Trasformazioni del clero

1 crismalePresento qui di seguito uno studio che ha preceduto il lavoro diocesano di riprogettazione della formazione permanente del clero. E’ una lettura della situazione proposta ai vescovi nel mese di novembre scorso dal sociologo Luca Diotallevi e da me riscritta e resa più comprensibile nella nostra vita diocesana e nel nostro territorio. Emergono elementi che fanno pensare a una sorta di crisi.

 

Si tratta di crisi, ma non necessariamente negativa. Non si dice che non ci sarà futuro per valori, norme e conoscenze da cui si proviene e che ci sembrano negate o per lo meno sorpassate, ma che ci sarà futuro solo se la mediazione istituzionale, il ruolo e la figura dei preti, avrà la funzione che deve avere. Quindi può capitare che l’istituzione si rinnovi, si aggiorni fedelmente alla sua vocazione o che l’istituzione sia sostituita da un’altra o, Dio non voglia, da nulla.
I processi che si descrivono qui non hanno ancora raggiunto un grado di irreversibilità, da cui cioè non si può più tornare indietro; per essi si può dare vita a un rinnovamento oppure, se lasciati a se stessi, portano inesorabilmente alla stessa scomparsa della istituzione.
Quali sono questi processi?

 

1. Contrazione numerica del clero
I preti diocesani dal 1970 sono calati di almeno un quarto, i religiosi di un buon terzo. Quali le cause:
• Le classi numerose di preti sono finite fisiologicamente
• Stiamo subendo ancora gli effetti prolungati di una stagione (anni 60-70) caratterizzata da un forte abbandono del ministero
• marcata difficoltà di reclutamento di nuovo clero (da 439 ordinati nel 2003 ai 347 del 2012)
• crisi demografica: meno figli, anche meno preti
Siamo in buona compagnia con il mondo occidentale anche se in Italia molto meno. Le prospettive sono che aumenterà ancora di più l’età media del clero, cui seguirà una contrazione numerica e un ringiovanimento

 

2. Crisi della istituzione clero
Il fatto più importante però, non è tanto la diminuzione numerica,   ma quello che ne può essere una causa e cioè la crisi della istituzione clero. Alcuni dei tratti distintivi del ruolo dei preti e della  organizzazione dei presbitèri stanno cambiando velocemente. Influiscono anche alcuni fenomeni giudiziari, ma da noi sono casi limitati e non sufficienti a determinare la gravità della crisi.
Tre elementi la definiscono o descrivono in maniera più determinata:

 

il crescere di reclutamento non convenzionale
Esiste un fenomeno abbastanza presente che è quello di flussi sempre più consistenti di escardinazione/incardinazione tra diocesi non solo italiane e passaggio di religiosi al clero secolare.
Facciamo alcuni esempi anche se non sono esaustivi:
a fine 1991 gli ordinati rimasti nella diocesi  di nascita erano l’81%
nel 1999 erano il 79%
nel 2012 erano il 76%
Sembrano numeri piccoli, ma nell’ultimo periodo (2000/2012) solo 15 diocesi hanno avuto il 100% di reclutamento convenzionale, oltre 30 diocesi ne hanno avuto meno del 33%. Nelle regioni si oscilla tra più del 90% a meno del 40%
Questo dice in termini sociologici che il potere contrattuale del singolo prete rispetto al vescovo è aumentato e che forse è meno forte la selettività del seminario. Il fatto tende a diventare istituzionale, cioè a non dipendere solo da occasioni. Un pericolo è quello di etnicizzare   una professione, se si tratta di preti che provengono da altre nazioni. Faccio un esempio e spero di non essere irriverente: nel 2005 nella nostra diocesi nei due piccoli paesi di montagna (Rocca di Cave e Capranica) c’erano due presbiteri africani, se si aggiungeva anche Roiate   poteva nascere l’idea che questi paesi di montagna sono lasciati a una etnia.  Ma la cosa più seria è questa: l’aumento di reclutamento permette alla chiesa di aumentare l’offerta religiosa, abituare i laici ad avere servizi, senza assumersi corresponsabilità o da parte dei preti non impegnarsi a svilupparla.
Si implementa un consumo religioso per accontentare tutte le domande, ad alto arbitraggio individuale, cioè la gente si abitua a esigere prestazioni ecclesiali le più disparate a seconda dei gusti, dei bisogni più o meno indotti, a fare della religione una sorta di potere personale di carattere consumistico. Il fenomeno del reclutamento esterno può anche diminuire, perché non ci sono più preti che vengono da fuori, ma non ci si accorge che la religiosità è cambiata, la cultura religiosa e la prassi pure.

