gesù, di cui Egli è totalmente consapevole. Li amò sino alla fine: il senso della vita di Cristo è questo. Conseguentemente questo è anche il senso della vita dei cristiani: Come ho fatto io fate anche voi. I primi versetti del brano non introducono solo il gesto della lavanda dei piedi, bensì tutta la sezione di commiato di Gesù, ben 5 capitoli del Vangelo di Giovanni: Gv 13-17. Sono i capitoli consigliati per la lettura e la meditazione durante l’adorazione eucaristica serale, seguente e contigua alla Messa nella Cena del Signore. Avendo amato (agapesan) i suoi che erano nel mondo, li amò (egapesan) sino alla fine. Le due espressioni, accomunate dalla stesso verbo «agapao», ma utilizzato dall’evangelista in due forme diverse, designano l’atteggiamento di Gesù di fronte al piano di Dio. Il sintagma “avendo amato i suoi” (agapao al participio aoristo agapèsan) indica lo spaccato di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto dalla sua nascita fino a quel momento dell’ultima cena, mentre l’espressione “li amò sino alla fine” (agapao all’indicativo aoristo egàpesan) indica ciò che Gesù farà in futuro, ossia la sua deliberata consegna alla morte in croce. L’amore di Gesù che ha contraddistinto tutta la sua vita in ciò che ha detto e fatto arriva al punto culminante, estremo, della donazione della propria vita sulla Croce. Non si può amare di più di così. Anche la scelta dell’evangelista di identificare i discepoli con il termine “i suoi” denota l’intensità dell’amore di predilezione di Gesù: nel momento apice della sua esistenza, Egli offre la vita per le “sue” pecore. Siamo sua proprietà; il che significa che Gesù è morto per salvare tutti. L’amore è realmente la chiave per l’interpretazione di tutto il brano. Per questo la pagina è fondamentale per la nostra vita: indicandoci il senso della morte e resurrezione di Gesù nell’amore di donazione, ci chiarisce che l’amore non è un sentimento, ma un comandamento, ossia non è “farina del nostro sacco”, ma dono di Dio che va continuamente alimentato e rinforzato con la preghiera e la pratica. Amando come Gesù l’amore cresce. Gesù è stato guidato dallo Spirito ad assumere l’atteggiamento della carità per obbedire alla volontà del Padre (il comandamento) ad affrontare la Passione. Così è per noi per affrontare la vita. C’è una colletta nella Liturgia in cui si chiede al Signore “di farci amare ciò che Egli comanda“ (Colletta della XXI domenica del tempo ordinario): è l’amore di Cristo, l’amore di Colui che ha dato l’esempio trasformando un patibolo di morte in uno strumento di salvezza. Tommaso d’Aquino sottolinea il fatto che Cristo ci ha salvato mediante un atto perfetto di carità che lo ha aiutato ad accettare la sofferenza della croce (Somma Contro i Gentili, IV,55). La bellezza e il dono della fede cristiana è credere in un Dio che amando fino all’estremo ha dato la possibilità ad ognuno di fare di ogni evento della vita, anche doloroso e terribile, e per questo aderente alla croce, un evento di amore, un dono per gli altri. Pensiamo a quello che stiamo vivendo in questo periodo.

La fede. Alla reazione di Pietro, che dimostra subito di non capire cosa sta succedendo, corrisponde la risposta di Gesù che rimanda l’intelligenza del gesto a dopo la Sua Resurrezione: “Ora non puoi comprendere quello che faccio: lo comprenderai più tardi” (v.7). A ben vedere l’ottusità di Pietro corrisponde all’incomprensione del mistero della croce come passaggio necessario alla resurrezione presente anche nei Sinottici (Cf. Mc 8,31-33, 9,30-320,32-40) e perdurante nei discepoli di Emmaus (Cf. Lc 24,13-35). Occorre fede, fiducia personale, affidamento di grazia, per accettare che il Maestro, il Messia inviato da Dio, muoia in croce per salvare tutti. Meditiamo: “La lavanda dei piedi è un gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Il rifiuto di Pietro di farsi lavare i piedi lascia intuire l’incomprensione del discepolo davanti a un’iniziativa così sconvolgente e lontana dalle sue aspettative. Pietro fa fatica ad accettare di essere in debito: è arduo lasciarsi amare, credere in un Dio che si propone non come padrone, ma come servitore della vita. È difficile ricevere un dono con animo libero: nell’atto di essere “lavato” da Cristo, Pietro intuisce di dovergli tutto” (Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti CEI 2010-2020, n. 25).

