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La Chiesa: luogo della vita e della fede

lectio-magistralis-marzoChiesa che dici di te stessa? hai un centro di tutto il tuo essere?

1. La Chiesa è il luogo della contemplazione di Gesù.

 

Occorre uno spazio in cui un giovane, un ragazzo, un adulto possa dire a qualcuno: voglio avere vita piena, voglio una vita alla grande, non mi interessano le mezze misure, non mi adatto al galateo con cui mi state ingessando la vita. Vivo una vita sola e la voglio vivere al massimo. Non mi dire che bisogna tenere i piedi per terra, che devo cominciare a mettere la testa a posto, che è finito il  tempo delle pazzie. Non voglio limiti, non m’interessa se è una vita spericolata o piena di guai, io voglio vivere una vita piena. 

Ebbene, Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo; gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.

E Gesù allora gli spara una raffica di verbi: Va’, vendi, regala, vieni e seguimi. 

La chiesa, e lo deve essere ogni sua concreta espressione fino alla comunità più semplice e territoriali come la parrocchia,  è lo spazio di questa continua provocazione. Lavora per togliere le fasce dal cuore e far risplendere il volto di Gesù. Lo fa con tanta umiltà, non certo dall’alto di una testimonianza pulita, ben riuscita, ma nel mezzo delle incapacità e fatiche nel credere e nell’affidare a Dio la vita. Se non mette gli uomini di fronte alla raffica di verbi di Gesù non è la chiesa,  ma solo un Mc Donald di oggetti o vaghe emozioni religiose. Ai giovani, agli uomini e alle donne del nostro tempo non propone solo quello che sa vivere, ma anche i sogni e la nostalgia di quello che si vorrebbe essere e che assieme a tutti si tenta di realizzare. 

La chiesa è il luogo in cui la vita cristiana  va proposta per bontà e tenerezza e non per merito. La fede deve dare gusto al vivere. In una società del merito, Cristo è la chiave di volta del sentirsi figli di Dio e del vivere da fratelli. E’ insomma il richiamo a dare alla fede la caratteristica della contemplazione. Siamo chiamati ad offrire il gusto della vita con la stessa forza e impegno con cui proponiamo l’amore tra i fratelli. Questo esige di vivere al cospetto di Gesù, prima di inventare regole. 

Gesù non è un talismano o qualcuno che dobbiamo mettere sulla bilancia per vedere che vantaggi mi possono venire dalla fede in lui, dalle preghiere, dalla vita cristiana.

Qualche sparata giornalistica supportata da ricerche ancor più serie ci avverte che la preghiera fa bene al cuore, che se vai a messa tutte le domeniche abbassi la percentuale di morte per infarto, che chi segue un codice morale ha più salute. Abbiamo proprio ridotto la fede in Gesù alla pubblicità di un prodotto: ti allunga la vita.

Ma Gesù è bello perché è lui, è affascinante perché è lui. Non è un talismano portafortuna, non è una vetrina da rompere in caso di incendio o di pericolo, non è strumentale a nessuna nostra piccola o grande pretesa. Si può star bene anche senza andare a messa alla domenica, si può essere buoni anche senza essere cristiani, si può campare fino a cent’anni senza pregare, si può vivere di ingiustizia tutta la vita e farla franca.

Ma la bellezza di Gesù è un’altra cosa, il suo amore è al di sopra di ogni immaginazione, la gioia che dà non è paragonabile a nessuna cosa al mondo, la sua Parola è una spada che penetra in profondità, la sua vita è pienezza, i suoi sogni sono l’eternità, il suo sguardo è forza, i suoi sentimenti una compagnia, il suo volto è uno squarcio di cielo, le sue mani sono sostegno.

 

Dove si può fare questa esperienza di Gesù?

Il giorno del Signore: un regalo che Dio ha fatto all’umanità.

