Domenica, 29  Marzo  2020  05:32:03


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Un anticipo della pasqua: l’Eucaristia

giovedi-santo-sera+ Domenico Sigalini

Una cena di solito è un incontro calmo, sereno, distensivo, capace di riannodare i fili di una amicizia, la serenità di una parentela, gli accordi su un lavoro. E’ alla conclusione della giornata e permette un massimo di espressività umana. Gesù imbandisce una cena molto curata. Sta a Gerusalemme da alcuni giorni. C’era venuto per la Pasqua. In città si decidono le sorti del paese, si concentrano attese e pretese. Tutti comperano, tutti fanno contratti. Qui c’è la vita e al tempio c’è il massimo di espressività religiosa ufficiale. Gesù ci va proprio perche è nel cuore di uno stato, di una comunità coesa che occorre annunciare la grande novità, il Vangelo. Gesù era consapevole della sua morte imminente, sapeva che una cena di questo tipo non l’avrebbe più fatta; con i discepoli ogni sera mangiava panini nel Getsemani con loro, si acquattavano sotto gli ulivi e attendevano l’alba per ricominciare ad annunciare, a far ragionare i farisei. Tra una discussione e l’altra si vedeva da che parte stesse ragionando la gente e nello stesso tempo, se poteva essere coinvolta nell’attesa del regno.
E’ una cena ebraica, carica di simbolismi, di gesti ieratici. E’ una cena pasquale quella che vuol fare Gesù, perché Lui si sente in cuore che il cerchio dei suoi oppositori si stringe attorno a Lui. Ma la Pasqua di Gesù è un’altra. Il passaggio da fare non è quello del mar Rosso, è quello dal peccato alla grazia, dalla vita impostata sul male alla vita tutta impregnata di bene, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. Ma chi opera questo passaggio, chi è il novello Mosè che riscrive la storia e apre una nuova porta nella vita? E’ proprio Lui, il Messia, Gesù e l’apertura viene fatta con la Crocifissione. Noi ormai entriamo nella Porta della misericordia portando la croce, come segno liturgico, estetico pure, ma Lui Gesù entra crocifisso alla croce stessa.
Che cosa passava nel cuore di Gesù quella sera? Se la dolesse passare ancora oggi, che cosa potrebbe dirci?
Siete anche voi immersi nel dolore, ma lo affrontate parlandone, dibattendolo, sviscerandone tutti i particolari; avete dirette tv che durano una giornata e più. Fotografate continuamente il dolore, ma fate fatica a cercarne le ragioni. Descrivete tutto, ma non sapete andare al perché. Ecco io stassera con questa cena vi voglio offrire uno spiraglio per vincere questo dolore: immergervi con me, associando il vostro dolore al mio, caricandovelo sulle spalle e buttandovi come ho fatto io nelle braccia di Dio Padre. Il dolore non è una disgrazia, ma una risorsa, non è mai uno spettacolo, ma un invito a cambiare vita, e lì trovarvi Dio che lo vince.  C’è qualcuno che si prende la sua croce dentro questi fatti dolorosi e tristi e con la preghiera la unisce alla mia?  Tra il tradimento di Giuda e  Pietro e la Crocifissione, Gesù è consapevole e deciso ad affrontare il male;  anticipa nei segni del pane e del vino la sua morte, il suo dono fino all’ultima goccia e la sua rivincita sul male, la risurrezione.
E che ha fatto Gesù? In un contesto di preghiera, di ringraziamento, di lode, di gratitudine massima a Dio, ha cambiato il culto antico che consisteva tutto nell’adorare Dio e rendergli il sacrificio del sangue, in una lode ancora più vera perché fatta da Lui, da Gesù, (è ciò che in ogni messa facciamo sempre quando innalziamo calice e ostia per rendere gloria a Dio) e in una grande, delicatissima e sostanziale premura per tutti, in un gesto umano di condivisione, di dare per unire, di offrire per confortare. L’Eucaristia si chiamerà addirittura “spezzare il pane”, tanto diventava necessaria questa dimensione orizzontale di amore vicendevole, di carità fraterna, di negazione di ogni odio, di servizio. Qui sono nate tutte le nostre caritas, che non sono azioni di buona volontà verso i poveri, perché abbiamo il cuore tenero qualche volta, quando siamo in vena. Sono invece essenziali al cristianesimo, come la lode, la gratitudine verso Dio, la preghiera, perché sono parte della natura del nuovo culto verso Dio.

