Giovedi, 02  Aprile  2020  17:12:52


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Mi fido di te

+ Domenico Sigalini

 

Nonostante siamo tutti molto attenti a quello che facciamo e oggi soprattutto a non farci imbrogliare da nessuno, a non far la figura di polli e quindi controlliamo le porte di casa quando usciamo, torniamo indietro se non abbiamo dato le due mandate che la mamma continuamente ci assilla di eseguire, nonostante le grandi attenzioni che poniamo ad ogni passo che compiamo, abbiamo bisogno, per vivere serenamente, di fidarci, di aggiungere ai ragionamenti della nostra razionalità un sentimento non sempre calcolabile che si chiama fiducia. Di te mi fido, sono sicuro che non mi imbrogli, posso contare su di te, se mi capitasse qualche malaugurata avventura sono certo che non mi lasceresti solo; ho cercato dappertutto, ma ho trovato solo te e mi metto nelle tue mani. Farò tutto quello che tocca a me fare, ma con te so che ci intendiamo. Mi dai una forza che da solo non riesco neanche a immaginare. Me ne dà il sangue che quello che mi fai capire e mi chiedi è solo perché mi vuoi bene. Non mi importa dove finisco, ma con te sono sicuro che non finisco proprio.
Era così Pietro, l'apostolo specializzato in sbruffonate, in promesse e segnato pure da qualche tradimento.
Pietro dopo aver recalcitrato non poco si era lasciato convincere. Aveva promesso tutto a Gesù. Come si fa a resistergli con quell'amore dichiarato senza riserve che ti dimostra? Come si fa a non seguirlo in questa avventura del Regno che apre i cuori di tutti ad un futuro vero, pieno, decisivo? "Ti seguirò dovunque andrai". Ma tu Gesù sospetti ancora che io non sia convinto? Credi forse che sia così codardo da lasciarmi trascinare ancora da qualche donnetta? Dovresti conoscermi. Ho abbandonato le mie reti, la mia azienda, il mio lavoro, il mio paese per venirti dietro, perché solo tu hai parole che mi riempiono la vita. Non ero un ragazzino quando ho fatto questo. Non sono fuggito da una vita insulsa. Avevo già smesso da un po' di sognare. E ora dove vuoi che vada? Tu piuttosto hai voluto scegliere una strada difficile, per me incomprensibile, vai proprio a metterti in mano ai tuoi nemici, non usi nemmeno un pò di furbizia, ma tanto vale. Se ci sei tu, per me basta.
Solo due righe di vangelo più giù, la storia è ben diversa. Basta una donna di servizio che gli lancia una banale provocazione, decisiva: "Anche tu sei dei suoi!" che Pietro crolla, manda in fumo tutta la sua lenta preparazione ad eventi finali inauditi. Giurò, non negò, dichiarò: non lo conosco. Ti giuro che non l'ho mai visto, ti devo portare tutti i miei alibi? Secondo te io sarei capace di stare con uno come Gesù, che ha disturbato la quiete della santa pasqua? Io uomo maturo, avrei rincorso i sogni di un Galileo come Gesù? Mai visto, né incontrato.
E Gesù che aveva speso tantissimo tempo per aiutare Pietro a entrare in un nuovo ordine di idee, viene abbandonato come un cane, un infedele. Il tradimento è grande. Gesù rimane solo. A quel "volete andarvene anche voi"? La risposta è stata per Pietro un sì, che risuona nella vita di Gesù come un altro schiaffo. Ma Gesù è lì che ha ancora pochi attimi di vita e li vuol spendere per i suoi.
Il gallo canta, annuncia una nuova giornata, dirada le nebbie del mattino e fissa Pietro nel suo tradimento. Anche Gesù riemerge alla luce dopo la notte di insulti delle guardie e il disprezzo delle autorità. Non era parso vero a tutta la soldataglia, che veniva sempre disturbata e chiamata fuori dalla caserma a tutte le ore per controllarlo, di averlo tra le mani e scaricare tutte le rabbie represse.
Ma questo canto del gallo non solo annuncia un nuovo giorno, non solo fissa nella coscienza di Pietro il suo imperdonabile tradimento, ma annuncia anche uno sguardo forte, dolcissimo, amoroso, struggente, ricreatore di Gesù.
Da una parte Pietro che si accovaccia a terra e piange, dall'altra Gesù sfinito, tutto a disposizione senza riserve, ma con uno sguardo da trionfatore. Incrocia gli sguardi di Pietro e offre il perdono.

L'anno della fede prima di essere un anno di studio, di approfondimento delle ragioni del credere, che pure sono necessarie è l'anno del fidarsi: mi fido di te.
Proviamo allora a capire qualcosa della fede usando la Parola di Dio, usando il vangelo.
Abbiamo fede? Che cosa vuol dire credere? ha senso ancora credere?