Il comandamento nuovo. Amatevi come io vi ho amato. La logica di amore, di dono e di servizio che Gesù ha attuato nella sua vita e ci ha consegnato come comandamento da vivere non è un semplice insegnamento morale, ma è la rivelazione di Dio che è amore. La Dei Verbum del Concilio Vaticano Secondo ci dice che la rivelazione avviene mediante “eventi e parole intimamente connessi” (Dei Verbum, 2). È ciò che succede nell’episodio della lavanda dei piedi raccontata da Giovanni, in cui Gesù unisce un gesto ad un insegnamento. Essa manifesta l’identità di Dio. “Se vedi la carità, vedi la Trinità” (S. Agostino). Vediamo Gesù lavare i piedi, vivere nel servizio per amore e insegnare con ciò il motivo del suo morire in Croce. E vediamo Gesù dirci: come ho fatto io fate anche voi, anticipando così lo stile di vita dei suoi discepoli nella storia. In Gesù vediamo Dio all’opera, non un Dio isolato nel cielo a vivere per i fatti suoi, ma un Dio che per amore sino alle estreme conseguenze viene incontro all’umanità per salvarla dal peccato e indicarle la via della felicità. “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica”: è la conclusione del brano.

Preghiamo il Padre attraverso Cristo nello Spirito perché ci aiuti a “vivere e agire sempre in quella carità che spinse Gesù a dare la vita per noi” (Colletta della V Domenica di Quaresima). Buon Triduo pasquale 2020.

 

 


 

Venerdì Santo 2020 - di don Giorgio De Santis

 

Nel vangelo di san Matteo (Mt 26), che abbiamo ascoltato domenica delle Palme, Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Nel vangelo di san Luca (Lc 22, 52 - 53) si specifica: “Ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre.” Anziani, sommi sacerdoti e capi delle guardie del tempio, con la complicità di Giuda intendono effettivamente cogliere Gesù alla sprovvista e catturarlo come si fa con un latitante.

Gesù non sta rimproverando la viltà dei suoi aggressori, ma li mette al corrente che il suo arresto sta realizzando  “l'impero delle tenebre”. Il maligno, che si era impossessato in precedenza del cuore di Giuda, adesso ha facoltà di agire.  Il diavolo, dopo le tentazioni nel deserto, dopo il battesimo nel Giordano, adesso torna alla carica perché è giunto il suo “momento opportuno”, la sua “ora”, il tempo cioè nel quale può agire liberamente perché gli uomini possano costringere e asservire Gesù. Ma c’è un altro disegno e Volontà: è l' “ora” in cui il Padre permette al principe delle tenebre di avere la meglio su Gesù perché si porti a termine quando su di lui è stato prestabilito fin dall'inizio: che il Figlio dell'Uomo “debba molto soffrire, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare” (Mc 8, 31). È giunta l'ora insomma in cui si realizza in questo modo il progetto di salvezza per il quale è indispensabile che il Figlio di Dio affronti la croce e che tutto viene mosso contro di lui per opera del maligno. L'”ORA” in questo caso indica, non quella dell'orologio, ma il “tempo maturo stabilito dal Padre per la salvezza dell’umanità”.

In effetti è l'amore spassionato e disinteressato per l'umanità l'unico motivo che spinge Gesù ad affrontare il flagello, gli insulti, quindi le percosse e lo strazio sulla croce. E per mezzo di questo espediente l’umanità è in grado di conoscere la verità intorno a se stessa, cioè quanto sia schiava del male e manovrata dal nemico infernale, e ricevere un futuro di vita vera ed eterna. Per venire incontro all'uomo Gesù non si risparmia; Gesù non disdegna di accettare la morte dopo la terribile agonia appeso sul patibolo: inerte e senza volontà di replica o di ritorsione, è ben consapevole di essere diventato maledizione agli occhi di tutti, poiché sta scritto "maledetto chi pende dal legno"(Gal 3, 14).