Qui diventa assolutamente determinante il gesto che abbiamo fatto nel pieno della cena, della Pasqua di Gesù, di lavare i piedi. La chiesa della stola, della lode a Dio e la chiesa del grembiule, del servizio ai fratelli. Tutti sappiamo che Giovanni non riporta le parole della istituzione della cena, ma solo la lavanda dei piedi, proprio per dire che la carità sta alla pari con l’adorazione, il servizio, sta alla pari della preghiera, la croce è l’immagine del vero cristianesimo, perché ha un braccio verticale e uno orizzontale.

Mi offro io, pago io, ci metto la mia vita come caparra definitiva, non dubitate non capiterà più che Dio sia disatteso, negato, ci sto io, ci metto tutto quel che sono, la mia stessa primogenitura, mi consegno. Assorbo io nella mia vita ogni vostra disobbedienza. Questo è il solo modo per scardinare l’abisso di male dell’umanità. A tutta la marea sudicia del male si oppone l’obbedienza del Figlio. Il suo sangue sradica ogni tradimento assorbendolo nella sua fedeltà incondizionata. Noi cristiani facciamo questi pensieri eleviamo queste preghiere a Gesù quando viviamo inorriditi questi fatti?  E’ questo il culto nuovo, attirare l’umanità nella sua fedeltà incondizionata, irrevocabile, sicura. L’uomo d’ora in avanti non si tirerà più indietro e se lo farà, avrò già pagato io. Il mio perdono lo risanerà.

 

 

 

MESSA CRISMALE 2016

crismaleI sentimenti che abbiamo in cuore in questi giorni pasquali sono più orientati al dolore che alla festa; alle morti dovute alla nostra fragilità umana come sono state quelle delle studentesse in Spagna, alla tragica carneficina dovuta a odi per ora insanabili e a disegni politici aberranti, a protervia, a visioni religiose impazzite per la cattiveria dell’uomo. Portiamo questo dolore e questo odio all’altare di oggi, perché Dio, Padre Buono, accolga nelle sua braccia ogni uomo e donna che ha perso la vita, dia conforto a chi soffre in prima persona e  dia conversione e consapevolezza di essere fatti a sua immagine a chi la sta deturpando con l’odio e la vendetta.

Tra poco diremo su quell’olio che benediremo: manda dal cielo il tuo Santo Spirito su quest’olio perché sia conforto nel corpo, nell’anima e nello spirito e siamo liberati da ogni malattia, angoscia e dolore. La nostra chiesa ci dice spesso papa Francesco è un ospedale da campo e dentro di essa noi presbiteri abbiamo il gravoso e grandioso compito di portare sollievo, pace e forza di risurrezione in ogni male nel nome di Gesù, fatti mani di Gesù, cuore e spirito di Gesù.

Noi presbiteri in questa chiesa che amiamo, in cui siamo ministri dei sacramenti, in cui ogni giorno facciamo memoria della passione morte e risurrezione di Gesù, con tutto il nostro popolo o solo con alcune semplici persone, o spesso anche soli, siamo al cuore di questo ospedale da campo.
 
Ci è richiesto di aprire il nostro cuore perché ogni uomo incontri Gesù, si confidi con Lui, si lasci invadere dal suo perdono, lenisca le proprie ferite, sperimenti una comunità cristiana solidale nello spirito e nella carità concreta di un lavoro, di un cibo, di una vita almeno passabile. Pensavo che “chiesa ospedale da campo” fosse un po’ esagerata come espressione, ma oggi e ogni giorno più la vediamo necessaria da ogni punto di vista. Esistono malattie spirituali gravi, un ritorno impensabile di invischiamenti nell’occulto, sofferenze negli affetti, difficoltà di vivere quel minimo di speranza contro troppo frequenti depressioni e fallimenti.

