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Vescovo Mauro Parmeggiani

XXIV Domenica T.O. /A

70volte7Nel 1967 usciva un film western fortunatissimo Dio perdona... io no!

Sono convinto che questo titolo accattivante abbia dato un grande contributo al successo della pellicola. Questo genere di film, che io ho sempre biasimato, proponeva eroi senza cervello, dal grilletto facile. Sparatorie e pugni venivano scatenati da qualsiasi banalità. La vita non valeva nulla, e tantomeno le suppellettili del Saloon, dove i clienti, al minimo pretesto, scatenano una colossale rissa che manda in pezzi il locale, dando vita a una orribile carneficina. (Prima di sparare pensa)

<Dio perdona io no>, questa frase ci fa comprendere quanto sia difficile o addirittura impossibile per noi uomini perdonare; soprattutto quando abbiamo ricevuto un torto, quando l'altro ci mette il bastone fra le ruote, quando siamo stati umiliati, offesi, uccisi dalla maldicenza altrui.

 

La parabola proposta dalla liturgia della Parola di questa domenica prende spunto da una domanda che Pietro rivolge a Gesù, il Maestro. In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».

 

Qui, a questo punto, è interessante notare che Pietro non pone questa domanda agli altri discepoli, per conoscere la loro opinione su questo argomento. La domanda è rivolta direttamente a Gesù. E questo perché riconosce che il Cristo, oltre ad essere il figlio di Dio, è il Maestro. Pietro si riconosce suo discepolo. La parola "discepolo" è usata moltissime volte nel Nuovo Testamento. Infatti, prima ancora di essere nominati "cristiani", i seguaci di Gesù furono chiamati "discepoli": "ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani" (Atti 11:26). Un discepolo è uno che va a stare vicino al "Maestro" per appropriarsi di conoscenza o di abilità. (Infatti la parola tradotta "discepolo" nella nostra Bibbia, mathetes, deriva direttamente dal verbo manthanein, "imparare"). I discepoli andavano solitamente a vivere a casa del "maestro", e lo servivano anche nei lavori più umili. È questa la posizione descritta dall'apostolo Paolo quando dice di essere stato "educato ai piedi di Gamaliele", cioè del più famoso e rispettato maestro della Legge dei suoi tempi (Atti 22:3, cfr. 5:34).

 

La parabola vuole dirci proprio questo; 

il primo personaggio un re che volle regolare i conti con i suoi servi è il Maestro;

il secondo personaggio un tale che gli doveva diecimila talenti è l'allievo.

Il terzo personaggio, il compagno che gli doveva cento denari, è la prova d'esame che ci fa capire se abbiamo compreso la lezione.

 

Nella parabola l'allievo, fa una pessima figura, sbaglia in modo clamoroso la prova, facendo una brutta fine. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

«Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». 

Se l'allievo non vuole sbagliare, deve imitare il Maestro, senza farsi troppe domande, perché strada facendo, dopo avere compreso il mestiere, gli si apriranno gli occhi («Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero», Luca 24,31). È quindi nostro dovere riceve l'insegnamento dal nostro Maestro, a cui dobbiamo sentirci legati da stretti legami spirituali soprattutto partecipando alla Santa Messa, e intellettuali seguendo la sua dottrina e conformando la nostra  vita alla Sua. Noi discepoli del Signore, siamo chiamati a vivere e predicare il suo Vangelo di vita. 

             

IL PERDONO SI IMPARA. Solo seguendo Gesù, possiamo riuscire a perdonare. Questa attitudine del cuore, richiede esercizio, sacrificio, pazienza, allenamento, dominio di sé, in una parola vivere i Sacramenti; l'esame di coscienza, la confessione, un cammino spirituale, la partecipazione al banchetto eucaristico, che è la « fonte e culmine di tutta la vita cristiana sono indispensabili per vivere una fede adulta, professata, pregata e testimoniata.   Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua». Dobbiamo dunque considerare l'Eucaristia la via maestra che ci insegna cos'è la misericordia e il vero perdono. "Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto. La tua volontà si compia in me, in tutte le tue creature. Non desidero altro, mio Dio. Affido l'anima mia alle tue mani Te la dono mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore perché ti amo, ed è un bisogno del mio amore di donarmi di pormi nelle tue mani senza riserve con infinita fiducia perché Tu sei mio Padre." ( Preghiera d'abbandono  Charles De Foucauld )

Solo imitando il Maestro, sine glossa (senza commento) potremo mettere in pratica il perdono. Da soli, con le nostre forze, non possiamo farcela. Se lo ha fatto Lui, lo dobbiamo fare anche noi. “Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”. (Giovanni 13,12-15) 

"Avere una fede chiara, secondo il credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, va bene e appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie". (Joseph Ratzinger)

 

Don Marco Palmerani,

parrocchia Divin Salvatore, Zagarolo

 

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