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Natale: non viviamo in un mondo senza senso. Il senso si è fatto carne

1 sigalini

Oggi ci facciamo  tutti uguali davanti a un richiamo più forte di noi, scritto dentro le nostre vite da tradizioni, culture, parole, da gesti semplici di papà e mamma, di nonni, preti, pazienti catechisti, maestri che ci hanno insegnato che nella vita abbiamo bisogno di credere in qualcosa per vivere. Questo qualcosa è qualcuno che si chiama Gesù.

A monte di queste nostre tradizioni ci sta una storia brutta, come una deflagrazione distruttiva, entro le domande grosse della vita. Da dove vengo, dove vado, perché il dolore, perché il male, la cattiveria, la morte, perché l’ingiustizia, perché le nostre vite vengono falciate da un cieco destino? Perché questi scolari sono stati massacrati? Esiste un destino dal cuore di pietra? Perchè ho perso il mio miglior amico, perché ho avuto cuore così duro da lasciarlo solo al suo destino? E ritorna la parola destino, tra le più brutte che un cristiano può dire.

 

Non c’è nessun destino, non c’è nessuna disgrazia. C’è all’inizio un progetto di mondo bello. Dio ha creato cielo e terra, ha fatto cose meravigliose,  un mondo come un orologio perfetto: bello, preciso, giusto, vero, ben disegnato. Ma dentro mancava la vita. E Dio disse: ci metto come re, l’uomo, lo faccio così bene che mi rassomigli. Non voglio che il mondo sia governato da una macchina, voglio che sia la gioia e la soddisfazione di un uomo libero. Questo uomo e questa donna li faccio belli, puliti, entusiasti. Devono avere la possibilità di decidersi sempre per il meglio, non avere tarli interiori che li possono indebolire o ingannare. Adamo ed Eva erano felici. Ci state, dice Dio, a rendere sempre più bello con il vostro ingegno, la vostra fantasia questo mondo, questo universo?  Volete dare vita a una umanità sana, intelligente, orgogliosa di assomigliare a Dio?

La risposta è un no solenne. Bastiamo a noi stessi, tu Dio non c’entri niente. Dovevi pensarci prima. Avresti potuto sapere che rischiavi grosso. Questo mondo ce lo prendiamo in mano noi. Tu non c’entri più. 

E l’abbiamo fatto a nostra immagine, gli abbiamo scritto dentro le nostre cattiverie, le nostre disperazioni, i nostri incubi. E comincia la storia del dolore, della violenza, della guerra, della ingiustizia.. Al catechismo lo abbiamo imparato come il peccato originale, ci siamo messi in testa una mela e non ce la leva nessuno dalla memoria. La mela è questo no.

Ma Dio non demorde, non si adatta al fallimento del suo progetto, vede che nel fondo dell’uomo c’è un grido di aiuto, una invocazione di speranza e fa un altro tentativo. Vuol farsi uomo per salvare dall’interno l’umanità e rischia un’altra volta. 

Stavolta va da una giovane ragazzina di Nazaret. Una ragazza pulita, senza malizia, come era Eva del resto e rischia ancora la stessa domanda. Vuoi ridare a questo mondo la bellezza primitiva, vuoi darmi una mano a rifare il mondo. Vuoi essere la madre di mio figlio? La ragazza dice sì. Accetto; quel poco che sono lo metto a disposizione, so che tu abbatti i potenti, rimandi i ricchi a mani vuote, ascolti il povero. Ebbene sì, la mia vita prendila tutta, mi fido, mi sento di allargare il mio progetto di vita al tuo grande sogno. E nasce Gesù. Dio stavolta ha rischiato e ce l’ha fatta.

Da quel giorno il mondo è diverso, ha inscritto una forza che lo salva, lo cambia radicalmente, lo libera dalla schiavitù del male. Il male resta sempre forte, ma ha scritto nel suo DNA la parola fine. Il serpente della visone biblica si sente sul capo il piede di una donna che lo schiaccia. 

Ora tocca a noi entrare in questo nuovo modo di pensare e di vivere. Natale è il riscatto dell’umanità, è la vittoria sull’antica maledizione, è la sorpresa di un bene infinito accanto a un male gradissimo, ma che sicuramente si può vincere.

Questo diciamo sentendo quel solenne “Il verbo si è fatto carne”. Lui è il primo uomo nuovo di una creazione nuova che deve ogni giorno fare il suo cammino tra tutte le difficoltà che il male scatena. 

Noi facciamo parte di questa storia. Entro questa storia si sono costruite le nostre cattedrali, sono cresciute le nostre speranze.

Non viviamo in un mondo senza senso. Il senso si è fatto cane. Non siamo abbandonati, ma siamo sempre di qualcuno, siamo di Dio. Con questo secondo rischio, Dio ha visto che l’umanità si è convertita a lui, in attesa che tutti lo facciano per sé e per la propria vita.

Quando siamo cattivi, quando buttiamo via la nostra vita e mettiamo in pericolo quella degli altri, vuol dire che non abbiamo preso sul serio il Natale, l’abbiamo abbassato a festa, o solo a sentimenti di occasione. 

Noi però oggi siamo qui e vogliamo dire a Dio che ci piace stare in questa storia affascinante, ma abbiamo bisogno di sapere che contemplare suo figlio nel presepe, ce lo permette di sperimentare nella vita quotidiana, nelle nostre sofferenze e soddisfazioni, nelle incertezze per il nostro futuro, nel nostro lavoro che mai come di questi tempi diventa un’ancora cui appendere speranze e avere certezze.  E vogliamo dargli una mano a rendere più bello il mondo, senza caricarlo delle nostre sconfitte in umanità. 