 

Il coraggio della fede (Mc 5, 25-34)
"25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30 Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello? ". 31 I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato? ". 32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34 Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male".

 

Guardando un po' ai nostri riti stanchi, alla flebile partecipazione alla vita della comunità cristiana anche alla domenica, vorrei farmi con voi alcune domande. Che cosa dice la nostra fede alla gente di oggi? La possiamo accostare all'euforia della semifinale di un campionato mondiale di calcio? Può reggere il confronto con le feste del rock. Una sera mi sono immerso nel mondo del rock e mi sono messo sulle spalle una T-shirt, su cui c'era scritto: In Rock we trust, la mia fede è il rock, imitando la scritta che c'è sui dollari americani che dice "in God we trust", io mi affido a Dio, sperando che non sia il dio danaro. C'avevo sulle spalle "io mi affido al rock, io mi fido del rock". Non è il massimo per un vescovo, anche se sulle magliette non si scrive la fede, ma un messaggio di moda. Non sto in confusione perché i giovani non gireranno con le bandiere sulle automobili in onore della Madonna Assunta alla festa di ferragosto. La fede è su un altro piano e non ha bisogno delle piazze per dire la sua profondità. Però ci dobbiamo domandare se siamo capaci di far capire che la nostra fede è qualcosa di grande e non una abitudine forzata.
Ci manca sicuramente la fede di Gesù.
Ci aiuta, a dare risposta a questo, un curioso episodio nel vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente. Dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare. Così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono. La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente. Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro. Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. Siamo capaci noi cristiani di avere visioni di futuro o vendiamo anche noi adattamenti? Abbiamo in cuore progetti di vita bella, felice, semplice, ma vera oppure siamo senza progetti. Ci lasciamo provocare dalle situazione della vita o abbiamo già sepolto la fede nelle abitudini, pur buone, ma non più sufficienti oggi, né per noi, né per tutti?
Ebbene attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente. Si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta. C'è pure una donna tra la gente che accorre a lui: è afflitta da una malattia maledetta: perdita di sangue.
Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di impurità e deve assolutamente evitare ogni contatto umano. Per la donna è una situazione invivibile. Ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane: ha speso tutti i suoi soldi. Niente! Condannata all'isolamento oltre che alla sofferenza.
Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l'esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno: ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all'altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello».
E quel tocco la guarisce: Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama "figlia" annullando ogni distanza. Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio del suo fidarsi.

 

Aumenta la nostra fede ( Lc 17, 5-6)

Gli apostoli dissero al Signore: "Aumenta la nostra fede! ". Il Signore rispose: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

 

Di fronte a tutto quello che capita nel mondo o che ti capita nella vita, fai fatica a credere, ad affidarti a Dio, a percepire un mondo altro in cui collocare le tue prospettive. Spesso è il male che ti sembra imporsi su tutto, altre volte sei coinvolto nel dolore di un innocente e ti domandi: perché? Come mai? Che colpa ne ha? Quasi che il dolore sia causato da una colpa.
Spesso sei incantato da soluzioni materiali ad ogni problema di vita, a chiudere ogni visione che vada oltre le nostre vedute. E' la fede che scarseggia. Gli apostoli erano in una situazione simile. Vedevano che tutti i conti non tornavano ai loro pensieri preoccupati. Sapevano di aver posto fiducia in Dio, ma spesso sembrava loro più una fatica, un azzardo, un ostacolo alle loro visioni fin troppo semplificate e si sentono in dovere di chiedere aiuto a Gesù.
La domanda è maldestra: "aumenta la nostra fede", quasi che la fede si possa comperare a chili, si possa leggere con criteri di quantità. Invece Gesù li aiuta a fare un salto di qualità. Se è fede vera, ne basta un granellino di senapa. La fiducia in Dio, l'abbandono a Lui non è da pesare o da quantificare, ma è una dimensione profonda della vita, è un modo diverso di vivere, di fare riferimento a Lui, di affidarsi. Non dipende da studi approfonditi, anche se ha bisogno di essere continuamente messa a confronto con tutte le pulsioni della vita, anche intellettiva. Non cresce in base alle nostre qualità o alle nostre proprietà, non è in vendita.
E' un dono di Dio e, come tale, è sempre pieno e definito. Può incontrare un animo superficiale, e allora non si radica nella vita, ma sta solo in abitudini esteriori; può imbattersi in un animo ribelle e allora si ingaggia una lotta, che rispetta sempre la libertà della persona; può incontrare difficoltà e crisi e allora esige costanza e fermezza. Ma quando l'animo si apre al dono di Dio, lo invade un desiderio di pienezza, spariscono le mezze misure, i calcoli, le tergiversazioni e diventa profonda.
Se ti fidi di Lui rinasce freschezza nella vita, trovi sapore all'esistenza, resisti alla sfiducia, trovi forza nel dolore, si sviluppa una amicizia impensabile con Dio. Ti nasce dentro serenità e abbandono, voglia di cambiare e di donare, sguardo buono sull'esistenza, perché sai di stare a cuore a Dio, di giocare con un suo dono, non con le tue miserie. Il centro è Lui e se questo è vero. Lui, Dio c'è sempre tutto e mai a pezzi comodi come ce lo aggiustiamo noi.

