Giovedi, 02  Aprile  2020  17:41:29


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Non stare a contare i mucchietti Lc 12, 13-21

paolo VI

C’è nel Vangelo la descrizione dell’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire una azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Fermarsi a guardare ciò che si è raggiunto è già un fatto positivo rispetto a quell'affanno dell'avere che a molti avvelena tutta la vita per conquistare sempre di più.
Ebbene quest'uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. Anima mia godi, hai fatto tutto quello che potevi per star bene, oggi hai il premio delle tue fatiche. E’ stata dura, abbiamo dovuto far fuori tante altre persone che ci facevano concorrenza, non siamo sempre stati del tutto leali, ma il mondo è così: se non mangi tu gli altri, sono loro che mangiano te. 
I suoi sogni si sono realizzati, ma stanno diventando un incubo. Infatti sente sullo sfondo un mormorio: stolto stanotte dovrai rendere conto di tutto e resterai nudo come quando sei nato, le uniche cose che ti porterai con te sono il tuo cuore e la tua capacità di amare.
Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. E’ più che una constatazione, è l’insegnamento di Gesù che ci mette in guardia dall’attaccamento al denaro, ai soldi, agli euro, alle operazioni finanziarie, ai giochi d’azzardo, all’accumulo. E’ sempre alle porte la tentazione di affidare il nostro futuro alle cose: il drogato lo affida alle sostanze, la star al successo, il giocatore agli ingaggi, l’uomo televisivo all’audience. E purtroppo spesso diventiamo mezze persone, fantocci in balia delle situazioni, buttiamo l’anima credendo di salvarci al vita. E’ quello che capita a quasi tutti coloro che vincono somme favolose alle lotterie: non hanno finito di soffrire, ma di vivere.
E’ a Dio che occorre affidarsi,  è questa speranza che è Lui che deve sempre stare davanti a tutti i nostri pensieri.

Oggi siamo in questa nostra cattedrale a ringraziare Dio della beatificazione di Paolo VI. Devo a Lui una richiesta di perdono e una gratitudine immensa. Il perdono lo chiedo perché in vita non lo ho mai conosciuto a fondo e ammirato; ascoltato sì, incontrato pure, amato anche, ma nei limiti dell’atteggiamento dovuto alla formazione cattolica. Ieri, dialogando con alcuni miei amici di Brescia, ho rimproverato i miei educatori di allora, perché non mi hanno aiutato ad amarlo di più, ad ammirarlo e ad esserne orgoglioso. La mentalità del tempo, la contestazione degli anni ’68 ci avevano intorbidato la coscienza. Nemmeno mi serviva un revanscismo da bresciano, ma un atteggiamento di fede pura nella Provvidenza e nella sua storia. Gli anni seguenti mi hanno aiutato ad apprezzare, a tornare alle fonti, a leggere la grandezza  della sua statura e della sua santità. Non sono quasi mai mancato in questi anni di episcopato il 6 di agosto alla celebrazione in Vaticano nell’anniversario della sua morte. Ieri ho ripensato alla sua sofferenza e alla sua limpida fiducia nella Provvidenza. L’amore semplice e forte di papa Francesco mi hanno aiutato a fare questa scoperta ancora di più. Ho pranzato una sola volta con papa Francesco assieme a qualche vescovo bresciano, in maggio di quest’anno. Papa Francesco ci disse di essere in dubbio se per la liturgia della sua beatificazione, che era appena stata annunciata, dovesse usare i paramenti bianchi dei santi o quelli rossi per un martire, tanto sapeva della sofferenza patita da Paolo VI per la fede e per la Chiesa. Infatti ieri ebbe a dire: Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.