L'umanità ha bisogno di amore e Gesù in queste ore dimostra di riversarlo nel cuore di tutti gli uomini mostrando amore grandioso e dimesso, umile e generoso, che non si risparmia e che non si sottrae ad alcuno dei patimenti. Gesù pur essendo Figlio di Dio è pur sempre vero uomo e in quanto tale conosce benissimo la realtà della sofferenza e della morte. In questo modo l'amore è contrassegnato dall'umiltà che lo rende più certo e più indubitabile, perché avvalorato dalle umiliazioni accettate.

San Giovanni sofferma giustamente l’attenzione al sangue ed acqua che sgorgano dal costato di Cristo trafitto, nuovo tempio di Dio, per sottolineare che da quel momento l’Amore sgorga inarrestabile come un fiume per rigenerare l’umanità. Gesù un giorno lo aveva gridato nel tempio di Gerusalemme (Gv 7,38). A san Giovanni non sfugge neppure il disegno divino della presenza della Madre di Gesù sotto la croce, associata al Figlio nel sacrificio. È la fecondità del sacrificio d’amore sulla croce.

Sotto questo aspetto davvero illuminante, la croce è anche per noi il luogo privilegiato, nel quale siamo incoraggiati a scovare nelle nostre avversità la radice del bene che ci salva e a cercare, nell'umiltà, quell’amore che sgorga dal sacrificio accettato e offerto in unione a Gesù crocifisso, per costruire un tessuto di relazioni pacifiche con noi stessi e con gli altri, prendendo a modello lo stesso nostro Signore.  

 


Sabato Santo 2020 - di Nazzareno Tomassi

 

L'esperienza di Gesù non si chiude nella tomba. Risorto è sinonimo di Vivente.

Vorremmo una prova indiscutibile della risurrezione, una prova che scavalcasse la fede, correndo il rischio di ridurre il tutto a semplice «sapere» o a ideologia. Ci avviciniamo a questo racconto cercando una luce che confini con l'evidenza, e restiamo inevitabilmente delusi. Il luogo proprio d'intelligibilità di quanto ci viene narrato non è il racconto storico, ma la confessione di fede.

Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, l'aurora di un nuovo mondo, le donne (discepole) che erano state testimoni della morte di Gesù in croce (cf. Mt 27,55-56) e della sua sepoltura (cf. Mt 27,61) vengono alla tomba di Gesù. Perché? Matteo dice che lo fanno per “contemplare” il sepolcro, mentre Marco e Luca per ungerlo (cf. Mc 16,1; Lc 24,1). Forse il loro affetto fedele le spinge a tornare dove Gesù è stato deposto. Sono Maria di Magdala e l’altra Maria, venute a Gerusalemme dalla Galilea con Gesù.

Ecco, accadere l’indicibile! La pietra che chiudeva la tomba, segno della morte, viene rimossa dal messaggero con vesti bianche e dall’aspetto come folgore (simboli della sua appartenenza a Dio), il quale sedendosi su di essa proclama che la morte è vinta, che non è più l’ultima realtà.

Il sepolcro è aperto. L'apertura è opera di Dio.

La terra stessa sembra partecipare a questo evento, sussultando come in un terremoto. Abbiamo qui le immagini veterotestamentarie che tentano di raffigurare il mistero non raccontabile a parole e, insieme, abbiamo la descrizione del timore che sempre coglie chi è avvicinato da Dio.

La risurrezione di Gesù non viene descritta, viene solo indirettamente suggerita.

Dobbiamo ammettere l'insufficienza del nostro linguaggio a esprimere la risurrezione.

Viene dato alle donne un annuncio che solo Dio poteva dare. “Non è qui. È risorto”.

Proprio perché è risorto non c'è, e non il contrario. La tomba vuota non prova nulla: è una domanda che attende risposta... e la risposta si ha nell'annuncio dell'angelo. Vedendo il Risorto, gli apostoli capiscono perché la tomba era aperta e vuota.