 

La tua fede ti ha salvato (Lc 18, 35- 42)
"35 Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. 36 Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37 Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno! ". 38 Allora incominciò a gridare: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! ". 39 Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me! ". 40 Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: 41 "Che vuoi che io faccia per te? ". Egli rispose: "Signore, che io riabbia la vista". 42 E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato". 43 Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio."

 

Quante volte i giovani si trovano a esprimere sentimenti di ammirazione, di gratitudine, di gioia; ti accorgi di cantare, di esprimere in musica i sentimenti del cuore, e li vuoi rivolgere a qualcuno.. Ancora molti giovani scrivono sui muri l'amore per la ragazza, molti mandano sms per dire ti amo, tvtb, mi manchi tanto. Questi sentimenti un cristiano li rivolge anche a Dio e li chiama: preghiera. E' lode, stupore, ringraziamento per la vita, per i doni che abbiamo, per l'amore che proviamo e che ci viene regalato.
C'è un altro sentimento però che forse si vuol esprimere con più intensità e frequenza: la domanda. Siamo bisognosi, siamo angosciati, ci sentiamo incapaci e allora chiediamo. Abbiamo bisogno di qualcuno cui affidare i nostri progetti, i nostri sogni. Domandiamo a Dio di venire in nostro aiuto. Abramo addirittura contrattava con Dio, lottava con lui per strappare benevolenza.
Un giorno alla fine di un dialogo in carcere con un mussulmano gli dissi: prega Allah anche per me. Quello dimostrandosi un poco offeso mi rispose: io non prego Allah per te, perché sarebbe come affermare che Lui, il sommo, non conosca ciò di cui tu hai bisogno.
E' proprio vero. Dio conosce tutta la nostra vita, sa la nostra sete di bontà, di felicità, di Lui; siamo noi invece che dobbiamo convincerci di aver bisogno di Lui, di dirci con convinzione, sempre che Lui è il centro della nostra vita, siamo noi che dobbiamo convincerci della necessità delle grazie che chiediamo. La domanda a Dio non è del tipo: le ho tentate tutte, vediamo anche questa. Ma nasce da una fede limpida, da una certezza: in Dio sta la mia esistenza e la bellezza di quello che chiedo.
Il cieco di Gerico che sente un vociare confuso della folla che gli fa capire che sta passando Gesù, si mette a gridare: voglio la luce, Gesù figlio di Davide ridona alla mia vita la bellezza dei tuoi colori, dei volti degli uomini, lo splendore del creato. Come faccio a vivere, a lodarti, se non vedo le tue opere, se non posso scrutare il volto di chi mi passa accanto?
Chi gli stava accanto non ne poteva più, lo sgridava perché era troppo petulante, importuno. Ma adattati alla tua situazione! E' una vita che sei cieco, solo adesso non riesci più a sopportare il tuo disagio? Il cieco avrebbe potuto rintanarsi tranquillo nel suo angoletto. Aveva tentato, non gli era andata bene. Ma che cosa avrebbe significato per lui questo smettere di gridare? Che non aveva fiducia in Gesù. Ma lui ne aveva tanta e si è messo a gridare ancora più forte e Gesù riconosce la sua grande fede, la sua speranza tutta riversata su di lui. Gesù si fermò e ordinò che glielo conducessero.
Due verbi assolutamente controcorrente, che sicuramente hanno disturbato la folla che aveva altri interessi. Gesù aveva un amore da esprimere e ha piegato l'evento che stava vivendo alla possibilità di esprimerlo, aveva davanti una fede decisa, senza vergogna o tergiversazioni e le doveva rispondere. E lo guarisce. E' determinante credere, è assolutamente vero che buttarsi nelle braccia di Dio con abbandono spunta le armi a qualsiasi materialismo o autosufficienza o indifferenza, ma soprattutto dà senso alla vita. Abbiamo anche noi questa tenacia nella nostra preghiera o ci stanchiamo prima di cominciare perché siamo senza fede?

