Lunedi, 21  Settembre  2020  14:57:58


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I presbiteri formati alla sinodalità

presbiterio«Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: 

in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, 

in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, 

cercate di avviare, in modo sinodale, 

un approfondimento della Evangelii gaudium

per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, 

specialmente sulle tre o quattro priorità 

che avrete individuato in questo convegno. 

Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo 

per concretizzare questo studio» 

(papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze)

 

La parola sinodalità è un composto di due parole originarie: insieme e strada (syn odòs) e vuol dire molto semplicemente fare una strada assieme, camminare insieme. Nel vangelo si legge che Gesù ha compiuto la sua missione quasi sempre in cammino, era sempre in giro: Nazareth, Gerusalemme, Gerico, i territori della Decapoli, la Samaria… E lungo queste strade era sempre accompagnato dai discepoli e seguito dalla gente: camminavano insieme. Lui, mentre era in cammino, insegnava e compiva segni, ma andava lucidamente verso una meta ben precisa: il mistero pasquale. La seconda parte dei vangeli sinottici, soprattutto quello di Luca, sottolinea questo dato della missione di Gesù: «Mentre era in cammino verso Gerusalemme». La parola sinodalità aggiunge al tema della comunione quello del camminare, camminare insieme, sia tra preti, ma soprattutto e sempre con i laici. Papa Francesco in EV dice che il pastore deve stare davanti alle pecore per trascinarle, dietro le pecore per sostenere le deboli e aiutarle a raggiungere le altre, in mezzo per condividere e fare compagnia nel cammino

Questo tema della sinodalità, di cui spesso papa Francesco parla e che soprattutto sperimenta sulla sua pelle, per così dire,  è importante per l’esercizio del ministero presbiterale. La vita della Chiesa, nel suo dispiegarsi nella quotidianità delle varie comunità, di fatto sta sulle vostre spalle di preti, siete voi che  tutti i giorni state in trincea o  tirate ogni giorno la carretta, a contatto quotidiano con la gente. Per cui è oltremodo importante che siate persone formate alla sinodalità, a cominciare dalle intime convinzioni fino alle scelte concrete sul piano della guida pastorale del popolo a voi affidato. Decisamente non è più tempo (se mai lo è stato) di una conduzione solitaria della pastorale, ciascuno nella propria parrocchia,  perché è ora di attuare l’ecclesiologia conciliare, senza aspettare più, soprattutto senza «se» e senza «ma». I tempi ce lo chiedono.

Ovviamente, per fare una strada «assieme», occorrono alcune condizioni: che si desideri concordemente raggiungere la stessa destinazione e che si abbia voglia di condividere lo stesso cammino, perché si hanno valori comuni. 

 

Essere presbiterio

Per parlare dunque di sinodalità, la prima consapevolezza che va recuperata,  da parte di tutti voi presbiteri e di me vescovo, è quella di essere presbiterio, e questo va realizzato a cominciare dai tempi dell’orientamento e del discernimento vocazionale e poi della formazione al ministero. Forse il tema del far parte di un corpus non è sufficientemente praticato e declinato nel tempo del primo orientamento vocazionale. È molto più sentito e praticato «l’entrare a far parte di un ordine religioso» che non «l’entrare in un presbiterio». Per il ministero sacro ci si accontenta del più sbrigativo «diventare prete», come se si trattasse di un qualcosa che riguarda una persona, quella persona e basta. E tutti sappiamo che il linguaggio è per un verso indicativo di una mentalità e per un altro verso generatore di una mentalità che si fa prassi. Ed è facile perciò, spesso, considerare normale e continuare a vedere anche oggi presbiteri che fanno da soli e che sono soli, che amano stare soli. E succede pure che le riunioni, gli incontri nei quali si dovrebbe dar sostanza alla sinodalità vengano invece subiti e volentieri disattesi perché percepiti come imposizioni che piovono dall’alto. Eppure il cammino di formazione si svolge in un contesto di vita comunitaria (i seminari)! Evidentemente durante gli anni della formazione questo dato talvolta viene subìto come  disciplinare e non vissuto come un’educazione del cuore. Ne viene che l’attitudine al camminare insieme dovrebbe essere un criterio da considerare seriamente circa l’autenticità vocazionale di tanti cammini. I tipi solitari che si chiudono in camera, con la scusa che hanno troppo da studiare e che mal sopportano tutto ciò che è comunitario, dovrebbero far seriamente preoccupare gli educatori.