All’annuncio della risurrezione il messaggero aggiunge: “come aveva detto”; c’erano (e ci sono anche oggi) delle parole dette da Gesù, che andavano (e vanno) ricordate e credute. Inizia così il faticoso cammino del ricordare, del rivivere le parole di Gesù come affidabili, sorgente di fede, di convinzione. Così nasce la fede e il desiderio, la forza di annunciare l’evento.

L’annuncio della risurrezione ci dice che il Dio unico, creatore del cielo e della terra, è in Gesù di Nazareth, crocifisso e vivo. Ci dice che Dio è presente e agisce a tutti i livelli dell'esistenza umana, annienta il male e apre alla speranza. Al di là di tutte le barriere che spesso anche le comunità cristiane sono tentate di innalzare e nonostante le sue molteplici manifestazioni riduttive, la vita è più forte della morte.

L'annuncio della risurrezione è seguito da un incarico (v. 7) espresso con un imperativo: “andate a dire”. Le donne devono portare in fretta (“presto”) ai discepoli l'annuncio che Gesù è risorto dai morti e che li precede in Galilea, dove lo vedranno (cf. 26,32). Il Risorto «precede» i suoi.

Le donne diventano le prime testimoni della sua risurrezione, corrono, abbandonano in fretta il sepolcro, che per loro non ha più alcun significato e vanno a portare il Vangelo ai suoi discepoli. Gesù appare loro vivo e presente e le invita a essere nella gioia, a rallegrarsi (Rallegratevi!). Esse lo riconoscono, si avvicinano, gli abbracciano i piedi e si prostrano davanti a lui (v. 9b).

La fede delle donne arriva per così dire al punto più alto: non è più il sepolcro vuoto che le convince, né il messaggio dell’angelo, ma l'incontro con Gesù in persona.

L'iniziativa è di Gesù, non sono le donne che lo cercano, è lui che viene loro incontro. Invita le donne a non temere e rinnova l'incarico che già l'angelo aveva loro affidato. È da notare che mentre l'angelo aveva parlato di discepoli (cf. v. 7) Gesù, per indicare i discepoli, usa il termine fratelli.

All’inizio di quel nuovo giorno sono assenti i discepoli. Sì, le donne sono state le prime destinatarie dell’annuncio pasquale, e le prime a vedere Gesù risorto, loro sono state inviate a quelli che si dicevano inviati (apóstoloi) del Signore e questo non è un particolare da poco. Oggi, nel nostro tempo, dobbiamo metterne in risalto la peculiarità: le donne discepole, e non i discepoli, sono i soggetti della prima testimonianza, della prima evangelizzazione pasquale. È un fatto innegabile, che non può essere tralasciato o ricordato solo superficialmente, ma deve farci riflettere oggi ed essere fonte di domande per la cultura cristiana dominante nelle chiese, in tutte le chiese. Quel mattino di Pasqua, mentre i discepoli restano nascosti, mentre sacerdoti e gli scribi restano convinti che Gesù è morto e corrompono perfino le guardie perché attestino il falso, mentre la gente vive la solita indifferenza che la induce a non porsi domande, quell’inizio della salvezza ha come protagoniste le donne discepole.

L'accenno alla Galilea (vv. 7. 10) rimanda agli inizi del vangelo, là occorre ritornare, con un cammino che non è geografico ma esistenziale. La vita quotidiana, quella di Galilea, acquista ormai tutto il suo senso: la sua banalità diventa segno del nascondimento di Dio, che si fa conoscere come speranza di tutto ciò che muore. Ora sappiamo dov’è Dio e quali sono i segni della risurrezione. Il Cristo “glorioso” ha come vessillo la quotidianità delle strade delle nostre “galilee”, la banalità del vivere quotidiano fatto di fatica e sudore, slanci e delusioni, amarezze e gioie… non ci ostiniamo a cercarlo in una tomba vuota o in un cielo che non abbracci la terra. Egli è lì con l’uomo e per l’uomo a fianco di tutti gli uomini e di ogni uomo. Soffre con ogni uomo, gioisce con ogni uomo per affermare ancora che la morte non è l’ultima parola e che la vita risorge con lui e in lui su ogni sepolcro dell’umanità.

