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Vescovo Mauro Parmeggiani

XXIX Domenica T.O. /A

gesu cesare 2La Liturgia della Parola di questa XXIX domenica del Tempo Ordinario, meriterebbe che gli si dedicasse un'ampia meditazione, soprattutto co­me invito alle nostre chiese a specchiarsi in quella vera «comunità di fede, di speranza e di carità». Tuttavia vorrei limitarmi a qualche spunto...

 

A Cesare quello che è di Cesare

«Dice il Signore del suo eletto, di Ciro». Come mai la Bibbia parla così di un re pagano? Tutto il brano profetico che oggi leggia­mo è una risposta a questa domanda. Ciro ha conquistato un impero sterminato abbat­tendo l'uno dopo l'altro i re nemici; ma in tutto ciò egli ha agito come strumento scelto da Dio per realizzare i suoi disegni; il profeta pensa certamente in primo luogo alla liberazio­ne del suo popolo, al quale Ciro ha consentito e facilitato il ritorno in patria dal lungo esi­lio. Ma il Signore vero e unico è Jahvè, fuori di lui non c'è altro Dio. Ci furono in passato dei cristiani che assunsero di fronte al potere dello stato, special­mente quando li perseguitava, e all'attività politica in genere una posizione di totale ri­fiuto. Così i farisei, e specialmente gli zeloti, che avrebbero voluto tirare Gesù dalla loro parte, come il Messia venuto a liberare Israele dal dominio romano. Ci sono ora dei cri­stiani che guardano alla politica come a una cosa sporca o che comunque non ha niente da spartire con l'impegno religioso. Gesù non esita a deludere le attese dei nazionalisti ri­spondendo: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare».

Egli riconosce che esiste una società civile, che un «Cesare», cioè un'autorità, comunque si chiami, è necessaria per provvedere alle esigenze del bene comune. Pagare il tributo è un riconoscimento pratico e doveroso di questa realtà. Lo è anche oggi. L'evasore fiscale che agisce per istinto egoistico e priva la comunità del contributo a cui essa ha diritto, non vio­la solo una legge dello Stato ma trasgredisce un dovere di coscienza e dovrà rispondere al tribunale di Dio. S. Paolo farà eco alla parola di Gesù: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto; a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rm 13,7). Prima ha affermato apertamente il dovere di obbedire al­le «autorità costituite» (Rm 13,1-2).

Il Concilio dedica tutto un capitolo (il quarto) della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo alla vita della comunità politica. Ecco cosa dice dei doveri dei cristiani in questo campo: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d'esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune; così da mostrare pure con i fatti come possano armonizzarsi l'autorità e la solidarietà di tutto il corpo sociale, l'opportuna unità e la proficua diversità» (Gaudium et Spes, 75). Questo vale a ogni livel­lo della vita associata, dal quartiere al comune, dalla regione allo stato, dal sindacato alla politica.

 

A Dio quello che è di Dio

Accettare l'autorità civile è riconoscere l'autonomia nel campo che le è proprio. «La co­munità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane» (Gaudium et Spes, 76).

Ma la risposta di Gesù non intende certamente mettere sullo stesso piano Dio e Cesare. Questi non è che un uomo, soggetto a Dio che si serve di lui, come si è servito di Ciro, per attuare i suoi disegni e a Dio dovrà rendere conto dal momento che, come Pilato, non avrebbe nessun potere se non gli fosse stato dato dall'alto (cf Gv 19,11). Perciò l'autorità non può esercitare il suo potere se non nei limiti segnati dalla legge morale, a cui debbo­no conformarsi le leggi di qualsiasi organismo sociale. In base a questo principio, «vengo­no condannate tutte le forme di regime politico, vigenti in alcune regioni, che impedi­scono la libertà civile e religiosa, moltiplicano le vittime delle passioni e dei crimini po­litici e distorcono l'esercizio dell'autorità dal bene comune per farlo servire all'interesse di una fazione o degli stessi governanti» (Gaudium et Spes, 73). Quando i capi del popolo e gli anziani ordinarono agli apostoli «di non parlare assoluta­mente né di insegnare nel nome di Gesù», la replica di Pietro e Giovanni fu pronta e re­cisa: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,18-20). Risposta che è sem­pre normativa di fronte a qualsiasi autorità umana che pretenda di opporsi alla suprema au­torità di Dio.

Ma il Concilio non si limita a una messa in guardia dagli abusi. I detentori del potere e tut­ti i cittadini, chiamati ad assumersi anch'essi la responsabilità che loro spetta, sono invi­tati a impegnarsi in senso positivo. «Per instaurare una vita politica veramente umana non c'è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia, dell'amore e del ser­vizio al bene comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della co­munità politica e sul fine, sul legittimo esercizio e sui limiti di competenza dei pubblici po­teri» (Gaudium et Spes, 73).

 

Fede, carità e speranza

«A Dio quello che è di Dio». Sarebbe restringere indebitamente il senso di queste parole riferirle solo al campo politico-sociale, sia pure considerato secondo la morale cristiana. C'è qualcosa nell'uomo che non sia di Dio? A Dio dunque, dobbiamo rendere. In qual modo? Una risposta è nell'elogio che Paolo fa della comunità di Tessalonica, ricordando­ne l'impegno nella fede, l'operosità nella carità, la costante speranza. Sono virtù teologa­li praticate in una maniera autentica che può ben riassumere tutti i doveri del cristiano verso Dio; e, poiché non c'è vero amore di Dio senza amore del prossimo, verso i fratelli. Questo è avvenuto a Tessalonica perché «il nostro vangelo non si è diffuso fra voi soltan­to per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda con­vinzione». Possiamo dire altrettanto delle nostre comunità? A questo dobbiamo tendere, nell'incessante opera di evangelizzazione. E non soltanto per le nostre comunità, ma an­che per quei fratelli a cui la luce del Vangelo non è ancora pervenuta o va facendosi stra­da in mezzo a mille difficoltà per l'opera generosa dei missionari.

 

Don Gerardo Battaglia,

San Carlo Borromeo, Cave

 

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