Se c’è un elemento evidentissimo oggi che permette a tutti gli italiani una visibilità della Chiesa e di ogni sua concretizzazione in comunità cristiana è la domenica. Ma, se guardiamo a come i cristiani vivono la domenica, a quanti partecipano all’Eucaristia, come viene rispettato il riposo festivo, come la gente partecipa alla vita della comunità, siamo avvolti da un mare di problemi e di osservazioni che possono apparire sfiduciate e dare l’idea che siamo al declino: perdita di significato, irrilevanza, routine, strumentalizzazione, ritualità ingessata, complessità sociale, mancanza di partecipazione alla messa soprattutto di alcune categorie di persone. Si potrebbe continuare e non ci si deve chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà. Spesso siamo tentati di correre a mettere delle pezze alle incongruenze dei cristiani, a ricompattare chi ci sta (siamo il 10 %? non è poco), a raccogliere firme per inoltrare sacrosante rivendicazioni nei confronti della società. La parrocchia invece, senza fare lo struzzo, che si nasconde la realtà, e senza sdegnare anche richieste pubbliche di rispetto del proprio modo di vivere deve decidere di partire dal centro, dalle “grandi cose” che Dio ha fatto per il suo popolo e da qui illuminare tutta una creatività pastorale e culturale che può aiutare ogni singolo cristiano, l’intera comunità cristiana e la società civile a ripensare la bellezza del giorno del Signore e il grande regalo che Dio con esso ci ha fatto. Si tratta insomma non tanto di difendere un precetto, quanto di gioire di un tesoro, accoglierlo nella sua novità perenne, farlo diventare per i cristiani un fatto determinante, capace di risignificare la vita credente, e fare di tutto per condividerlo.  

Quel primo giorno dopo il sabato, Dio Padre ci ha regalato risorto Gesù il crocifisso, morto e sepolto. Questa è per noi la domenica; è il giorno del Signore, il giorno in cui Dio fa festa al Figlio che risorge e gli dona una umanità rinnovata, è il suo santuario collocato nel tempo. Per questo la domenica non è assimilabile ai giorni sacri delle altre religioni.

Non è una nostalgia, non è un ricordo, non è una commemorazione, perché nel giorno del Signore c’è una esperienza in cui possiamo incontrare già oggi il Risorto: l’Eucaristia. In essa il rapporto tra la resurrezione e il tempo si illumina e la nostra comunità umana si trasforma. Rivivendo i suoi gesti semplici, che ci ha comandato di fare in sua memoria, moriamo e risorgiamo con Lui. Come il pane e il vino diventano il corpo e il  sangue del crocifisso e risorto, così la nostra comunità diventa comunione e corpo di Lui e scandisce di domenica in domenica il ritmo dei giorni fino all’incontro definitivo con Lui. Chi si nutre di Cristo nell’Eucaristia non deve attendere l’al di là per avere vita eterna, ma la possiede già. Dio non ci fa degli inetti, non ci rende impotenti o autosufficienti, ma ci dà il potere di meravigliarci, di stupirci, di dire: sono contento che tu mi hai pensato. E’ il tempo della sinergia. Dio non ci violenta, ma in noi deve scattare l’innamoramento. Il Padre ci mette nella possibilità di dire: io ti amo. Il risorto nel suo giorno non resta inattivo. A noi spetta di consentire a Dio che si infiltri tra le pieghe delle nostre resistenze. La domenica è il suo giorno ed è Lui stesso che la riempie e la salva:  siamo forse noi che non ne siamo convinti. 

 

Come è fatta questa chiesa? Da chi è composta?