I testi neotestamentari che parlano del ministero presbiterale usano sempre il termine al plurale: presbiteri, collegio dei presbiteri. E’ fin troppo chiaro che il ministero sacro è concepito nel Nuovo Testamento come una realtà intimamente collegiale. Come non ricordare qui la bellissima pagina del capitolo 20 del libro degli Atti, dove Paolo saluta i presbiteri di Efeso con espressioni di grande tenerezza, ma dalle quali emerge in pieno la responsabilità collegiale che i presbiteri sono chiamati a esercitare nel guidare la Chiesa di quella città, affrontando insieme i problemi che la affliggono.

 

Ascoltare

Per un ministro sacro l’ascoltare è il primo ineludibile capitolo dell’azione pastorale, un verbo da declinare in ogni direzione: ascoltare la Parola innanzitutto, poi ascoltare il vescovo, ascoltare gli altri confratelli, costituiti nello stesso ministero, ascoltare la propria gente.

Ascoltare insieme

Sicuramente tutti noi ascoltiamo la Parola, ma occorre anche che la ascoltiamo insieme, per educarci a fare discernimento pastorale a partire da qui, dalla Parola ascoltata insieme, prima ancora che dalle analisi delle situazioni fatte su base sociologica. 

Ascoltare il vescovo 

Ascoltare il suo magistero, le sue linee guida nell’organizzare il cammino di Chiesa. Il vescovo, dovrebbe avere il senso dell’insieme e di quello si fa voce nel momento in cui offre la sua lettura della realtà. Diciamocelo con grande franchezza che voi preti non fate il bene della Chiesa quando non ascoltate o addirittura snobbate il vescovo e il suo magistero, il più delle volte per sostituire a esso il vostro magistero, con il quale vi costituite una vostra infallibilità e insindacabilità di giudizio e di operatività pastorale. 

Maggior ascolto dei preti da parte di me vescovo

Credo che facciamo vari incontri tra di noi, con libertà di parola, con gruppi di lavoro. Abbiamo cambiato gli incontri di formazione da mattinate in cui parlava uno e poi si tornav a casa a giornate con possibilità di stare un poco assieme e pregare assieme. Sto vivendo da 2 anni e mezzo nelle parrocchie anche come abitazione e con voi mi sono incontrato singolarmente tante volte

Ascoltare  gli altri confratelli

Essi sono dello stesso ministero; si fa sinodalità tra presbiteri . Si ascolta se c’è l’umile convinzione di non avere il monopolio della verità e perciò si avverte fin dal profondo l’intima convinzione che dagli altri, anche uno solo, si ha sempre da imparare: 

  • i più giovani dai più anziani perché hanno più esperienza. Spesso capita di vedere i giovani, ultimi arrivati, relazionarsi con supponenza con quanti sono sulla breccia da tanti anni, talvolta decenni. Allergici a chiedere consigli e insofferenti nel riceverli, disinvolti nello snobbarli. Talvolta mal sopportano di stare a lato mentre desiderano quanto prima essere al centro dell’azione pastorale;
  • d’altra parte anche gli anziani hanno tanto da imparare dai più giovani e non sempre la generazione più adulta si mostra gioiosamente disponibile a riconoscere e ad accogliere la freschezza e la novità. I neo presbiteri vengono visti dai più «grandi» semplicemente come «manovalanza» pastorale che li deve aiutare e all’occorrenza, ma solo se necessario e in caso di emergenza, sostituire. Difficilmente vengono visti e trattati da veri confratelli;della serie: «Ricordati che anche quando devi spostare una sedia, mi devi chiedere il permesso»!
  • e infine, anche dai coetanei si ha sempre da imparare. Spesso, è vero, sono portatori di visioni diverse. Ci sono quelli più amanti della tradizione e quelli più aperti all’oggi, ci sono quelli che amano celebrare solo con la pianeta e quelli che non metterebbero mai la talare, ci sono quelli più attenti a curare il culto e quelli più sbilanciati sul sociale. Non è detto che tutto questo sia una sventura, anzi, se c’è un vero stile di sinodalità  diventa occasione di una sana dialettica che alla fine fa crescere tutti, fa crescere la Chiesa. E così la Chiesa diviene sempre più bella perché è davvero la casa di tutti, nella quale i suoi figli non consumano le loro energie a lanciarsi scomuniche reciproche e a farsi piccole grandi guerre o anche solo dispetti, ma operano concordemente per renderla credibile ed efficace nella sua azione.