 

Gente di poca fede ( Mt 6,30 8,26 14,31 16,8 17,20)

"Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?(Mt 6, 30)
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti! ". Ed egli disse loro: "Perché avete paura, uomini di poca fede? "(Mt 8,26)
Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami! ". E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ". (Mt14,31)
Accortosene, Gesù chiese: "Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane? Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete portato via?(Mt16,8)
Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: "Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo? ". Ed egli rispose: "Per la vostra poca fede.(Mt17,20)"

 

Ci domandiamo qualche volta se in questo nostro mondo abbiamo ancora fede. La fede fa parte dei nostri pensieri, interessi? In un mondo che guarda ogni giorno allo spread o a qualche dato delle borse, vale ancora la pena di chiederci se la fede ha un posto nella nostra vita, nelle relazioni che abbiamo con le persone, nelle stesse istituzioni?
Al tempo di Gesù pure era un bene molto raro se Gesù in non poche occasioni dovette sperimentare che la gente, gli apostoli, lo stesso Pietro erano di poca o scarsa fede. Ora si trattava di non avere prospettive di futuro, vedendo il rigoglioso rifiorire della natura e la depressione che provavano nelle loro prospettive di vita almeno libera e felice; altre volte c'era un pericolo di vita, come il possibile affondare della barca; altre ancora era l'assenza di riferimento e di speranza concreta o incapacità di compiere opere di fede.
Insomma Gesù dovette fare tante volte i conti con un popolo che non si affidava completamente a Dio che si lasciava dominare dalla paura, che credeva di essere autosufficiente, ma che sperimentava fallimento, come Pietro che ha paura di affondare in quell'acqua su cui aveva osato chiedere a Gesù di camminarci.
Noi la fede la perdiamo per molto meno, per ragioni di convenienza sociale, per mancanza di coraggio anche tra amici, per non apparire bigotti, per una ribellione su come va il mondo e ne diamo la colpa a Dio, perché vogliamo sfruttare ogni momento della vita anche a danno di altri, per far tacere il rimorso che ci tormenta per i nostri comportamenti fuori testa, oppure perché siamo stati convinti da qualche nostro studio cosiddetto scientifico. La perdiamo perché crediamo che non si possa comporre con la scienza, con la ricerca, con le scoperte moderne. Se sei all'università, magari di fisica o matematica, come fai a credere ancora alla creazione, a un Dio che ci salva? Le scienze purtroppo anziché aiutare l'uomo a sentirsi molto limitato, lo insuperbiscono e gli fanno credere di conoscere il segreto della natura. Ringrazierò sempre i miei professori dell'università statale di matematica di Milano (in anni non sospetti, era il mitico '68), che mi hanno sempre tenuto con rigore scientifico la porta aperta a tutte le scelte possibili. Niente di più antiscientifico che la scienza neghi la fede. Eppure la mentalità corrente è questa e abbocchi a qualche pagina di internet che ti propone lo sbattezzo.
La fede è invece un grande dono di Dio che dà un colpo d'ala alla nostra esistenza, che ci offre la possibilità di affidarci a un Padre, di vivere una fratellanza più forte di ogni legame parentale, di stanare dalle nostre povere vite energie impensate di bontà, di generosità, di altruismo, di cambiamento, di resistenza allo sconforto e alla delusione che provoca il male nel mondo. Ma soprattutto ci permette di inscrivere i nostri giorni in un futuro di pienezza, il futuro di Gesù.

 

Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino".
E la mamma di Gesù, invitata a nozze, si dà subito da fare. Nel suo cuore di madre non è ansiosa, ma vigile; non è apprensiva, ma attenta; non è invadente, ma essenziale. Si accorge, tiene gli occhi aperti sulla vita e ne coglie i drammi, le urgenze, la difficoltà. E' a una festa, sa che tante feste si portano dentro una insidia: la gioia tanto desiderata, su cui si era puntato al massimo, per qualche sbaglio imperdonabile si cambia in tristezza, in delusione. Le feste dei giovani s'assomigliano tutte alle feste di compleanno, quando resti deluso per quelli che non vengono e non riesci a sopportare quelli che partecipano. I tuoi veri amici ti hanno abbandonato e quelli che ti strumentalizzano ci sono tutti. Manca il vino, manca il sapore, lo stile giusto, il coefficiente della gioia e della gratuità. L'acqua la bevevano tutti i giorni, pane e acqua erano la dieta quotidiana e i lunghi giorni di ogni stagione non avevano in sé la felicità, non si sbilanciavano dalla parte della gioia. Tutti sappiamo che a pane e acqua si può sicuramente vivere, giustamente a pane e acqua si fa penitenza, ma non si può fare festa. Non è sufficiente sopravvivere, occorre vivere e per vivere occorre la gioia.
Tante nostre vite sono pura sopravvivenza. Purtroppo ce lo diciamo anche tra di noi quando ci chiedono: come va? Sopravvivo, è la risposta più immediata. E' forse la classica ironia giovanile, ma anche, forse, la fatica di tirare a sera non tanto per la stanchezza, ma per il desiderio di avere ragioni di vita che non troviamo. E Maria si rivolge a Gesù, Lui deve farsi carico di questo bisogno di ragioni di vita, perché è Lui il vino della festa.
Gesù, vedi quanti giovani sono annoiati e depressi, sono a pane e acqua
Gesù, vedi l'inganno in cui sono continuamente intrappolati, sono a pane e acqua
Gesù, questi ragazzi si adattano troppo perché sono sfiduciati, sono a pane e acqua
Gesù, vedi quanti giovani hanno cominciato a seguirti, ti hanno fatto promesse e poi si sono fermati delusi e stonati: sono a pane e acqua.
Gesù, molti giovani sono indifferenti a tutto, invece di fare amicizia tra loro, costruiscono bande per spaccare, rompere, distruggere: sono a pane e acqua
Gesù, qui ci sono tanti giovani che sognano e restano a mezz'aria, senza dare gambe ai sogni, sono fragili; sono a pane e acqua
Gesù, i giovani di oggi non osano più chiedere la luna, li hanno stregati con quattro cose, li stanno ingannando; le chiamano botte di vita, ma sono preludio alla morte, si adattano a tutto
Non hanno più vino.