2. La Chiesa è popolo sacerdotale, profetico e regale

Oggi nella chiesa in generale la gente pensa così: qui c’è un prete che ha un sacco di cose da fare, deve convertire la gente, deve tenere i ragazzi, deve seguire gli anziani… Poverino! Diamogli una mano altrimenti come fa? Lui ha il peso di tutta la comunità credente, è lui che si scalda per tenere gli uomini un po’ più vicini a Dio, come fa da solo? Si è addossato una bella responsabilità. Il vescovo ha speso tante energie per farlo studiare in seminario, ma ha fatto un bel investimento, questo è l’unico modo per garantire che la Chiesa continui in futuro. E’ il prete che deve annunciare Gesù Cristo e i laici, se si lasciano convincere, possono ascoltarlo e aiutarlo. Ma la religione cristiana è roba da preti. Sembra quasi che Gesù sia morto per i preti e i laici per questo aiutino Gesù a tenerli in piedi. 

Proviamo invece a invertire. Gesù è venuto al mondo per salvarci tutti, è morto perché ogni persona possa essere felice, perché ogni persona sia salva, faccia della sua vita un capolavoro di bontà, di generosità, di vita bella, perché i giovani si prendano in mano la vita e cambino il mondo in un regno di giustizia e di pace. I laici sono il centro dell’amore di Gesù e questo è qualcosa di bello per tutti gli uomini. Sono loro che dicono: questa proposta di Gesù ci interessa. E’ bellissimo vivere con il vangelo. Dobbiamo farlo arrivare a tutti, mettiamoci assieme, leggiamo il vangelo, costruiamo famiglie dedicate a diffondere la sua Parola. Facciamo splendere il vangelo nel lavoro, nello studio, negli affari, nelle nostre relazioni. Dio vuole che il nuovo culto sia la nostra vita, i nostri affetti, il nostro amore, il nostro lavoro…. Il Tempio non c’è più. 

Questo avevano capito gli apostoli. Non erano più andati al tempio a chiedere ai sacerdoti se gli ammazzavano un vitello da offrire a Dio, sapevano che Dio s’aspettava da loro solo comunione di vita e  solidarietà coi fratelli.

Ma come faranno questi uomini a vivere così, quando io non ci sarò più? Si è domandato Gesù. Invento qualcuno che li aiuti al posto mio, che faccia il pastore come l’ho fatto io, che li aiuti ad essere docili allo Spirito… invento i preti. Quindi allora sono i preti al servizio dei laici, non viceversa. I laici hanno un sacerdozio comune, vero, reale, i preti invece hanno un sacerdozio ontologicamente diverso da quello laicale, ma sacramentale, al posto cioè di Gesù. 

La Chiesa allora è una comunità di battezzati che si fanno aiutare dal prete a vivere la comunione e la missione, la bellezza della vita cristiana e la testimonianza. Gli adulti e i giovani stessi sono i responsabili che la chiesa sia per i giovani, non i preti. I giovani devono tenere aperto un oratorio, non i preti; i giovani devono fare associazione, non i preti; i giovani devono dialogare o stanare da tutte le discoteche possibili i loro coetanei, non i preti; i giovani e gli adulti, i ragazzi e le ragazze devono rendere bella la domenica, non i preti; i laici devono darsi da fare per formare i cristiani, non solo i preti (cfr. Azione Cattolica e le varie associazioni); la famiglia educa i figli alla fede, non i preti. 

 

Papa Francesco quando parla di operatori pastorali mette assieme: vescovi, laici, frati, suore, genitori, famiglie, preti e ci sferza tutti così.

 Lui utilizza un altro modo di parlare, altri termini: uscite, andate, non state al balcone, ma buttatevi per strada. Se vi incidentate è sempre meglio della noia che è una malattia mortale.

Preferisco stare dalla parte della configurazione di un membro della chiesa piuttosto che presentare eventuali luoghi e metodi o immagini da dare a questo: Uscite

 

Chi è il cristiano della chiesa di papa Francesco, che fede devono avere?