 

 

 

 

Ripensare la nostra umanità (Lc 2, 1-14)

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. 

8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: 

14 “Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e pace in terra agli uomini che egli ama”. 

 

In questi ultimi anni le grandi discussioni che ci occupano sono la crisi economica, le tasse, la mancanza di lavoro, ma anche, forse anche per tutto questo, una serie di domande che nascono a tradimento nella nostra coscienza: che ci faccio io a questo mondo? Chi sono? Che libertà riesco a esprimere, che futuro mi sta davanti? Che sostegni ho per vivere la mia vita, se quelli tradizionali stanno scomparendo: lavoro, pensione, famiglia, sessualità, salute, terra vivibile e non avvelenata, tempi e stagioni normali?…  L’autosufficienza tanto decantata e proposta alle nostre generazioni non c’è. Nessuno può dire che basta a se stesso; abbiamo bisogno gli uni degli altri. Possiamo chiudere tutte le finestre aperte sull’eternità, non alzare più lo sguardo al cielo. E ci sentiamo poveri, ci percepiamo insicuri, incerti, vaghiamo senza mete interiori.

Ma noi stanotte siamo qui a immergerci in una esperienza strana: ci mettiamo tutti attorno a un presepio, a una nascita, a un bambino e giuriamo che ci interessa, che sentiamo la nostalgia di semplicità, serenità, che ne promana e lo vogliamo dire a tutti che qui c’è; abbiamo bisogno di un segno che stiamo a cuore a qualcuno e lo vogliamo assicurare a tutti che l’abbiamo trovato, abbandoniamo forse per poco la nostra sicumera e ci inteneriamo come i pastori, grezzi e asociali, sporchi e rifiutati, davanti a un segno inequivocabile: una nuova vita che sboccia in una squallida stalla di animali. Un bambino può nascere anche in una discarica, ma è sempre un bambino, una nuova vita, una presenza decisiva. Un bambino ha cambiato la vita di tutti i genitori; un bambino oggi e sempre cambia la vita di tutte le persone che lo accolgono.

Non siamo in una sala parto da maschi a fumare una sigaretta dietro l’altra per calmare la tensione, non siamo ad attendere dopo una ennesima ecografia come sarà il bambino che nascerà. Siamo in contemplazione di un regalo che Dio ci fa. Sappiamo di avere un padre, che spesso crediamo troppo cattivo, e che invece oggi si svela per quello che è e che ha detto di voler essere: Emmanuele, il Dio con noi. E’ un intruso rispetto al mondo regolato sul rifiuto di Adamo ed Eva a collaborare con Dio. Dio ce ne mandi tanti di questi intrusi quando sperimentiamo una vita assolutamente priva di riferimenti, di speranza, di mete. 

L’evangelista ci sembra dire: peccati ne potete fare tanti, sempre troppi, ma una vita nuova, non rifatta, ma ricreata è un sogno che tutti vi fate e che non potete darvi da voi, la potete solo  accogliere. Tendete l’orecchio, mettetelo a terra per ascoltare se c’è qualcuno che è incamminato a portarvela. I pastori hanno capito perché gliel’hanno indicata gli angeli. E’ Lui da ascoltare, Lui da accogliere. Lui da seguire. Noi lo vogliamo indicare a tutti

Abbiamo da riscoprire la bellezza della nostra umanità, siamo stati fatti a immagine di Dio, non siamo dei mostri, delle macchine, degli automi; se Dio si fa uomo significa che si scrive dentro le nostre vite, le nostre fragilità, le nostre debolezze. Ha deciso di mettere la sua tenda tra le nostre. Se in questo Natale riscoprissimo la nostra umanità, sarebbe già un gran regalo; risolverebbe anche le nostre crisi economiche, le nostre crisi spirituali, le pazzie omicide, le rabbie e le vendette, gli attentati e i terrorismi, i fallimenti delle nostre aziende e le nostre disoccupazioni. E’ una umanità aperta alla speranza, che non si adatta all’odio, al furto, al sopruso, che si fa dono vicendevole e gioia ricambiata.

Ma questo bambino è un salvatore. Oggi purtroppo la parola salvare è ridotta a operazione da computer; per la nostra fede salvezza è riuscire a vivere la nostra vita in pienezza, bontà, giustizia e libertà per sempre. E’ giungere al paradiso, alla gioia senza fine nelle braccia di Dio; è mettere assieme una umanità che non s’accontenta di questo mondo, ma ne sogna uno nuovo, il mondo di Dio. Stanotte non pensiamo alle fatiche, alla croce, alla sofferenza; stiamo a contemplare questa pace del bambino. La croce sarà possibile portarla  se avremo in cuore la gioia di stanotte. E’ la notte dei sentimenti, di una fede semplice e inaspettata. Può sembrare una debolezza per chi crede di aver carattere e sta sempre duro come una pietra per non cedere mai; è la notte di chi accoglie con semplicità un dono, di chi vuol essere sicuro che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi.

Grazie Signore che vieni sempre a stare con noi, a condividere le nostre gioie e i nostri affanni, ma soprattutto a non farci morire di buon senso, di cose scontate, di abitudini morte e a non seppellirci nelle nostre crisi. Sei la  speranza di ogni nostro momento. Ti aspettiamo con le lampade accese.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

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