Questo esige che si smetta di parlar male gli uni degli altri, di calunniare o scrivere lettere anonime o mettere alla berlina i confratelli in face book, di creare fazioni o gruppi autosufficienti

 

Dall’ascolto una prassi

Questa intima convinzione, che cioè ascoltarsi fa bene alla Chiesa, fa nascere e fa crescere un desiderio, un gioioso bisogno di costruire una prassi concreta, quella del fare insieme. Questa attitudine non si può improvvisare il giorno dopo l’ordinazione presbiterale. Fin da quando in un giovane emergono i primi segni di un orientamento vocazionale, un occhio attento vede chiaro che tipo di prete egli vuole diventare. Ed è quello il momento in cui gli accompagnatori, gli educatori nei vari ambiti possono e devono intervenire per aiutare il giovane a mettersi alla scuola del Maestro per correggere il tiro ed educarsi al ministero inteso come servizio e non come potere. Ma nel caso ci siano resistenze invincibili verso questo cambio di prospettiva, occorre aiutarlo a convincersi di cambiare progetto di vita, perché quella che egli presenta come suo desiderio, proprio per questo motivo, semplicemente non può essere volontà di Dio. Fatto salvo, ovviamente, il potere della Grazia di generare conversioni  in ogni stagione della vita ministeriale. E, a onor del vero, qualche volta accade.

Ma educarsi alla sodalità vuol dire anche educarsi ad ascoltare le voci della storia, degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questo passaggio è altrettanto essenziale. Il versetto giovanneo del Verbo che si fece carne dovrebbe essere programma di vita di ogni ministero. Un prete non è un buon prete se è perfetto nella gestione della vita liturgica, se usa paramenti all’ultima moda, se è preciso nelle cose amministrative, ma poi sul piano pastorale è disattento alla vita, alla storia e alle storie della sua gente, se le sue relazioni con le persone sono eccessivamente mediate dal ruolo. Peggio se convoca il consiglio pastorale solo per chiedere conferme a quanto egli ha già deciso e non invece per chiedere aiuti concreti innanzitutto nella lettura della realtà. 

Per leggere la realtà  nella sua ricchezza e nella sua complessità occorre uscire. Non è superfluo ricordare che il divino Redentore, per riuscire a conoscere dal di dentro la vita degli uomini e delle donne del suo tempo, si è fatto cittadino di una comunità umana, quella di una contrada chiamata Nazareth, e l’ha vissuta tutta intera per ben trent’anni, confuso tra la gente, senza dare nell’occhio in nulla. Non si spiegherebbero diversamente le reazioni dei suoi compaesani di fronte alla sua prima uscita pubblica nella sinagoga: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». In quei lunghi anni Gesù non ha fatto altro che questo: stare con le persone, ascoltarle, ascoltare il battito dei loro cuori. E per imparare bene quest’arte, non ha avuto alcuna fretta di incominciare il suo ministero, ha saputo attendere per ben trent’anni. La nostra gente ci guarda e percepisce come ufficiali di un’istituzione, disincarnati e lontani dalla vita reale, disincarnati e lontani e perciò incapaci di capirla fino in fondo.

 

Sincronizzare il passo e su obiettivi comuni

Sincronizzare il passo vuol dire che in questo popolo in cammino, in particolare nei nostri presbitèri, occorre che  portiamo tutti lo stesso passo, non c’è posto per chi corre, magari perché vuole assaporare il gusto (e la gloria!) di arrivare primo e chi va piano perché non ce la fa o anche perché non è del tutto convinto che bisogna raggiungere la meta verso la quale camminano tutti. Sincronizzare il passo vuol dire avere a cuore mete comuni, non parrocchie in cui ciascuna fa quello che vuole o sottrae clienti, fedeli alle altre perché qui si fanno gli sconti. Allora se si hanno le stesse mete, se si  cammina insieme si prova il gusto e la gioia di camminare insieme, sapendo che mentre si cammina, mentre si condivide la gioia e la fatica del cammino, si parla insieme, si condividono idee, progetti da fare  quando si sarà giunti alla meta, si condividono storie, desideri, sogni e speranze che la stessa meta ispira, si sperimentano insieme la fatica del camminare e la gioia delle mete conquistate. E così si cresce camminando insieme, perché ciascuno ha dato qualcosa di sé e anche insieme ha ricevuto qualcosa dai compagni di cammino. Solo camminando congiuntamente e avendo la stessa meta sii impediscono fughe solitarie, che non servono a nessuno, si vincono paralizzanti lentezze, si tiene assieme anche la gente.

