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Vescovo Mauro Parmeggiani

XXVII Domenica T.O. /A

mt-21-33-43-45-46 uvaCustodi di un dono, la chiamata, affinché porti frutto. Il cristiano deve difendersi dal pericolo di rifiutare, con le sue infedeltà, l’amore e la salvezza che Dio offre. Il padrone e la vigna sono il simbolo di Dio e il suo popolo. Cosa non ha fatto e non fa Dio per il suo popolo? E come risponde il suo popolo a questo amore instancabile? Il motivo del rifiuto è uno dei punti forti della parabola, l’ingratitudine, che giunge alla violenza, l’altro punto forte. Non manca poi la forte delusione per i mancati frutti degli uomini.

 

Divisione:

-          vv 33-36: La parabola dei vignaioli omicidi. La loro rivolta violenta

-          vv 37-39: L’invio del Figlio. E il progetto di ucciderlo

-          vv 40-41: La punizione dei ribelli e la loro sostituzione con altri

-          vv 42- 43: Conclusione: La profezia-Interpretazione di Gesù. La sua uccisione

 

Commento

[33]Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 

Il padrone della vigna. Un uomo pianta una vigna e ne cura tutti i particolari affinché possa produrre uva ed essere difesa dagli animali selvatici. Ma l’uomo che ha profuso tante cure alla vigna la affida ad altri e parte per un viaggio. La parabola che Gesù racconta è riferita ai capi religiosi del popolo e non a tutto il popolo d’Israele. È il popolo, paragonato alla vigna, che deve essere curato e sono i capi, i vignaioli ad essere omicidi. Chi tradisce Dio non è la vigna ma coloro che la curano, i vignaioli a cui la vigna era stata affidata. Dio estende il suo amore ad ogni essere umano attraverso il suo Figlio.

Una prima riflessione possiamo farla, alla luce di questo versetto, sull’amore di Dio nei riguardi dell’uomo. Dio ama l’uomo e lo circonda di amore, (pianta una vigna) lo difende dagli assalti del maligno (la circonda con una siepe), gli costruisce un futuro di gioia (un frantoio), gli assicura la sua difesa e la sua presenza (La torre). L’amore di Dio non è oppressivo ma lascia libero l’uomo di agire secondo la propria libertà essendo Dio, Colui che ama si allontana dall’uomo perché questi possa agire liberamente. Dio è colui che impegna se stesso per l’uomo, come un buon genitore desidera la gioia e un futuro di felicità per il suo figlio altrettanto Dio per ciascuno di noi.

 

[34]Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. [35]Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. [36]Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 

 

La dinamica di una parabola. La parabola descrive lo spirito rivoluzionario dei contadini della Galilea verso i grandi proprietari terrieri e allude forse a violenti episodi di cronaca in cui dei fittavoli si erano impadroniti, con la forza, dei poderi dei latifondisti stranieri. Il padrone manda i suoi servi a ritirare il raccolto, ma i vignaioli, invece di dare i frutti maltrattano i servi. La violenza dei vignaioli mira a impressionare gli uditori affinché prendano posizione rispetto ai vignaioli omicidi. È a questi, sommi sacerdoti e capi del popolo, che Gesù rivolge la domanda finale. Questi ricchi e potenti proprietari terrieri non possono non aver ascoltato con raccapricciante rabbia questo fatto di sangue. Una scena che si ripete due volte. La storia dei rapporti fra Dio e il suo popolo è segnata dalla missione dei suoi servi: chiara allusione ai profeti, divisi in due gruppi, quelli anteriori e quelli posteriori.

La seconda riflessione a partire da questi versetti possiamo centrarla nell’ingratitudine dei vignaioli e nel desiderio di appropriarsi di ciò che invece è dovuto al padrone. L’ingratitudine è il male del secolo ed è la delusione più grande che un uomo può sentire dentro di sé quando tutti gli sforzi fatti affinché qualcuno sia felice non vengono riconosciuti, non solo, ma addirittura ci si appropria del bene ricevuto cancellando e rifiutando il benefattore. L’ingratitudine unita alla ribellione e alla violenza lascia Dio senza parole e come non provare una profonda ingiustizia di fronte a un simile atteggiamento?

 

[37]Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo:«Avranno rispetto di mio figlio! » [38]Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: «Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità». [39]E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 

 

L’ultima fase della storia è segnata dall’arrivo del figlio, l’erede, che viene riconosciuto dai contadini i quali, con maligna lucidità, progettano di eliminarlo per impossessarsi dell’eredità. Con i due versetti, 37-39, il racconto giunge al momento cruciale. Il padrone invia il figlio nella vigna, nella speranza che di questo i vignaioli abbiano rispetto ma i vignaioli si comportano allo stesso modo. Lo cacciano fuori e lo uccidono.

Una terza riflessione possiamo desumerla da questi altri due versetti. Dio ha talmente fiducia nell’uomo da cercare la sua salvezza sino alla fine. Per ultimo, cioè sempre, Dio dà la possibilità all’uomo di convertirsi, di uscire dalla propria condotta malvagia ed approdare finalmente al pentimento e dunque alla conversione. Dio ha sempre pensieri positivi verso la sua creatura e offre incessantemente quella possibilità ultima perché possa l’uomo avere finalmente rispetto di Lui. Ma l’uomo, avido di ricchezze e di possedimenti, rifiuta testardamente quell’offerta divina allontanando Dio dalla sua vita e arrivando perfino ad ucciderlo dentro di sé. Si compie così quell’autonomia da Dio e dalla realtà spirituale che fa dell’uomo un essere ad una dimensione: quella terrestre già auspicata da anni da filosofi e atei. L’uomo non deve a nessuno la sua vita, né è chiamato a ringraziare nessuno, né la sua libertà può essere condizionata da un Dio ignoto. Purtroppo è l’uomo di oggi, senza radici e senza futuro che vive solo del suo presente.

