Martedi, 28  Gennaio  2020  11:27:31


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Contempliamo oggi in quel bambino il senso della nostra vita

0 natale 2015Stiamo celebrando una festa molto legata ai nostri ricordi, molto piena di sentimenti, carica di relazioni che vogliamo sempre mantenere, che ci rimettono in circolo con serenità nel nostro piccolo o grande mondo. I social network ci hanno messo in contatto con amici, collaboratori, parenti. I messaggi imperversano nei nostri cellulari, wahtsapp ci regala immagini, fotografie, dialoghi. Insomma molti di noi sperimentano di sentirsi di qualcuno, di far parte di un tessuto di relazioni vitali.
Ebbene in questo tessuto oggi pone la sua tenda anche Gesù. Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare, a porre la sua tenda, in mezzo a noi; proprio non solo nelle nostre vite personali, ma nel nostro mondo di relazioni, di sofferenze e di gioie, di egoismi e di generosità. Un fatto nuovo però quest’anno caratterizza il nostro Natale; non è la solita crisi che ancora non è finita e che ci fa sospirare una pausa almeno più consistente delle promesse che spesso la politica ci offre. La novità è che abbiamo passato, forse senza accorgersi o senza pensarci la Porta Santa della cattedrale che abbiamo aperto il 13 dicembre.
È la porta della misericordia, voluta con tenacia e immediata decisione, ormai abituale, da papa Francesco; pensata, dico io, fin dal suo primo apparire alla loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro il giorno della sua elezione. Qui oggi facciamo memoria del giorno concreto, datato, inscritto nei nostri calcoli astronomici, in cui Dio si è fatto uomo, in cui la Parola si è fatta carne, in cui tutte le nostre domande, i nostri perché, le nostre ricerche di senso trovano una risposta. Il verbo si è fatto carne, la parola verbo non è quella che ci faceva paura già alle scuole elementari quando ci chiedevano di coniugare i verbi. Qui ha il significato di senso. Il senso della nostra vita, la risposta ai nostri perché è Lui, è Gesù. Non è un ragionamento più raffinato, non è una idea di qualche libro, il senso che cerchiamo è Gesù, la sua vita, il suo essere vangelo, buona notizia, novità definitiva per ogni essere umano.
Non facciamo fatica poi a capire perché molti lo hanno ignorato, i suoi lo hanno crocifisso, perché da molti è stato ed è ancora rifiutato. Noi cerchiamo il senso della vita, ma molti non lo cercano, lo costruiscono comodo, pensano di trovarselo in se stessi, nella propria solitudine, nella propria autorealizzazione, nelle sostanze che lo stordiscono fuori da tutte le possibili relazioni. Lo confondono con il danaro, il potere, il sopruso, la vendetta. Quanti uomini, e tante volte anche noi, mettiamo il senso della nostra vita nelle cose, nella nostra autosufficienza, nel nostro accumulare, nel nostro apparire, nell’effimero, nel crearci nemici, nell’approfittare, nel male.
Rifiutiamo Lui, lo mettiamo di nuovo in croce, non abbiamo posto per lui come non ce l’avevano a Betlemme. Non facciamo posto a nessun altro; sfruttiamo il mondo solo per i nostri interessi. Da qui nasce il nostro star male, diciamo la Parola: il nostro peccato. Ecco perché abbiamo bisogno di misericordia, di perdono, di ricominciare sempre a giocare la partita della nostra vita. E nello stesso tempo abbiamo bisogno di perdonare gli altri. Anzi la chiave della misericordia Gesù ce l’ha messa nelle mani nostre se accogliamo chi ci ha offeso. Tante nostre situazioni di vita si risolvono solo proprio nel perdono, nel sentircelo donato e nel donarlo.
Contempliamo oggi in quel bambino il senso della nostra vita, il significato del nostro stare con gli altri, vediamo in quel volto bambino, in quel corpo indifeso chi bussa alle porte della nostra Europa; sentiamo le urla di sconforto delle mamme e dei padri che si vedono i figli ributtati sulla risacca del mare in cui sono annegati.
E’ il Natale della misericordia. Se siamo confessati e comunicati in questo periodo natalizio, oggi usciamo da questa cattedrale rinnovati, purificati, senza i nostri ricorrenti rimorsi, ma con nel cuore un seme di bontà che dà sicuramente frutti.
Diceva papa Francesco che è stato più facile a Mosè togliere il popolo di Israele dall’Egitto, che togliere l’Egitto dal cuore degli ebrei. E’ più facile che Dio ci liberi dal peccato che il peccato si senta rifiutato da noi, perché la nostra fragilità la riteniamo più grande spesso della sua bontà. E Lui con il passaggio alla Porta della misericordia, che è un passaggio all’interno della nostra coscienza ci dà questa libertà dal male, in ogni forma si presenti, decisiva e sicura.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