 

Bandire i protagonismi, ma valorizzare i talenti e i carismi di ciascuno

Non è difficile ritrovarsi tutti d’accordo sul fatto che uno degli ostacoli più seri alla realizzazione della sinodalità come stile di Chiesa sia una certa tendenza al protagonismo di certa parte del clero.  Protagonismo inteso come tendenza a sentirsi e a proporsi come il centro della parrocchia. Abituati a essere al centro dell’altare nelle celebrazioni, ci si convince di essere il centro in tutto il resto della vita della Chiesa. E si dimenticano alcuni dati essenziali:

  • Innanzitutto che il centro della Chiesa è Cristo Signore e non noi, 
  • che presiedere non equivale semplicemente a comandare,  
  • nemmeno di aver sempre e comunque ragione su tutto. 

Il protagonismo fa sì che tante volte i preti non vogliono ascoltare i laici, i confratelli, tanto meno il vescovo, come si diceva pocanzi. «Faccio io, così faccio prima», è l’espressione che talvolta si ascolta nei nostri ambienti.  Allora l’ascolto degli altri è concepito come una perdita di tempo. È chiaro che questo modo di procedere è faticoso, talvolta sfiancante, spesso genera sofferenze e delusioni, ma è così che si costruisce una Chiesa nella quale la sinodalità è molto più di una parola che si mette in ogni contesto solo perché va di moda, come si diceva all’inizio. 

Va bandita dunque ogni forma di protagonismo, quelli sfacciati e quelli subdoli, che si celano dietro spiritualismi che non convincono più nessuno perché sono smentiti da prassi pastorali in cui  il motore che tira e muove tutto resta di fatto una sola persona, che decide ogni cosa unicamente partendo dalle proprie convinzioni e dalle proprie abitudini: si è fatto sempre così! 

Bandire il protagonismo non vuol dire appiattire tutto. Certo, e per fortuna, non siamo tutti uguali, ciascun prete nel nostro presbiterio è portatore di carismi, di attitudini, di talenti, ed è un bene che queste ricchezze individuali non vengano azzerate ma conosciute innanzitutto, poi riconosciute e valorizzate, in modo che giovino alla causa comune. Tra noi capita invece che un carisma o un talento di un prete (la predicazione, il canto e la musica, l’arte, il giornalismo, l’impegno nel campo della cultura…) venga facilmente usato ai fini della realizzazione personale del singolo, se pur al servizio di finalità buone per la costruzione di un generico «Regno di Dio», ma difficilmente entra come elemento importante dentro un progetto pastorale elaborato con stile sinodale. Oppure viene visto quasi con invidia e quindi denigrato e perfino calunniato. 

 

Bandire il clericalismo

Sinodalità è  che i preti abbiano  un rapporto ecclesiale chiaro, di collaborazione e corresponsabilità con il mondo laicale, con le famiglie, soggetti e non oggetti di pastorale. L’assenza di associazioni nella maggioranza delle nostre parrocchie è segno di una grande deriva del nostro servizio presbiterale. Non avere associazioni vuol dire non volersi confrontare con progetti di vita cristiana, non solo con mano d’opera isolata e gratuita.  Questi progetti nascono da statuti associativi pure riconosciuti dal vescovo, a norma di diritto canonico. Vuol dire non riconoscere i doni carismatici, come vi dicevo il mese scorso secondo la Juvenescit Ecclesia. La Chiesa è fatta da doni gerarchici, che incarniamo noi presbiterio, ma necessariamente anche da doni carismatici. I fedeli hanno diritto di associarsi e non devono chiedere il permesso a nessuno per fare associazione, proprio per il loro battesimo. Mi tolgo un sassolino dalla scarpa. Alcuni di voi sono andati o hanno mandato a Roma, lamentele perché qui a Palestrina ci sono troppe associazioni. Tanto che non mi permettono più di fare associazioni. Certo che c’è più calma nella parrocchia, che si può comandare meglio come si vuole, ma dove è il ruolo dei laici se i collaboratori ( nota: non i corresponsabili) vengono chiamati e mollati ad nutum presbiteri? Il mio principio un poco semplicistico , ma che rende l’idea è: meglio litigare che avere la pace del cimitero. Nella visita pastorale ho visto tante parrocchie nella pace del cimitero o quasi e queste non avranno vita lunga: non hanno associazioni e la parte civile invece ne è ricchissima, non hanno pure nessuno che serve la messa; ho celebrato messe solenni, mitiche in cui non mi sono mai sentito così nobile perché mi lavavano le mani i concelebranti. 

Occorre far crescere la convinzione che sinodalità non è la parola magica del momento, ma una urgenza che i tempi impongono alla vita e alla prassi della Chiesa. Ad essa dovremmo con un po’ di umiltà convertirci un po’ tutti, se davvero vogliamo bene alla Chiesa che serviamo con il nostro ministero e se vogliamo che il nostro servizio sia davvero all’altezza dei tempi. 