Tornare in Galilea è un riandare all’inizio per ricominciare, è un andare oltre l’ora del rinnegamento, dell’abbandono del Signore, è un andare oltre la propria caduta per ricostituire la comunità, dopo la dispersione, e riprendere il cammino della fede insieme e in quella terra di frontiera per annunciare la buona notizia della resurrezione. Cristo è risorto! Questo è il fondamento del Vangelo, questa la nostra speranza, il nostro debito verso l’umanità tutta!

 


 

Domenica di Pasqua 2020 - Di P. Virgilio Maurizi 

La Pasqua è lo stupore dell’umanità, rappresentata dai due apostoli, davanti al sepolcro vuoto. La tomba parla di assenza e contemporaneamente di una forma nuova di presenza. Il testo costituisce un racconto di rivelazione del mistero di Cristo come colui che ha vinto la morte e che perciò la morte non ha potuto trattenere nel sepolcro. Ma è anche un racconto di trasformazione, perché in uno dei due discepoli (Giovanni) che corrono alla tomba avviene qualcosa che è come l’inizio della fede, il principio di un’apertura al nuovo mondo di Dio. La Pasqua è una porta aperta su una realtà altra che ci sorprende e verso la quale aneliamo come figli di Dio.

 

[1]Nel giorno dopo (primo della settimana) il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

 

Pasqua: Un nuova Creazione.  La traduzione letterale infatti è “l’uno dopo il sabato”. Annotazione cronologica con valore simbolico, allusiva alla nuova creazione, che è ormai in atto e che diventerà evidente nel racconto dell’incontro tra il risorto e Maria di Magdala, dove lui è come il nuovo Adamo, custode del giardino. Dio ricrea l’uomo, questa volta non più dalla terra ma dalla stessa morte.

Altra indicazione cronologica riguarda l’ora del giorno: “Di mattino quando era ancora buio”. Di mattino perché è già iniziato il giorno della resurrezione; quando è ancora buio perché i protagonisti umani, che si muovono intorno al sepolcro di Gesù, sono immersi in un’atmosfera di incredulità. Luce e tenebre avvolgono sempre l’uomo. A volte camminiamo nella luce altre volte camminiamo nelle tenebre ma l’importante è la percezione che sia nell’uno che nell’altro il Signore non ci abbandona mai.

Maria constata che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro scorge “l’inizio di una novità” sconvolgente ma non entra nel sepolcro corre ad avvisare i discepoli più importanti, Pietro e Giovanni. Maria è certamente mossa da un profondo affetto verso Gesù , affetto che traspare dal suo andare al sepolcro di primo mattino e tornare di corsa a comunicare la notizia.

Maria però non entra nel sepolcro, ha paura di rimanere delusa o scoprire qualcosa di sconvolgente e va a chiedere aiuto ai discepoli. Il mistero della morte anche per noi è sconvolgente solo insieme alla fede della chiesa possiamo entrarci, possiamo comprendere qualcosa di più senza il timore di rimanerne schiacciati

 

[2]Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 

 

Pasqua: Una interpretazione nuova della morte. La prima interpretazione che Maria dà del ribaltamento della pietra e del sepolcro vuoto è il risultato di un trafugamento del cadavere: “ Hanno portato via il Signore”. L’idea della resurrezione per lei è lontana come anche per i discepoli. Dovranno fare un lungo cammino per arrivare a identificare quel sepolcro vuoto con la resurrezione di Gesù. Ci sarà bisogno del dono dello Spirito, delle future apparizioni e della comprensione delle scritture per interpretare finalmente la resurrezione come opera suprema di Dio su tutta l’umanità. La fede è un lungo itinerario spirituale di cui la tomba vuota è solo l’inizio, la partenza e, questo vale per tutti. Per quanti di noi invece, il sepolcro appare solo come la fine irrimediabile della vita e non l’inizio di una vita nuova? Quanti hanno rinchiuso dentro quella tomba le proprie speranze? Quanti vivono una vita fatta solo di soddisfazioni relegate nel presente senza nessuna apertura al futuro e quindi alla condivisione e alla solidarietà?

