La pastorale delle periferie: una sfida alla diocesi prenestina

cattedrale panorama+ Domenico Sigalini

Il continuo insegnamento di Papa Francesco sull’uscire, sulle periferie e sulla chiesa come ospedale da campo, ci aiuta anche a delineare una aggiornata dimensione del servizio pastorale di una parrocchia: quella dell’abitare in tutti i sensi la periferia. Tanto più che la nostra diocesi prenestina è fatta da tante cittadine che hanno una dispersione di abitazioni altissima. Non esistono da parecchio tempo dei paesi che corrisposndono alle parrocchie e nemmeno delle parrocchie che godono di un territorio raccolto attorno a un centro antropologico o a una chiesa che fa da punto di riferimento per tutti. Esistono chiese e spesso inconsistenti strutture parrocchiali che stanno nel vecchio centro storico, abitato pressoché da immigrati, e non facilmente raggiungibili con automobili, e la maggioranza o quasi delle persone sono distribuite in una dispersione geografica delle abitazioni o ville nell’isolamento più vario oppure in complessi abitativi, lontani dal centro o dalla stessa chiesa parrocchiale.
A questo riguardo i parroci sanno molto bene come si sono trasformate le città. Mi permetto in maniera molto approssimata nella descrizione, ma molto presente nei miei occhi e nei miei passi di questi nove mesi di pellegrinaggio per i comuni, di portare esemplificazioni (vedi allegato). Tendenzialmente le chiese o i centri parrocchiali non sono più collocati nella vita vera della gente. Qui si pone veramente un problema antropologico che poi diventa missionario. Tento di descrivere in un abbozzo che aspetta di essere completato da analisi più precise una fotografia degli abitanti e delle situazioni.

La gente di queste periferie
• non è in grado di poter stabilire contatti naturali e frequenti con il centro del paese, della cittadina e nemmeno con la chiesa parrocchiale.
• Vive in un pratico isolamento, aumentato dal pendolarismo per lavoro o per le comunicazioni
• Non ha spesso spazi di incontro territoriali o spazi di interazione
• Rischia che ciascuno sia lasciato a se stesso e che non ci sia niente per i bambini, gli anziani e gli stessi malati.
• Non ha momenti di sintonia con la chiesa, con il vangelo, con la stessa preghiera
• Mancano spesso o hanno difficoltà ad accedere ai servizi essenziali alla loro stessa vita sociale.
• Non sono raggiunti se non sporadicamente da iniziative pastorali o parrocchiali, da proposte formative e da relazioni religiose.
• La parrocchia in quanto tale non è nei pensieri delle persone e nemmeno nelle abitudini; spesso è solo un ufficio o un adempimento obbligatorio per funerali, sacramenti, certificati…
E’ possibile decentrarsi? Si può continuare a condurre la parrocchia senza tener conto di tutte queste persone? Che servizio minimale possiamo fare? Che progettazione deve nascere per annunciare il vangelo in queste periferie? Conosciamo i fedeli della nostra parrocchia oppure solo quelli che frequentano anche solo saltuariamente? Non si tratta in prima istanza di distribuire messe, di portare questo popolo di Dio alla chiesa parrocchiale, di andare a benedire una volta all’anno le case o di organizzare una struttura omogenea uguale per tutte le periferie, ma di procedere per gradi a far capire che nessuno è lontano da Dio e che nessuno è fuori dalla vita cristiana, che è bello essere cristiani e partecipare alla vita della chiesa, che tutti possono godere della gioia del vangelo, di cui noi siamo al servizio esclusivo.
La cosa più urgente è che ogni presbiterio parrocchiale si faccia carico di queste terre di missione, di queste periferie spirituali ed ecclesiali e coinvolga nella missione i cristiani più generosi di tempo, di proposte, di condivisione delle fatiche. Può darsi che sia importante ridefinire i confini territoriali delle parrocchie, non tanto per dire: questo è mio, questo è suo, ma per aiutare maggiormente la comunicazione tra le persone.
Si impone un dialogo costruttivo e confronto con le aggregazioni territoriali, con questa nuova definizione della provincia di Roma, con le scuole, le ASL, i distretti, le strutture e aggregazioni sportive, le protezioni civili… Dal punto di vista diocesano ho intenzione di dare origine a una gruppo di ricerca che aiuti ad affrontare queste tematiche in termini progettuali, con studi seri e valutazioni sul campo. I soggetti di questa nuova impostazione sono di sicuro i consigli pastorali interessati con cui possiamo esprimere progettualità coerenti con la Gioia del vangelo. Siamo convinti che le periferie hanno molto da mettere in campo e da insegnarci: persone, esperienze, tradizioni, devozioni, solidarietà…
In attesa di coinvolgere tutta la diocesi a mobilitarsi su tale tema, e questo può ben essere il taglio con cui terrò la vista pastorale che inizierà alla fine dell’anno, mi provo a suggerire alcuni passi da compiere:


1. Conoscenza della geografia e della popolazione di queste periferie, attraverso collaborazioni con gli uffici comunali, le associazioni ecclesiali e quelle civili. Costituzione di una sorta di stato d’anime di periferia o di quartiere.