Si è fatto piccolo per liberarci

È un Natale assolutamente nuovo quello che celebriamo stanotte, perché siamo in un anno giubilare che nessuno avrebbe pensato di regalarci, se non papa Francesco che ci presenta continuamente, fin dal suo apparire di due anni fa alla prima benedizione da papa, il vero volto di Dio che è il volto della misericordia. Gesù non viene a noi per metterci al sicuro in una roccaforte, ma per aprirci un cammino di conversione incessante, un cammino di lotta continua per la conquista della vera pace, che consiste nel ristabilire un rapporto di realtà e di amore con Dio, con noi stessi, con gli uomini e le donne, con le cose. Quel tenero bambino Gesù ci mette in mano la chiave per aprirci le braccia misericordiose di Dio. Infatti dirà presto a tutti: Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia che significa proprio che il nostro perdono agli altri, è la chiave che apre a noi e al mondo le braccia della misericordia di Dio.
Maria è con Giuseppe in cerca di un rifugio per la notte. Non c’è posto in nessun albergo. Lo trovano in un campo di pastori e lì nasce Gesù. La campagna, gli spuntoni di roccia, gli anfratti per ripararsi dal vento, la gente più insignificante, in un giorno qualunque, entro un evento caotico e destabilizzante come poteva essere l’insieme di spostamenti di persone, animali, merci e cose che caratterizzavano i censimenti sono il paesaggio che ci descrive il vangelo.
Per le cronache del mondo è un giorno qualunque e la nascita alla vita di un bambino qualunque. Fa sempre tenerezza una mamma che partorisce, tutti hanno sentimenti di gioia da esprimere, auguri da fare, piccoli regali da portare. Una scena di vita quotidiana che vorremmo il Signore ci garantisse di poter avere sempre. Quanto sono desolanti i nostri paesi quando non nasce più nessuno, quando ci si riduce ad essere noi adulti o anziani a percorrere le vie dei nostri antichi borghi.
Questa mancanza di amore alla vita che si scambia con battaglie per l’adozione a coppie di omosessuali, in ricerche assurde di avere un figlio ad ogni età, questo ricorrere alla banca del seme o all’affitto dell’utero, per affermare diritti e non per donare futuro, questo lesinare la gioia di essere padri e madri pur nelle difficoltà della vita, ignorando ancora la famiglia che ha da mantenere più bambini nelle leggi di stabilità, spegne la speranza nel futuro. Secondo voi Dio affiderà il futuro del mondo a gente che non ha fiducia nella vita? Il problema demografico è più grave di quanto pensiamo per la nostra vita e per la nostra terra.
Le migrazioni di questi popoli non sono forse un portare la vita dove non c’è più voglia di farla crescere? Le mamme e la gente semplice che abita sulle rotte dei Balcani, gli stessi poliziotti che non riescono ad obbedire di respingere bambini affamati e infreddoliti, il messaggio “aprite le porte” del papà Aylan Kurdi il bimbo annegato ributtato riverso sulla spiaggia, una foto che ha fatto il giro del mondo, e i giovani volontari sulle rotte del nostro egoismo sono consapevoli che la nascita di Gesù non ci offre alternative, ci aiuta a sconfiggere i nostri panorami stretti e chiusi.
Quella notte, che stiamo rivivendo è l’esplosione della vita, della continuità del nostro genere umano. Ed è già un dono grande di Dio saper apprezzare la vita con tutto il carico di sofferenze, di dolori, di travagli che comporta. Vogliamo tutti in questa notte ringraziare Dio di averci dato la vita e promettere che la rispetteremo al massimo, con tutte le forze, che la ameremo sempre quale che essa sia perchè ha dentro la sua forza, la sua grazia, la sua promessa, perché la vita non si può mai spegnere. Se la spegniamo noi, la tiene viva Dio, farà migrare tutti i popoli là dove ci sono possibilità di vita e vengono spente nell’egoismo...

Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.
E qui davanti a questo presepio, che da noi a Palestrina, grazie anche alla associazione dei presepi, che fa scuola ai giovani, che è capace di ristrutturarsi e ampliare lo sguardo alle nuove realtà del mondo, passa tutta la nostra umanità.
Un santo del IV secolo, poeta ebbe a scrivere:
Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. / Benedetto l’infante, che oggi ha ringiovanito l’umanità. / Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame. / Benedetto il Buono, che in un istante ha arricchito tutta la nostra povertà e ha colmato la nostra indigenza. / Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità».
Anche noi ti benediciamo Signore. Siamo passati per la Porta Santa anche stanotte: tu sei pronto a darci il tuo perdono, a farci giocare la partita della nostra vita, di nuovo, cancellando il nostro passato.
Torneremo quest’anno a passare quella porta, possibilmente senza farci vedere da nessuno, di notte, se necessario. Torneremo in un giorno qualunque in un giorno dimesso, perché la Porta Santa rimarrà aperta fino a mezzanotte tutti i sabati e la sua soglia è quella della nostra coscienza, la più accessibile, perché è nelle mani della nostra libertà.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

Agapito unisce Palestrina e Kremsmünster nella fede e nella testimonianza

0 gemellaggio 2Agapitus vereinigt Palestrina und Kremsmünster im Glaube und in der Bezeugung.

 

