Giovedi, 02  Aprile  2020  18:14:22


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La Chiesa e i laici, un rapporto ancora tutto da scrivere. A colloquio con Mons. Domenico Sigalini. Gli indirizzi della Diocesi.

domsigIncontriamo il nostro vescovo Domenico poco prima dell'incontro con i maturandi della Diocesi, per affrontare, con lui per primo, il tema così importante e al tempo stesso complesso del laicato all'interno della chiesa cattolica.
Un'occasione per comprendere le indicazioni e le scelte del nostro Vescovo di fronte a questo tema ed un momento anche per porsi in ascolto sulla dimensione che egli vive alla guida della nostra diocesi.
Infatti Sigalini esordisce subito chiarendo la complessità e la bellezza del suo magistero. Essere vescovo "è un compito entusiasmante che ti mette al servizio della realtà concreta, fatta di volti e di persone, a contatto con la vita vera", un'occasione di crescita e di sviluppo personale che riesce a mettere in dialogo le persone. Il vescovo ha inoltre la responsabilità di portare " il messaggio che ci viene dalla vita di Gesù", e che questo sia percepito, "non come una serie di verità, ma come un intenso rapporto che le persone devono avere con Dio e con la comunità".
Entra subito nel vivo della questione, traendo fondamento dalla "Lumen Gentium", costituzione dogmatica emessa dal Concilio Vaticano II e promulgata da papa Paolo VI nel 1964, mette in luce il rapporto tra pastore e laici, un rapporto che deve costruire un senso di famiglia, di appartenenza. "In questa famiglia il laico può aiutare il pastore a fare il suo mestiere di pastore, non soltanto nel capire i laici" e quindi porre un diverso punto di vista, ma " proprio nel dare il punto di vista tipico della vita di tutti i giorni come importante per l'annuncio del Vangelo".
Quindi una corresponsabilità dei laici all'evangelizzazione, un obiettivo questo molto delicato, al quale si deve tendere e che è molto diverso dalla semplice collaborazione, che ammette un'altalenanza ed una intermittenza del rapporto tra laico e sacerdote. Mentre la corresponsabilità pone sullo stesso piano preti, laici e vescovi di fronte ad un compito "tutti hanno un obbligo che nasce dal nostro battesimo, di essere fedeli al compito che ci è stato dato". L'evangelizzazione rende tutti corresponsabili perché "non è il prete che deve fare la chiesa, non è il vescovo che ha interesse che la chiesa sia bella e basta, ma deve essere interesse di tutta la comunità". Sottolinea il nostro vescovo come il rapporto tra i laici e gli ecclesiastici non deve essere confuso per uno scambio di favori: " non mi fanno un favore i laici a lavorare con me né io faccio un favore a loro, ma siamo obbligati a lavorare assieme per lo stesso ideale , perché questo ideale ci è stato dato da Gesù a tutti e due, ciascuno con il suo compito". Allo stesso modo il rapporto non può esaurirsi attraverso la collaborazione "in sacrestia", ma deve essere la testimonianza a 360 gradi della parola di Dio nel mondo. L'annuncio del Vangelo quindi è una corresponsabilità di laici e di presbiteri, e la chiesa tutta deve orientarsi verso questo rapporto, poiché "la Chiesa non è che va bene se ci sono tanti preti, ma se ci sono preti e laici che collaborano con la corresponsabilità". Soprattutto se si tiene ben saldo l'obiettivo della condivisione perché "non è che io raduno le famiglie per fargli quattro raccomandazioni, ma per dir loro che sono corresponsabili con me di questa chiesa".

 

