Domenica, 08  Dicembre  2019  18:49:14


calendario I nostri contatti La pagina Facebook diocesanaAccount Twitteril Canale Youtubeil Canale Telegram


header-vescovo

SALUTO DEL VESCOVO EMERITO S.E. MONS. DOMENICO SIGALINI

sigalini-salutiDiletta Chiesa di Palestrina,

in data odierna il Santo Padre ha benignamente voluto accettare le dimissioni che avevo presentato il 7 giugno u.s. in occasione del mio 75 genetliaco.

Ringrazio il Santo Padre che non ha lasciato per molto tempo attendere la nostra diocesi della provvista di un pastore che la potesse guidare e governare.

Il Papa consegna contestualmente questa chiesa alla cura di S.E. Mons. Mauro Parmeggiani, Vescovo di Tivoli, che è stato nominato Amministratore Apostolico, con il compito di guidare questa nostra Chiesa in preparazione all’arrivo di un  nuovo vescovo diocesano.

Porgo il mio benvenuto ed il mio caloroso augurio a Mons. Parmeggiani, che conosco bene e con il quale ho avuto modo di collaborare diverse volte in passato, e gli affido con serenità la nostra bella Chiesa Diocesana.

Avrò modo di salutare la Diocesi prossimamente con una Celebrazione Eucaristica che presiederò in Cattedrale e di cui a breve saranno resi pubblici data ed orario.

Affido alla Misericordia di Dio il mio ministero episcopale in questa Diocesi e chiedo per intercessione di Sant’Agapito e della Beata Vergine Maria, Madre del Buon Consiglio, la benedizione su questa porzione di Popolo di Dio che ho servito ed amato per 12 anni.

 

Palestrina, 31.07.2017

+ Domenico Sigalini

    vescovo emerito

 

 

 

 

 

 

 

Comunicato del Vescovo Domenico

padre-pioUn nostro confratello, don Toussaint Agossou, nativo del Benin, incardinato nella nostra diocesi, è da tempo ricoverato all’ospedale di san Giovanni Rotondo. Ora è piuttosto grave e sta in stato preagonico. L’ho visitato ieri e prego tutti di ricordarlo nelle preghiere e di affidarlo alla potente intercessione di san Pio da Pietrelcina, di cui era particolarmente devoto.

 

Palestrina, 17 maggio 2017

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A conclusione della visita pastorale dell’anno 2016 (febbraio-dicembre)

sigalini-visita-pastoraleTento di dare una visione generale della vita diocesana alla fine della visita pastorale, annunciata alla fine del 2015,  iniziata il 17 febbraio 2016, terminata il 23 dicembre 2016  e preceduta da pre-visite in ogni parrocchia nelle settimane precedenti all’inizio di ciascuna.

Le tematiche su cui si doveva dialogare, ricercare, proporre, discutere e concludere con una panoramica complessiva per ogni parrocchia, raccolte in una lettera pastorale ad ogni parrocchia, sono state le seguenti:

  • proposta di una vita di fede rigenerata per ogni comunità,
  • impulso nuovo alla catechesi chiamandola “educare all’incontro con Gesù” e anticipandola alla prima classe della scuola primaria
  • Attenzione al mondo giovanile soprattutto per due grosse sfide: il lavoro e la formazione della propria nuova famiglia col sacramento del matrimonio

 

Una religione a bassa intensità?

Siamo partiti da una relazione fatta a questi incontri sul tipo di religiosità dei nostri paesi, una vita ecclesiale fatta anche di tante persone che si presentano spesso come consumatori di religione e la nostra pastorale che  ne assume tutti gli elementi che le caratterizzano e rischia di accontentarle come si fa con tutti i consumatori.

Concede al consumatore religioso una infinita capacità di scelta, come facile ricombinazione tra beni e servizi che ci sono sul mercato religioso. La vita civile offre buone possibilità e occasioni anche alle autorità religiose, se queste sanno abbassare le pretese normative. Se concedono estrema flessibilità,  grande indulgenza nei confronti della espressività, una riserva di simboli e riti, processioni e feste patronali, a patto che si liberino dei vecchi scrupoli dell’ortodossia e della orto prassi. In questo rapporto strumentale

si accetta di avere meno rilevanza in cambio di ottenere  maggiore visibilità.

Il punto di arrivo è una facile e larga omologazione.

La sociologia studia questa religione a bassa intensità come quando studia fenomeni di intrattenimento e di divertimento; quindi sono proprio parenti stretti

Non ci meravigliamo allora se nella mentalità di molta della nostra gente che va in chiesa o che le gira attorno si adottano le forme di questa religione a bassa intensità. Alcuni esempi:

  • il matrimonio cristiano, con la sua fedeltà, unicità, apertura alla vita, per sempre,  è inconcepibile, non moderno, non aggiornato alla vita di oggi  
  • i laici non sono più da aiutare a farsi corresponsabili della chiesa e dell’evangelizzazione, ma solo dei consumatori; ne va di mezzo il profilo del prete che diventa uomo in solitudine a reggere un marketing faticoso
  • vanno in crisi le vocazioni alla vita religiosa soprattutto femminile, ma anche  maschile 

La nostra gente non è tentata da  fondamentalismo o da tradizionalismo radicale, non si fa in essa una contrapposizione tra progressisti e conservatori, come si dice sempre, ma siamo tutti trapassati da correnti religiose a bassa intensità. Tutti i nostri problemi nascono dall’assimilare il cattolicesimo a solo religione e per di più molto omologata alla cultura ricorrente.

Da qui il primo impegno della visita pastorale:

 

Rigenerazione della fede nelle comunità parrocchiali

Ho potuto notare un discreto impegno della parrocchia nel ricostruire vita di preghiera, testimonianza di carità e annuncio della fede a chi è lontano o si è allontanato. Resta però abbastanza problematica la disaffezione alla celebrazione dell’Eucaristia che in alcune parrocchie è ridotta anche a un 5% e ad una assoluta assenza dei giovani oltre i 18 anni. Esistono buone tradizioni religiose, feste patronali, processioni storiche, che vanno valorizzate e non lasciate allo spontaneismo, che devono essere assolutamente preparate con proposte di vita sacramentale, tridui di formazione, presenza di confessori esterni, incontri delle associazioni cristiane e dialogo con le altre associazioni. Un po’ meglio è in alcune parrocchie lo svolgimento del pellegrinaggio alla SS, Trinità con una esperienza spirituale proposta anche ai giovani. C’è una buona diffusione di ore o giornate di adorazione eucaristica. Purtroppo mancano veglie bibliche,  catechesi agli adulti, proposta di esercizi spirituali, ritiri per i tempi forti. Sono buoni i due giorni di ritiro per i cresimandi.

La parrocchia generalmente, soprattutto le più recenti e le più popolose, non ha lo stato d’anime, cioè la conoscenza concreta di tutte le famiglie che abitano nel territorio e quindi dei bambini, dei ragazzi, dei giovani e delle nuove famiglie, degli immigrati, dei gruppi religiosi (ortodossi, chiese evangeliche, testimoni di Geova…). Si moltiplicano così le periferie non solo logistiche, ma anche spirituali, cioè luoghi in cui la presenza della comunità cristiana non è avvertita, anche se desiderata.

Impulso nuovo alla catechesi

Lo stato della catechesi può contare su un buon gruppo di catechisti, che vanno assolutamente seguiti e aiutati a prepararsi e a rinnovarsi sia sui contenuti che sui metodi. Alcuni frequentano la scuola teologica, altri procedono per tradizione e passione, i giovani sono generosi e un poco inesperti, ma desiderosi di applicarsi meglio. La novità dell’inizio del cammino di educazione all’incontro con Gesù al primo anno della scuola primaria ha destato un poco di apprensione all’inizio, ma in seguito gli stessi bambini hanno creato entusiasmo anche nei genitori, che li seguono perché sono piccoli e perché ne continuano a parlare in casa entusiasti e curiosi di sapere che cosa è la messa, il segno di croce, le cose che vedono in chiesa... Alcune parrocchie mancano di luoghi per la catechesi, che viene distribuita di più lungo il week end o nei dintorni della celebrazione eucaristica domenicale. Il cammino di catechesi culmina con la prima comunione e continua così negli anni successivi ad approfondire la confessione, la messa, qualche piccolo pellegrinaggio alla loro portata (Madonna del Buon Consiglio, santuari mariani del luogo, visita alle catacombe, a san Pietro in Roma, alla cattedrale di sant’Agapito…). L’aiuto a non vedere la catechesi solo come preparazione ai sacramenti sarà lungo, ma necessario.