 

[40] «Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». [41]Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 

 

Gesù invita i suoi ascoltatori, i capi del popolo e i sommi sacerdoti, a valutare quanto accaduto. Essi condannano giustamente il comportamento sbagliato dei vignaioli e immaginano che il padrone toglierà loro la vigna per affidarla ad altri.

Una quarta riflessione possiamo desumerla ancora da questi due versetti. Arriverà il momento della verifica, del giudizio e della valutazione onesta e veritiera sulla nostra vita e sulle scelte compiute. La venuta del Signore è sempre legata al suo giudizio sull’amore vissuto e sulle opere compiute dall’uomo. E da se stesso arriverà a scoprire quanto male avrà compiuto e quante possibilità di fare il bene ha avuto. Saremo allora ancora in tempo a convertirci? Saremo finalmente capaci di lasciarci amare e rispondere con gioia a quell’amore di figli? Avremo imparato allora ad essere grati e dire con tutto il cuore: grazie Signore?

 

[42]E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”? »

 

Gesù fa capire ai suoi ascoltatori che la parabola non è solo una interessante storiella ma una vicenda che vuole illuminare i fallimenti che caratterizzano la storia di Israele, e li pone così davanti alla loro responsabilità. La parabola è quindi una allegoria tra Dio e il suo popolo. Gesù riassume in poche battute la storia del suo popolo: il padrone della vigna è Dio che non ha mai cessato di aspettare i frutti dalla sua vigna. La vigna invece è il regno di Dio, affidato in un primo tempo a Israele; i vignaioli sono coloro che hanno deluso il padrone e non sono stati fedeli alla consegna dei frutti; i servi sono i profeti, mandati da Dio a tenere desta la fede del popolo e a ricordare ai loro capi la loro responsabilità; il figlio del padrone è Gesù, mandato dal Padre in un estremo tentativo di salvare il popolo infedele.

Quinta riflessione. Non c’è nulla di più facile che scartare Dio dalla nostra vita. Soprattutto se da questi ci aspettiamo salute, ricchezza e successo. In una società del benessere fondata sulla visibilità, sulla giovinezza e sulla ricchezza come può Dio essere di casa? Come può l’uomo costruire la sua vita e il suo futuro sulla roccia del suo Figlio? Inevitabilmente questi si troverà escluso, allontanato e dimenticato e come dicevamo all’inizio perfino ucciso. Se non recuperiamo il fondamento del nostro essere per gli altri e non ci riavviciniamo alle radici del nostro vivere in solidarietà con gli ultimi non possiamo mettere a fondamento delle nostre scelte il Signore della vita e i suoi insegnamenti. Gesù è la pietra d’angolo che tiene unito il cielo e la terra, la vita e la morte, il visibile e l’invisibile, Dio e l’uomo, il terrestre e il celeste. Egli è la pietra che rende possibile l’unità della nostra vita nel rapporto con il Divino e nella realizzazione della nostra figliolanza divina nonché della nostra reciproca appartenenza fraterna l’uno con l’altro.

 

[43]Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.

 

Conclusione propria di Matteo nella quale Gesù profetizza il passaggio delle consegne: non la “vigna-popolo” di Israele ma i “vignaioli-capi del popolo”. Questi ultimi verranno sostituiti con altri capi che avranno cura del popolo di Dio.

Quale popolo lo farà fruttificare? E da cosa dipende il frutto della vigna? Possiamo identificarci noi, la Chiesa, con il popolo che consegnerà i frutti a suo tempo a Dio? La storia condanna anche noi come popolo che non ha saputo consegnare i frutti a Dio e che ha rifiutato questo regno di Dio e ancora oggi si rifiuta di accoglierlo. La parabola è un monito che impedisce di sentirci delle persone che hanno già posto le mani sulla salvezza. Le promesse di Dio sono per coloro che si impegnano a portare frutto e ad aderire alla volontà del Padre.

Ultima riflessione. Quali opere testimoniano la nostra conversione, il nostro amore a Dio? quali frutti di vita di amore, di bene, di solidarietà abbiamo finora portato? Quante occasioni abbiamo perso nella nostra vita perché questa potesse darci ancora più vita? E se qualcosa la vita ci ha tolto non è stato forse per colpa nostra mentre noi ce la siamo presa sempre con qualcos’altro o con qualcun altro? Nessuno può toglierci la responsabilità delle nostre azioni buone o cattive che siano e se perdiamo la gioia e la felicità dentro questa vita è perché non siamo stati capaci di vivere nell’amore che Dio ha riversato nei nostri cuori in tutte le sue forme ed espressioni.

 

Pensiero conclusivo:

Prima di fare del bene pensa se hai il coraggio di sopportarne l’ingratitudine, l’incomprensione e il tradimento. (San Vincenzo de’ Paoli)

 

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