Ho voluto indagare in questi tempi sulla sua immane sofferenza e ne ho tratto una scuola indicibile. Il card. Tonini ricordava che negli anni 1940/45 si accanivano a presentarlo come il “politicante del vaticano”, ispiratore delle forze antifasciste e antinaziste. Hanno fatto di tutto e sono riusciti  a togliergli la FUCI, dove preparava gli uomini del futuro. La mia convinzione sul beato papa Paolo VI è che i disegni degli uomini sono sempre piccoli e Dio scrive dentro di essi il suo piano, ma chiama qualcuno a portarne la realizzazione con la sofferenza.
Nel 1954 viene mandato a Milano dalla carica di pro segretario di stato, senza il minimo riconoscimento ecclesiatico per il lavoro fatto e ci rimane per almeno 4  anni senza nessun segnale vaticano. Fosse stato fatto cardinale, era talmente in vista che, come ebbe a dire papa Giovanni in seguito, non ci sarebbe stato un Giovanni XXIII, che avrebbe indetto il Concilio. Qualche buon informatore dice che a Roncalli prima della sua elezione a papa gli fosse stata posta una condizione: non fare Montini segretario di stato. Lo fece però cardinale come ben pensava dovesse essere e alla sua morte fu fatto papa per servire la chiesa ancora di più con la classica legge che Dio offre ai suoi profeti. Il senso segreto del suo pontificato è l’innocenza, quella integrità d’animo che è frutto dell’attrazione di cui usa far sfoggio l’Onnipotente quando stanno per suonare le ore più grandi della storia (cfr Tonini). Sono profeti o mistici. Quando compaiono tra noi questi servi di Jahvè non hanno bisogno di farsi largo: la loro esistenza è una attrazione.
Ci furono gli anni delle prime aperture oltre la cortina di ferro con Casaroli, gli anni del terrorismo. Da dove gli provenisse tanta forza interiore, quale personalità si nascondesse in lui, l’Italia lo capì in occasione della tragedia di Moro: fu una sorpresa che si trasformò in un coro altissimo di ammirazione e gratitudine intensa; finalmente la chiesa non fu più vista come “l’istituzione clericale”, ma come l’ha sempre presentata lui e la viveva lui: maestra in umanità.

 

 

 + Domenico Sigalini

 

C’è nel Vangelo la descrizione dell’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire una azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Fermarsi a guardare ciò che si è raggiunto è già un fatto positivo rispetto a quell'affanno dell'avere che a molti avvelena tutta la vita per conquistare sempre di più.
Ebbene quest'uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. Anima mia godi, hai fatto tutto quello che potevi per star bene, oggi hai il premio delle tue fatiche. E’ stata dura, abbiamo dovuto far fuori tante altre persone che ci facevano concorrenza, non siamo sempre stati del tutto leali, ma il mondo è così: se non mangi tu gli altri, sono loro che mangiano te. 
I suoi sogni si sono realizzati, ma stanno diventando un incubo. Infatti sente sullo sfondo un mormorio: stolto stanotte dovrai rendere conto di tutto e resterai nudo come quando sei nato, le uniche cose che ti porterai con te sono il tuo cuore e la tua capacità di amare.
Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. E’ più che una constatazione, è l’insegnamento di Gesù che ci mette in guardia dall’attaccamento al denaro, ai soldi, agli euro, alle operazioni finanziarie, ai giochi d’azzardo, all’accumulo. E’ sempre alle porte la tentazione di affidare il nostro futuro alle cose: il drogato lo affida alle sostanze, la star al successo, il giocatore agli ingaggi, l’uomo televisivo all’audience. E purtroppo spesso diventiamo mezze persone, fantocci in balia delle situazioni, buttiamo l’anima credendo di salvarci al vita. E’ quello che capita a quasi tutti coloro che vincono somme favolose alle lotterie: non hanno finito di soffrire, ma di vivere.
E’ a Dio che occorre affidarsi,  è questa speranza che è Lui che deve sempre stare davanti a tutti i nostri pensieri.