I cristiani che fanno parte della chiesa sono giovani e adulti che credono e sperano in modo nuovo

La maggioranza dei cristiani è fatta da laici  e laiche che non devono essere collocati dentro una logica strumentale ai bisogni della chiesa, di una parrocchia o di una associazione, ma persone che sono provocate a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede e la capacità di vivere la speranza cristiana nella loro vita.. E’ importante l’efficienza nell’assolvimento delle eventuali funzioni che vengono richieste, ma occorre prima che si facciano carico della loro stessa fatica di credere e della rigenerazione della loro fede, del deficit di speranza che provano in se stessi e delle piccole speranze che ogni giorno Dio regala alle loro vite e al tessuto delle loro relazioni: ciascuno per primo infatti ha bisogno di una cura nuova per la sua fede, di mettersi davanti al mistero del Signore Risorto e al Vangelo in modo nuovo, ritrovando il sapore della fede e delle parole con cui la si esprime. E di conseguenza farsi carico della non–fede di tanti amici, dell’esplicito rifiuto della fede, della loro disperazione, ma anche della fatica di credere, delle domande che molti rivolgono alla fede e alla vita. E’ come se Dio ci dicesse di vivere la nostra esperienza di fede nel deserto. Non siamo nel mondo come talebani o gente che fa proselitismo. Il deserto ti spoglia, ti riduce all’essenziale ti priva del guardaroba, ti toglie di dosso gli abiti che fino ad oggi hai considerato come assoluti, la nostra identità va ben oltre i paludamenti liturgici o le medaglie di riconoscimento. Siamo nel mondo come nel deserto

In questa prospettiva allora essere testimoni di fede e speranza in Gesù Risorto non è qualcosa di più o di diverso da fare; non sono in primo luogo nuove iniziative o nuove strategie, ma un modo nuovo di credere e di  sperare: 

una fede in uscita è qualitativamente diversa da quella destinata a rimanere nel chiuso della  vita, quella che serve a togliere le nostre ansie, a risolvere le nostre paure e dubbi personali

una fede cin uscita non sopporta compiacimenti narcisistici, ma ha al proprio interno, come tratto costitutivo, di essere luce e sale per tutti; riscopre di non poter vivere senza una compagnia

una fede in uscita deve vigilare sul proprio carattere gratuito: “avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente…” Dobbiamo condividere per gratuità, vigilando sul rischio che la missione si trasformi in quell’esperienza mondana di portare gli altri dalla propria parte, di convincerli per rendere più forte il proprio punto di vista…; non è aumentando il numero dei battezzati o delle persone interessate alla nostra proposta che aumenta la verità di quello in cui crediamo. Siamo disposti a rimanere soli per essere fedeli, soli anche con un Dio che si nasconde; invece siamo soli spesso perché siamo chiusi, ci guardiamo addosso, seppelliamo la fede come il talento della parabola

una speranza e una fede in uscita si pensano sempre in relazione: all’altro, oltre che a Dio. Dunque una fede che fa i conti con le domande; con i bisogni, con i dubbi… dei fratelli. Per farsi comunicabile, conosce la fatica della ricerca di pensieri, di categorie culturali, di parole… adatti a creare la relazione; per rendersi comunicabile, si mette in relazione con le domande; e nel rispondere alle domande, si ridefinisce. La fede cresce con chi la interroga; cresce con chi la condivide; si fa più ricca con chi la pensa; si fa via via più capace di dire il cuore di Dio a un’umanità che si lascia illuminare dal Vangelo e di offrirgli una attesa certa, una speranza appunto. 

Una fede in uscita  fa nascere una speranza  che cambia la vita. O la vita diventa diversa o la speranza è un vago ottimismo. Questo ci può mettere in contrasto con il classico buonismo che ci accomuna tutti e che non ci permette di essere cristiani fino in fondo, di inscrivere nelle relazioni quotidiane un riferimento ai valori cristiani e ai simboli che li esprimono. 

