«Natale, nasce il Re»

a presepeDietro un insieme di buoni sentimenti, un rito bonario o gesto di fede, a seconda del perché andiamo in chiesa a Natale, nessuno di noi intende mettere avanti le mani per darsi meriti o patenti di bontà. A Natale ci facciamo tutti uguali davanti a un richiamo più forte di noi, scritto dentro le nostre vite da tradizioni, culture, parole, gesti di papà, mamma, nonni, preti, pazienti catechisti, maestri che ci hanno insegnato che nella vita abbiamo bisogno di credere in qualcosa Ma il Natale ci deve aiutare a riposizionarci nella nostra storia, per non consumare tutto con i riti di una festa, in cui il festeggiato rischia di essere messo all’angolo, perché ormai ne siamo noi il centro. A monte di questi nostri sentimenti tenui ci sta una storia brutta, come una deflagrazione distruttiva, entro le domande grosse della vita. Da dove vengo, dove vado, perché il dolore, perché il male? Esiste un destino dal cuore di pietra. E ritorna la parola destino, tra le più brutte che un cristiano può dire.
Non c’è nessun destino, non c’è nessuna disgrazia. C’è all’inizio un progetto di mondo bello. Dio ha creato cielo e terra, ha fatto cose meravigliose: bello, preciso, giusto, vero, ben disegnato. Ma dentro mancava la vita. E Dio disse metto come re, l’uomo, lo faccio così bene che mi rassomigli. Non voglio che il mondo sia governato da una macchina, voglio che sia la gioia e la soddisfazione di un uomo libero. Questo uomo e questa donna li faccio belli, puliti, entusiasti. Devono avere la possibilità di decidersi sempre per il meglio. Adamo ed Eva erano felici. Ci state, dice Dio, a rendere sempre più bello con il vostro ingegno questo universo? Volete dare vita a una umanità sana, intelligente, orgogliosa di assomigliare a Dio? La risposta è un no solenne. Bastiamo a noi stessi, tu Dio ora non c’entri più niente. Tu non c’entri più. Ma Dio non demorde e vede che nel fondo dell’uomo c’è un grido di aiuto, una invocazione di speranza e fa un altro tentativo. Vuol farsi uomo per salvare dall’interno l’umanità e rischia un’altra volta. Stavolta va da una giovane ragazzina di Nazaret. Una ragazza pulita, come era Eva del resto e rischia ancora la stessa domanda. Vuoi ridare a questo vuoi darmi una mano a rifare il mondo. Vuoi essere la madre di mio figlio? La ragazza dice sì. Accetto; quel poco che sono lo metto a disposizione. Ebbene sì, la mia vita prendila tutta, mi fido. E nasce Gesù. Dio stavolta ha rischiato e ce l’ha fatta. Da quel giorno il mondo è diverso e cambia radicalmente. Il male resta sempre forte, ma ha scritto nel suo Dna la parola fine. Il serpente della visone biblica si sente sul capo il piede di una donna che lo schiaccia. Natale è entrare in questo nuovo modo di pensare e di vivere. Natale è il riscatto dell’umanità, è la vittoria sull’antica maledizione, è la sorpresa di un bene infinito accanto a un male gradissimo, ma che sicuramente si può vincere. Questo si dicono i cristiani davanti a quel bambino. Lui è il primo uomo nuovo di una creazione nuova che deve ogni giorno fare il suo cammino tra tutte le difficoltà che il male scatena.
A Natale vogliamo dire a Dio che ci piace stare in questa storia affascinante, abbiamo bisogno di contemplare suo figlio nel presepe, nella vita quotidiana, nelle nostre sofferenze e soddisfazioni. E dargli una mano a rendere più bello il mondo, senza caricarlo delle nostre sconfitte in umanità.

 

+ Domenico Sigalini
Lazio Sette 21 dicembre 2014