Ascensione del Signore /A

Ascensione-del-Signoredi Diacono Franco Ferro - La Chiesa ci invita oggi a contemplare il mistero dell’Ascensione al Cielo di Gesù, avvenuta quaranta giorni dopo la Sua Risurrezione secondo l’indicazione cronologica degli Atti degli Apostoli (At 1,3). Ogni volta che ci soffermiamo sui misteri della vita di Nostro Signore, dobbiamo avere ben presente che si tratta di fatti storicamente collocati, che però sono continuamente attualizzati nella vita della Chiesa attraverso la fede, la liturgia e i sacramenti: essi posseggono e trasmettono oggi come ieri la forza salvifica propria della vita di Cristo, e questo sino alla fine dei tempi.

Vorrei commentare queste pagine del Nuovo Testamento sotto tre aspetti: della Storia della Salvezza, degli effetti sulla Chiesa e sulla vita di noi credenti, della missione.

La Santissima Trinità da sempre ha concepito l’Opera della Salvezza, dopo la caduta dei nostri progenitori come ci dice il Protovangelo di Genesi (cf. Gen 3,14-15). E questo progetto, dopo essere passato attraverso le tappe preparatorie del Primo Testamento, ha trovato la sua piena realizzazione nell’Incarnazione del Verbo di Dio, Gesù di Nazaret, nel grembo accogliente della Vergine Maria.

Gesù, attraverso tutti i misteri della sua vita, compie il disegno di Salvezza per cui il Padre lo ha inviato tra noi: dunque, questi misteri sono profondamente connessi tra loro e costituiscono un’unica trama, il cui obiettivo è donare all’umanità decaduta la liberazione dalla schiavitù del peccato, la condizione filiale verso Dio e la vita eterna. Incarnazione, nascita a Betlemme, vita nascosta a Nazaret, vita pubblica di predicazione, guarigioni, esorcismi; Passione e morte; Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, tutto questo è un unitario percorso operato da Cristo per la nostra salvezza.

In questa unità globale, la festa di oggi costituisce ulteriormente un “unico” con la Risurrezione di Gesù dalla morte e l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Possiamo dire che si pone come ponte tra questi due eventi salvifici, nel momento in cui il Gesù storico “passa il testimone” allo Spirito Santo nella prosecuzione dell’opera di instaurazione del Regno di Dio tra gli uomini: e ciò attraverso la Chiesa, Suo Corpo Mistico.

La solennità di oggi celebra la glorificazione di Cristo, effetto questo già presente nella Sua Risurrezione, come possiamo facilmente intendere. Ma dopo essere apparso per quaranta giorni ai suoi discepoli, con l’Ascensione, Nostro Signore vuole rendere pubblico all’umanità un tale esito della sua vita, dicendo agli apostoli prima e a noi ora che Egli è definitivamente assunto alla destra di Dio Padre, con la stessa «gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). Gesù, dunque, il Messia atteso, il Figlio di Dio coeterno al Padre disceso tra noi, sottrae la sua presenza fisica alla storia umana e perviene in modo irreversibile alla condizione gloriosa della sua Umanità, acquisendo la dignità di Re dell’universo e giudice della storia. Egli è «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione» perché il Padre «tutto ha sottomesso ai suoi piedi» (Ef 1,21-22).

Questo dato, la glorificazione della sua umanità, è il frutto eccellente ed eterno dell’azione salvifica di Gesù, perché assieme a Lui, Capo, sale al Cielo anche la Chiesa, Suo Corpo costituito dall’insieme dei battezzati. Ecco il trionfo di Cristo pro nobis, che S. Paolo e con lui i Padri della Chiesa e la sacra liturgia non cessano di proclamare: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1). Sentiamo S. Agostino: «Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso» (Discorso sull’Ascensione del Signore). E la preghiera di colletta di questa solennità: «Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria».

Come, quindi, il capo non può essere separato dal corpo, così Cristo non si può dividere dalla sua Chiesa, che in Lui vede già realizzata la propria santificazione eterna. Ma, al tempo stesso, gli autori sacri ci dicono che la nostra santificazione costituisce un impegno, un desiderio, una tensione, alimentati dall’intima unione che deve sussistere tra Gesù e la Chiesa. Da parte del Signore, questo già c’è: spetta alle membra del Suo Corpo “lottare” per questo risultato, come ci dicono i brani ora citati: «Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,2).

Ma in questa lotta non siamo soli: «Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra» (S. Agostino, op. cit.). Nella globalità di Capo e Corpo, Gesù è perfettamente presente nel pellegrinaggio terreno della Chiesa. È presente nel Suo Spirito, nella Sua Parola, nei Sacramenti e nella liturgia, nei Pastori e nei fedeli; è presente in un modo unico nell’Eucaristia, centro della vita della Chiesa; è presente in ciascuno di noi, dove abita assieme al Padre e allo Spirito Santo, in forza del Battesimo. È presente in tanti altri modi, quanti la Carità ne può attuare.