una fede in uscita ha il coraggio di proporre una vita nuova bella, felice, che si sperimenta in prima persona. Per questo occorre guardare dentro le proprie sicurezze di una vita da cristiani, smontarne le certezze non guadagnate nella sincerità di una adesione vera, ridirle per chiunque ci sta attorno con il suo linguaggio e rendergliele sperimentabili in relazioni di comunione e solidarietà esistenziale

una fede in uscita ha il coraggio di programmare l’addestramento alla solitudine. Ognuno realizza la sua testimonianza in un contesto  in cui spesso le persone non hanno una visione cristiana della vita; rispetto a tali persone ci si può sentire in alcuni momenti vicini, in altri lontani ed anche molto soli. Questa solitudine, però, può permettere di guardare più profondamente dentro di sè e di vedere che c’è un tesoro nella vita di ciascuno che non è disponibile nè agli attacchi nè ai conflitti, ma è appunto dentro e costituisce il segreto dell'esistenza,  un tesoro che è presente nella profondità nella nostra vita e che è il mistero della comunione con il Signore. L’ateo e il credente non sono antagonisti: in ogni credente c’è un residuo di dubbio, di non credenza e in tanti atei sinceri il desiderio e la nostalgia di una fede, di una casa come la chiesa.

 

Laici e adulti maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Certo se la parrocchia, nella persona del parroco, si sente missionaria solo delle attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo, allora questa missionarietà dei laici la farà sentire impotente e inefficace. 

Ma se una comunità ha imparato a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di parole semplici e quotidiane pronunciate davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita, attraverso l’esercizio della speranza cristiana nelle disperazioni quotidiane… allora questa comunità ha enormemente ampliato le sue possibilità missionarie, le ha moltiplicate. Molti dei nostri fedeli  fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo. Se vengono aiutati dalla forza di fratelli che sanno camminare a fianco si aprono alla fede e alla speranza. La fede e la speranza  non sono dei contenuti, delle verità statiche ma sono uno sguardo sulla vita, una dimensione interiore di certezza di sentirsi nelle braccia di Dio sempre. 

Questa è la forza di una Chiesa in uscita. Una diocesi, una chiesa, una parrocchia che affida il suo essere missionaria alla maturità di fede dei suoi laici, adulti, giovani e ragazzi, è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è un comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, del tempo libero, della stessa trasgressione e sballo. Sono questi laici che costruiscono momenti di unità in cui è possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo (anche i discepoli, dopo essere stati inviati, tornano e raccontano a Gesù che cosa hanno fatto, che cosa è accaduto, com’è andata la missione…); il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa, alla sorgente della propria speranza è un fatto di popolo, non può essere barattabile con coreografie di chierici. E questo ovviamente chiede di verificare la qualità delle celebrazioni della domenica.

 

Un nuovo ruolo della famiglia

Dal punto di vista delle riflessione teorica è da molto tempo che si orienta la riflessione sulla centralità della famiglia nella vita di una comunità cristiana e sulla necessità che sia aiutata ad essere soggetto di vita cristiana e perno della stessa comunità. Si tratta di centralità e compiti non funzionali alla carenza del prete, ma ontologicamente motivati per lo stesso ministero che scaturisce dal matrimonio e dal compito fondamentale dell’educazione in continuazione con la generazione di nuove vite, ma la prassi stenta a trovare modelli di coinvolgimento che non siano ancora solo sostitutivi di una carenza di preti. Forse oggi anche nella nostra diocesi a cominciare dall’aver anticipato il percorso di un cammino incontro a Gesù al primo anno della scuola primaria è l’esperienza ecclesiale fondante che permette di fare un salto di qualità e di sperimentare la centralità della famiglia nella vita della comunità cristiana. Si riconsegna alla famiglia il diritto dovere dell’educazione dei figli anche alla fede, che, forse per comodità, sicuramente per l’ideologia sociologica imperante, le si era sottratto per affidarlo alla parrocchia, ai catechisti, in una sorta di concezione scolastica tardo statalista dell’iniziazione cristiana. Questo esige una diversa impostazione e accentuazione della catechesi per gli adulti, sicuramente una capacità degli adulti e delle famiglie di decidere responsabilmente come approfondire la vita cristiana, sperimentando comunione ancora più intensa attorno all’Eucaristia. Se al centro si pone la famiglia è difficile che si creino ghettizzazioni o frantumazioni della vita della comunità cristiana. Il Consiglio pastorale diventa a questo punto determinante per creare spazi di scambio, di progettualità, di qualificazione, alla ricerca di nuove rappresentanze di gruppi di famiglie, di quartieri, di agglomerati abitativi omogenei, di aggregazioni di famiglie che vivono legami territoriali decisivi.