 

Post scriptum: ho utilizzato alla grande un articolo del vescovo di Andria mons. Mansi, come appare in Orientamenti Pastorali 3(2016)

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Scandalo? Non esiste più! (Lc 17, 1-6)

7-nov-2016Nella mentalità contadina da cui proveniamo c’era una grande attenzione allo scandalo nei confronti dei piccoli e in genere della gente. Se uno combinava qualche guaio, aveva il pudore di non mettersi in mostra e soprattutto di non essere di inciampo nella vita degli altri, di non trascinarli sulla sua stessa strada sbagliata. Contadini di mentalità ancora lo siamo, ma siamo diventati spavaldi nel mettere in mostra i nostri comportamenti devianti. 

 

Probabilmente è colpa della informazione che ci mette davanti la spudoratezza di una madre che si contende l’amante con la stessa sua figlia, solo per farsi quattro soldi o un po’ di notorietà; altre volte è il maschio latino che si vanta di avere rovinato tante ragazzine per apparire un conquistatore; spesso è chi ruba che si vanta di essere stato furbo e tutto questo di fronte a chi deve imparare a vivere, chi deve essere aiutato da valori a dare speranza alla sua esistenza fragile. 

 

Non ti permettere poi di fare osservazioni a spettacoli troppo leggeri, che ti senti dire che sei un bacchettone, che oggi non si può censurare niente, che siamo liberi. Liberi certo di ingannare, di far soffrire, di deviare le vite innocenti di chi crede nella bontà. Dobbiamo, proprio per la esperienza che abbiamo nei nostri ritiri, nelle confessioni, nelle catechesi, farci interpreti della sofferenza dei ragazzi, che sono sensibilissimi, che soffrono interiormente, mentre i genitori si dividono e li comprano alla  causa contrapposta di ciascuno. Certo per noi preti, la prudenza non è mai troppa. Non possiamo coi ragazzi fare gli amiconi in face book, se siamo insegnanti ancora meno. Le relazioni umane devono essere sempre alla luce del sole e negli spazi educativi per tutti. L’utilizzo spericolato dei social network è dannoso se si tratta di ragazzi e non può essere il luogo della direzione spirituale. Lo può essere per l’annuncio, per un frase del vangelo, ma non per sviscerare e comunicare problemi e fragilità, per dichiarare amicizia e coinvolgimenti.

 

Le parole di Gesù al riguardo sono molto dure. “E’ meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzi uno di questi piccoli”. Se stessimo alla lettera di questa affermazione, non ci sarebbero pietre sufficienti per tenere a bada i pedofili, gli spettacoli senza il minimo senso morale, le leggerezze di tanti genitori con i loro figli, i violentatori domestici. Non si tratta di applicare nessuna shaaria, ma di ricuperare un minimo senso di responsabilità soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che non hanno bisogno di crescere sotto campane di vetro, ma di essere aiutati a superare le sfide della vita con proposte alte di bontà, con ideali di bellezza. 

 

E non si tratta di problemi legati solo alla sessualità, quasi che fossimo fissati come sempre su questo tema che pure è molto importante, ma a tutte le forme di degrado dell’umanità, al disprezzo del povero, dell’handicappato, del debole. Il bullismo che dilaga, il disprezzo del fragile, le dure offese che gli stessi ragazzi tra di loro si scambiano dovrebbero aiutarci a mettere in atto formazione e accompagnamento. Il nostro compito è spirituale, non solo comportamentale. Deve cioè riproporre la bellezza del vangelo, la delicatezza di Gesù da una parte e la severità del suo giudizio per noi adulti. La confidenza assoluta con il Padre che Gesù ci ha sempre mostrato deve tornare ad essere quella che ogni cristiano si deve sentire di approfondire, come liberante dalle colpe e confortante nella sofferenza, come da ricercare nella preghiera e professare nella vita. I cristiani hanno un volto da far contemplare, il volto del Crocifisso risorto. Quella è la speranza di andare oltre gli scandali.