 

Le sfide del mondo giovanile.

Entro una rigenerazione della esperienza di fede, che molti abbandonano dopo la Cresima, si possono scrivere proposte che  aiutano i giovani ad affrontare due grandi sfide:

  1. a) Il lavoro

E’ una situazione più grande di noi, cioè della vita di una comunità cristiana; siamo un popolo di pendolari da sempre, anche se oggi Roma non assorbe tutte le esigenze e le pendolarità degli anni scorsi, soprattutto riguardo all’edilizia. La diocesi ha aiutato, in collaborazione con la banca di credito cooperativo di Bellegra, ad avviare alcune aziende di giovani che oggi iniziano a restituire il prestito con un lieve mancato ritorno per alcune aziende in grosse difficoltà e ha proposto di continuare questo aiuto per creare nei giovani la mentalità di un lavoro in proprio o artigianale o commerciale. L’obiettivo è di aiutare ad affrontare il mondo del lavoro con maggiore responsabilità e consapevolezza del ruolo che occupa nella vita: è una scuola di vita e non può iniziare in età adulta, dopo molteplici frustrazioni. Qualche parrocchia ha mostrato interesse e ha avviato contatti per aderire. Resta necessaria una educazione al significato del lavoro.

  1. b) Matrimonio

Il problema dell’assenza del lavoro influisce sulla decisione di sposarsi, ma non è sempre collegato; nel senso che molti lavorano, ma non sono decisi a sposarsi. Si prolunga una convivenza senza tanti problemi, ben sapendo che non è una esperienza che aiuta a decidere, ma solo a procrastinare. Si sono interessate le giovani famiglie e le giovani coppie, sposate da poco, perché mettano in comune la loro gioia di essere sposati, di avere bambini, la loro decisione di sposarsi in chiesa e di mostrare la bellezza del matrimonio cristiano, che non è sempre rifiutato per motivi di opposizione alla esperienza di fede. Ho avuto disponibilità a invitare a far parte di gruppi di giovani sposi queste coppie di indecisi o conviventi. Nello stesso tempo sono state invitate anche alcune amministrazioni comunali a prospettare degli aiuti economici apposta per la nascita del primo figlio, sempre problematica e costosa per tutte le analisi mediche.

 

Aggiungo anche quello che ho detto all’ultima assemblea dell’Azione Cattolica,

Che cosa chiedo all’AC in questa chiesa ?

 

  1. 1. Continuare ad amare la chiesa diocesana

Spesso vi ho richiamati su questo, ma non ho ottenuto molto. Voi vi fate i vostri percorsi e quelli diocesani li saltate quasi sempre. Il mondo giovanile è orfano dei vostri interventi. Il vescovo può fare tutte le iniziative giovanili, ma non fanno parte del vostro progetto e le fate morire. Voi dite: Abbiamo i nostri momenti formativi! Sette lectio del vescovo non devono essere la vostra necessaria formazione? Non ha i vostri obiettivi qui e ora?  Non può sostituire il vostro cammino di base? Vi potete fidare del vostro vescovo?  Così la preparazione del Natale, gli esercizi spirituali….E si che sono progettuali e programmate, legate alla vita della chiesa (cfr anno del perdono…) che non sono improvvisate, sia nelle date che nei temi.

La formazione di base va fatta nelle parrocchie e voi invece la fate tra di voi. Capisco quella dei responsabili, ma quella cristiana di base la si può progettare assieme’? In qualche parrocchia si in altre no.

Avete proposto qualcosa alla diocesi? Nelle scuole avete fatto un bel lavoro;  la preparazione al IX centenario però, siccome avevate un altro programma non l’avete accolta e nemmeno la sollecitate.

  1. 2. Un impegno maggiore nel mondo giovanile a partire dal Sinodo dei vescovi che si farà l’anno prossimo.

Si è ricostituita la consulta e spero che possa proseguire. Altrimenti la diocesi si inventerà una presenza e un coinvolgimento dei ragazzi e giovani nelle scuole, nelle movide, nei pub… con i suoi poveri mezzi, Il mondo associativo deve convergere nella progettualità pastorale diocesana salvando le proprie peculiarità che sono ricchezza. Nessuno intende omologare, ma ciascuno dia il contributo suo proprio a tutti.

  1. 3. L’iniziazione cristiana anticipata in prima elementare

L’AC ha non solo da adesso la proposta dell’incontro con Gesù anche da 0 a 6 anni . La  buona esperienza che ha permesso ai bambini di sei anni di entrare entusiasti nel percorso forse è dovuto anche a questa attenzione dell’ACR. La possiamo accompagnare?

 

Un discorso a parte dopo la visita pastorale intendo dedicarlo a voi presbiteri: 

 

Necessità di una maggior sinodalità con la gente.

Comunità ecclesiale più vicina alla gente, capace di far riconoscere la presenza di Cristo nella storia, la parrocchia è l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario, il più adeguato, affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di prossimità in un determinato territorio, e al suo interno si realizzano vincoli concreti di conoscenza, di amore e di carità. 

La parrocchia si qualifica non per se stessa ma in riferimento alla Chiesa particolare di cui costituisce un’articolazione. È, infatti, la diocesi che assicura la presenza della Chiesa in un determinato territorio, nelle dimore degli uomini. È attraverso essa, e in forza della sua necessità teologica, che la parrocchia esprime la propria dimensione locale, ed è a un tempo «scelta storica», non realtà meramente amministrativa, ma soprattutto «scelta pastorale». Forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare, oggi soprattutto, è chiamata a superare la tendenza alla chiusura interna, per diventare spazio dove ci si forma per uscire dal tempio verso le periferie della vita e incontrare gli uomini nei luoghi e nei tempi delle loro gioie e delle loro sofferenze. 

Essa dice qualcosa dell’incarnazione qui e ora e ricorda che «nessuno è escluso dalla Chiesa, e anche il più isolato appartiene a una comunità cristiana per il solo fatto di trovarsi da qualche parte». 

È chiamata a prestare attenzione ai «cristiani della soglia», e a operare una conversione pastorale che valga a trasformare il cattolicesimo popolare in un cattolicesimo di ascolto della parola di Dio, di partecipazione liturgica e di capacità testimoniale, conservando il carattere di Chiesa di popolo, radicata in un diffuso senso di Dio e rivolta veramente a tutti, rifiutando ogni tentazione di perfettismo spirituale e organizzativo.

La popolarità dell’annuncio evangelico non si ottiene indebolendo la proposta, o semplificando la radicalità evangelica, ma indebolendo un’idea preconcetta e tradizionale di «istituzione-parrocchia», per creare un luogo più aperto alle relazioni e flessibile, in cui tutti coloro che lo desiderano possano trovare spazio e accogliere la proposta seria e radicale del vangelo. È più di un semplice slogan poter definire la parrocchia «la locanda dei racconti»! «Sui loro cammini di Emmaus – scrive A. Borras – i nostri contemporanei raggiunti in questo, possono parlare e discutere, vedersi aprire le Scritture, attardarsi quando viene la sera e, se il cuore lo suggerisce loro, spezzare il pane della condivisione. Un giorno forse essi andranno, a loro volta, a raccontare ad altri ciò che è accaduto sulla loro strada?». La grande impressione che ho avuto in molte parrocchie è che tutto si concentra sul parroco e pure sui suoi umori.

 

Una parrocchia «di popolo» è sinodale

La parrocchia non nasce elitaria, ma popolare: «La comunità parrocchiale – dicevano già alcuni anni fa i vescovi italiani − riunisce i credenti senza chiedere nessun’altra condivisione che quella della fede e dell’unità cattolica. La sua ambizione pastorale è quella di raccogliere nell’unità persone le più diverse tra loro per età, estrazione sociale, mentalità ed esperienza spirituale». La parrocchia nasce popolare perché partecipa all’essere e alla missione della Chiesa, che nasce dalla convocazione di Dio, il quale le affida consegne, le prospetta fini, le dona mezzi per realizzare i suoi divini propositi. La parrocchia, in piccolo, vive il mistero della Chiesa, della quale sa realizzare un’essenziale presenza di grazia, dal momento che sa realizzare la presenza salvifica e gloriosa di Cristo: «In queste comunità [diocesi e parrocchie] − afferma il concilio −, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». La parrocchia rimane la Chiesa di tutti: impegnati o dubbiosi, buoni o cattivi, obbedienti o critici, assidui o lontani. La ragion d’essere di una comunità parrocchiale é quella di costituire la struttura di base per l’appartenenza ecclesiale dei cristiani prima, dopo e fuori da qualsiasi appartenenza particolare.  