 

[3]Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. [4]Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 

 

Pasqua: Una misteriosa attrazione. Pietro e Giovanni desiderano verificare ciò che è accaduto. Pietro “esce” dalla casa. Questo uscire richiama l’uscita dell’esodo. La paura e l’incredulità infatti ci tengono prigionieri e schiavi, come gli Ebrei in Egitto. Le paure inibiscono le nostre azioni e paralizzano il nostro domani. Dio manda sempre mediatori alla nostra vita per tirarci fuori da questa condizione e, in questo caso, Maria Maddalena funge da mediatrice. Avremo noi la forza di ascoltare questa voce anche se sembra assurda e paradossale?

Corrono entrambi, i discepoli, attirati da una forza misteriosa ma non è una gara a chi arriva prima ma una voglia di entrare dentro una novità appena assaporata che li distoglie da quel passato che li imprigiona. Ognuno di noi ha i suoi tempi, le sue strade, i suoi ritmi; chi prima chi dopo si arriva alla meta. L’importante è non mancare a quell’appuntamento con la storia, ormai intrisa di soprannaturale, che proprio grazie a questo intervento divino, continua il suo cammino con tutt’altro senso dentro questo mondo. Camminiamo come Pietro, che ancora segnato dal rinnegamento fa fatica a stare dietro Giovanni o corriamo come Giovanni sentendo l’amore di Dio in noi? Peccato e grazia corrono insieme alla ricerca di quella carezza che nell’uno segna il perdono, nell’altro la conferma dell’amore.

 

[5]Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 

 

Pasqua: È saper attendere chi rimane indietro. Il discepolo amato riconosce l’autorità di Pietro e per questo lo attende e lo lascia entrare per primo nel sepolcro, limitandosi per il momento a guardarvi dentro dall’esterno e a notare che i teli sono ancora nella loro posizione. Giovanni è un vero esempio, un modello di attenzione e di rispetto per quelle categorie più fragili e povere, per coloro che stentano e fanno fatica a procedere nella vita. Oggi viviamo tutti di corsa e ci voleva l’esperienza della malattia e della morte, così generalizzata e pervasiva come in questo tempo di corona virus per farci fermare, per tenerci chiusi nelle nostre case e, nel male, riscoprire forse qualcosa di bene. Dare la precedenza ai più fragili è sempre un dovere verso di loro che ci mantiene nella categoria degli umani. Saper attendere alla solidarietà è la qualità che oggi invochiamo e si invoca da più parti. Nessuno deve “restare indietro” è la parola d’ordine che viene proclamata dai nostri politici, ogni giorno a tutti i livelli, economico, sociale, sanitario e speriamo che veramente sia così. Ma temo che domani, passata o ridimensionata l’emergenza, ci scopriremo ancora più lontani, diversi, divisi, con le disuguaglianze a farne da padrone e quelli che non ce la fanno o che fanno fatica a raggiungere una vita dignitosa, saranno molti di più di quelli di oggi e coloro che sono rimasti indietro saranno una moltitudine.

 

[6]Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, [7]e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 

 

Pasqua: Entrare nel mistero della vita e della morte. I discepoli entrano nel sepolcro ed è come una apertura nell’aldilà della vita, e come se anche noi, per grazia, entrassimo nell’altra vita per renderci conto di ciò che succede dopo la morte e quindi di come leggere anche noi, uomini di fede, la morte. Pietro osservò i teli posati là, e il sudario, che era stato sul suo capo, ma avvolto in un luogo a parte. La disposizione dei teli e del sudario fanno capire che la tomba non è stata violata o trafugata perché non ci son segni di ciò ma tutto è in ordine. I teli sono dove dovevano essere, mentre per il sudario l’evangelista lo nota a parte e piegato. Tutto, all’interno di quel sepolcro è “svuotato”; la morte non ha trattenuto la vita, questa, più forte di qualsiasi morte, ha avuto la prevalenza. Dio dentro quella morte ha agito con forza. Questo è quanto Dio ha operato in Gesù ed opera con ogni uomo; questo è l’annuncio vittorioso della resurrezione: la morte che crede di vincere togliendoci la vita, che crede di incatenare l’uomo per sempre, non si ritroverà nulla tra le mani. Dio ha sottratto l’uomo dalla morte, ristabilendo la giustizia originaria. Ecco come opera Dio nella vita di ciascuno di noi. Gesù il figlio prediletto è solo il primogenito di una moltitudine di fratelli che proprio grazie a questa fede lo seguiranno.