 

Il crescere della dipendenza dal centro del sostentamento del clero
Il sostentamento del clero basato sul famoso 8 per mille è oggi l’unica fonte di sostegno di ogni prete. Questo dà origine a due fatti quasi contraddittori, ma non troppo. Da una parte non si toglie mai   dalle casse della parrocchia la quota capitaria per integrare la quota che spetta di diritto a un prete e che l’IDSC non gli versa; da noi il parroco in genere non se la prende dalla cassa della parrocchia perché non è sufficiente a coprire il fabbisogno essenziale e il cappellano ancor meno, salvo integrazioni per bollette di consumo. Dall’altra è talmente vera questa dipendenza dall’8 per mille, che il prete in genere ritiene suo privato tutto quanto prende dall’8 per mille, una sorta di premio personale per i fatti suoi e non per il suo vivere concreto e toglie dalla parrocchia tutto l’ammontare delle sue spese di vitto, acqua, gas e riscaldamento. La gente non dà più niente al prete e forse questo è in correlazione con il reclutamento non convenzionale.
Dipendere dall’istituto centrale del sostentamento induce una sorta di statalizzazione della figura del prete e ci accorgiamo oggi che stiamo meglio di tanti operai o padri di famiglia che non hanno lavoro; il nostro impegno sia esso produttivo, sia improduttivo non determina un cambio del compenso mensile. Questo è causa anche di attrazione per i religiosi. Infatti gli inseriti nell’IDSC dal 1991 al 2012 sono passati dal 20.8% al 32.9%.
Gli equilibri della vita ecclesiale diocesana dipendono sempre di più dal centro, dalla CEI (vedi costruzione di chiese, restauri…) Questi processi hanno messo molto in crisi il profilo dei presbiteri rispetto al tempo precedente, al rapporto con la gente, al come ci si relazione con la gente. Nessuno giustamente non vuole più dipendere, ma il contatto con la gente ne è molto alterato. Fate come vi pare, io tanto il mio mensile ce l’ho sicuro.
Il concordato del 1984 ha grossi lati positivi, ma su quelli negativi che ho citato non abbiamo possibilità finora di pensare un’alternativa

 

la distribuzione del clero, parrocchie e popolazione
C’è un grande scarto tra distribuzioni territoriali di popolazione, parrocchie e clero. Più della metà delle parrocchie (55%) serve il 29 % della popolazione.
3200 parrocchie (con una popolazione complessiva di 30 milioni) hanno un parroco in esclusiva
Mentre ce ne sono 5300 con un parroco in esclusiva per una popolazione di 17.5 milioni. Questo significa che alcuni preti sono più sotto pressione che altri.

 