 

 

 

Comunicato stampa del Vescovo Domenico Sigalini

Amatrice terremotoUNA PREGHIERA PER CHI OGGI SOFFRE LUTTI E DISTRUZIONI - 
La preghiera non ridarà la vita alle vittime del terremoto ma rivolgendoci al nostro Padre Celeste le affida il suo abbraccio di Misericordia e rimarremo in ascolto della Sua parola, una parola che “risolve ogni difficoltà” (Paolo VI).
Il dolore di fronte alla perdita di vite umane e di beni materiali ci fa sentire tutta la nostra fragilità umana e ci conduce sulla via dolorosa dello sgomento. Ma la nostra forza è nel colloquio con il Padre, attraverso la preghiera, che non è sublimazione delle nostre paure, ma come ci dice Benedetto XVI “la preghiera costante risveglia in noi il senso della presenza del Signore nella nostra vita e nella storia, e la sua è una presenza che ci sostiene, ci guida e ci dona una grande speranza anche in mezzo al buio di certe vicende umane”.
E’con questo spirito di carità e amore che ci ritroveremo dal 26 al 28 agosto alla Selva di Paliano per il Festival della Preghiera.
La carità passa anche attraverso gesti concreti e aderendo all’invito della CEI ci rivolgiamo a tutti gli uomini e donne di buona volontà perché partecipino alla colletta nazionale da tenersi in tutte le Chiese della Diocesi di Palestrina il 18 settembre 2016 “in concomitanza con il 26° Congresso Eucaristico Nazionale, come frutto della carità che da esso deriva e di partecipazione di tutti ai bisogni concreti delle popolazioni colpite”.
Aderendo poi all’invito della Protezione Civile abbiamo ceduto le tende, che avremmo dovuto usare per riparaci dal sole e dal freddo della notte durante il Festival della Preghiera. Questo vuole essere un primo e immediato aiuto da parte dei cristiani prenestini alle popolazioni colpite dal sisma.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

 

Un pò di grinta nel fare il bene! (Luca 16, 1-13)

1 MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIOPer la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia, tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto. I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità. In parrocchia è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato. 

Tutta la nostra attenzione la mettiamo per la facciata da presentare ai vicini, le occasioni più propizie per risparmiare, da giovane ti preoccupavi di più per prepararti ad andare in discoteca, per agghindarti per la movida e per andare in parrocchia non ti facevi neanche la doccia. 

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce. Il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari, pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita. Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta. Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una massa,  ma potremmo presentare il dono grande della fede e della famiglia se non fossimo tanto addormentati e  svuotati dal di dentro. 

Il vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione. Per prendere una laurea vi siete messi di lena a studiare, tagliavate le amicizie, vi chiudevate come in gabbia. Per conoscere il vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa?

I delinquenti mettono più testa nei loro affari di quanto faccia un buon padre di famiglia per la sua vita o un cristiano per la sua fede. 

Pensate ad un ladro: che entusiasmo, che grinta ci mette nel progettare il suo furto o la sua rapina: si apposta di giorno e di notte, studia le mosse, fa le prove, rimanda, si apposta di nuovo, si impasticca magari per farsi coraggio e poi si butta, rischia; ne va della sua vita, della sua libertà. 

Pensiamo allo spacciatore che si è fatto un paio d’occhi anche dietro la testa per non farsi scoprire. E tutto per un comportamento da delinquente, da becchino dell’amore o della vita degli altri. 

Voi giovani famiglie, se volete, potete oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana, nel proporre la gioia della vostra famiglia e nell’annunciare il vangeloGesù pensava questo quando ha raccontato la semplice parabola dell’amministratore disonesto. Gesù dice: i figli delle tenebre sono più furbi dei figli della luce. Purtroppo viviamo in una società che ci ammorba e ci appiattisce, ci tarpa le ali e ci omologa a tutto. Ci costringe a vivere da clonati, a perdere grinta, ad abbandonare sogni e progetti. Possiamo invece tornare ad innamorarci del bello, delle cose buone, a entusiasmarci del futuro nostro e dei nostri figli. Non c’è lunedì che tenga che ci faccia girare come zombi o venerdì che ci trovi distrutti. Abbiamo un motore nella vita che non perde colpi: la speranza.

E questa speranza ci è chiesto di farla crescere, distribuirla, cercarla in ogni vita di famiglia. Siamo di fronte a una sfida grandissima: basta lamentele sul fatto che la famiglia è in crisi, che siamo vittima di continue contraffazioni di essa per toglierla dalla nostra società, che lo stato si preoccupa di più di unioni civili ( ed è vero) che di famiglie. Vediamo tutti quante difficoltà ci sono; ma oggi siamo qui a dire che noi siamo orgogliosi e grati a Dio di aver avuto una famiglia che ci ha cresciuti, amati e lanciati ad affrontare le sfide dell’esistenza e  voi anche a testimoniare di aver creato una famiglia, di averle dedicato una vita e di continuare a non cedere. Siamo entusiasti di avere questi bambini, di dedicare loro la nostra esistenza, di fare coppia  tra marito e moglie sempre, tra maschio e femmina, di non scoraggiarci delle difficoltà.