Oggi siamo in questa nostra cattedrale a ringraziare Dio della beatificazione di Paolo VI. Devo a Lui una richiesta di perdono e una gratitudine immensa. Il perdono lo chiedo perché in vita non lo ho mai conosciuto a fondo e ammirato; ascoltato sì, incontrato pure, amato anche, ma nei limiti dell’atteggiamento dovuto alla formazione cattolica. Ieri, dialogando con alcuni miei amici di Brescia, ho rimproverato i miei educatori di allora, perché non mi hanno aiutato ad amarlo di più, ad ammirarlo e ad esserne orgoglioso. La mentalità del tempo, la contestazione degli anni ’68 ci avevano intorbidato la coscienza. Nemmeno mi serviva un revanscismo da bresciano, ma un atteggiamento di fede pura nella Provvidenza e nella sua storia. Gli anni seguenti mi hanno aiutato ad apprezzare, a tornare alle fonti, a leggere la grandezza  della sua statura e della sua santità. Non sono quasi mai mancato in questi anni di episcopato il 6 di agosto alla celebrazione in Vaticano nell’anniversario della sua morte. Ieri ho ripensato alla sua sofferenza e alla sua limpida fiducia nella Provvidenza. L’amore semplice e forte di papa Francesco mi hanno aiutato a fare questa scoperta ancora di più. Ho pranzato una sola volta con papa Francesco assieme a qualche vescovo bresciano, in maggio di quest’anno. Papa Francesco ci disse di essere in dubbio se per la liturgia della sua beatificazione, che era appena stata annunciata, dovesse usare i paramenti bianchi dei santi o quelli rossi per un martire, tanto sapeva della sofferenza patita da Paolo VI per la fede e per la Chiesa. Infatti ieri ebbe a dire: Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.

Ho voluto indagare in questi tempi sulla sua immane sofferenza e ne ho tratto una scuola indicibile. Il card. Tonini ricordava che negli anni 1940/45 si accanivano a presentarlo come il “politicante del vaticano”, ispiratore delle forze antifasciste e antinaziste. Hanno fatto di tutto e sono riusciti  a togliergli la FUCI, dove preparava gli uomini del futuro. La mia convinzione sul beato papa Paolo VI è che i disegni degli uomini sono sempre piccoli e Dio scrive dentro di essi il suo piano, ma chiama qualcuno a portarne la realizzazione con la sofferenza.
Nel 1954 viene mandato a Milano dalla carica di pro segretario di stato, senza il minimo riconoscimento ecclesiatico per il lavoro fatto e ci rimane per almeno 4  anni senza nessun segnale vaticano. Fosse stato fatto cardinale, era talmente in vista che, come ebbe a dire papa Giovanni in seguito, non ci sarebbe stato un Giovanni XXIII, che avrebbe indetto il Concilio. Qualche buon informatore dice che a Roncalli prima della sua elezione a papa gli fosse stata posta una condizione: non fare Montini segretario di stato. Lo fece però cardinale come ben pensava dovesse essere e alla sua morte fu fatto papa per servire la chiesa ancora di più con la classica legge che Dio offre ai suoi profeti. Il senso segreto del suo pontificato è l’innocenza, quella integrità d’animo che è frutto dell’attrazione di cui usa far sfoggio l’Onnipotente quando stanno per suonare le ore più grandi della storia (cfr Tonini). Sono profeti o mistici. Quando compaiono tra noi questi servi di Jahvè non hanno bisogno di farsi largo: la loro esistenza è una attrazione.
Ci furono gli anni delle prime aperture oltre la cortina di ferro con Casaroli, gli anni del terrorismo. Da dove gli provenisse tanta forza interiore, quale personalità si nascondesse in lui, l’Italia lo capì in occasione della tragedia di Moro: fu una sorpresa che si trasformò in un coro altissimo di ammirazione e gratitudine intensa; finalmente la chiesa non fu più vista come “l’istituzione clericale”, ma come l’ha sempre presentata lui e la viveva lui: maestra in umanità.

+ Domenico Sigalini

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