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Vescovo Mauro Parmeggiani

XXII Domenica T.O. /A

croce persone“Dio non fa rima con Croce!”

L’amore di Dio, annunciato e donato agli uomini in Gesù, va annunciato nella sua potenza. Così lo possiamo cantare insieme al salmista che con gioia fa memoria dell’intervento di Dio nella propria storia. “Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode”. Scegliamo questo versetto del salmo 62, come sintesi della Parola che ci consegna la liturgia odierna. Un amore grande che vale più della vita stessa. Si tratta di un grido dei perseguitati che vogliono custodire integra la loro appartenenza incondizionata a Dio nonostante il pericolo. In particolar modo pensiamo al re Davide che spesso davanti ai pericoli si rifugia nel deserto. Avendo come unico protettore il Dio della vita e delle vittorie, canta le sue meraviglie. Pensiamo inoltre al canto elevato verso un Dio protettore del suo popolo durante la resistenza contro le angherie del re Antioco Epifane. Il versetto si riferisce in un modo ancora più esplicito a Cristo, testimone fedele del Padre, che non arretra davanti alla croce evidente che si profila all’orizzonte del suo viaggio missionario.

 

È proprio questa croce che verrà consegnata ad ogni discepolo che vuole calcare i propri passi nei passi del Maestro di Galilea. Il salmo prosegue le parole dell’orante confessando: “Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene”. In definitiva, il discepolo missionario e profeta ha la consapevolezza di non essere solo; è sempre accompagnato da un amore senza limite, un amore che può essere ripagato solo con la confessione fino alla morte, una morte che apre alla vita senza fine. Il discepolo ha questa fiducia nel Dio che lo seduce impegnandosi per lui. Lo sente come se Dio gli dicesse: “Se tu godi, gioisco con te. Se tu soffri, io ho male per te.”

 

“E se tu avrai riconosciuto il mio amore, potrai renderti testimone, da profeta innamorato e appassionato, presso coloro che ancora non lo conoscono”. Questo amore però richiede maturità e maggior consapevolezza. L’annuncio del Cristo diventa quello di ogni discepolo diventato a sua volta apostolo, “fonte di croce e delizia”, perché nasce per affrontare le asperità della vita.

 

L’ amore vero è sempre esigente

Dopo aver seguito passo dopo passo Gesù nel suo viaggio missionario, lo vediamo nel vangelo di questa domenica verso la conclusione dello stesso. Gli occhi sono puntati sul calvario, punto dove la divinità e la gloria diventano più visibili. Gesù ha annunciato in parabole il regno di Dio, ha descritto chi è il discepolo chiamato ad entrare in esso. La carità che sappia riconoscere con compassione i bisogni altrui deve essere la carta fondante di questo regno ed è la caratteristica principale dello stesso discepolo.

 

Il profeta Geremia non può fare a meno di annunciare nonostante la difficoltà e le avversità affrontate durante i 40 anni del suo ministero profetico. È un’evidente anticipazione del Cristo sofferente per i suoi fratelli. Ha amato e cercato di convertire il popolo e il re. Spesso l’annunciatore verrà visto come l’uccello di malaugurio, sa di non essere ben accetto, diventa un perenne perseguitato. Eppure non può tradire la sua vocazione, spera di salvare qualcuno anche in extremis. Il fuoco ardente che porta dentro non è fatto per fare piacere ma per salvare. Il Signore, in risposta, nelle persecuzioni contro il profeta gli dona la forza di andare avanti, pur in mezzo alle umiliazioni. Lui stesso confessa la propria gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali perché sei stato il mio aiuto”.

 

Il profeta sa che per salvare la propria vita la deve perdere per il prossimo. Non può resistere ad un Dio che ama di un amore seducente. Così grida il profeta: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”. Dio è il grande seduttore. È un appellativo che ci porta a capire come Dio sia non un principio astratto, ma una realtà vivente, non una mente soltanto, ma un cuore e non un cuore freddo, ma palpitante di tenerezza. Così, ognuno di coloro che hanno legato la propria vita alla sua, gli possono dare del tu, stare alla sua presenza ed annunziare un amore franco e profondo. Questa concretezza sarà ancora maggiore nella vita di Gesù, “amore della vita, dolcezza infinita” che ama donandosi.