 

Questa è la chiesa del Nuovo Testamento. I nostri laici sono così nella parrocchia? Si fanno aiutare dal prete a diventare santi, a fare bella la loro comunità o non gliene importa più di tanto? Ci costringono a confessarli, a tenere le braccia sempre aperte nella preghiera mentre loro camminano per il mondo o li abbiamo costretti a starci addosso per turare tutti i buchi dell’organizzazione o a consolarci con dolcetti e pizzette perché temono che senza di loro noi rischiamo la anoressia?  

Vedete come il primo uscire è da noi stessi, da una corazza dura che ci siamo creati anche dentro al chiesa.

 

E’ possibile ancora una comunità ampia che investe nel dare a tutti la possibilità di vivere il vangelo?

Si hanno grosse difficoltà a trovare cristiani disposti a dedicarsi alla comunità, mentre molti sarebbero più disponibili  invece a crearsi una propria comunità che salva loro e quelli del  gruppo o della stessa categoria. E’ utile domandarsi se esistono ancora dei laici “dedicati alla comunità” di tutti, alla semplice esperienza di popolo di Dio, che accomuna ogni categoria di persone, ogni appartenenza forte o debole, ogni condizione sociale e culturale oppure se la comunità cristiana è solo la somma di piccole comunità elitarie. Si sta forse abbandonando un” welfare state” per la chiesa perché troppo oneroso in termini di santità per la vita del cristiano. 

L’unico welfare state della pastorale è la missione. Facciamo l’esempio del mondo giovanile: L’obiettivo di una comunità che crede nel futuro è di sbilanciarsi verso le giovani generazioni e costruire con la loro creatività e corresponsabilità comunità solidali di valori, aspirazioni, sogni, progetti di vita. La stessa esperienza di fede non può essere disponibile per il mondo giovanile solo entro riserve confessionali, ma deve diventare fruibile nei percorsi della vita quotidiana, culturale, artistica, poetica, musicale, letteraria, amicale, produttiva. Questo chiama in causa una figura di laico credente che si spende nel mondo e vi sprigiona la sua santità. Quale è lo spazio garantito a tutti, legato al territorio, al luogo in cui vivi, ti sposti, lavori o studi, che permette a tutti di incontrare l’esperienza della fede, senza costringere e limitare di conseguenza ad appartenenze elitarie? La parrocchia. Chi la tiene aperta così?

 

4. Essere Chiesa promotrice di vocazioni

La chiesa non è riserva esclusiva di alcuni, né una monade chiusa e autoreferenziale e neanche una semplice ripartizione geografica; è una cellula viva caratterizzata da due riferimenti imprescindibili: la Chiesa diocesana e il territorio in cui vive. E’ chiamata per sua natura a mettersi in dialogo con tutte le energie evangelizzatrici presenti nel contesto. Le aggregazioni ecclesiali non possono sentirsi solo ospiti né tanto meno devono essere sopportate, ma vanno accolte e insieme messe in condizione di condividere il progetto pastorale della parrocchia. 