 

Gli stili pastorali per costruire una parrocchia sinodale

 

  1. 1. Lo stile dell’accoglienza. 

Lo stile accogliente chiede d’esercitare l’amore nel fatto di accettare l’altro, di riconoscerlo per tutto quello che è; comporta di rispettarlo, accoglierlo nella nostra vita, prima che nel tempio e nella nostra casa, con ospitalità piena e delicata. Ciò implica la capacità di ascolto, la tolleranza, il senso sacro della persona umana, la discrezione. La parrocchia, nel suo insieme, è chiamata a praticare l’accoglienza, una virtù che si fa riconoscere per un atteggiamento di calda e fraterna intesa, di sincera e partecipe amicizia, di mutua e concreta solidarietà. Nata al fonte battesimale, la comunità parrocchiale trasporta all’ambone e nel suo spazio vitale l’insegnamento e il tirocinio educativo dell’accoglienza. 

 

  1. 2. Lo stile della convivialità. 

II cristianesimo è religione conviviale: pertanto, ai cristiani si addice lo stile di pensare, decidere e progettare insieme. Siamo molti per una sola missione. Questo sentire di fede dispone alla mutua accoglienza, allo spirito collaborativo, alla volontà della condivisione: vivere nella storia con lo stile della convivialità eucaristica. «Il luogo originario della coscienza e dello statuto sinodale è questo frequentare insieme l’eucaristia, e uso il termine non nel senso generico, ma nel senso propriamente sacramentale. Frequentando insieme il corpo del Signore l’assemblea diventa il suo corpo, una con lui e una tra quanti la compongono». Né l’inconfutabile dato fenomenologico di assemblee poco consapevoli o distratte deve indurci a minimizzare la dinamica originale, sacramentale-eucaristica, dell’accadimento ecclesiale. La sinodalità alcune parrocchie la esercitano nelle sale parrocchiali dove ci si incontra giovani e adulti, bambini e genitori a fare festa, a una cena dopo un incontro formativo o in cui si stimola la corresponsabilità con tanta attesa da parte della gente. Una sala parrocchiale in cui stare a dialogare è necessaria, non è sufficiente il luogo chiesa che anora per la gente è un luogo di culto, lontano dalla vita. Certo bisogna ancora lavorare perché le nostre assemblee eucaristiche siano esperienza di quella actuosa participatio a cui chiama la Sacrosantum concilium.

 

  1. 3. Lo stile del dialogo. 

Senza dialogo la comunione non esiste, e la missione viene compromessa. II dialogo fra i cristiani – quello che si vive dentro la Chiesa – dev’essere teologicamente motivato, spiritualmente vissuto, comunionalmente condotto, missionariamente finalizzato. La parrocchia è un naturale luogo per fare scuola e tirocinio di dialogo, ossia per esercitare coralmente il giudizio sulle cose da dire e da fare, alla luce dell’unico giudizio sul mondo che Dio ha pronunciato nella vicenda del Crocifisso. Questo giudizio ispira un triplice convincimento: le cose di Dio si giudicano con i criteri di Dio; il Regno viene per le vie umili e con i mezzi deboli; il solo amore pastorale convincente è quello crocifisso. Questo stile del dialogo la parrocchia lo può praticare in tanti modi, uno dei quali (umile, ma efficace) é l’attivazione paziente, teologicamente motivata, saggiamente condotta, degli organismi di partecipazione previsti dal Codice di diritto canonico e le altre modalità comunionali che la creatività pastorale sa sempre trovare. Un dialogo a cui ci si educa soprattutto attivando l’esperienza del discernimento pastorale.

 

  1. 4. Lo stile progettuale. 

La progettazione pastorale di una parrocchia, se non è opera di pochi (in tal caso ci troveremmo di fronte a una comunità di tipo amministrativo/organizzativo), esige l’esistenza di una comunità corresponsabile e a sua volta la costruisce, incrementa quello stile sinodale che esprime e crea comunione. Diventa luogo educativo alla comunione ecclesiale in quanto supera le debolezze della tolleranza, respinge le ambiguità dell’indifferenza, vede l’altro in relazione di prossimità, stabilisce spazi respirati di incontro, educa all’ascolto reciproco, al rispetto e all’astensione da ogni giudizio affrettato. Infine, uno stile progettuale attiva la testimonianza in quanto inserisce la comunità nel tessuto vivo della società e chiama alla solidarietà, alla collaborazione e alla costruzione della città dell’uomo.

 

Il tutto va vissuto nello spirito della Evangelii gaudium di papa Francesco con i suoi principi chiari:

Primo principio: il tempo è superiore allo spazio

Secondo principio: l’unità prevale sul conflitto

Terzo principio: la realtà è più importante dell’idea

Quarto principio: il tutto è superiore alla parte

 

 


 

[1] Il riferimento è al Consiglio pastorale parrocchiale e al Consiglio per gli affari economici. Tali organismi «non sono stati istituiti dal concilio Vaticano II per venire incontro a un’esigenza di rappresentatività sociologica, tanto meno per rispondere a una strategia di maggiore efficienza organizzativa. Essi sono stati la deduzione pratica dell’aver individuato nella dimensione comunionale una componente costitutiva della Chiesa stessa. […] La sinodalità della Chiesa […] va intesa come espressione operativa della comunione ecclesiale nella sua organicità» (G. Ghirlanda, «Presentazione», in M. Rivella [a cura di], Partecipazione e corresponsabilità nella Chiesa. I Consigli diocesani e parrocchiali, Ancora, Milano 2000, 5-6).

 

 

 

 

 

 

Alla tavola dell’eternità Gv 13, 1-15

crismale 2017

 

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. (Gv 15, 1)

 

Non c’è festa che non finisca a tavola. Non c’è incontro tra amici, ricorrenza, celebrazione di evento che non abbia come conclusione di sedersi attorno a un tavolo e consumare in letizia un pasto. Purtroppo talvolta è un pasto che segna ostentazione di potenza, esagerazione, abbondanza inutile, spreco, insulto ai poveri, spesso invece è espressione di gioia semplice, occasione di rinsaldare rapporti gratuiti e di rivivere relazioni di amicizia. 

 

Anche Gesù, vedendosi avvicinare alla morte, e avendo nel cuore di offrire agli apostoli il senso dei fatti definitivi della sua vita, difficili da comprendere e soprattutto da vivere, non solo per lui,ma anche per gli apostoli, ha pensato di inscrivere in un pasto attorno a un tavolo la profondità, l’intensità e la portata della sua missione. Ha curato nei particolari una cena che i discepoli non erano soliti fare se non presso qualche ricco ospite che invitava Gesù. Questa volta è Lui che invita, è Lui che decide il luogo, è Lui che li vuole tutti attorno a sé. E’ Lui che si cura delle abluzioni, è Lui che lava i piedi a tutti. Il centro è Lui, perché la cena di quel giorno è la cena del dono di sé fino alla fine.

 

E noi ancora oggi, come sempre anche in futuro, fino al compimento nel Regno dei cieli, riviviamo quei gesti solenni compiuti sul pane e sul vino: i due elementi fondamentali di ogni mensa, i primi nutrimenti dell’uomo, la prima prova di autosussistenza felice che l’uomo si conquista, quando si applica a tirar fuori dalla terra il suo sostentamento. Ebbene quel pane e quel vino diventano in quella cena, e lo saranno per sempre nei secoli a venire, la sua presenza in mezzo a noi. L’atmosfera in cui questo gesto si compie e si proietta per sempre nel futuro di ogni uomo, è il tradimento di Giuda e l’imminenza della fuga di tutti gli altri; è il sicuro presentimento della fine, lo scorrere davanti agli occhi di Gesù della sequenza del dolore.