Il Papa in questi giorni ha invitato i neovescovi a riservare «uno speciale accompagnamento» a «tutte le famiglie, gioendo con il loro amore generoso e incoraggiando l’immenso bene che elargiscono in questo mondo». «Seguite soprattutto quelle più ferite – ha insistito. – Non “passate oltre” davanti alle loro fragilità. Fermatevi per lasciare che il vostro cuore di pastori sia trafitto dalla visione della loro ferita; avvicinatevi con delicatezza e senza paura». «Vi prego – ha concluso – di fare loro compagnia nel discernimento e con empatia».

Queste parole seguono tutta la novità e bellezza della esortazione apostolica Amoris Laetitia in cui il papa invita i cristiani a inforcare le lenti della gioia e dell’amore per riscoprire che le croci del venerdi santo non sono mia staccate dall’alba del mattino di Pasqua. “La gioia matrimoniale si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro prestandosi un mutuo aiuto e servizio” (AL126)

Un esempio concreto può essere utile che sappiano tutti. Una nostra associazione laicale chiamata “Madre della riconciliazione e della pace” ha aperto, dopo averla comperata e messa a disposizione, una casa a Falconara di Ancona per l’accoglienza di mariti separati, soprattutto per i primi tempi in cui si trovano senza casa e senza nessun sostegno. Non chiudiamo gli occhi su nessuna difficoltà o sfida, ci muove l’amore di Cristo. Questi hanno preceduto il papa che nella Amoris Laetitia aveva scritto: …riconoscendo che la riconciliazione è possibile, oggi scopriamo che “un ministero dedicato a coloro la cui relazione matrimoniale si è infranta appare particolarmente urgente”.

Il nostro consultorio può essere messo in condizione di far crescere solidarietà e accoglienza, sostegno, comprensione e misericordia.

 

commento della Amoris laetitia

 

Diceva la LG che la chiesa è capace di riconoscere i “parecchi elementi di santificazione e di verità” che si trovano “al di fuori del suo organismo” (cf. LG 8); ed è capace, di dialogare con tutte le tradizioni nazionali e religiose, “lieti di scoprire e pronti a rispettare quei semina verbi che si trovano nascosti” (cf. AG11). Se è vero per la chiesa per analogia è vero anche per la famiglia.

E papa Francesco scrive: «Il discernimento della presenza dei semina verbi nelle altre culture, può essere applicato anche alla realtà matrimoniale e familiare…» (AL 77) 

 

Quindi in questa prospettiva possiamo affermare che anche al di fuori del matrimonio canonico esistono “famiglie” dotate di elementi positivi, da riconoscere e su cui puntare per un costruttivo dialogo. Allora ne deriva che per il  sacramento del matrimonio, non si può più ragionare con la logica del tutto o niente. 

 

Bisogna invece, “dando spazio alla coscienza dei fedeli” porsi in atteggiamento di servizio, accompagnando il loro personale discernimento, pur in presenza di oggettivi e insuperabili limiti. Allora ci si deve aprire l’intelligenza e il cuore a vedere che: il matrimonio naturale, il matrimonio civile, le nuove nozze dopo un divorzio, la semplice convivenza, possono avere elementi di verità e di amore, senza pensare che queste situazioni siano  ritenuti ideali da vivere. Però su di questi elementi si può dialogare per maturare, dove è possibile, verso la pienezza del sacramento del matrimonio. 

 

In questo modo si indica un itinerario, che da punti di partenza limitati tende alla pienezza,quale meta che orienta tutto il cammino: «tutte queste situazioni vanno affrontate in manieracostruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio edella famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza delicatezza» (AL 294). 

 

Da questo può nascere nella nostra mente qualche grossa perplessità e il papa ne è consapevole sei dice: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”» (AL 308).

 

È fuori di dubbio che la dottrina della Chiesa sul sacramento del matrimonio deve rimanereinalterata per rimanere fedeli al Vangelo e all’uomo. Permanere nella verità, tuttavia, non significaimmobilismo. Al contrario! È l’amore alla verità che “obbliga” a discernere caso per caso, per nonrimanere in superficie, con il rischio dell’ipocrisia, e per andare verso la singola persona, come allaricerca di un tesoro.

 

La verità non sono dei paletti inamovibili; è una strada da percorrere, seguendolo Spirito che “guida a tutta la verità” (cf. Gv 16, 13). Del resto, siamo tutti consapevoli che «nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede ungraduale sviluppo della propria capacità di amare» (AL 325). 