Dunque, Gesù ascende, ma non cessa di essere in mezzo a noi, come ci dice il Vangelo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Viene meno la sua presenza corporea, continua la sua permanenza nelle sue membra: è la Chiesa condotta dal Risorto lungo tutti i secoli.

Possiamo così facilmente riconnettere, come sopra dicevo, questa solennità non solo alla Risurrezione, ma anche alla Pentecoste, perché da adesso è lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, ad essere il protagonista della vita della Chiesa e di ogni fedele: lo Spirito diventa la nuova modalità di presenza di Cristo tra noi. È la “vita nuova nello Spirito”, dono del Risorto perché possiamo condurre la nostra esistenza come suoi veri discepoli e così conseguire i beni eterni da Lui realizzati e promessi (cf. 2Cor 5,16-17).

È la vita cristiana, un dialogo continuo tra libertà e grazia, lì dove storicamente siamo: sudore, pazienza, fragilità e assieme Gesù che ci tende continuamente la mano, durante il “santo viaggio” fino a riunirci anche noi a Lui nella gloria. «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18); e continua: «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). Non dimentichiamo mai che Gesù da parte sua ha compiuto tutto (Gv 19,30) per la nostra salvezza e che sta a noi aderirvi, nella fatica di questa vita terrena, potendo pure, ahimè, rifiutarlo nella nostra libertà.

Per inciso, dico che questa inconfutabile continuità tra Cristo e la Chiesa mette con le spalle al muro quanti, senza conoscere, affermano: «Credo in Gesù, ma non nella Chiesa». I “due” non sono separabili, chi disprezza l’una, disprezza anche l’Altro; chi non accoglie il Corpo, non accoglie nemmeno il Capo (cf. Gv 13,20; 15,20).

L’ascensione alla gloria come primogenito di molti e la contemporanea presenza stabile del Signore tra noi ha l’effetto di aprirci alla speranza: «Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria» (Prefazio dell’Ascensione del Signore I).

Il cristiano è colui che vive tra l’impegno presente e la speranza futura, nella consapevolezza che impegno e speranza si nutrono a vicenda e “impastano” le sue giornate. Egli condivide le medesime vicende terrene di ogni altro uomo, ma come pellegrino con lo sguardo rivolto al Cielo. I cristiani «vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi … In una parola, i cristiani sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo» (Lettera a Diogneto).

Ma perché la gioia del discepolo di Gesù «sia perfetta» (1Gv 1,4), egli deve ottemperare alle consegne del Signore date al momento della sua ascensione al cielo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

«Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20,21) ci rivela che la missionarietà è una condizione costitutiva del cristiano, perché essa è innanzi tutto costitutiva di Dio, che ha inviato il Figlio come Salvatore del mondo. Portare la lieta novella del Dio fatto uomo per la nostra salvezza è mettere in pratica il comandamento dell’amore, che ci spinge verso l’altro per renderlo partecipe del bene più grande, la comunione con Dio.

La fede è sì una questione profonda della coscienza, ma che si dimostra tale nella misura in cui diventa annuncio, come dice anche l’Apostolo: «Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10,10). Chi incontra realmente il Risorto, non può trattenere per sé questa ricchezza, ma sente il bisogno incontenibile di andare ad annunciarlo agli altri, perché anch’essi godano di un tale tesoro. Questa è una dinamica presente in tutta la Scrittura, per cui chi fa esperienza dell’amore di Dio, automaticamente è un inviato, un apostolo appunto.

Esprime chiaramente questa realtà Papa Francesco nei primi numeri della Evangelii gaudium in cui auspica una Chiesa in uno stato permanente di missione, pena l’inaridimento della sua vitalità. Ciò vale per la Chiesa, come per il singolo battezzato. Si tratta di prendere sul serio il monito di Gesù: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 6,25). La categoria che meglio rappresenta il Vangelo è quella del “dono di sé” sull’esempio di Cristo: non è qualcosa di accessorio, ma è la risposta di Dio, che è relazione d’amore, all’egoismo soffocante del mondo. Sta a ciascuno di noi scegliere se essere ripiegato su se stesso, con il rischio di spegnersi interiormente, oppure donarsi per amore, che è la via certa alla propria realizzazione umana secondo la natura e il piano di Dio.  

Evidentemente ciascuno è chiamato a dare testimonianza del Vangelo in sintonia con il proprio stato di vita: c’è un modo del sacerdote e uno del laico, prima con la vita, poi se serve anche con la parola. Ciò che è importante è prendere sul serio il mandato missionario di Gesù. Nel tempo di oggi, segnato dal relativismo che appiattisce tutte le posizioni su uno stesso piano, in nome di una laicità malintesa, siamo chiamati a vivere autenticamente la nostra identità cristiana, «sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).