 

“Quello che mi capita non è frutto di furbizie del Sinedrio o debolezza e incapacità di prevenzione da parte mia, non sono vittima di un inganno, ma consapevole del dono che io della mia vita faccio a voi; è per dirvi che non sono vittima di un tragico destino, ma che vi voglio bene fino alla fine, metto a disposizione questo mio amore dentro questo pane spezzato e questo vino versato.

 

Farete questo sempre, ogni giorno della vita, in ogni luogo in cui vi troverete, così rivivrete la mia morte e la mia risurrezione finché ritornerò. In forza di questo cibo saprete affrontare tutte le prove dolorose della vita. 

Stasera qui in cattedrale dopo che papa Francesco l’ha vissuta e celebrata nella nostra diocesi nel carcere di Paliano (e gliene siamo profondamente grati, sia per il suo costante esempio di uscire e di annunciare con coraggio la buona notizia di Gesù, sia perché la sua presenza di pastore universale rinsalda la nostra unità con lui, con il suo insegnamento e con il dono del suo governo e della comunione necessaria per essere cristiano nella Chiesa, una, santa, cattolica  e apostolica)stassera dicevo non facciamo una cena pasquale come la facevano gli ebrei, ma riviviamo il dono di Gesù nell’Eucaristia che non smetteremo mai di celebrare fino al suo arrivo definitivo quando si compiranno i tempi del mondo. Allora saremo sempre avvolti dall’amore che si respira per sempre nella Trinità.

 

Ancora stasera prolungheremo questa contemplazione come è usanza popolare e bella nelle nostre chiese, pellegrinando di comunità in comunità per ringraziare il Signore di questi doni che in genere apprezziamo poco, ma che in questi giorni non possono non iscriversi nelle nostre fragili vite, nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle nostre amicizie, nella stessa movida dei più giovani, che stanotte si cambia in pellegrinaggio.

 

 

E’ bello sentirsi preti che hanno in cuore questi sogni…

 

Ci viene richiamato dalla Parola di Dio e dalla liturgia nei suoi gesti e segni il significato del servizio di noi preti per il popolo di Dio e per il mondo. L’abbiamo meditato stamane nel mattutino, anche se là si trattava, come era d’uso tra gli ebrei, del sommo sacerdote: 

 

costituiti per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio; 

siamo chiamati a rendere sperimentabile la grandezza e bellezza del nostro Dio; possiamo essere anche collaboratori della gioia, ma non senza puntare l’attenzione su Dio Padre, il Signore: la gente sembra che non cerchi Dio, ma ne sente molto la mancanza; non lo sa, ma a noi incombe il bel compito di aiutarli a mettersi in cuore la sete di Dio in maniera cosciente, sperimentabile. Perchè questa sete purtroppo ancora si disperde in magie, in oroscopi, in insani desideri del meraviglioso, mentre invece Dio è un papà come ci ha insegnato Gesù e lo si coglie  con naturalezza, in semplicità come ogni padre nelle nostre famiglie

 

sentiamo giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore

deve muoverci il cuore a tenerezza per i molt che non conoscono Dio o lo sbagliano come punto di arrivo e sappiamo che quando l’uomo che sente una sete profonda di qualcosa che non è riducibile alla propria esperienza conoscitiva non incontra Dio, si attarda in idoli sempre più fallaci e rovinosi; lo dimostrano le violenze che si fanno in nome di Dio, che in verità è solo la faccia del proprio orgoglio e della propria cattiveria; propone immagini di Lui che sono in realtà maschere delle nostre passioni e delle nostre paranoie 

 

essendo anch’egli rivestito di debolezza

Quante volte nella vita ci accorgiamo che non riusciamo a mettere forza nelle nostre parole, nei nostri sentimenti, nella nostra stessa vita interiore che si disperde in tante distrazioni. Torniamo spesso a fare propositi, ma non ne riusciamo a mantenere uno. Siamo deboli e fragili; il male ci possiede, ci distacca dalla nostra gente; stiamo comodi nella nostra corazza di insicurezze e nessuno ci può ingannare a ritenerle risposte passabili per il nostro compito di sacerdoti

 

A motivo di questa debolezza deve offrire per se stesso sacrifici per i peccati

Anche noi dobbiamo metterci di fronte a Dio con il desiderio di essere da lui salvati, da lui accolti e purificati. Ci sentiamo anche noi quel popolo che ha bisogno di Dio e spesso non ci rivolgiamo a Lui perché scambiamo la nostra missione per un mestiere e la nostra situazione  per una normalità scontata

 

 

 

Nessuno può attribuirsi di essere sacerdote, se non chi è chiamato da Dio

Dobbiamo ritornare tutti alla consapevolezza, maturata con fatica, ma trovata con gioia, di essere stati chiamati e tolti dalla nostra routine dei giorni quotidiani. Oggi vogliamo riportarci  all’incandescenza dei nostri primi giorni di presbiterato, quando entusiasti, anche se ingenui, decisi, anche se inesperti, abbiamo sentito la sua voce e abbiamo con entusiasmo detto si, abbiamo preparato il cuore prima che gli inviti alla festa o gli abiti liturgici, abbiamo consolidato gli atteggiamenti e i progetti di vita, prima che i sentimenti di commozione  e di compiacimento.

 

Sappiamo di avere un compito difficile, sempre in salita come quello di Gesù, che vogliamo contemplare con l’aiuto di Melitone di Sardi, come si esprimeva nelle letture del mattutino di oggi. Egli è colui che prese su di se le sofferenze di tutti: fu ucciso in Abele, legato per il sacrificio in Isacco, pellegrino in Giacobbe, venduto come Giuseppe, esposto sulle acque come Mosè, perseguitato in Davide, disonorato nei profeti, preso dal gregge, condotto all’uccisione,  appeso alla croce, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto a decomposizione, ma risorto dai morti salì al cielo e fece risorgere l’umanità.

Possiamo allora ritornare  ancor meglio alla nostra vocazione: 

mandati per annunciare ai poveri la buona notizia;

non possiamo più dire in questi anni che questa parola “poveri” sia solo un modo di dire per rendere l’idea, perché papa Francesco ce ne mette sempre davanti i volti, i corpi, i pianti,  le urla, le stesse stragi che il mondo fa di loro con inaudita efferatezza. 

Oggi stesso papa Francesco sarà nella nostra diocesi, e non lo avremo mai ringraziato abbastanza, laddove c’è gente che ha pure tanto sbagliato, ma che ha deciso di cambiare e ha bisogno di forza per non tornare indietro dalla decisione di collaborare a fermare la malvagità, gli assassini, la deturpazione delle coscienze e degli stessi territori e di sentirsi scaldare il cuore per ridarsi nuova dignità di persone.

 Li incontro spesso  quando devono stare per sei mesi in isolamento e si domandano, si contorcono sull’idea: ma ho fatto la scelta giusta ?chi me l’ha fatto fare? e devono essere aiutati a resistere sulla scelta di cambiamento che hanno voluto fare, a portare il peso di sentirsi chiamare infami che è sempre molto meno del peso dei delitti sulla loro coscienza. Anche loro devono tornare sempre all’incandescenza di quella chiamata che Dio ha messo nel loro cuore per smettere di fare del male e lavorare per sconfiggerlo.

 

Mandati a  proclamare ai prigionieri la liberazione, che non è dalle mura del carcere, ma dal carcere del nostro ripetuto errore e male e dalla cattiveria  in cui siamo stati irretiti.

Ai ciechi la vista: per un orizzonte sempre più ampio delle beghe di paese o di diocesi, più ampio delle nostre ristrettezze e interessi, ma pure preoccupazioni e assilli. Ieri ero a anticipare la Pasqua in una fabbrica della Leonardo. Gli operai erano consapevoli della difficoltà del lavoro, ma hanno voluto scrivere nei loro luoghi la vittoria di Cristo e la sua vista, allargano la propria.

 

E’ bello sentirsi preti che hanno in cuore questi sogni, questa chiamata, queste fragilità che aiutano a sentirsi umani e desiderosi della forza di Dio, e della compagnia di quel Gesù che sempre rendiamo presente nella vita delle nostre comunità con l’Eucaristia e tutti i sacramenti. 