Dicono i nostri vescovi:

Un ulteriore livello di integrazione riguarda i movimenti e le nuove realtà ecclesiali, che hanno un ruolo particolare nella sfida ai fenomeni di scristianizzazione e nella risposta alle domande di religiosità, incontrando quindi, nell’ottica della missione, la parrocchia. La loro natura li colloca a livello diocesano, ma questo non li rende alternativi alle parrocchie. Sta al vescovo sollecitare la loro convergenza nel cammino pastorale diocesano e al parroco favorirne la presenza nel tessuto comunitario, della cui comunione è responsabile, senza appartenenze privilegiate e senza esclusioni. In questo contesto il Vescovo non ha solo un compito di coordinamento e integrazione, ma di vera guida della pastorale d’insieme, chiamando tutti a vivere la comunione diocesana e chiedendo a ciascuno di riconoscere la propria parrocchia come presenza concreta e visibile della Chiesa particolare in quel luogo. La diocesi e la parrocchia favoriranno da parte loro l’ospitalità verso le varie aggregazioni, assicurando la formazione cristiana di tutti e garantendo a ciascuna aggregazione un adeguato cammino formativo rispettoso del proprio carisma. Il discernimento lo fa il vescovo, dentro consultazioni e sinodalità, non il parroco o i singoli fedeli.

Il rapporto più tradizionale della parrocchia con le diverse associazioni ecclesiali va rinnovato, riconoscendo ad esse spazio per l’agire apostolico e sostegno per il cammino formativo, sollecitando forme opportune di collaborazione. Va ribadito che l’Azione Cattolica non è un’aggregazione tra le altre ma, per la sua dedizione stabile alla Chiesa diocesana e per la sua collocazione all’interno della parrocchia, deve essere attivamente promossa in ogni parrocchia. Da essa è lecito attendersi che continui ad essere quella scuola di santità laicale che ha sempre garantito presenze qualificate di laici per il mondo e per la Chiesa.

Il parroco è il primo collaboratore del vescovo e suo rappresentante nella parrocchia. Non può condizionarne la vita pastorale con l’eventuale appartenenza a un movimento. Anima e presiede il consiglio pastorale come luogo di discernimento, progettazione e verifica della vita della comunità ed è responsabile primo della comunione. 

 

 

L’immagine di Chiesa di papa Francesco

 

La Chiesa che papa Francesco sogna deve essere si può riassumere in una specie di decalogo

 

  1. 1. una Chiesa gioiosa a motivo del suo Signore, crocifisso e risorto. La gioia è caratteristica propria dei cristiani ed è indispensabile perché l’annuncio sia attraente e credibile
  2. 2. una Chiesa missionaria, a totale servizio dell’evangelizzazione fino agli estremi confini della terra, decisa a raggiungere gli uomini nelle periferie geografiche ed esistenziali, dove è attesa con ansia una parola di speranza e di salvezza
  3. 3. una Chiesa che non si mondanizza, perché pone al centro non se stessa, le sue iniziative, le sue opere, il suo interesse, ma unicamente la gloria di Dio
  4. 4. una Chiesa luogo della misericordia divina, che sa parlare al cuore delle persone, si china a curare le loro ferite, non si stanca di cercare chi è lontano e disorientato
  5. 5. una Chiesa audace, che riceve dallo Spirito di Dio il coraggio di spendersi per il Vangelo senza cedere a compromessi e senza lasciarsi vincere dalla paura
  6. 6. una Chiesa povera per i poveri; sono i poveri i destinatari privilegiati dell’amore di Dio e dell’annuncio del Vangelo e sono essi in grado di aiutare la Chiesa ad essere sempre più/ conforme e fedele al suo Signore e Maestro
  7. 7. una Chiesa che vuole e che sa stare vicina alla gente. Il papa riconosce il valore e l’attualità della parrocchia, purché “realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo; comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario
  8. 8. una Chiesa unita, fraterna, costantemente impegnata nel ricercare e realizzare l’unità tra tutti i suoi membri, con gli altri cristiani e, in cerchi concentrici, con tutti gli uomini 
  9. 9. una Chiesa a servizio del bene comune e della pace, perché sia dato a tutti accesso ai beni materiali e spirituali per una vita umana dignitosa, che non emargini e non escluda nessuno
  10. 10. una Chiesa vigilante, che “non si lascia rubare né la speranza, né il Vangelo, né l’ideale dell’amore fraterno, né la forza missionaria”.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

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