2. Favorire raggruppamenti e dialoghi con linee di parentela, con vicini di abitazione, con centri di interesse.


3. Una attenzione particolare va data alla religiosità popolare per dare vita a spazi della periferia che possono essere frequentati da tutti. Sentitissima è la venerazione della Vergine Maria.


4. Preparazione di feste, eventi, manifestazioni di carattere localistico, attenzione ai mercati rionali


5. Eventuale costituzione di spazi di quartiere dedicati al bene comune, spazi di riunioni, dialoghi, celebrazioni. Rifacciamo le piazze che ci stanno relegando nei supermercati.


6. Coraggiose iniziative di annuncio strada per strada, o famiglia per famiglia.


7. Celebrazione della messa domenicale una tantum.


In vista di queste tappe si devono preparare persone che le realizzano. Possono essere preti, laici, suore, uomini, donne, giovani. Serve una preparazione sul campo, non una scuola asettica, una vita spirituale intensa e un affiatamento senza fughe personalistiche o incrinature di primarie. Eventuali esiti finali possono essere la costituzione di piccoli centri pastorali (consistenti in una sala, e una stanza per colloqui personali, in cui poter fare riunioni di quartiere, messa domenicale, catechismo per bambini e per adulti…) che educano al riferimento alla parrocchia e aiutano a sentirsi appartenenti a un popolo, non a una somma di individui.
Se lo stile è uscire e annunciare la gioia del vangelo, occorre strutturare diversamente anche le nostre parrocchie, le preparazioni alla prima comunione, le cresime, la celebrazione delle feste principali, le associazioni laicali, le confraternite, le stesse processioni. Le periferie devono diventare soggetti di vita civile e cristiana, non solo fruitori di servizi o destinatari di iniziative sociali con il taglio della dipendenza.
La fede non ammette cristiani generici, ma tutti dotati di una vocazione alla missione, all’evangelizzazione, alla santità. Ricordiamo che dalle nostre periferie sono usciti anche santi, come Maria Goretti dalle campagne di Paliano.
Descrizione logistica approssimata delle periferie Palestrina: la parrocchia di Gesù Redentore (abitazioni dopo i campi sportivi, verso il nuovo palazzetto dello sport, verso la Rondinella), la parrocchia della Annunciata (Via tende, striscia confinante con santa Lucia…), Sant’Antonio è abitata quasi tutta da immigrati e frequentata da esterni alla parrocchia, la Sacra Famiglia (il nuovo insediamento prima della Muracciola, le abitazioni fino al cimitero di Zagarolo, Via Loreto…), la parrocchia dei Santi Protomartiri, senza centro antropologico e presenza di vari supermercati.
Gallicano (sulla prenestina l’Acqua Traversa, Via Caipoli, una parte di via Tende, le Colonnelle verso Poli, la zona degli acquedotti..).
Labico (il quartiere Colle Spina a 6/7 Km dal centro e dalla parrocchiale, le case di Via Loreto e dintorni verso Palestrina, l’agglomerato di fronte alla stazione, lungo la Casilina…). Zagarolo (la zona della stazione, Colle Gentile, zona del cimitero, Colle Barco, il complesso delle scuole, la campagna e le ville …).
San Cesareo (un nucleo centrale senza centro, il complesso della 167, le case verso Colonna, di qua e di là della Casilina….). San Vito (san Biagio, le case verso il cimitero, verso Ponte Orsini, via Romana, le campagne della valle del Sacco…). Cave (con le sue due parrocchie e le abitazioni verso sud e verso Ovest, nella zona artigianale dopo il cimitero)…
Paliano (le due parrocchie già in collaborazione progettuale, l’immensa campagna, le abitazioni verso Colleferro, le fabbriche nei pressi dell’autostrada l’estensione del territorio di santa Maria di Pugliano, Madonna di Zancati, Le Mole, senza centro antropologico Olevano nelle sue due parrocchie, che già sperimentano una conduzione unitaria, con la località di sant’Antonio, il quartiere verso Est (Culiano), il circondario del santuario dell’ Annunziata, le numerose contrade di campagna…). Capranica la parte vecchia e la parte nuova verso Rocca Castel san Pietro con le nuove abitazioni e la parte bassa di Frainili Rocca di Cave (la parte alta e la parte bassa). Carchitti (verso Colle Spina, verso il passo del Vivaro, verso Colle di fuori…).
Genazzano ( il quartiere dell’istituto Boole, le abitazioni a partire dalla Sonnina verso santa Cristina, il quartiere verso il Ninfeo, quartiere san Pio). Bellegra (tutte le frazioni, contrada san Nicola…). Roiate (la parte verso Olevano, verso la valle dell’Aniene). Valle Martella già dispersa per come è nata. Serrone- La Forma con san Quirico, il monte Scalambra, le campagne verso Paliano Pisoniano (centro storico e parte nuova) Rocca di Cave: chiesa asserragliata in alto e gente dispera nelle valli Alcune parrocchie sono senza un vero centro abitativo, ma fatte tutte di ville distribuite per il territorio (Madonna della fiducia, Divin Salvatore (santa Apollaria).
La descrizione va completata e precisata evidentemente.