In questa prima parte della visita pastorale ho potuto visitare non solo gli ammalati (a molte mamme occorre fare un monumento per il loro amore silenzioso e tenace), ma anche famiglie ridotte in una povertà non sopportabile, torchiate da bollette e tasse, famiglie devastate da lutti improvvisi, incomprensibili, come tutti i lutti, alla ricerca di una ragione, di un perchè, che spesso sta nelle nostre troppe fragilità e scarsa attenzione alla vita, famiglie distrutte per abbandono o odi inconciliabili. Mi domandavo spesso: i nostri cristiani che partecipano alle nostre iniziative parrocchiali, alle nostre Eucaristie sono attenti a tutto questo o stiamo a litigare per la data della Cresima, della prima comunione, per la richiesta proterva di fare il padrino in situazioni impossibili, per gli orari delle messe, per la moltiplicazione di messe private.
I nostri giovani oggi in grande maggioranza non ritengono le nostre comunità cristiane vivibili, anche se avverto un cambio di generazioni: oggi più disponibili, più disposti all’ascolto, più attenti a proposte impegnative. Ci provocano non perché ci odiano, ma perché ci chiedono aiuto.

Il compito delle nostre comunità cristiane è chiarissimo in quello che abbiamo letto nel vangelo:


 Lo Spirito del Signore è sopra di me;
  per questo mi ha consacrato con l’unzione,
  e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto  messaggio,
  per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
  per rimettere in libertà gli oppressi,
  e predicare un anno di grazia del Signore.

 

Ebbene noi presbiteri  fra poco rinnoveremo le promesse sacerdotali. Ci verrà chiesto ancora se siamo uniti intimamente a Gesù, se rinunziamo a noi stessi e confermiamo di essere spinti dal suo amore nei nostri impegni.

Ci verrà anche chiesto se vogliamo ancora essere fedeli alla proposta, continua ed entusiasta, di dispensare i misteri di Dio, se non ci lasciamo guidare da interessi umani nell’annunciare con generosità la Parola sua, non la nostra o le nostre riduzioni al buon senso.

Queste domande sono quelle che io mi faccio e che voglio anteporre a tutto in questo 50esimo anniversario della ordinazione presbiterale che ricordo soprattutto oggi con tutti voi. Con ciascun presbitero e comunità cristiana del nostro territorio ho il privilegio di poter stare almeno 5 giorni per la visita pastorale e credo che quello sia il tempo e il luogo per esprimere valutazioni critiche o passabili per il mio operato.
 Oggi non è tempo per me, se non di ringraziamento a Dio e di profondo esame di coscienza. 50 anni hanno tante belle cose da ricordare, ma anche tanta zavorra di cui liberarmi. Il tempo in cui viviamo non mi permette nessuna enfasi se non il ricordo e la gratitudine a tutti voi per quegli 11 anni, di questi 50, che ho passato con voi. Proprio come oggi, il 24 marzo 2005, giovedì santo, da questa cattedra il mio venerato predecessore Mons. Eduardo Davino, che ricordiamo in questa celebrazione (perché al suo quinto anniversario ci siamo trovati in troppo pochi a ricordarlo assieme), vi annunciava la mia elezione a vescovo di Palestrina. E io a Brescia me la ascoltavo con i  miei mille confratelli presbiteri. Chissà se l’anno prossimo lo possa fare anch’io per la bella continuità della chiesa prenestina.
 
Celebrano con me il cinquantesimo oggi anche don Franco, p. Mario e p. Alessandro. A loro tanti auguri e tante benedizioni e ringraziamenti. Dio solo sa operare il ringraziamento più vero e giusto. Don Romeo Mancini e don Fernando Panzironi compiono 60 anni di presbiterato e 25 li compiono don Primo e don William.  A tutti i nostri calorosi auguri-
La nostra chiesa prenestina, con i suoi pregi e i suoi difetti, con il suo vescovo, i suoi presbiteri, i suoi diaconi, i suoi religiosi e religiose, l’ordo virginum   e il popolo di Dio è sempre la chiesa di Dio una, santa, cattolica e apostolica in comunione con papa Francesco e le altre chiese. Non è il tassello di un mosaico, ma la chiesa vivente di Cristo in pienezza. E’ prima di tutti noi e continuerà anche dopo, se saremo capaci con l’aiuto della SS. Trinità, di nutrirla di Parola di Dio e Sacramenti, di fede, speranza e carità, se ci uniremo di più con il nostro popolo, con l’odore delle pecore, davanti per orientare, in mezzo per condividere e dietro per esercitare misericordia verso i più fragili.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

BASILICA CATTEDRALE SANT’AGAPITO MARTIRE – PALESTRINA

MESSA CRISMALE DEL 24.03.2016 NEL 50° DI SACERDOZIO DEL VESCOVO

SALUTO DI DON CARMELO SALIS, VICARIO GENERALE, A S.E. MONS. DOMENICO SIGLIANI

 

Eccellenza Reverendissima, amato Padre e Vescovo Domenico,

a nome mio e del presbiterio, diocesano e religioso, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, delle consacrate, dei seminaristi, delle associazioni, e di tutti i fratelli e sorelle del popolo santo di Dio che è in questa Chiesa particolare di Palestrina, mi è gradito porgerLe il nostro filiale saluto in questa celebrazione annuale della Messa crismale preludio della Santa Pasqua.