3. Crisi del sapere e nuovo orientamento e identificazione della professione
I preti sono sempre stati identificati con una “professione” importante in un paese, come l’avvocato, il brigadiere, il medico, la levatrice. Negli anni 60 queste sono andate tutte in crisi e sono state quasi assorbite dallo stato con tutte le sue pretese di controllarle con gli ordini professionali, gli esami di stato… Insomma anche il prete ha avuto una formazione diversa e quindi un nuovo modo di collocarsi nella società.
   1. Estrema diversificazione del retroterra formativo
Ieri c’era una forte omogeneità della cultura religiosa dei candidati al presbiterato. Questa omogeneità non esiste più. I tratti più diffusi da cui si proveniva erano: la partecipazione ecclesiale dei genitori, la militanza nell’Azione Cattolica, il ruolo della madre nella maturazione della vocazione; l’istruzione era omogenea. Gli ordinati prima del 1969 al 21% erano entrati in seminario dopo le scuole superiori, gli ordinati dopo il 1995 sono al 78%. Questo per dire che c’è molto meno in comune oggi che ieri. Così anche le esperienze formative; prima del 69 venivano dall’AC il 66% , quelli ordinati dopo il 1995 sono il 37%. Ora l’esperienza più diffusa arriva al 9%. Si moltiplicano tante esperienze diverse. Ieri si entrava in seminario con in testa una idea di prete pressoché uguale, oggi molte e spesso nemmeno una
   2. Spostamenti e appannamento del modello di riferimento
La tendenza ad avere modelli diversi di prete di riferimento non viene contrastata o non viene contrastata con successo. Il modello di guida ieri era il parroco, oggi al ruolo di assistente di una associazione prevale quello di leader della propria pastorale. La soddisfazione principale nel fare il prete è data dalla presidenza nella liturgia, dall’ascolto delle singole persone, dalla predicazione. Non c’è l’educazione, la confessione, il ruolo sociale… Più sono giovani meno hanno fiducia nel laicato. C’è un appannamento del modello di riferimento del prete e una incertezza maggiore. Sono il 65% quelli che dicono che non abbandoneranno mai il ministero con una diminuzione del 5%; infatti sono tra i 30 e i 40 all’anno che hanno abbandonato dal 2003 al 2012, nel 2013 sono 72.
   3. Crisi del sapere professionale
Lo stato di salute di una professione viene dalla consapevolezza e l’azione conseguente di un sapere capace di riformarsi continuamente e con continuità (direi aggiornamento vero).
Invece l’aggiornamento medio del clero è
44 % tematiche bibliche e tematiche spirituali
42% tematiche pastorali
35% liturgia
9% teologia morale
12% sistematica
16% fondamentale
La mera analisi dei testi e la mera raccolta di istruzioni rituali o giuridiche non sostengono la domanda di sapere di una professione. Questa crisi della teologia come sapere della professione lascia spazio a gente che abbassa l’etica e cerca i benefici psichici dei beni e dei servizi religiosi.
   4. Debolezza delle reti presbiterali ufficiali e forza di quelle informali ed elitive
Si passa dai parrocchiani e preti del territorio alla famiglia e agli amici preti. Il presbiterio non esiste più come punto di riferimento. La visibilità dei riferimenti: vescovo, consiglio presbiterale,  presbiterio.. è intatta o aumenta, senza essere in grado di esercitare autorità. Si scambia l’autorità con la figura carismatica. 

 

Riepiloghiamo:
1. Le aree in cui si sovrappongono i fattori di crisi sono raddoppiate in questi anni fino al 20%
2. I più esposti sono i preti di più recente ordinazione
3. C’è correlazione tra trasformazioni e strutture e stili di gestione dei presbitèri
4. Questi fatti producono una crisi dell’istituzione clero
5. Gli elementi che caratterizzano la crisi non hanno forza e neppure intenzione di creare un modello alternativo; ci sarà presto frattura tra anziani e giovani preti su questo
6. Il ricambio generazionale trasformerà quella che è minoranza in una maggioranza relativa, così che gestiranno presbitèri una maggioranza di preti senza modelli
7. Il processo descritto non ha ancora la caratteristica di irreversibilità. Oggi c’è ancora una maggioranza di presbiteri che resiste; questa però invecchia, diminuisce di numero e non è equidistribuita nel territorio italiano
8. La crisi della istituzione clero è la crisi della istituzione chiesa. Riuscirà il cattolicesimo a rinnovare le istituzioni sociali della sua forma ecclesiale? Sarà capace di aiutare a cambiare i presbitèri, la formazione del clero, l’aggiornamento professionale…?

 

Il contesto in cui si verifica questa crisi

 

Che contesto socio religioso abbiamo?
Togliamoci l’idea che sia in atto una secolarizzazione, vista soprattutto come rifiuto e abbandono della religione, come l’abbiamo patita dalla metà degli anni ’60 all’inizio degli anni’80. La nostra crisi non avviene in un contesto di secolarizzazione o dentro un declino della religione, anzi siamo in una ricerca di religiosità diffusa (religious booming), un momento di crisi della laicità. E’ una religiosità diversa da quella che vorrebbe il cattolicesimo, che nella religione vedeva un ancorarsi a principi validi anche per la vita pubblica.
Dalla fine degli anni ’60 è trascorsa un’era, non mezzo secolo. Il Concilio con le indicazioni del beato Paolo VI ha capito questo cambiamento. Se tra i candidati a guidare questo boom religioso c’è il cattolicesimo occorre però accorgersi che c’è una forma religiosa pure che si candida ed è la “religione a bassa intensità” low intensity religion