Maria è coraggiosa, non è la donna schiva, in ombra, defilata, senza progetti che molti con le loro raffigurazioni oleografiche ci vogliono far credere. E' attenta come ogni mamma ai suoi figli. E osa forzare l'ora di Gesù, quel momento che da secoli doveva far sperimentare all'umanità il cambiamento definitivo da una storia di fuga a una storia di amore.

 

E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora".
Il linguaggio sembra duro, indispettito, soprattutto se lo vediamo chiuso entro relazioni affettive familiari. Noi avremmo sicuramente detto mamma, magari con 10 emme. Gesù dirà ancora "donna" anche sulla croce, quando offrirà a noi sua madre. Non dirà mamma ecco tuo figlio, ma donna ecco tuo figlio. Dicendo donna dà solennità globale, universale al gesto, lo colloca nel contesto della nuova creazione. E' la donna dell'alleanza, la nuova Eva.
Gesù ha da poco cominciato l'avventura del Regno di Dio. E' stato per quaranta giorni nel deserto: là, la sua vita è stata fatta passare nel crogiolo della tentazione. Gli si sono parati davanti tutti gli scenari possibili di un regno troppo umano basato sul potere, sulla gloria, sulla limitazione della libertà di chi avrebbe potuto farne parte. Era molto comodo fare miracoli per far credere, anziché invitare a credere nel massimo della libertà e dell'abbandono fiducioso in Dio e poi confermare con dei segni. Là nel deserto si era misurato con la prospettiva vera del Regno. E l'ora non era ancora giunta. Aveva scelto i dodici, ma, come si vedrà in seguito, erano ancora troppo fragili.
Maria però forza i tempi, non è passiva nella storia della salvezza, ci presenta la grande possibilità di partecipare in maniera attiva a questa storia. Aveva già forzato anche i suoi tempi all'annuncio dell'angelo, e aveva deciso di buttarsi nelle braccia di Dio, di accogliere la sua volontà anche se non ne comprendeva fino in fondo la portata. Aveva detto sì e ne era rimasta entusiasta. Ora finalmente cominciava a vedere l'adempimento delle promesse, cominciava a vedere che Gesù non era il quieto giovanotto di Nazaret, ma il profeta, il Cristo atteso e Maria accelera la fine dell'attesa.

 

