Alza lo sguardo a quella Croce! (Gv 3, 14-21)

1 ordinazione 14 marzoAvere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.
Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica. Ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. Proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti. Rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro. Solo che le TV vendono solo se stesse e non costruiscono  vera speranza.
Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto,  per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.
Si fa sempre un gran parlare a ondate periodiche del crocifisso nelle aule scolastiche o nei luoghi pubblici. Può recare sicuramente fastidio per tanti motivi, per chi ha smesso di credere e si vede collocare davanti un segno che richiama tempi che vuol rinnegare, per chi ha altra religione che vorrebbe un segno più suo, per l’agnostico che non si adatta a questa debolezza razionale di tanti uomini pure saggi e stimati. Ma faceva fastidio soprattutto questo simbolo nei primi secoli del cristianesimo. S. Paolo stesso non lo sopportava se, una volta convertito, ricorderà a tutti che la croce è un assurdo per i giudei e stupidità per i pagani. Infatti aveva fatto di tutto per toglierlo dalla mente e dal cuore di quegli ebrei che, secondo lui, mostravano tutta la debolezza della loro fede nella legge, la Torah, passando al cristianesimo.
Per molti anni ancora dopo S. Paolo si è fatto fatica a disegnare questa croce, questo supplizio, questo inaudito segno di riconoscimento per collocarlo alla venerazione dei cristiani.
Eppure proprio quella croce è il simbolo che ha cambiato la storia dell’umanità. Chi guarda a quella croce, si sente rinascere le forze, gli sparisce la febbre mortale del peccato, riprende speranza nel suo futuro, si sente la carezza amorevole di Dio che gli cancella ogni rimorso, ogni disperazione.
Guardando a quella croce, ci vede inchiodato un atto di amore che sembra folle, ma che è il gesto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, l’unico, amatissimo, agapetòs, Agapito, diciamo noi prenestini. Cristiano, uomo, non ti vergognare di questo orrore, lì è condensata la cattiveria di ogni uomo e di ogni tempo, lì però si è schiantata la forza del male, me lo sono caricato io sulle spalle. Queste due braccia incrociate hanno cambiato la storia. Oltre, il male non può andare. E la croce non è un giudizio, ma una salvezza. Non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Voi stassera salite su quella croce, voi ve la scrivete nel cuore, ve la tatuate sulla pelle. Mi ricordo di due ragazzi innamorati egiziani, ad uno dei quali avevano ammazzato il padre perché era cristiano; per nulla intimiditi si sono fatti tatuare sulla spalla la croce di Cristo e dicevano: se me la vogliono cancellare mi devono scorticare.
Su questa croce salirete tutte le volte che celebrerete l’Eucarestia; starete accanto a Gesù fino alla resurrezione e porterete questo mistero nel mondo.
Se guardate a voi stessi potete sentirvi inadeguati, come, del resto, tutti noi vostri futuri confratelli presbiteri. Nessuno di noi si deve permettere di giudicarvi, di dirvi che siete diventati preti per il rotto della cuffia. Io in prima persona, avvalorato dai giudizi di chi vi ha guidato in questi anni, mi assumo tutta la responsabilità e sono pronto a pagarla con ogni sacrificio o croce che la vita mi darà. Sono il vostro padre del presbiterato, siete miei figli, sono sicuro che non tradirete questa fiducia e, come ho detto varie volte in pubblico, sarò orgoglioso di esservi padre. Sulla  mia paternità potete sempre contare.
So che tanti dicono che sono troppo buono, nel senso che sono troppo superficiale; seguo con la coscienza che Dio mi dà, le leggi della chiesa, mi avvalgo della collaborazione di presbiteri saggi, mi affido alla bontà di Dio, soprattutto ci sentiamo tutti abbracciati dalla sua tenerezza, soprattutto ora che è stato annunciato da papa Francesco il giubileo della misericordia, qualità che ha permesso a me di osare l’accettazione di diventare prete e vescovo della chiesa cattolica.  La mia paternità non è per rendere più facile il peccato, ma per darvi la certezza che la disperazione non è per nessuno la strada da seguire.

 

+ Domenico Sigalini