 

Questa nostra celebrazione del giovedì santo è diventata sempre più bella, raccolta, serena e coinvolgente in questi 12 anni che sono stato vostro vescovo. Sono felicissimo di questi anni. Il Signore ha accolto la mia preghiera, dopo che sono stato nominato vescovo, di nascere da voi vescovo e terminare da voi il servizio episcopale. Siamo stati e siamo la Chiesa di Gesù, in comunione con papa Francesco, convinti e obbedienti. Non voglio fare un bilancio, ma aiutarci e farmi aiutare a ridirci la bellezza del nostro servizio sacramentale, della nostra paternità spirituale, della nostra fraternità sacerdotale, purtroppo non sempre all’altezza dei nostri desideri e propositi. 

 

La seconda visita pastorale mi ha permesso di stare con ciascuno di voi qualche giornata, magari spesso impegnati nell’incontrare la nostra gente, ma assieme,  sempre per il nostro servizio presbiterale. Ogni chiesa, ogni paese, ogni strada le ho abitate e percorse; è stato spesso faticoso, ma ne è valsa la pena per me e spero anche per voi e per il nostro popolo di Dio.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

 

La Chiesa: luogo della vita e della fede

lectio-magistralis-marzoChiesa che dici di te stessa? hai un centro di tutto il tuo essere?

1. La Chiesa è il luogo della contemplazione di Gesù.

 

Occorre uno spazio in cui un giovane, un ragazzo, un adulto possa dire a qualcuno: voglio avere vita piena, voglio una vita alla grande, non mi interessano le mezze misure, non mi adatto al galateo con cui mi state ingessando la vita. Vivo una vita sola e la voglio vivere al massimo. Non mi dire che bisogna tenere i piedi per terra, che devo cominciare a mettere la testa a posto, che è finito il  tempo delle pazzie. Non voglio limiti, non m’interessa se è una vita spericolata o piena di guai, io voglio vivere una vita piena. 

Ebbene, Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo; gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.

E Gesù allora gli spara una raffica di verbi: Va’, vendi, regala, vieni e seguimi. 

La chiesa, e lo deve essere ogni sua concreta espressione fino alla comunità più semplice e territoriali come la parrocchia,  è lo spazio di questa continua provocazione. Lavora per togliere le fasce dal cuore e far risplendere il volto di Gesù. Lo fa con tanta umiltà, non certo dall’alto di una testimonianza pulita, ben riuscita, ma nel mezzo delle incapacità e fatiche nel credere e nell’affidare a Dio la vita. Se non mette gli uomini di fronte alla raffica di verbi di Gesù non è la chiesa,  ma solo un Mc Donald di oggetti o vaghe emozioni religiose. Ai giovani, agli uomini e alle donne del nostro tempo non propone solo quello che sa vivere, ma anche i sogni e la nostalgia di quello che si vorrebbe essere e che assieme a tutti si tenta di realizzare. 

La chiesa è il luogo in cui la vita cristiana  va proposta per bontà e tenerezza e non per merito. La fede deve dare gusto al vivere. In una società del merito, Cristo è la chiave di volta del sentirsi figli di Dio e del vivere da fratelli. E’ insomma il richiamo a dare alla fede la caratteristica della contemplazione. Siamo chiamati ad offrire il gusto della vita con la stessa forza e impegno con cui proponiamo l’amore tra i fratelli. Questo esige di vivere al cospetto di Gesù, prima di inventare regole. 

Gesù non è un talismano o qualcuno che dobbiamo mettere sulla bilancia per vedere che vantaggi mi possono venire dalla fede in lui, dalle preghiere, dalla vita cristiana.

Qualche sparata giornalistica supportata da ricerche ancor più serie ci avverte che la preghiera fa bene al cuore, che se vai a messa tutte le domeniche abbassi la percentuale di morte per infarto, che chi segue un codice morale ha più salute. Abbiamo proprio ridotto la fede in Gesù alla pubblicità di un prodotto: ti allunga la vita.

Ma Gesù è bello perché è lui, è affascinante perché è lui. Non è un talismano portafortuna, non è una vetrina da rompere in caso di incendio o di pericolo, non è strumentale a nessuna nostra piccola o grande pretesa. Si può star bene anche senza andare a messa alla domenica, si può essere buoni anche senza essere cristiani, si può campare fino a cent’anni senza pregare, si può vivere di ingiustizia tutta la vita e farla franca.

Ma la bellezza di Gesù è un’altra cosa, il suo amore è al di sopra di ogni immaginazione, la gioia che dà non è paragonabile a nessuna cosa al mondo, la sua Parola è una spada che penetra in profondità, la sua vita è pienezza, i suoi sogni sono l’eternità, il suo sguardo è forza, i suoi sentimenti una compagnia, il suo volto è uno squarcio di cielo, le sue mani sono sostegno.

 

Dove si può fare questa esperienza di Gesù?

Il giorno del Signore: un regalo che Dio ha fatto all’umanità.

Se c’è un elemento evidentissimo oggi che permette a tutti gli italiani una visibilità della Chiesa e di ogni sua concretizzazione in comunità cristiana è la domenica. Ma, se guardiamo a come i cristiani vivono la domenica, a quanti partecipano all’Eucaristia, come viene rispettato il riposo festivo, come la gente partecipa alla vita della comunità, siamo avvolti da un mare di problemi e di osservazioni che possono apparire sfiduciate e dare l’idea che siamo al declino: perdita di significato, irrilevanza, routine, strumentalizzazione, ritualità ingessata, complessità sociale, mancanza di partecipazione alla messa soprattutto di alcune categorie di persone. Si potrebbe continuare e non ci si deve chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà. Spesso siamo tentati di correre a mettere delle pezze alle incongruenze dei cristiani, a ricompattare chi ci sta (siamo il 10 %? non è poco), a raccogliere firme per inoltrare sacrosante rivendicazioni nei confronti della società. La parrocchia invece, senza fare lo struzzo, che si nasconde la realtà, e senza sdegnare anche richieste pubbliche di rispetto del proprio modo di vivere deve decidere di partire dal centro, dalle “grandi cose” che Dio ha fatto per il suo popolo e da qui illuminare tutta una creatività pastorale e culturale che può aiutare ogni singolo cristiano, l’intera comunità cristiana e la società civile a ripensare la bellezza del giorno del Signore e il grande regalo che Dio con esso ci ha fatto. Si tratta insomma non tanto di difendere un precetto, quanto di gioire di un tesoro, accoglierlo nella sua novità perenne, farlo diventare per i cristiani un fatto determinante, capace di risignificare la vita credente, e fare di tutto per condividerlo.  

Quel primo giorno dopo il sabato, Dio Padre ci ha regalato risorto Gesù il crocifisso, morto e sepolto. Questa è per noi la domenica; è il giorno del Signore, il giorno in cui Dio fa festa al Figlio che risorge e gli dona una umanità rinnovata, è il suo santuario collocato nel tempo. Per questo la domenica non è assimilabile ai giorni sacri delle altre religioni.

Non è una nostalgia, non è un ricordo, non è una commemorazione, perché nel giorno del Signore c’è una esperienza in cui possiamo incontrare già oggi il Risorto: l’Eucaristia. In essa il rapporto tra la resurrezione e il tempo si illumina e la nostra comunità umana si trasforma. Rivivendo i suoi gesti semplici, che ci ha comandato di fare in sua memoria, moriamo e risorgiamo con Lui. Come il pane e il vino diventano il corpo e il  sangue del crocifisso e risorto, così la nostra comunità diventa comunione e corpo di Lui e scandisce di domenica in domenica il ritmo dei giorni fino all’incontro definitivo con Lui. Chi si nutre di Cristo nell’Eucaristia non deve attendere l’al di là per avere vita eterna, ma la possiede già. Dio non ci fa degli inetti, non ci rende impotenti o autosufficienti, ma ci dà il potere di meravigliarci, di stupirci, di dire: sono contento che tu mi hai pensato. E’ il tempo della sinergia. Dio non ci violenta, ma in noi deve scattare l’innamoramento. Il Padre ci mette nella possibilità di dire: io ti amo. Il risorto nel suo giorno non resta inattivo. A noi spetta di consentire a Dio che si infiltri tra le pieghe delle nostre resistenze. La domenica è il suo giorno ed è Lui stesso che la riempie e la salva:  siamo forse noi che non ne siamo convinti. 

 

Come è fatta questa chiesa? Da chi è composta?