La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà".
Qualsiasi cosa vi dirà, voi fatela. Non vi state a fare troppe domande, non date la stura al cervello con le vostre paranoie, non fatevi prendere dalla paura di fidarvi di Lui. Io ho sperimentato che Dio è potente, che sa umiliare i ricchi e dare vita ai poveri, io ho visto i potenti spegnersi e i deboli prendere forza, io ho sperimentato che gli affamati sono andati a casa sazi, mentre gli ingordi si sono distrutti con la loro stessa autosufficienza. Qui c'è Dio, questo Gesù è suo Figlio. Maria è la donna di fede, non è soprattutto la donna degli affetti di madre, è la donna che ha aperto la sua esistenza al massimo di fede possibile. E' madre, ma tutta abbandonata nel Figlio. Sicuramente quello che lui dirà è per la felicità di questi due giovani che stanno vivendo il momento più bello della loro vita: il dono definitivo di ciascuno all'altra. I due verbi dire e fare sono i verbi della creazione, della alleanza. Così rispondeva il popolo: quello che tu hai detto noi faremo. Qui comincia una nuova alleanza occorre ascoltare quello che Gesù dice e farlo per rispondere con fedeltà alla chiamata di Gesù, alla nuova alleanza con Gesù.
Maria esige disponibilità completa, adesione radicale, senza se e senza ma, esige che nei confronti di Gesù si abbia docilità, fiducia, attenzione, obbedienza. E' l'obbedienza della fede, non la decisione strategica di una possibile opportunità. Fare quello che Gesù dice è la decisione che ciascuno deve prendere nella vita. La nostra felicità sta nel fare la sua volontà, il nostro futuro è sicuro se facciamo quello che Gesù dice, la scelta di base di un giovane che vuol cambiare vita, che ha capito di stare dalla parte di Gesù è quella di fare quel che Gesù dice. Ogni cosa gli salti in mente di chiederti è da fare, perché da lui non viene nessuna richiesta che non sia amore. Spesso andiamo a cercare che cosa fare nella vita, magari dopo qualche bella esperienza spirituale, qualche emozione anche profonda, non superficiale. Abbiamo toccato il cielo col dito. E poi? Fate tutto quello che Gesù dirà a voi, a ciascuno personalmente. Nasce allora l'esigenza di stabilire momenti di ascolto profondi, perché Gesù non parla nel fracasso, nelle distrazioni. Lui è come il soffio di una brezza leggera, occorre affinare la capacità di ascolto per intuire "tutto quello che vi dirà". Sono momenti di preghiera e di contemplazione, ma anche sguardo di amore sulla storia. Maria ci porta sempre a Gesù. Non esiste un cristiano senza Gesù, senza il Cristo.
Maria sapeva di dover insistere perché la gente che incontrava Gesù voleva sempre fare di testa sua, voleva vedere miracoli, cose prodigiose, farsi accarezzare le orecchie e soprattutto tenersi uguale identica la vita con i suoi difetti e le sue ferite e avere delle conferme.
Sapeva che Gesù chiedeva soprattutto la fede; li avrebbe messi alla prova, avrebbe vagliato il loro cuore. Infatti dirà: prendete le giare e riempitele di acqua. Fill the jars
Ma chi crede di essere questo Gesù per tirarci in giro così? Manca il vino e ci fa portare acqua alla grande. Ci manca la gioia e la felicità, ci chiede il sacrificio; ci manca l'amore e invece di consolarci ci manda i poveri; abbiamo bisogno di chiarezza e ci dice di arrangiarci a cercare verità.
Riempite di acqua le giare; svestitevi delle vostre false sicurezze e fidatevi di me; lasciate i vostri loculi che puzzano di cadavere e andate per il mondo a dire che c'è un Gesù che non li abbandona. Soprattutto fate quello che Gesù dice, quello che vi suggerisce con lo Spirito, col vangelo, con la carità, con l'insegnamento della Chiesa. Gesù lo si incontra nell'Eucaristia, nella confessione, nei sacramenti. Ci parla attraverso i suoi apostoli, attraverso il Papa, attraverso l'umile quotidianità di una comunità cristiana

La Pasqua del Signore. L'augurio del Vescovo Domenico Sigalini

 

«[...]Sarà una bella Pasqua ed è con questo sentimento che invio il mio augurio a tutti i fedeli e i cittadini della Diocesi. [...]» Il messaggio del Vescovo Domenico Sigalini arriva puntuale a riscaldare i cuori della gente, in questo giorno di Pasqua in cui si celebra la resurrezione del Signore. «[...]Sono oramai in archivio i tempi incerti delle dimissioni di Joseph Ratzinger, ora è tempo di gioire dell'avvento di Papa Francesco,[...]» ricorda il Vescovo. Un Papa che viene dal Terzo Mondo, da una zona del nostro pianeta che chiede a Cristo il diritto di avere la speranza,[...]» spiega Don Domenico. «[...]Al nostro Signore, in questo momento, rinnoviamo il nostro perdono perchè,[...]» ricorda il Vescovo, «[...]sulla croce è andato lui per salvarci dai nostri peccati e per vincere la morte con la resurrezioneÈ questa la Pasqua di noi cristiani,[...]» dice Don Domenico, «[...]che quest'anno celebreremo con ancora più gioia ringraziando di nuovo il Signore per averci donato il nostro pastore Francesco.«[...] Una bella Pasqua quindi, un augurio a tutti!

 

 

 

 



Leggi l'omelie di Pasqua di Don Domenico.


Notte di pasqua 2013 (Lc 24, 1-12)

 

Domenica di Risurrezione. Entrò, vide e credette (Gv 20, 1-9)

 

 

Padre Jean-Claude Nzembele scrive al nostro Vescovo Domenico

 

I Padri degli Apostoli di Gesù Crocifisso chiedono al nostro Vescovo Domenico preghiere da parte di tutta la nostra comunità diocesana. Padre Jean-Claude, sacerdote impegnato nella missione di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, descrive nella sua lettera quanto sta accadendo nella comunità da lui guidata e affidata alla congregazione di diritto diocesano, approvata dal nostro vescovo Domenico che in questi anni ha sostenuto e incoraggiato alcuni progetti missionari indicati dai sacerdoti.