 

Che è questa religione a bassa intensità?
Concede al consumatore religioso una infinita capacità di scelta
Una facile ricombinazione tra beni e servizi che ci sono sul mercato religioso
Offre grandi possibilità e occasioni anche alle autorità religiose, se queste sanno abbassare le pretese normative.
Estrema flessibilità, grande indulgenza nei confronti della espressività, una riserva di simboli e riti, a patto che si liberino dei vecchi scrupoli dell’ortodossia e della ortoprassi,
avere meno rilevanza per avere maggiore visibilità.
La sociologia studia questa religione a bassa intensità come quando studia fenomeni di intrattenimento e di divertimento; quindi sono proprio parenti stretti.

 

Anche all’interno del cattolicesimo molti attori religiosi hanno adottato le forme di una religione a bassa intensità. Alcuni esempi:
• il matrimonio cristiano è inconcepibile  per questa religione a bassa intensità
• il profilo del clero cade assieme all’oblio dell’apostolato dei laici, che diventano solo consumatori religiosi
• difficoltà di autonomia  dei religiosi e la crisi senza paragoni delle religiose

I problemi che abbiamo con la nostra gente non sono una opposizione tra fondamentalismo o il tradizionalismo radicale o nella lotta tra progressisti e conservatori. Siamo tutti trapassati da correnti religiose a bassa intensità. Tutto i nostri problemi nascono dall’assimilare il cattolicesimo a solo religione e per di più a bassa intensità.
Qui allora occorre assolutamente che il clero operi un profondo discernimento ecclesiale. Non sottostimiamo la diminuzione progressiva del clero, ma è più importante leggere, approfondire, ricercare le cause del declino del profilo istituzionale del clero. La famosa richiesta ordinazione delle donne o di uomini sposati non cambia il problema.
L’affermarsi di un cattolicesimo in Italia solo come religione e per di più a bassa intensità non è immediato, ma molto più vicino di 10 anni fa.
In Italia l’area centrale appare in difficoltà molto maggiori della media, i suoi confini si stanno allargando a Nord e a Sud.
Una controtendenza sta in alcune isole del Nord e del Sud, che tra l’altro usano metodi molto diversi per le loro configurazione storico-culturale. Questo significa che non c’è un'unica ricetta pastorale che ci porta fuori dal guado, che ci permetta di rinnovare la forma ecclesiale della dimensione religiosa del cattolicesimo perché non diventi religione a bassa intensità.
L’insegnamento del Vaticano II e del magistero successivo, per le loro implicazioni sociali sono consapevoli e attrezzati per questa sfida. L’insegnamento e la prassi di Papa Francesco sono assolutamente necessarie per questo prospettiva.

 

Allora che formazione permanente?

 

• E’ uno stile di vita che punta sulla conformazione costante di ogni presbitero a Gesù Crocifisso, morto e risorto
• Non è una serie di incontri e di conferenze frontali, ma una relazione interpersonale e un approfondimento del pensare di fronte alle sfide dell’oggi e alle crisi della nostra istituzione presbiterale. Le trasformazioni del clero vanno approfondite, valutate e aiutate ad evolvere verso il bene delle persone e della chiesa
• Il Concilio Ecumenico Vaticano II e il magistero che ne è seguito (cfr soprattutto la Evangelii Gaudium) sono fari da cui farci illuminare, assolutamente da accogliere e approfondire
• Responsabile ne è il vescovo, il vicario generale e un gruppo ad hoc che programma le varie fasi, possono essere di seguito le vicarie e il consiglio presbiterale.
• Riguardo al problema del “reclutamento” non convenzionale, che a Palestrina è molto rilevante, sia per i presbiteri che per i seminaristi, sto con alcuni preti e vescovi rivedendo a fondo la metodologia, la configurazione e le nuove prospettive, consultandomi anche con le congregazioni romane a questo dedicate.

 

+ Domenico Sigalini