2. La Chiesa è popolo sacerdotale, profetico e regale

Oggi nella chiesa in generale la gente pensa così: qui c’è un prete che ha un sacco di cose da fare, deve convertire la gente, deve tenere i ragazzi, deve seguire gli anziani… Poverino! Diamogli una mano altrimenti come fa? Lui ha il peso di tutta la comunità credente, è lui che si scalda per tenere gli uomini un po’ più vicini a Dio, come fa da solo? Si è addossato una bella responsabilità. Il vescovo ha speso tante energie per farlo studiare in seminario, ma ha fatto un bel investimento, questo è l’unico modo per garantire che la Chiesa continui in futuro. E’ il prete che deve annunciare Gesù Cristo e i laici, se si lasciano convincere, possono ascoltarlo e aiutarlo. Ma la religione cristiana è roba da preti. Sembra quasi che Gesù sia morto per i preti e i laici per questo aiutino Gesù a tenerli in piedi. 

Proviamo invece a invertire. Gesù è venuto al mondo per salvarci tutti, è morto perché ogni persona possa essere felice, perché ogni persona sia salva, faccia della sua vita un capolavoro di bontà, di generosità, di vita bella, perché i giovani si prendano in mano la vita e cambino il mondo in un regno di giustizia e di pace. I laici sono il centro dell’amore di Gesù e questo è qualcosa di bello per tutti gli uomini. Sono loro che dicono: questa proposta di Gesù ci interessa. E’ bellissimo vivere con il vangelo. Dobbiamo farlo arrivare a tutti, mettiamoci assieme, leggiamo il vangelo, costruiamo famiglie dedicate a diffondere la sua Parola. Facciamo splendere il vangelo nel lavoro, nello studio, negli affari, nelle nostre relazioni. Dio vuole che il nuovo culto sia la nostra vita, i nostri affetti, il nostro amore, il nostro lavoro…. Il Tempio non c’è più. 

Questo avevano capito gli apostoli. Non erano più andati al tempio a chiedere ai sacerdoti se gli ammazzavano un vitello da offrire a Dio, sapevano che Dio s’aspettava da loro solo comunione di vita e  solidarietà coi fratelli.

Ma come faranno questi uomini a vivere così, quando io non ci sarò più? Si è domandato Gesù. Invento qualcuno che li aiuti al posto mio, che faccia il pastore come l’ho fatto io, che li aiuti ad essere docili allo Spirito… invento i preti. Quindi allora sono i preti al servizio dei laici, non viceversa. I laici hanno un sacerdozio comune, vero, reale, i preti invece hanno un sacerdozio ontologicamente diverso da quello laicale, ma sacramentale, al posto cioè di Gesù. 

La Chiesa allora è una comunità di battezzati che si fanno aiutare dal prete a vivere la comunione e la missione, la bellezza della vita cristiana e la testimonianza. Gli adulti e i giovani stessi sono i responsabili che la chiesa sia per i giovani, non i preti. I giovani devono tenere aperto un oratorio, non i preti; i giovani devono fare associazione, non i preti; i giovani devono dialogare o stanare da tutte le discoteche possibili i loro coetanei, non i preti; i giovani e gli adulti, i ragazzi e le ragazze devono rendere bella la domenica, non i preti; i laici devono darsi da fare per formare i cristiani, non solo i preti (cfr. Azione Cattolica e le varie associazioni); la famiglia educa i figli alla fede, non i preti. 

 

Papa Francesco quando parla di operatori pastorali mette assieme: vescovi, laici, frati, suore, genitori, famiglie, preti e ci sferza tutti così.

 Lui utilizza un altro modo di parlare, altri termini: uscite, andate, non state al balcone, ma buttatevi per strada. Se vi incidentate è sempre meglio della noia che è una malattia mortale.

Preferisco stare dalla parte della configurazione di un membro della chiesa piuttosto che presentare eventuali luoghi e metodi o immagini da dare a questo: Uscite

 

Chi è il cristiano della chiesa di papa Francesco, che fede devono avere?

I cristiani che fanno parte della chiesa sono giovani e adulti che credono e sperano in modo nuovo

La maggioranza dei cristiani è fatta da laici  e laiche che non devono essere collocati dentro una logica strumentale ai bisogni della chiesa, di una parrocchia o di una associazione, ma persone che sono provocate a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede e la capacità di vivere la speranza cristiana nella loro vita.. E’ importante l’efficienza nell’assolvimento delle eventuali funzioni che vengono richieste, ma occorre prima che si facciano carico della loro stessa fatica di credere e della rigenerazione della loro fede, del deficit di speranza che provano in se stessi e delle piccole speranze che ogni giorno Dio regala alle loro vite e al tessuto delle loro relazioni: ciascuno per primo infatti ha bisogno di una cura nuova per la sua fede, di mettersi davanti al mistero del Signore Risorto e al Vangelo in modo nuovo, ritrovando il sapore della fede e delle parole con cui la si esprime. E di conseguenza farsi carico della non–fede di tanti amici, dell’esplicito rifiuto della fede, della loro disperazione, ma anche della fatica di credere, delle domande che molti rivolgono alla fede e alla vita. E’ come se Dio ci dicesse di vivere la nostra esperienza di fede nel deserto. Non siamo nel mondo come talebani o gente che fa proselitismo. Il deserto ti spoglia, ti riduce all’essenziale ti priva del guardaroba, ti toglie di dosso gli abiti che fino ad oggi hai considerato come assoluti, la nostra identità va ben oltre i paludamenti liturgici o le medaglie di riconoscimento. Siamo nel mondo come nel deserto

In questa prospettiva allora essere testimoni di fede e speranza in Gesù Risorto non è qualcosa di più o di diverso da fare; non sono in primo luogo nuove iniziative o nuove strategie, ma un modo nuovo di credere e di  sperare: 

una fede in uscita è qualitativamente diversa da quella destinata a rimanere nel chiuso della  vita, quella che serve a togliere le nostre ansie, a risolvere le nostre paure e dubbi personali

una fede cin uscita non sopporta compiacimenti narcisistici, ma ha al proprio interno, come tratto costitutivo, di essere luce e sale per tutti; riscopre di non poter vivere senza una compagnia

una fede in uscita deve vigilare sul proprio carattere gratuito: “avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente…” Dobbiamo condividere per gratuità, vigilando sul rischio che la missione si trasformi in quell’esperienza mondana di portare gli altri dalla propria parte, di convincerli per rendere più forte il proprio punto di vista…; non è aumentando il numero dei battezzati o delle persone interessate alla nostra proposta che aumenta la verità di quello in cui crediamo. Siamo disposti a rimanere soli per essere fedeli, soli anche con un Dio che si nasconde; invece siamo soli spesso perché siamo chiusi, ci guardiamo addosso, seppelliamo la fede come il talento della parabola

una speranza e una fede in uscita si pensano sempre in relazione: all’altro, oltre che a Dio. Dunque una fede che fa i conti con le domande; con i bisogni, con i dubbi… dei fratelli. Per farsi comunicabile, conosce la fatica della ricerca di pensieri, di categorie culturali, di parole… adatti a creare la relazione; per rendersi comunicabile, si mette in relazione con le domande; e nel rispondere alle domande, si ridefinisce. La fede cresce con chi la interroga; cresce con chi la condivide; si fa più ricca con chi la pensa; si fa via via più capace di dire il cuore di Dio a un’umanità che si lascia illuminare dal Vangelo e di offrirgli una attesa certa, una speranza appunto. 

Una fede in uscita  fa nascere una speranza  che cambia la vita. O la vita diventa diversa o la speranza è un vago ottimismo. Questo ci può mettere in contrasto con il classico buonismo che ci accomuna tutti e che non ci permette di essere cristiani fino in fondo, di inscrivere nelle relazioni quotidiane un riferimento ai valori cristiani e ai simboli che li esprimono. 

una fede in uscita ha il coraggio di proporre una vita nuova bella, felice, che si sperimenta in prima persona. Per questo occorre guardare dentro le proprie sicurezze di una vita da cristiani, smontarne le certezze non guadagnate nella sincerità di una adesione vera, ridirle per chiunque ci sta attorno con il suo linguaggio e rendergliele sperimentabili in relazioni di comunione e solidarietà esistenziale

una fede in uscita ha il coraggio di programmare l’addestramento alla solitudine. Ognuno realizza la sua testimonianza in un contesto  in cui spesso le persone non hanno una visione cristiana della vita; rispetto a tali persone ci si può sentire in alcuni momenti vicini, in altri lontani ed anche molto soli. Questa solitudine, però, può permettere di guardare più profondamente dentro di sè e di vedere che c’è un tesoro nella vita di ciascuno che non è disponibile nè agli attacchi nè ai conflitti, ma è appunto dentro e costituisce il segreto dell'esistenza,  un tesoro che è presente nella profondità nella nostra vita e che è il mistero della comunione con il Signore. L’ateo e il credente non sono antagonisti: in ogni credente c’è un residuo di dubbio, di non credenza e in tanti atei sinceri il desiderio e la nostalgia di una fede, di una casa come la chiesa.