L’escalation di sangue che da giorni sta cercando di sovvertire l’ordinamento politico attuale non sembra infatti volgere al termine. «[…] sono 3 giorni che viviamo terrorizzati dai ribelli di Seleka - scrive Padre Jean-Claude - che hanno finito col prendere il potere a Bangui. Ieri mattina sono venuti in missione accompagnati da alcuni ragazzi nel quartiere e sono andati diritto al deposito della missione, che hanno aperto in 3 secondi. Poi hanno cominciato a scegliere delle cose e caricare la macchina, mentre altri chiedevano le chiavi delle nostre macchine che avevamo nascosto dietro allo stesso deposito. Sono andati via con le due jeeps della missione e tutto il carburante che avevamo in deposito […]».

Un'esperienza di prossimità a una chiesa sorella che con delicatezza si sta concretizzando tra la comunità diocesana prenestina e le terre del Centro Africa attraverso l'impegno di sacerdoti come Padre Jean-Claude che con la loro chiesa giovane stanno testimoniando una fede viva, se pur provata da esperienze drammatiche e di terrore come quelle che in queste ore stanno vivendo: «[…] In città si saccheggia e si spara di continuo. All'ospedale arrivano persone colpite con ferite spaventose. Questa notte nessuno di noi ha dormito nella sua stanza. Io ho dormito all'ospedale ma non ho chiuso occhi per tutti questi feriti che arrivavano lamentandosi insieme con i familiari. La scuola è chiusa. Rischiamo di chiudere anche l'ospedale se non viene un altro gruppo a sostituire il gruppo che sta con noi da tre giorni. È difficile spostarsi in città […]».


La comunità prenestina diocesana è vicina a questi eventi e alle tragedie del popolo del giovane stato del centro Africa sconvolto dagli scontri interni. Alla Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà nel luglio prossimo a Rio de Janeiro due ragazzi della comunità di Bangui sono stati invitati dal nostro Vescovo a partecipare insieme ai giovani di Palestrina all'incontro mondiale dei giovani.

Nella speranza che si possa ristabilire la pace nella comunità del nostro fratello Jean-Claude e nella città di Bangui tutta la comunità diocesana si stringe insieme al nostro Vescovo nella preghiera.

 

 

Giovedì Santo tra liturgia e tradizione. Il pensiero del nostro Vescovo Domenico

 

Sono le parole del nostro Vescovo che danno avvio alle celebrazioni della Settimana Santa. Questa mattina, nel frattempo, si è svolta nella Basilica Cattedrale di Sant'Agapito Martire la messa crismale, durante la quale «[...] il Vescovo consacra gli oli santi che verranno usati durante l'anno liturgico per il battesimo, la cresima e l'ordinazione dei presbiteri [...]». Come ricorda il Vescovo «[...] sono proprio loro, i sacerdoti, i protagonisti di questa celebrazione, durante la quale sono invitati a rinnovare le promesse fatte il giorno della loro ordinazione [...]». Ad essi, al termine della celebrazione, ha regalato un libro di brevi meditazioni sul Vangelo scritto di suo pugno, dal titolo Una speranza per vivere (Torino, 2011).
Nel pomeriggio la celebrazione del rito della lavanda dei piedi, un momento di grande misericordia e di profonda uguaglianza fra laici e clero: «[...] durante questo rito il sacerdote lava materialmente i piedi di alcuni fedeli - spiega il Vescovo - spesso scelti tra i più poveri o tra coloro che vivono più in difficoltà, in rappresentanza del popolo cristiano [...]».
Papa Francesco sarà oggi nel carcere minorile romano di Casal del Marmo ricorda il Vescovo «[...] a lavare ritualmente i piedi degli adolescenti che, condannati, stanno scontando la loro pena [...]». Un primo gesto di misericordia e di salvezza, che presto arriverà tra qualche giorno con la Pasqua del Signore «[...] perché - dice il nostro Vescovo - tutti possano in essa trovare il seme della ricostruzione o della prosecuzione della propria vita [...]».

 

Guarda il video integrale con il pensiero sul Giovedì Santo del nostro Vescovo Domenico.

 

 

 

Qui di seguito e nella sezione "Omelie ed Interventi" della pagina dedicata al nostro Vescovo Domenico è possibile consultare e scaricare l'Omelia sul Giovedì Santo. Scarica l'Omelia.