 

Un amore seducente e avvincente

Il discepolo che diventa profeta, missionario, si deve lasciare prima di tutto sedurre da Dio attraverso la bellezza della creazione di cui ogni forma vivente custodisce, come in filigrana, un segno della sua presenza. A maggior ragione si vede nascere Dio quando la bellezza contemplata è quella della santità. All’interno di questa prossimità, nella successione delle vicende, liete o tristi, di cui è intessuta la storia di ciascuno, Dio ci seduce con la rivelazione della sua tenerezza.

Bisognerebbe aggiungere un’ultima osservazione: per sedurre, Dio ora prende il volto di Cristo. Attraverso lo stesso Cristo però, Dio ci fa capire che la sua attrazione non è ingannevole. Dio non è un venditore di fumo. È un innamorato veritiero ed esigente. Simon Pietro ne ha fatto l’esperienza, oggi elogiato, domani rimproverato. L’amore non saprebbe essere differente. Infatti, Pietro aveva da poco meritato, come abbiamo meditato domenica scorsa, l’elogio di Gesù per la sua professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Fino a quel tempo però, forse anche oggi, Dio non fa rima con Croce!

Ora Gesù parla di sofferenza e di morte. Ma la sofferenza e la morte appartengono agli uomini, non a Dio. Quando mai si è creduto che Dio potesse soffrire? Anche noi ancora facciamo fatica a pensarlo. Siamo eredi di quel pensiero greco secondo cui la divinità non può assolutamente soffrire. Per questo motivo Dio compare al banco degli accusati soprattutto quando giungono la sofferenza e la morte nella nostra vita. Dio, proprio in virtù della sua perfezione, è beatitudine assoluta. Per questo capiamo lo sconcerto di Pietro che in fondo rimane il nostro. Gesù, come figlio di Dio, non avrebbe dovuto soffrire. Parlare di sofferenza voleva dire rimettere in discussione proprio quel titolo di “Figlio di Dio” professato domenica scorsa. Nel vangelo appena proclamato, Gesù non si preoccupa di fornire una spiegazione. Il suo discorso è perentorio: “bisogna”.

 

È una sorta di necessità, di destino. È così e non può essere diversamente. A noi però come a Pietro servono delle spiegazioni. Confessiamo con gratitudine che siamo più fortunati di Pietro perché disponiamo di altre parole del Signore che Pietro non poteva ancora conoscere e soprattutto perché gli eventi pasquali (morte e risurrezione) ci hanno avvicinato maggiormente alle ragioni segrete dell’agire di Dio. Possiamo allora tentare di spiegare noi a Pietro (e a tutti quelli che sollevano la stessa obiezione di Pietro) il senso delle parole di Gesù.

 

L’amore, il vero amore - questo è il punto di partenza - è sempre un amore crocifisso.

 

 

Chiediamo dunque un cuore innamorato di Dio come Geremia, come Gesù di Nazaret. Un cuore innamorato di Dio e che abbraccia la croce come quello di Massimiliano Kolbe, che sappia amare donandosi. Vogliamo chiedere la gioia e l’entusiasmo di Pietro, che non si preoccupa di sbagliare quanto di amare con un amore schietto, un amore che non sa fare calcoli. Preghiamo con le illuminanti parole della nostra sorella Thérèse Françoise Marie Martin di Lisieux: “Oh se potessi avere un cuore ardente d’amore, che resti il mio sostegno non m’abbandoni mai, che ami tutto in me, persino la mia debolezza, e non mi lasci mai, né il giorno né la notte. Non ho trovato mai creatura capace d’amarmi a tal punto e senza morire, di un Dio ho bisogno, che, assunta la mia natura, si faccia mio fratello, capace di soffrire”.

 

 

Un Dio fratello, che con l’esempio e la parola annunzia agli uomini quanto il Padre ha cura di loro, è un Dio affidabile, pieno di misericordia davanti ai nostri demeriti. Se le nostre giustizie umane non hanno ai suoi occhi il minimo valore, gettiamo ogni nostro sacrificio, consiglia la piccola Thérèse, ogni nostro sacrificio, nel divino cuore. L’amore vero sarà sempre un amore provvisoriamente crocefisso in attesa della gloria. Grazie Signore per averci rivelato che la croce che giunge nella nostra vita è sempre preludio della tua gloria che si sta per manifestare! Vieni dunque Signore, vieni ancora oggi, vieni sempre con la tua croce e la tua gloria!

 

Don Cyriaque Niyongabo,

Santa Margherita, Olevano Romano

 

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