 

Laici e adulti maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Certo se la parrocchia, nella persona del parroco, si sente missionaria solo delle attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo, allora questa missionarietà dei laici la farà sentire impotente e inefficace. 

Ma se una comunità ha imparato a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di parole semplici e quotidiane pronunciate davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita, attraverso l’esercizio della speranza cristiana nelle disperazioni quotidiane… allora questa comunità ha enormemente ampliato le sue possibilità missionarie, le ha moltiplicate. Molti dei nostri fedeli  fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo. Se vengono aiutati dalla forza di fratelli che sanno camminare a fianco si aprono alla fede e alla speranza. La fede e la speranza  non sono dei contenuti, delle verità statiche ma sono uno sguardo sulla vita, una dimensione interiore di certezza di sentirsi nelle braccia di Dio sempre. 

Questa è la forza di una Chiesa in uscita. Una diocesi, una chiesa, una parrocchia che affida il suo essere missionaria alla maturità di fede dei suoi laici, adulti, giovani e ragazzi, è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è un comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, del tempo libero, della stessa trasgressione e sballo. Sono questi laici che costruiscono momenti di unità in cui è possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo (anche i discepoli, dopo essere stati inviati, tornano e raccontano a Gesù che cosa hanno fatto, che cosa è accaduto, com’è andata la missione…); il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa, alla sorgente della propria speranza è un fatto di popolo, non può essere barattabile con coreografie di chierici. E questo ovviamente chiede di verificare la qualità delle celebrazioni della domenica.

 

Un nuovo ruolo della famiglia

Dal punto di vista delle riflessione teorica è da molto tempo che si orienta la riflessione sulla centralità della famiglia nella vita di una comunità cristiana e sulla necessità che sia aiutata ad essere soggetto di vita cristiana e perno della stessa comunità. Si tratta di centralità e compiti non funzionali alla carenza del prete, ma ontologicamente motivati per lo stesso ministero che scaturisce dal matrimonio e dal compito fondamentale dell’educazione in continuazione con la generazione di nuove vite, ma la prassi stenta a trovare modelli di coinvolgimento che non siano ancora solo sostitutivi di una carenza di preti. Forse oggi anche nella nostra diocesi a cominciare dall’aver anticipato il percorso di un cammino incontro a Gesù al primo anno della scuola primaria è l’esperienza ecclesiale fondante che permette di fare un salto di qualità e di sperimentare la centralità della famiglia nella vita della comunità cristiana. Si riconsegna alla famiglia il diritto dovere dell’educazione dei figli anche alla fede, che, forse per comodità, sicuramente per l’ideologia sociologica imperante, le si era sottratto per affidarlo alla parrocchia, ai catechisti, in una sorta di concezione scolastica tardo statalista dell’iniziazione cristiana. Questo esige una diversa impostazione e accentuazione della catechesi per gli adulti, sicuramente una capacità degli adulti e delle famiglie di decidere responsabilmente come approfondire la vita cristiana, sperimentando comunione ancora più intensa attorno all’Eucaristia. Se al centro si pone la famiglia è difficile che si creino ghettizzazioni o frantumazioni della vita della comunità cristiana. Il Consiglio pastorale diventa a questo punto determinante per creare spazi di scambio, di progettualità, di qualificazione, alla ricerca di nuove rappresentanze di gruppi di famiglie, di quartieri, di agglomerati abitativi omogenei, di aggregazioni di famiglie che vivono legami territoriali decisivi.

 

Questa è la chiesa del Nuovo Testamento. I nostri laici sono così nella parrocchia? Si fanno aiutare dal prete a diventare santi, a fare bella la loro comunità o non gliene importa più di tanto? Ci costringono a confessarli, a tenere le braccia sempre aperte nella preghiera mentre loro camminano per il mondo o li abbiamo costretti a starci addosso per turare tutti i buchi dell’organizzazione o a consolarci con dolcetti e pizzette perché temono che senza di loro noi rischiamo la anoressia?  

Vedete come il primo uscire è da noi stessi, da una corazza dura che ci siamo creati anche dentro al chiesa.

 

E’ possibile ancora una comunità ampia che investe nel dare a tutti la possibilità di vivere il vangelo?

Si hanno grosse difficoltà a trovare cristiani disposti a dedicarsi alla comunità, mentre molti sarebbero più disponibili  invece a crearsi una propria comunità che salva loro e quelli del  gruppo o della stessa categoria. E’ utile domandarsi se esistono ancora dei laici “dedicati alla comunità” di tutti, alla semplice esperienza di popolo di Dio, che accomuna ogni categoria di persone, ogni appartenenza forte o debole, ogni condizione sociale e culturale oppure se la comunità cristiana è solo la somma di piccole comunità elitarie. Si sta forse abbandonando un” welfare state” per la chiesa perché troppo oneroso in termini di santità per la vita del cristiano. 

L’unico welfare state della pastorale è la missione. Facciamo l’esempio del mondo giovanile: L’obiettivo di una comunità che crede nel futuro è di sbilanciarsi verso le giovani generazioni e costruire con la loro creatività e corresponsabilità comunità solidali di valori, aspirazioni, sogni, progetti di vita. La stessa esperienza di fede non può essere disponibile per il mondo giovanile solo entro riserve confessionali, ma deve diventare fruibile nei percorsi della vita quotidiana, culturale, artistica, poetica, musicale, letteraria, amicale, produttiva. Questo chiama in causa una figura di laico credente che si spende nel mondo e vi sprigiona la sua santità. Quale è lo spazio garantito a tutti, legato al territorio, al luogo in cui vivi, ti sposti, lavori o studi, che permette a tutti di incontrare l’esperienza della fede, senza costringere e limitare di conseguenza ad appartenenze elitarie? La parrocchia. Chi la tiene aperta così?

 

4. Essere Chiesa promotrice di vocazioni

La chiesa non è riserva esclusiva di alcuni, né una monade chiusa e autoreferenziale e neanche una semplice ripartizione geografica; è una cellula viva caratterizzata da due riferimenti imprescindibili: la Chiesa diocesana e il territorio in cui vive. E’ chiamata per sua natura a mettersi in dialogo con tutte le energie evangelizzatrici presenti nel contesto. Le aggregazioni ecclesiali non possono sentirsi solo ospiti né tanto meno devono essere sopportate, ma vanno accolte e insieme messe in condizione di condividere il progetto pastorale della parrocchia. 

Dicono i nostri vescovi:

Un ulteriore livello di integrazione riguarda i movimenti e le nuove realtà ecclesiali, che hanno un ruolo particolare nella sfida ai fenomeni di scristianizzazione e nella risposta alle domande di religiosità, incontrando quindi, nell’ottica della missione, la parrocchia. La loro natura li colloca a livello diocesano, ma questo non li rende alternativi alle parrocchie. Sta al vescovo sollecitare la loro convergenza nel cammino pastorale diocesano e al parroco favorirne la presenza nel tessuto comunitario, della cui comunione è responsabile, senza appartenenze privilegiate e senza esclusioni. In questo contesto il Vescovo non ha solo un compito di coordinamento e integrazione, ma di vera guida della pastorale d’insieme, chiamando tutti a vivere la comunione diocesana e chiedendo a ciascuno di riconoscere la propria parrocchia come presenza concreta e visibile della Chiesa particolare in quel luogo. La diocesi e la parrocchia favoriranno da parte loro l’ospitalità verso le varie aggregazioni, assicurando la formazione cristiana di tutti e garantendo a ciascuna aggregazione un adeguato cammino formativo rispettoso del proprio carisma. Il discernimento lo fa il vescovo, dentro consultazioni e sinodalità, non il parroco o i singoli fedeli.