Carissimi Prenestini


Carissimi prenestini,

recandomi in Piazza San Pietro a partecipare con il Santo Padre Francesco alla messa di inizio del suo servizio da papa, oggi, festa di San Giuseppe, mi sento in obbligo di dirvi la mia fedeltà alla chiesa, all'onestà del cristiano e al mio dovere di vescovo. Difetti ne ho tanti, di questo chiedo perdono a Dio e a voi.
In questi giorni i miei scritti, le mie apparizioni in televisione, le interviste che giornalisti mi fanno, che io accetto in genere troppo ingenuamente, vi hanno forse un po' turbato, qualcuno non ha mancato di vergognarsi di me e di insultarmi. Per i miei difetti merito ancora di più.

Desidero però chiarire alcune cose essenziali:
1. Non ho mai difeso la pedofilia e nemmeno l'ho nascosta o sottovalutata o ne sono stato connivente; ricorderete la mia presenza ad Anno Zero dove mi hanno voltato e rivoltato come san Lorenzo sulla graticola; ultimamente ho solo detto, che tra le cause che hanno determinato papa Benedetto a dare le dimissioni non ci sono nè questa della pedofilia, né le trame del vaticano, quasi che fosse da rimproverare per la sua ignavia, ma solo la sua coscienza di non essere all'altezza fisica e morale di compiere fino in fondo il suo compito di proporre la fede in Gesù, con l'energia necessaria. Infatti ha denunciato con un coraggio inaudito e deciso la pedofilia e ha affrontato le questioni del governo interno del vaticano (vatileaks) con grande signorilità. Certo gli hanno creato sofferenza, come la creano a tutti noi.
2. Di fronte a un caso di pedofilia causato da un prete, che deve fare il vescovo?
Mette in salvo prima la vittima, rimuovendo il prete e mettendolo in cura, aiutando la famiglia del ragazzo ad affrontare la situazione tragica in cui sono. La denuncia non può farla il vescovo perché si tratta di un minore e la deve fare chi è responsabile del minore, il padre o la madre. Io li visito, li aiuto a capire e a stare vicini al figlio e io con loro, se lo permettono, chiedo perdono per il prete e li sostengo nella denuncia. Molti genitori non vogliono denunciare. Mi capita anche di sapere in confidenza o in confessione dalla mamma che il marito stupra le figlie o figli piccoli. Aiuto la mamma, ma tocca a lei denunciare, la aiuto a mettere i figli in salvo... Sono cose delicatissime, il marito spesso è violento, ma è necessario per il sostentamento della famiglia. E' un dramma su cui prego. In un caso sono riuscito a far andare dallo stesso psicologo figlia stuprata e costretta ad abortire e padre. Si sono rappacificati e ora lei è sposata e madre di bambini felici. L'assistenza e la consulenza di giudici, assistenti sociali e avvocati mi ha aiutato secondo le leggi. Non voglio scusare i preti che vanno solo condannati, ma il 98 % della pedofilia avviene nelle mura domestiche. Vogliamo aiutare queste mamme e questi bambini a uscirne? Lo farei a più non posso anche contro il linciaggio morale di twitter e di La 7, moltiplicato senza pietà sui nostri giornali e senza interpellarmi.
Una parola che facciamo fatica a dire è: perdono. Occorre essere capaci di perdonare come ha fatto il figlio di Bachelet con gli assassini del papà. Il suo perdono ha sconfitto di più le brigate rosse che tanti tribunali. Chi sbaglia paga, viene messo in grado di non nuocere a nessuno perché vien rieducato e poi riprende ad essere una persona. Tolleranza zero contro il delitto, ma giustizia e perdono per il peccatore. Pagano quanto devono pagare di fronte alla legge e poi devono riprendere a vivere e a comportarsi bene. Quanti carcerati che hanno ammazzato vado a trovare e li aiuto a chiedere perdono e a rifarsi una coscienza pulita e a tornare a vivere da onesti cittadini!
In maniera un po' maldestra dicevo che i problemi del mondo sono tanti e più gravi, non perché questi lo siano meno, ma perché il mare di gente povera, mandata a morte, costretta in campi di concentramento, venduta, fatta a pezzi per trapianti, destinata a morire di fame è un orizzonte che deve sempre abitare le nostre vite perché facciamo qualcosa. Papa Francesco ce lo ha indicato subito. Saremo contenti di seguirlo e di fare quello che ci dice, di diventare noi più poveri per alleviare le sofferenze del mondo, crederemo ancora di più in Dio.
La nostra piccola diocesi di Palestrina sta dando lavoro a famiglie e a giovani, anche con il microcredito sociale e di impresa e spera di trovare altri che si mettono assieme per alleviare questa crisi di cui non si vede ancora la fine. Ma la nostra speranza più grande è la nostra fede che ci dà forza e intelligenza nel bene. Purtroppo siamo peccatori e non presentiamo la fede cristiana per quello che è.
Dio ci perdoni e voi prenestini non mancate di aiutare il vostro vescovo a ravvedersi, se sbaglia.

+ Domenico, Vescovo

19 marzo 2013 - Festa di San Giuseppe

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