 

[8]Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 

 

Pasqua: Entrare finalmente, con amore, in una prospettiva di fede. Ecco cosa ci definisce: la nostra relazione con Gesù. Siamo discepoli amati se sappiamo scoprire dentro la morte l’inizio della vita. E lo scopriamo solo se ci lasceremo amare e da questo amore trovare la forza e il coraggio di amare a nostra volta i fratelli. L’esperienza dell’amore ci conduce inevitabilmente all’esperienza della vita e della resurrezione. Chi ama infatti non muore, anzi chi ama passa attraverso la morte per una vita senza fine. Giovanni entrando in quel sepolcro non teme e ha una reazione diversa da quella di Pietro. L’oggetto visto è lo stesso ma lo sguardo è diverso; quello di Giovanni va più in profondità. Penetra il mistero. In quei segni si è compita la rivelazione di Dio. Comincia allora ad aprirsi alla fede pasquale, per cui nella morte di Gesù non si è consumato un fallimento, ma si è manifestato l’amore divino che trionfa sulla morte. Non possiamo non invocare il dono della fede. In questi giorni dove si stanno vivendo e consumando migliaia di vite che finiscono nel silenzio e nella solitudine, dove migliaia di persone chiudendo gli occhi a questa vita, non possono vedere neppure per l’ultima volta i loro cari, questa fede ci è necessaria. Questa fede deve guidarci e aiutarci a superare questo difficile momento. Come il discepolo Giovanni entrò, vide e credete anche noi entriamo con lo sguardo della fede dentro la nostra vita, dentro gli ospedali affollati, dentro quei depositi riempiti di bare, ordinate e accatastate, dentro i cimiteri affollati e anche noi vogliamo credere. Credere alla vita, credere all’inizio di un nuovo giorno senza fine.

 

[9]Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. 

 

Pasqua: È tornare a meditare le scritture e i vangeli. Il commento che l’evangelista fa attraverso queste parole è rivolto a noi lettori del vangelo di oggi perché diventiamo consapevoli che un cammino di fede, una sua autentica maturazione, non può prescindere dall’incontro con le scritture, in quanto testimonianza del piano salvifico di Dio. Sono proprio le scritture, la Bibbia, infatti a rendere comprensibile il piano della rivelazione. Solo queste ci danno la vera interpretazione della realtà della resurrezione. Le scritture infatti rivelano il volto di un Dio che entra nella storia degli uomini e assumendola le dona la salvezza. Quanto sono importanti per noi le scritture? Quanto tempo dedichiamo alla lettura e alla meditazione? Sarebbe bello andare da esse sin dal primo mattino come fa Maria al sepolcro e, li sostare, penetrare, meditare quella parola che il Signore vuole offrire a ciascuno di noi per un autentico e credibile cammino di fede. Alzarsi quando è ancora buio e lasciare che questa parola entri in noi, ci possa guidare alla scoperta di quel senso della vita che spesso ci sfugge. Allora scopriremo che non solo non è tempo perso ma anzi è il modo migliore per penetrare nel tempo, in questo nostro tempo.

 

[10]I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

 

Pasqua: Il ritorno in comunità. I discepoli tornano a casa, forse non pienamente convinti, quel breve bagliore di fede deve essere alimentato altrimenti rischia di spegnersi, si rischia il ripiegamento su noi stessi, la superficialità, la banalità, la ricerca delle cose facili, superflue non quelle che ci impegnano e ci coinvolgono a tal punto da cambiare la nostra vita. Molti di noi pur avendo fatto esperienze forti di fede in un determinato tempo dopo un po’ stanchi e assuefatti, finito l’entusiasmo iniziale, tornano alla vita precedente. Tornare a casa per noi significa lasciarsi accompagnare dalla comunità, dalla Chiesa per un cammino vero e autentico di fede, significa iniziare insieme agli altri fratelli quell’itinerario di fede che non finisce mai e che ci rende semplicemente discepoli e testimoni di Gesù. E allora coraggio, buon cammino e buona Pasqua.

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Opera: http://help.opera.com/Windows/10.00/it/cookies.html

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