Il rapporto più tradizionale della parrocchia con le diverse associazioni ecclesiali va rinnovato, riconoscendo ad esse spazio per l’agire apostolico e sostegno per il cammino formativo, sollecitando forme opportune di collaborazione. Va ribadito che l’Azione Cattolica non è un’aggregazione tra le altre ma, per la sua dedizione stabile alla Chiesa diocesana e per la sua collocazione all’interno della parrocchia, deve essere attivamente promossa in ogni parrocchia. Da essa è lecito attendersi che continui ad essere quella scuola di santità laicale che ha sempre garantito presenze qualificate di laici per il mondo e per la Chiesa.

Il parroco è il primo collaboratore del vescovo e suo rappresentante nella parrocchia. Non può condizionarne la vita pastorale con l’eventuale appartenenza a un movimento. Anima e presiede il consiglio pastorale come luogo di discernimento, progettazione e verifica della vita della comunità ed è responsabile primo della comunione. 

 

 

L’immagine di Chiesa di papa Francesco

 

La Chiesa che papa Francesco sogna deve essere si può riassumere in una specie di decalogo

 

  1. 1. una Chiesa gioiosa a motivo del suo Signore, crocifisso e risorto. La gioia è caratteristica propria dei cristiani ed è indispensabile perché l’annuncio sia attraente e credibile
  2. 2. una Chiesa missionaria, a totale servizio dell’evangelizzazione fino agli estremi confini della terra, decisa a raggiungere gli uomini nelle periferie geografiche ed esistenziali, dove è attesa con ansia una parola di speranza e di salvezza
  3. 3. una Chiesa che non si mondanizza, perché pone al centro non se stessa, le sue iniziative, le sue opere, il suo interesse, ma unicamente la gloria di Dio
  4. 4. una Chiesa luogo della misericordia divina, che sa parlare al cuore delle persone, si china a curare le loro ferite, non si stanca di cercare chi è lontano e disorientato
  5. 5. una Chiesa audace, che riceve dallo Spirito di Dio il coraggio di spendersi per il Vangelo senza cedere a compromessi e senza lasciarsi vincere dalla paura
  6. 6. una Chiesa povera per i poveri; sono i poveri i destinatari privilegiati dell’amore di Dio e dell’annuncio del Vangelo e sono essi in grado di aiutare la Chiesa ad essere sempre più/ conforme e fedele al suo Signore e Maestro
  7. 7. una Chiesa che vuole e che sa stare vicina alla gente. Il papa riconosce il valore e l’attualità della parrocchia, purché “realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo; comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario
  8. 8. una Chiesa unita, fraterna, costantemente impegnata nel ricercare e realizzare l’unità tra tutti i suoi membri, con gli altri cristiani e, in cerchi concentrici, con tutti gli uomini 
  9. 9. una Chiesa a servizio del bene comune e della pace, perché sia dato a tutti accesso ai beni materiali e spirituali per una vita umana dignitosa, che non emargini e non escluda nessuno
  10. 10. una Chiesa vigilante, che “non si lascia rubare né la speranza, né il Vangelo, né l’ideale dell’amore fraterno, né la forza missionaria”.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per proporti servizi in linea con le tue preferenze.

Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca -Per saperne di piu'- . Cliccando su "Approvo" acconsenti all'uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

Informativa sull'uso dei cookie

Questo sito web utilizza cookie e tecnologie simili per garantire il corretto funzionamento delle procedure e migliorare l'esperienza di uso delle applicazionie servizi online. Il presente documento fornisce informazioni dettagliate sull'uso dei cookie e di tecnologie similari, su come sono utilizzati da questo sito e su come gestirli.

Definizioni

I cookie sono frammenti di testo che permettono al server web di memorizzare sul client tramite il browser informazioni da riutilizzare nel corso della medesima visita al sito (cookie di sessione) o in seguito, anche a distanza di giorni (cookie persistenti). I cookie vengono memorizzati, in base alle preferenze dell'utente, dal singolo browser sullo specifico dispositivo utilizzato (computer, tablet, smartphone).

Nel seguito di questo documento faremo riferimento ai cookie e a tutte le tecnologie similari utilizzando semplicemente il termine "cookie".

Tipologie di cookie

In base alle caratteristiche e all'utilizzo i cookie si distinguono in diverse categorie:

Cookie strettamente necessari.

Si tratta di cookie indispensabili per il corretto funzionamento del sito. La durata dei cookie è strettamente limitata alla sessione di navigazione (chiuso il browser vengono cancellati)

Cookie di analisi e prestazioni.

Sono cookie utilizzati per raccogliere e analizzare il traffico e l'utilizzo del sito in modo anonimo. Questi cookie, pur senza identificare l'utente, consentono, per esempio, di rilevare se il medesimo utente torna a collegarsi in momenti diversi. Permettono inoltre di monitorare il sistema e migliorarne le prestazioni e l'usabilità. La disattivazione di tali cookie può essere eseguita senza alcuna perdita di funzionalità.

Cookie di profilazione.

Si tratta di cookie utilizzati per identificare (in modo anonimo e non) le preferenze dell'utente e migliorare la sua esperienza di navigazione.


Cookie di terze parti

Visitando un sito web si possono ricevere cookie sia dal sito visitato ("proprietari"), sia da siti gestiti da altre organizzazioni ("terze parti"). Un esempio notevole è rappresentato dalla presenza dei "social plugin" per Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn. Si tratta di parti della pagina visitata generate direttamente dai suddetti siti ed integrati nella pagina del sito ospitante. L'utilizzo più comune dei social plugin è finalizzato alla condivisione dei contenuti sui social network.

Durata dei cookie

Alcuni cookie (cookie di sessione) restano attivi solo fino alla chiusura del browser o all'esecuzione del comando di logout. Altri cookie "sopravvivono" alla chiusura del browser e sono disponibili anche in successive visite dell'utente.

Questi cookie sono detti persistenti e la loro durata è fissata dal server al momento della loro creazione. In alcuni casi è fissata una scadenza, in altri casi la durata è illimitata.

Questo sito non fa uso di cookie persistenti, è possibile però che durante la navigazione su questo sito si possa interagire con siti gestiti da terze parti che possono creare o modificare cookie permanenti e di profilazione.

 

Come Gestire i Cookie

L'utente può decidere se accettare o meno i cookie utilizzando le impostazioni del proprio browser. Occorre tenere presente che la disabilitazione totale dei cookie può compromettere l'utilizzo delle funzionalità del sito.

Di seguito è possibile accedere alle guide per la gestione dei cookie sui diversi browser:

Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it

Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Gestione%20dei%20cookie

Internet Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/windows7/how-to-manage-cookies-in-internet-explorer-9

Opera: http://help.opera.com/Windows/10.00/it/cookies.html

Safari: http://support.apple.com/kb/HT1677?viewlocale=it_IT

E' possibile inoltre avvalersi di strumenti online come http://www.youronlinechoices.com/ che permette di gestire le preferenze di tracciamento per la maggior parte degli strumenti pubblicitari abilitando o disabilitando eventuali cookie in modo selettivo

Interazione con social network e piattaforme esterne

Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook (Facebook, Inc.)

Il pulsante ?Mi Piace? e i widget sociali di Facebook sono servizi di interazione con il social network Facebook, forniti da Facebook, Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Pulsante +1 e widget sociali di Google+ (Google Inc.)

Il pulsante +1 e i widget sociali di Google+ sono servizi di interazione con il social network Google+, forniti da Google Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Pulsante Tweet e widget sociali di Twitter (Twitter, Inc.)

Il pulsante Tweet e i widget sociali di Twitter sono servizi di interazione con il social network Twitter, forniti da Twitter, Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Statistica

 

google-analytics

Google-analytics.com è un software di statistica utilizzato da questa Applicazione per analizzare i dati in maniera diretta e senza l?ausilio di terzi
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.

 

Visualizzazione di contenuti da piattaforme esterne

Widget Video Youtube (Google)

Youtube è un servizio di visualizzazione di contenuti video gestito da Google Inc. che permette a questa Applicazione di integrare tali contenuti all?interno delle proprie pagine.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Luogo del trattamento: USA
Privay Policy

 

Titolare del Trattamento dei Dati

A seguito della consultazione di questo sito possono essere trattati dati relativi a persone identificate o identificabili.

Il "titolare" del loro trattamento è la Curia della Diocesi Suburbicaria di Palestrina che ha sede in Piazza G. Pantanelli 8, 00036 Palestrina (RM).