 

 + Domenico Sigalini

 

 

 

 

50esimo (Gv 13,31-35)

50esimo31 Quand’egli fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

 

Da che mondo è mondo si è sempre cercato di interpretare quello che ci capita attorno, di dare un senso al come viviamo, di trovare delle ragioni. Abbiamo apposta l’intelligenza. Allora ci diamo da fare per trovare ipotesi, punti di partenza, studiare sequenze logiche, mettere in campo tutti i punti di vista e arrivare a delle conclusioni in una lunga serie di cause e effetti. Ma in questo procedimento razionale c’è sempre qualcosa che non quadra, che non sta nello schema. Avevi fatto tutte le tue previsioni invece interviene qualcosa che sconvolge tutto. Uno di questi, chiamiamoli “imprevisti” è l’amore. Sei un giovane, hai già imparato a calcolare per filo e per segno il tuo tempo, i tuoi obiettivi, hai stabilito tappe, scansione di passi…. vedi quella persona, ti senti addosso qualcosa che ti destabilizza, e diciamo per convenzione “cuore”, cambi ritmo, tempi, vuoi a tutti i costi incontrare quella persona e ti cambia la vita. Non puoi più non pensare a lei, per lei fai pazzie, non stai più nella pelle. Ma perché due sposi che hanno trovato un buon equilibrio tra loro a fatica, un giorno perdono tutto e lasciano spazio a uno, due, tre figli? Ma chi glielo fa fare oggi di spendere la vita e la parola “spendere” è proprio vera: mentre si desidera il bene dei figli, si aspetta con ansia che crescano la loro vita si consuma. E’ ancora l’amore. Chi glielo ha fatto fare a Dio di curare l’uomo, se poi per tenerlo in vita ha dovuto mettere in conto per sé, in suo Figlio, la croce? Ancora e soprattutto l’amore. Questa esperienza fuori da ogni logica, questa destabilizzazione degli schemi, questo non prevedibile è il motore stesso della vita. Ma qualcuno può dire che l’amore è una trappola camuffata. Tutto sommato è ancora una sottile forma di commercio: do ut des, ti amo per avere qualcosa in cambio. In Dio sicuramente non è così. Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Il primo desiderio di Dio è che l’amore di cui ci ha riempiti e ci riempie singolarmente ogni giorno si riversi pienamente su tutti gli altri che ci circondano. E’ come un padre e una madre: l’amore che ogni giorno riversano sui figli non è perché ritorni a loro. Sarà un vero amore, un amore riuscito non soprattutto se i figli avranno gratitudine per loro, ma se sapranno in forza di questo amore formare un’altra famiglia, avere il coraggio di lasciare padre e madre e rinnovare l’avventura dell’amore in nuove famiglie. La risposta nostra all’amore di Gesù non prende una direzione verticale, ma si diffonde orizzontalmente o meglio, le due direzioni si sovrappongono diventano una sola, perché l’una non può stare senza l’altra. La risurrezione di Gesù è l’esplodere del suo amore che attraverso chi si sente amato raggiunge ogni persona.
Questo ho tentato di fare seguendo la vocazione a diventare prete che ha trovato proprio qui i suoi primi passi e ora si prepara a fare gli ultimi. E’ una vocazione all’amore, proprio perché tutti siamo chiamati ad amare e poi Dio ricama le strade di questo amore: sono strade che noi non conosciamo. Chi avrebbe pensato quel tristissimo giorno di gennaio del ’43 quando è morto papà Agostino lasciandomi con altri tre fratellini a sei mesi con la mamma sola, che la vita sarebbe continuata bella e felice? Chi avrebbe pensato che dopo quel 23 aprile 1966 da qui si sarebbe snodata la mia vita di prete fino a diventare 11 anni fa vescovo di Palestrina? Chi avrebbe pensato che da quella rovinosa caduta, infinita, senza freni, senza esclusione di colpi, di 5 anni fa, la morte si sarebbe dovuta fermare e tornare indietro. I bambini della scuola primaria di san Cesareo mi cantavano in coro martedi scorso durante la visita pastorale alla scuola: Il Signore ha bisogno di te. Mi venne un brivido e subito in mente quando papa Benedetto vedendomi guarito, in mezzo ai ragazzi dell’ACR mi disse:  si vede che il Signore ha bisogno di Lei. Una mazzata per me. Sicuramente ne aveva bisogno per vivere con gioia ancora la vita come suo dono e con lui portarne senza lamentarsi e senza scoraggiarsi la croce per me e per le persone che mi ha affidato, per tutte le persone della mia terra, della mia amata diocesi di Palestrina, dell’Azione Cattolica, per tutti i giovani con cui ho condiviso passi di fede e di umanità e per tutte le persone che ho incontrato in questi 50 anni e che ancora mi sarà dato di incontrare.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

 

 

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