D. -Come vede il ruolo dei laici all'interno della sua diocesi?

R. - Ho visto sempre all'interno della nostra realtà dei laici molto disponibile. Li dividerei in diverse categorie: Gente molto disponibile a darti una mano, anche formato e motivato in quello che fa, con una certa consapevolezza che lavorando con il vescovo e lavorando con la chiesa si sta costruendo il Regno di Dio, non stiamo facendo battaglie di bottega. Poi c'è un'altra fetta di persone che ritengono la chiesa come uno sgabello, su cui appoggiarsi per la propria vita, una sorta di trampolino di lancio. Dal mio punto di vista e dal ruolo che ricopro, mi trovo quindi a che fare anche con esigenze che non hanno niente in comune con la missione della chiesa. Ma dobbiamo anche sforzarci di capire. Oggi c'è molta gente che viene a chiedermi lavoro, di pagare la bolletta, di aiutarlo a sopravvivere anche materialmente, ed io non posso esimermi, il vescovo in questo caso non può tirarsi indietro, ma deve aprirsi alla comunità cristiana perché si manifesti una solidarietà più ampia, proprio di questi tempi. Bisogna sempre però mantenere fisso il punto che il vescovo non è un datore di lavoro, benché meno colui che deve fare le raccomandazioni, come spesso si pensa. Posso eventualmente garantire per la tua laboriosità, per le tue capacità, ma oltre questo spetta alle realtà concrete di far nascere posti di lavoro. La Diocesi si è impegnata in questo, ad esempio con la pizzeria, che anche se molto criticata, è un'impresa locale, non tende a nessun guadagno se non avere una creazione di nuovi posti di lavoro, per dare la possibilità alle persone di portare avanti una loro vita, una loro famiglia. Un altro impegno della Diocesi è stato quello di stabilire dei microcrediti, perché il vescovo non deve fermarsi a dare delle consolazioni di parole, che sono sì importanti, ma deve, se può, anche agire e quindi saranno predisposti dei microcrediti, con dei bandi, per giovani che voglion metter su la loro impresa. Una solidarietà sociale, che appartiene alla vita della chiesa.

 

D. - Quali sono le implicazioni, anche a livello sociale che questa collaborazione comporta?

R. - La prima è di carattere comunitario, cioè la gente vede che si può costruire un tessuto di relazioni ed un nuovo modo di vivere lavorando insieme per lo stesso obiettivo e accogliendo la parola di Dio ed il Vangelo. È quindi questo che non fa diventare la pratica religiosa un elemento esterno alla vita, da mettere apposto la domenica, ma diventa una molla ed una forza del tessuto di relazioni di tutti i giorni, dei rapporti che ci sono in famiglia, una speranza nelle forti delusioni che capitano nella vita, una prospettiva di lavoro per i figli. Credo che il messaggio che passa sia che non è il vescovo che fa i miracoli, ma una comunità intera che deve essere capace di creare spazi di vita bella nella comunità, per tutti, per le famiglie, per chi fa parte del mondo cristiano e anche per chi ne è fuori, se vuole collaborare qui mi pare che questo riusciamo ad ottenerlo. Ci sono persone che non credono in Dio, ma che hanno piacere di essere coinvolti perché vedono che c'è un messaggio di solidarietà che vale la pena di vivere, che ti dà anche più serenità nella vita.

 

D. - Perché ha incaricato dei laici a svolgere dei ruoli chiave all'interno della Diocesi e con quale criterio ha operato la scelta della persona?

R. -La prima motivazione che mi ha spinto ad incaricare dei laici a svolgere dei servizi importanti all'interno della mia Diocesi è proprio per far comprendere alle persone che la chiesa non è solo una congrega di preti che comandano, predicano, dirigono, ma è un Popolo di Dio. Questo popolo è fatto dalle famiglie, dai presbiteri e dalle tante vocazioni che lo Spirito Santo crea e che quindi vanno valorizzate. Al contempo ritengo necessario trovare anche delle persone che abbiano una competenza particolare, perché in certi campi non sempre il prete è molto competente.

Ad esempio ho scelto di affidare la direzione della Caritas ad una laico, Fabio Leggeri, perché ritengo che il mondo di oggi, così come è sviluppato, il tipo di bisogni che ci sono, i problemi di ricerca di risorse, sono molto più vicine ad una mentalità laicale, imprenditoriale, che vicine alla figura del presbitero, che sicuramente non farà mai mancare la spiritualità, ma che però deve sposarla con una competenza specifica.
A noi però spetterà sempre il compito di non far mancare la carica spirituale dentro ciascuno di questi obiettivi.

 

D. - Non c'è però il rischio che ci si spinga verso una professionalizzazione degli incarichi e se ne perda il senso spirituale?

R. -Il rischio c'è, ma allo stesso modo questo si contrasta con la formazione. Un laico che viene coinvolto nella corresponsabilità deve avere delle ragioni precise per farlo. Non deve essere il gallo che va a cercare un pollaio per fare i fatti suoi, come purtroppo capita delle volte in certe congreghe che deve esserci sempre qualcuno al di sopra degli altri che comanda. Oppure quando si fanno le caste, anche gli stessi laici vicino ai preti possono fare una casta di sacrestia, e comandare su tutto e tutti. Occorre invece, per contrastare tutto questo una formazione che chiarisce le motivazioni profonde per fare certe scelte. Quindi è sempre il frutto di una vocazione. Tengo molto a questo, e quando chiamo un laico a lavorare per la chiesa chiarisco bene che l'atteggiamento deve essere quello di una corresponsabilità, un altro rispetto ad un qualsiasi lavoro, e su questo si debbono fare insieme le dovute riflessioni. Questo tipo di impegno, ad esempio, lo chiedo anche ai costruttori di una chiesa, cerco di far capire loro che non stanno costruendo un edificio qualsiasi, una piscina, ma stai costruendo un luogo che è il punto di riferimento di una intera comunità. Questo non vuol dire che non ti pago perché stai facendo una cosa spirituale, ti pago il giusto, ciò che è dovuto, ma chiedo che il lavoro sia fatto con un altro spirito. E questo viene dalla formazione.