Siamo oggi raccolti intorno al nostro Vescovo al quale ci sentiamo uniti "con sincera carità e obbedienza".

Quel desiderio ardente che Gesù rivela ai suoi, di voler mangiare la Pasqua con loro, ci fa entrare nel cuore stesso del Signore. Si tratta di una prospettiva affascinante per noi, come ministri della Chiesa: una prospettiva che dà espressione al nostro desiderio più profondo di amare e servire il Signore con tutta la nostra vita, secondo la promessa del giorno della nostra ordinazione, che tra poco rinnoveremo.

Riguardo questo ardente desiderio del Signore verso di noi e al nostro desiderio verso di Lui, è doveroso ringraziarLa, Eccellenza, per il Suo amore e per la Sua infaticabile dedizione alla nostra Chiesa diocesana, a tutti ben nota. Utilizzando le parole del Vangelo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che abbiamo letto domenica scorsa, oserei dire che “se questi taceranno, grideranno le pietre”.

Lei insiste molto sull’impegno comune a tutti i livelli fra preti, diaconi, consacrati e laici di lavorare sempre di più insieme, con stima reciproca e senso di responsabile collaborazione: si tratta di un cammino avvincente che ci trova non sempre tutti pronti all'unisono, ma che tutti richiama alla serietà del nostro impegno di essere fedeli collaboratori e consiglieri del Vescovo nel suo ministero di istruire, santificare e governare il popolo di Dio. Sappiamo che l'unità del Presbiterio attorno al Vescovo, la condivisione degli stessi obiettivi pastorali, tradotti poi in concrete e comuni linee operative nelle singole realtà della diocesi, sono sempre mete da riconquistare non secondo una piatta e monotona uniformità, ma secondo una giusta creatività. Noi non lavoriamo in proprio, ma per l'unico Regno di Dio che il Signore crocifisso e risorto vuole portare a compimento anche grazie all'impegno di tutti i credenti.

Papa Francesco ci stimola a servire la Chiesa di Cristo con dedizione, umiltà e tenerezza e Lei, Eccellenza, è certamente in sintonia con questi atteggiamenti: lo possiamo capire osservando il suo stile semplice e diretto e la sua voglia di incontrare sempre tutti.

E’ bello che questa celebrazione avvenga a pochi giorni dal 50mo anniversario della Sua ordinazione presbiterale, che avvenne il 23 aprile del 1966, e per il quale, sin da ora, Le porgiamo fervidi auguri.

Vogliamo augurarLe che il Suo sacerdozio sia sempre ad immagine del Pastore buono per eccellenza che è Gesù e che porti nuovo slancio e vigore al suo ministero episcopale di Padre e Pastore nel quale ci riconosciamo partecipi e grati al Signore e per il quale preghiamo augurandoLe che la prossima Santa Pasqua porti gioia e abbondanti frutti pastorali di bene nella Sua vita.

Papa Francesco in una sua omelia ci ha consegnato tre parole: gioia, croce e giovani. Queste tre realtà sono a Lei tanto care e ce lo dimostra ogni giorno nel suo ministero! Ci aiuti, Eccellenza, a mantenere la gioia di essere di Cristo, ci aiuti a seguirlo sulla via della croce, senza mai perdere il sorriso, come Lei ci dice sempre, e a conservare sempre un cuore giovane per stare con i giovani che sono il futuro della chiesa.

Le chiediamo di continuare a guidarci con semplicità, di essere vicino a noi e di aiutarci a rimanere sempre sull'essenziale nella nostra vita: essere semplicemente servitori fedeli del Signore Gesù e del suo popolo.

Con questo spirito Le auguriamo, nel cuore di questo Anno Santo straordinario della Misericordia, una buona e santa Pasqua!

