Andarono e trovarono Maria (Lc 2, 16-21)

3Gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio. Il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la madre. E’ con lei che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio, dice il vangelo, con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza. I pastori erano gente disprezzata, poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regola il suo orario sulle abitudini degli animali. Ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità. I verbi che usa il vangelo sono una traccia di cammino anche per noi. Andarono senza indugio: non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita. Noi la chiesa stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga, noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre. E il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno. Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù. Hanno aperto gli orecchi, hanno ascoltato la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria. E non hanno tenuto per sé quel che hanno provato. Lo hanno portato subito agli altri. Hanno creato subito quel tam tam che crea comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle. La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro vita sociale, hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore. Hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù. Avessimo noi ancora oggi la capacità di sconfiggere la noia, per esempio la noia del nostro mondo giovanile, che viene riempito sempre di dati inutili, per aiutarli a trovare nella propria umanità le risorse più belle per dare slancio alla loro vita, la consapevolezza della grandezza di ogni persona, della bellezza dell’amore, della semplicità delle cose che Dio ci ha dato! Glorificando e lodando Dio. Dio va lodato e ringraziato sempre. La nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto. Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, è uscire dalla nostra sicumera per sentirci figli amati da Dio.

E noi ci avviamo a chiudere il 2014, un anno che è stato pieno di difficoltà e di fatiche. Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita,  per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso. E’ stato un altro anno di una crisi da cui facciamo fatica a uscire e da cui non usciremo facilmente anche l’anno prossimo. Dobbiamo convivere con questa crisi; quasi mi viene da ringraziare Dio perché ce l’ha data. Eravamo troppo faciloni, vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e lo stato allargava a dismisura il debito fino a diventare 10 volte il PIL del mondo e ci drogava. E oggi l’unica possibilità o fantasia che si ha è che questo enorme debito si paga solo a colpi di tasse. Lavoravamo spesso come automi in attesa della paga, delle ferie, degli incentivi. Ci dicevano: tu compera senza pagare niente, lo farai dopo. Ci siamo trovati debiti e non c’era più quello che avevamo comperato. Tutti ci dicevano che il centro della vita è ciascuno di noi. La parola più usata era io, io, io. Siamo diventati tutti individui e non più persone. Non è solo io il pronome che possiamo usare; i pronomi che abbiamo imparato a scuola sono almeno sei: io, tu, egli, noi, voi, essi. Ci sono almeno sei modi di coniugare la nostra vita; noi siamo un io, se siamo un tu per la moglie, il marito, il figlio, il padre, la madre. L’altro è un egli, gli altri sono un essi con cui dobbiamo rapportarci. Nessuno è una prigione per l’altro, ma se noi siamo autocentrati e ci guardiamo solo allo specchio, gli altri diventano una prigione a cominciare dalla famiglia messa assieme o tenuta assieme per qualche convenienza e non per amore. Papa Francesco ci dice che siamo ancora capaci di rendere schiave le persone. Ci hanno abituato a consumare per produrre, a produrre per vendere e comperare, ma la terra non è infinita. Ci hanno garantito risposta a tutti i problemi compresa la salute, la vita, il benessere, ma abbiamo visto che non c’è risposta a tutto. Ci si può mettere attorno al tavolo anche in famiglia e dialogare tra tutti per come affrontare questi giorni tristi, ma decisivi per cambiare stile, per essere meno tesi al possesso, agli euro e più alla comunicazione, alla solidarietà, all’amicizia, all’amore, alla semplicità, alla stessa povertà portata con dignità, di cui non ci dobbiamo mai vergognare. Si può superare la teoria del lamento e tentare quella della responsabilità? Ci hanno derubato. Che facciamo per non farci più derubare? Rubiamo noi a chi ci fa un lavoro? Paghiamo in nero? Continuiamo a farci le canne per dimenticare? E’ vero che stiamo solo cercando un lavoro, non chiediamo la luna. Il lavoro però è anche impegno creativo di tutti. Nessuno più lavorerà con la testa nel sacco. La vita cristiana dovrebbe averci allenato a dare dignità al lavoro, a farlo diventare una collaborazione col Creatore, a metterci dentro l’anima.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare. E’ diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza.

 

+ Domenico Sigalini