Messa crismale 2015

13911903084 f27cc520aa kprimo anno della celebrazione del IX centenario della dedicazione della cattedrale.

Siamo tutti convocati, battezzati e presbiteri a celebrare il dono del sacerdozio che Dio ci ha fatto nella persona, vita, passione, morte e risurrezione di Gesù. Qualcosa di grande ci accomuna come popolo santo di Dio: ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre. Siamo sacerdoti, re e profeti della nuova alleanza stabilita non nel sangue di capri e tori, ma nel sangue di Cristo, nostro Salvatore. Non è un mistero che si risolve e compie in un culto separato dalla vita, ma che diventa necessariamente: portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, la consolazione degli afflitti e promulgare l'anno di grazia del Signore, un giubileo speciale, dedicato alla misericordia di Dio che papa Francesco inaugurerà prima della fine dell'anno.
Tutto il popolo è sacerdotale, ma noi siamo i ministri al servizio di questo sacerdozio comune dei fedeli, siamo chiamati in un ordine ontologicamente diverso a prodigarci per la santificazione di ogni cristiano. Non dobbiamo solo essere riparatori di case sbrecciate, di vite consumate, di esistenze buttate, ma collaboratori di Dio nel portare a santità ogni persona nella gioia del vangelo.
I tempi in cui viviamo sono sempre una sfida nuova per questo nostro compito e a noi tocca essere fedeli al mandato, generosi nell'attuarlo e creativi nell'interpretarlo, con una supplica quotidiana per ottenere l'aiuto dello Spirito Santo. Ci siamo detti nei nostri incontri formativi che oggi la ricerca di religiosità è in aumento. La nostra gente ce lo fa capire quando abbiamo tempo di ascoltarla. Sembra che di questi tempi il sentimento religioso occupi maggiormente la nostra cultura. Purtroppo lo usano i violenti a servizio dei poteri occulti e forti, per seminare odio tra le religioni e provocare dedizioni irrazionali alla loro causa. Stanno trasformando la loro sete di potere in lotta tra le religioni; fanno martiri in ogni appartenenza religiosa per imporre il loro mondo di interessi senza scrupolo. Il resto del nostro mondo non ha le mani pulite in questi massacri e martìri.
La vita delle nostra gente conosce sì stupore, meraviglia, desiderio di ritorno, blanda partecipazione, ma dentro la suadente tentazione di adattare la fede a religione e per di più a bassa intensità. Siamo disposti a credere, a tornare in chiesa se quello che dite, che proponete, che predicate ci accontenta; se abbassate le vostre richieste almeno al buon senso, a quello che dicono tutti, se accettate meno rilevanza pubblica, se vi mettete in angolo e vi fate definire come qualsiasi altra associazione. La chiesa tende ad essere trattata come una onlus: stesse leggi, stesso riconoscimento, stessa rilevanza. Non si tratta solo di economia, ma di concezione della vita di fede. Voi cristiani siete come un club tra i tanti e noi cristiani ci stiamo alla grande a farci rinchiudere in qualche cerchio dorato. Fortuna che papa Francesco non accetta di essere messo all'angolo, anzi ci stimola sempre ad uscire, ad accogliere, a portare la gioia del vangelo a tutti.
In questa grande sfida le nostre comunità parrocchiali giocano un ruolo determinante se sono disposte a:
• non ritenersi autosufficienti Nessuno basta a se stesso. La nostra gente è felice quando ci vede collaborare e lo constato di persona. Sto abitando da dodici mesi nei nostri paesi e nelle nostre città. Non vengo solo a celebrare con le chiese piene per la parata, ma sto con voi anche senza bagno di folla, come sono le nostre parrocchie nella quotidianità, nelle case piene di dolore che, in certe famiglie, sembra più una condanna infinita che una prova temporanea, nella assenza quasi generalizzata di giovani che facciano della fede il centro della loro vita.
• se voi presbiteri sapete di far parte di un presbiterio e assieme collaborate tra voi e con me, vescovo, sempre indegno, come dico convinto nella messa, ma sempre successore degli apostoli e principio impreteribile di unità. Il Signore vi chiede la pazienza di accettarmi, anche se pieno di difetti. Se ci sappiamo incontrare, se riusciamo ancora a crescere assieme, se ci interroghiamo assieme sulla nostra stessa fede, prima ancora che sul lavoro pastorale. La gente ha bisogno di preti che credono in Dio, che si affidano a Lui, che condividono con i confratelli e col vescovo la loro passione annunciatrice della gioia del vangelo
• se il nostro popolo non chiede sconti alla urgenza di una conversione della vita, al cambiamento degli stili di esistenza, a un diverso rapporto genitori- figli rispetto alla fede. I giovani vedono la fede dei genitori spesso come una maschera di perbenismo
• se la nostra gente non è costretta a un facile consumismo religioso, perché non è aiutata a farsi corresponsabile nell'annuncio della fede, nella conduzione della stessa parrocchia, nella sua vocazione laicale, che è chiamata ad essere corresponsabile del vangelo e della vita ecclesiale. Siamo tutti sacerdoti
• se sappiamo uscire nelle periferie sia fisiche che spirituali delle nostre parrocchie. Nessun prete più si illude che la sua gente sia tutta attorno alla chiesa, magari collocata in un luogo difficilmente praticabile, sia per la dispersione delle abitazioni, sia per l'indifferenza dei più alla vita cristiana.
• se riusciamo a fare della Parola di Dio meditata quotidianamente la nostra luce e la nostra forza, se facciamo diventare il vangelo il fulcro delle nostre giornate
• se la preghiera che ci alimenta sono le celebrazioni che dobbiamo fare per dovere con i nostri fedeli, ma anche momenti prolungati e personali nel silenzio della nostra vita donata.
Vi consegno stamane una sorta di lettera pastorale in occasione della celebrazione del nono centenario della dedicazione della nostra cattedrale. Si intitola: la chiesa prenestina ai tempi di papa Francesco", si ispira alla Evangelii gaudium. È fatta in collaborazione anche con laici e riassume tante considerazioni che ci siamo fatti in questi ultimi tempi, tenta di orientare la nostra comunità diocesana sugli insegnamenti di papa Francesco, si pone in una aggiornata lettura dei segni dei tempi, per definire il nostro compito di chiesa e di cittadini, in questa lunga crisi economica che porta ancora tante sofferenze a noi, che spesso non riusciamo a rispondere ai bisogni dei poveri, e alla nostra gente.
Torneremo stasera nelle nostre chiese parrocchiali e celebreremo la cena del Signore, il dono di sé anticipato nel Corpo e Sangue suo e dato a tutti per cibo, forza, compagnia, linfa vitale, laveremo i piedi ai nostri fedeli per dire di nuovo che siamo al loro servizio. Stiamo benedicendo le case e purificando le nostre e le loro vite con il sacramento della confessione. Tutto ci porti con gioia alla Pasqua di Gesù e di ogni uomo di buona volontà.

 

+ Domenico Sigalini, vescovo