 

 

 

 

Sigalini a Yaoundè

Il vescovo nei cenacoli camerunensi dell'associazione «Potenza divina d'amore»
Il viaggio del vescovo Domenico Sigalini in Africa, svoltosi dal 31 gennaio al 7 febbraio è nato dall'esigenza di valutare l'approfondimento e la ricezione del carisma dell'associazione, di diritto diocesano, «Potenza Divina d'Amore», così come esso si è sviluppato nella gemella Associazione del Camerun «Puissance Divine d'Amour». Nel corso della visita, pertanto, il vescovo ha illustrato, nella loro lingua francese, alla Segreteria generale della Conferenza episcopale del Camerun – nella capitale Yaoundè – gli obiettivi della visita, precisando, tra le altre cose: «Sono qui solo ad esprimere la mia amicizia al popolo camerunense e a imparare dai gruppi di "Potenza Divina d'Amore" del Camerun la fedeltà al carisma dell'associazione, nonché ad accogliere i doni che lo Spirito Santo vi ha profuso in questi anni, a partire dallo vostra fondazione che risale a 20 anni fa, nel 1997. È un incontro con lo spirito originario della associazione che fa bene anche ai nostri cenacoli distribuiti in Italia. Ringrazio la Conferenza episcopale del Camerun che ha riconosciuto ufficialmente l'associazione, la segue con assistenti spirituali (aumoniers) e chiede all'associazione impegni in campi particolari della vita ecclesiale e pastorale, quali la famiglia. La collaborazione con la chiesa locale è preziosissima e non solo doverosa» (nostra traduzione). Durante il viaggio il vescovo ha incontrato anche il presidente della Conferenza episcopale arcivescovo di Douala – seconda città del Camerun – monsignor Samuel Kleda, il vescovo di Edea, diocesi suffraganea di Duala, dalla quale proviene un nostro prete studente, don Jean Baptiste Bikena Tonye e altri vescovi ancora. Alcuni incontri particolari sono stati riservati agli incaricati della Conferenza episcopale per il mondo laicale. Il poco tempo libero da impegni prettamente istituzionali è stato occupato per far visita ad alcuni cenacoli di preghiera sia parrocchiali che familiari, nelle chiese della città di Yaoundè e in alcune case private. Particolarmente significativo, per la partecipazione sentita degli associati camerunesi, è stato il cenacolo di preghiera con successiva celebrazione della Messa, avvenuta nella parrocchia dedicata a «Nostra Signora dei sette dolori» in una zona periferica di Yaoundè. Alla visita del vescovo continua a dare seguito padre Basito, che si tratterrà fino alla fine del mese spingendo la sua visita verso realtà più marginali ed estreme dello Stato del Camerun in cui sia comunque presente un cenacolo di preghiera; di particolare significato è stata la solenne concelebrazione, in onore dello Spirito Santo con il vicario generale della diocesi di Yaoundè, l'assistente spirituale nazionale della associazione, e altri dieci assistenti di altre diocesi, nella bella chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo della città. Al termine della celebrazione eucaristica, tra le numerose personalità laiche intervenute, il presidente Mario Busca e il rappresentante religioso dei «Discepoli e Apostoli dello Spirito Santo» padre Basito hanno dato la loro testimonianza sui valori e sul significato specifico del carisma associativo.

Il vescovo è poi rientrato domenica 7 febbraio per poter partecipare e presiedere la festa della vita diocesana in Cattedrale a Palestrina.

 

di Mario Busca

presidente Associazione diocesana Potenza Divina d'Amore

Avvenire Lazio Sette 14 febbraio 2016

 

 

 

 Incontro con il cenacolo di preghiera della parrocchia "Nostra Signora dei sette dolori"

 

 

Incontro con il Vicario della diocesi di Yaoundè e con rappresentanti dell'Associazione e con i sacerdoti loro assistenti

 

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Il vescovo incontra una sua cugina suora salesiana in Cameroun. Sono presenti padre Basito e l'abbè Emile

 

 

Incontro con una famiglia di associati

 

 

Lectio Magistralis del Vescovo Domenico

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Francesco riforma il processo canonico per le cause di nullità matrimoniale «Favorire non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi». Preparare meglio i fidanzati e i giovani alla scelta del sacramento del matrimonio

 

Leggi tutto: Lectio Magistralis del Vescovo Domenico 

Inizio visita pastorale del Vescovo

Diocesi

"La Visita Pastorale è una delle forme, collaudate dall'esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il Clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. E' occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli, è anche l'occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un'azione apostolica più intensa". (cfr. Apostolorum Successores n. 220)

 

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