 

D. - In conclusione un suo pensiero sui continui richiami che il Santo Padre fa ai fedeli.

R. - Quella sera, quando è salito al soglio di Pietro Papa Francesco, ho pensato che finalmente c'è un papa che non è del nostro mondo. Perché noi europei siamo fatti male, crediamo di avere in mano il mondo, di essere a capo di tutti e tutto, pensiamo che tutto si risolva facendo astrazioni e grandi pensate. Il papa ha iniziato invece a dire di guardare alla vita reale, guardiamo i poveri e vediamo cosa stiamo realmente facendo per queste persone che stanno faticando a vivere. Quindi ha dato subito un taglio di concretezza all'esperienza credente e ha dato dei criteri di valutazione. Perché io sono convinto che se prendessimo i poveri come criterio di valutazione per la nostra crisi economica ne saremo già usciti.

L'altro elemento che emerge forte dalle parole e dalle azioni del Papa è che ha una concezione della chiesa come dicevamo prima, di corresponsabilità del mondo laicale e di concretezza, come quella del laico, della predicazione. Quindi non sono le astrazioni che servono, ma sono la concretezza del Vangelo, gli atteggiamenti tipici del Vangelo. Ad esempio a me hanno colpito molto le sue continue riflessioni sul perdono. Il papa ci ha riempito i confessionali a Pasqua, non abbiamo mai avuto tante persone a confessarsi, perché parlava di una cosa che poi fa parte della nostra realtà, e non so perché ce la siamo dimenticata, ma Dio è grande nel Perdono, quindi vuol dire che accetta le nostre fragilità, non le fa diventare una condanna, ci permette di uscirne con l'amore di Dio.
Essere autentici ed esposti all'esterno. La chiesa deve buttarsi di più nella vita concreta, questo è un elemento impagabile, non molto facile da ottenere perché si rischia di perdere la propria qualifica se mal compreso. Il Santo Padre non ci chiede di fare gli "amiconi" dell'uomo della strada, ma l'Amico, e quindi capace di condividere la sua esperienza, la sua sofferenza e la sua gioia, a partire da una impostazione che deve essere di dialogo, con Dio e Gesù Cristo.

 

La Parola di Dio nell'impatto con il quotidiano

La parola di Dio incarnata nelle gesta dei credenti. Sarà questa la riflessione che animerà la 63ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, in programma a Termoli dal 24 al 27 giugno 2013. "La parola di Dio nelle parole degli uomini" il titolo dell'assise, tradizionale appuntamento annuale del Centro di orientamento pastorale (Cop, www.centroorientamentopastorale.org), realtà composta da vescovi, sacerdoti e laici che ha tra i suoi scopi quello di "contribuire allo sviluppo della ricerca e dello studio pastorale in Italia" e "aiutare la vita di parrocchia come comunità partecipante e corresponsabile, incoraggiando lo sviluppo degli organismi di partecipazione". Nei quattro giorni la riflessione sarà animata dalla volontà di dare concretezza a ciò che la Parola divina compie nella liturgia, nella vita dei cristiani e nel loro impegno di amore-carità verso il prossimo. A presiedere il Cop è monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente della Commissione episcopale per il laicato, al quale il Sir ha chiesto una presentazione della Settimana.

Cosa spinge il Cop a occuparsi ancora una volta di "aggiornamento pastorale"?
"L'aggiornamento fa parte dello 'statuto' del Centro di orientamento pastorale. Per noi è di vitale importanza, significa tornare alla nostra missione di comunità cristiana e vedere se stiamo facendo ciò che si deve, in sintonia con i tempi che cambiano e l'insegnamento della Chiesa. È un'occasione per fare il punto sulle possibilità, le prospettive e le risorse che la Chiesa ha nel suo impegno caritativo e pastorale".

 

Quest'edizione della Settimana riecheggia l'anniversario conciliare...
"È un lavoro che ci occuperà per tre anni. Abbiamo cominciato con la Parola, ma non necessariamente analizzeremo la 'Dei Verbum', anzi, la daremo per acquisita. Vogliamo piuttosto vedere come tutta la Parola di Dio sia stata artefice del Concilio, come ha fatto crescere questa bella esperienza di Chiesa e come adesso aiuta la carità, la liturgia e la crescita spirituale personale. Principi, questi, che partono dalla 'Dei Verbum', ma poi si allargano nella concreta vita del cristiano".

 

Annuncio e ascolto della Parola come e quanto hanno inciso nella prassi pastorale di questi cinquant'anni?
"Questa è la domanda alla quale vogliamo dare risposta, durante la Settimana, facendo una revisione di quello che avviene, coinvolgendo i partecipanti per vedere come vivono il loro rapporto con la Parola - nella triplice dimensione della carità, della liturgia e della spiritualità individuale - e individuare esperienze significative, da proporre a tutti per farle diventare, appunto, una prassi. La 'Dei Verbum' sta certamente alla base, ma vogliamo sperimentare concretamente come questa parola di Dio, che parla anche oggi agli uomini, vivifica le nostre Chiese, ed eventualmente quali ulteriori passaggi siamo chiamati a compiere".

 

Un appuntamento, quindi, che parte dal Vaticano II ma si propone di guardare avanti?
"È così. Certamente faremo memoria del Concilio, ma abbiamo pure una prospettiva di cambiamento della nostra prassi pastorale affinché la Parola abbia veramente e sempre più quella centralità che le spetta nella Chiesa".

 

Nell'Anno della fede che stiamo vivendo ai cristiani è chiesto di farsi portatori di un rinnovato annuncio per raggiungere i "lontani". Quali indicazioni ci vengono dal Vaticano II?
"Ci è chiesto innanzitutto di essere più coraggiosi - e Papa Francesco ce lo sta dimostrando in maniera straordinaria -, convinti della bellezza del dono che Dio ci ha fatto con la sua Parola e capaci di portarla a tutti. In secondo luogo dobbiamo uscire, andare nelle periferie: non crogiolarci nelle nostre considerazioni, magari continuando ad approfondire teoricamente tutti i documenti, ma metterci a contatto con la vita vera delle persone. Infine interrogarci su come la parola di Dio c'ispira nell'amore ai poveri e nell'aiutare i poveri, e quale ispirazione ci viene dalla Parola per le concrete scelte di carità che la Chiesa oggi propone".

 

di Francesco Rossi. 
Intervista di Agensir di Lunedì 17 giugno 2013

 

Primo maggio San Giuseppe lavoratore. Messaggio del Vescovo Domenico nella Festa del Lavoro

 

san giuseppe lavoratoreVoglio guarire: voglio un lavoro

 

Una domanda volgiamo rivolgere a Gesù aiutati da San Giuseppe su una sorta di malattia mortale che abbiamo: la mancanza di lavoro. Noi lo chiediamo: Signore voglio guarire, voglio un lavoro.  Il lavoro ci permette di essere  nel mondo da responsabili e nella storia della salvezza, cioè del ricupero pieno e definitivo della dignità dell’uomo, da credenti.

 

Ogni cristiano deve nutrire dentro di sé questo orizzonte ampio che va oltre ogni teoria economica, ogni definizione di lavoratori come pedine del mercato o come vite da scarto, per continuare a pensare alla risorsa uomo in termini assolutamente irriducibili.

 

Noi vogliamo lavorare non solo per vivere, ma per essere; desideriamo che tutti gli uomini e le donne possano far parte di questo cantiere della vita con dignità, perché le risorse che essi sono per il mondo siano godibili per tutti, per la bellezza del creato, per il ricupero di vite distrutte dal disordine morale e sociale, per la crescita della solidarietà e della pace del genere umano.

 

Ogni lavoro è sacro, ogni applicazione della intelligenza, della forza, dei sentimenti e delle qualità umane si porta dentro un sogno di infinito che non può essere ridotto o cancellato per nessuno.

 

+ Domenico Vescovo

 

 

Lectio Divina Incontro di Maggio con il nostro Vescovo

Per il mese di Maggio il nuovo incontro sarà giovedi 30 alle ore 21:00 presso la Parrocchia San Rocco di Olevano Romano.

Accoglieremo l'immagine di N.S. Aparecida,dal Nostro Vescovo Domenico riceveremo il dono della Parola e la Benedizione per intercessione di Maria.

Tema dell'incontro:"Andate e fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19)

 

Scarica il Manifesto

 

Invito alla preghiera per S.E. Mons. Pietro Garlato


GarlatoRicevo dal vescovo di Tivoli questa informazione, mi sono messo subito in preghiera e ora rivolgo l'invito a tutti i prenestini, perché Mons. Garlato fu anche nostro vescovo.

 

Dio lo assista e lo protegga
+ Domenico

 

Invito alla preghiera per S.E. Mons. Pietro Garlato

 

 

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