Ora il nostro compito è di aiutarci tutti  a un ascolto attento della Parola di Dio e a una meditazione sulle radici cristiane della nostra terra prenestina e della vostra terra di Kremsmünster. L’essere vicini a Roma, l’intrattenere rapporti commerciali, politici e religiosi con il cuore dell’impero romano è stato determinante per la vita dei nostri avi e lo è stato anche per l’arrivo del vangelo nelle nostre terre. Se a Preneste, a due passi da Roma, ben visibile e imponente c’era un centro di spiritualità paragonabile ai massimi santuari di oggi, se il desiderio di Dio vi veniva espresso in tutte le sue sfumature pur pagane, ma sempre orientate a una ricerca di ulteriorità nella vita, questa terra era assolutamente meta dello slancio di evangelizzazione che i cristiani stavano diffondendo in Roma. Gli apostoli Pietro e Paolo hanno dovuto confrontarsi con queste spinte pagane. Paolo che aveva osato ad Atene andare all’Areopago a discutere con i sapienti per mettere nella loro coscienza un dubbio serio sulle loro credenze avrà dovuto insinuare nei prenestini la falsità del ricorso alla dea fortuna per avere ragioni vere di vita.
Ai prenestini le piccole comunità cristiane di Roma hanno annunciato il vangelo, hanno osato toglierle dall’incanto dei riti pagani. Scegliere il cristianesimo allora non è stato facile: voleva dire perdere il lavoro,  vedersi sgretolare la fama della città, ridurre i commerci. Immaginate che oggi per un qualche motivo si debba smantellare il vaticano, o il santuario di Lourdes. Immaginate quanta gente vi si opporrebbe e non tutta per grandi motivi di fede o per contenuti ideologici. I motivi che hanno aiutato i nostri avi dovevano essere molto alti  e la reazione di chi aveva interessi decisamente molto forte. Chi ha dato ai prenestini la forza di fare tutto questo? il martirio di un ragazzo. Il martirio di Agapito ha creato una tale forza di persuasione, un tale dibattito, una tale eco nelle vicende di quel tempo da trascinare la gente ad andare contro i suoi stessi interessi e a impostare la vita in maniera completamente nuova. Questa è stata la forza dei primi cristiani. A voi delle regioni del Nord Europa l’essere attratti nell’impero romano e l’essere stati evangelizzati dai primi cristiani è stato un dono di Dio.
Chi ha visto Agapito resistere a tutti i ricatti affettivi, a tutte le accuse, a tutte le torture sapeva che cosa Agapito pensava, a chi si affidava, quali parole e pensieri custodiva nel cuore. Pensava come Paolo: chi ci separerà dall’amore di Cristo? Chi potrà togliermi dal cuore l’amicizia di Gesù? sono troppo innamorato di Lui perché ci sia qualcosa o qualcuno che me ne distacchi.
Tutti conosciamo la forza dell’amore, la tenacia di due ragazzi, di due innamorati che sanno andare contro tutto e contro tutti per  vivere il loro amore.
I carnefici pensano sempre che la vita si risolva solo per gli interessi, con i soldi, con gli inganni, con le cose materiali. Il nostro cuore è fatto per cose più grandi. Credono di piegare una vita con la violenza, ma non sanno che Agapito ha davanti agli occhi la passione di Gesù, la sua promessa, i suoi gesti di dono fino alla morte. Ha sempre saputo che sarebbe stato condotto davanti ai governatori e ai re. Sapeva anche che non doveva preoccuparsi, perché sarebbe stato lo Spirito del Padre a parlare in Lui.
“L'esperienza dei martiri e dei testimoni della fede non è caratteristica soltanto della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo ventesimo, poi, forse ancor più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati e lo sono ancora oggi coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni Continente, stanno pagando il loro amore a Cristo anche versando il sangue! Essi subiscono forme di persecuzione vecchie e recenti, sperimentano l'odio e l'esclusione, la violenza e l'assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo costa un prezzo molto alto. Nel nostro secolo "la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti" (Tertio millennio adveniente, 37)
E’ a queste radici della fede che dobbiamo riportarci. Carissimi pellegrini e cittadini noi facciamo festa assieme stassera, ma veniamo da lì, veniamo da una vita donata fino all’ultima goccia. Siamo ancora convinti di questa fede? Abbiamo ancora in cuore desideri di bene, coraggio nel seguire i valori della nostra fede? Possiamo anche noi affermare con convinzione: “C’è mai qualcosa che ci può separare dall’amore di Cristo?”
Non ti illudere. Tutto ci separa dall’amore di Cristo: non è la spada, la persecuzione, il dolore, ma la superficialità, la vita comoda, lo sballo, la noia, il divertimento. Non siamo messi a dura prova dalla vita, ma ci scaviamo noi con le nostre mani l’infelicità.  A chi ha domande di fede non siamo capaci di rispondere se non con vecchie tradizioni che non sanno parlare e dare risposte ai giovani di oggi. L’80 % dei giovani ha domande di Dio. Se nessuno dà risposte, se il mondo adulto gliele nega, perché è ancora ideologicamente fermo al peggio del passato, se le vanno a cercare nei cimiteri o nelle messe nere.
Invece io credo che possiamo ricostruire la nostra fede, le nostre comunità; possiamo sperare in parrocchie vive, case abitabili anche dai giovani perché capaci di offrire ideali alti, il vangelo, la Parola di Gesù che non tramonta, famiglie che sanno resistere alle difficoltà immancabili della vita e che hanno il coraggio di affidarsi a Dio.
E’ una rinascita che non dipende solo da qualcuno, non è frutto solo della passione apostolica dei preti, dei frati o delle suore; è la scelta di un popolo, è la scelta che passa anche dal vostro pellegrinaggio di oggi, dalla nostra cordiale accoglienza nei vostri confronti, dalla memoria orante di sant’Agapito, purchè diventino confronti veri con la Parola di Dio, scavo nelle coscienze, affidamento al perdono di Dio, ribaltamento dei criteri della vita secondo il vangelo.

 

Saluto iniziale
Egregio signor Abate, carissimi fratelli e carissimi tutti abitanti nella zona pastorale di Kremsmünster, siate i benvenuti nella nostra cattedrale e nella nostra diocesi prenestina.
Ci lega una antica amicizia, ma soprattutto ci lega la testimonianza del martirio di san’Agapito, che voi avete sempre venerato da tempi immemorabili e che noi abbiamo custodito fin dalla sua morte gloriosa. Questo scambio di fede e di amicizia ci aiuti a rispondere alle sfide della vita, alle sfide che ci vengono fatte come europei e come cristiani.

 

 

Agapitus vereinigt Palestrina und Kremsmünster im Glaube und in der Bezeugung.

 

Heutzutage ist unsere Pflicht uns miteinander behilflich zum Verständnis des Wort Gottes sein sowie auch zu einer Meditation der christlichen Würzen unseres praenestinischen Landes und Eures Landes Kremsmünsters. Unser Gebiet liegt in der nähe Roms und das hat uns die Möglichkeit geboten, Handels- Politisch- und Religiösenbeziehungen mit dem Herzen des römischen Reichs entwickeln können. Das was für das Leben unserer Vorfahren entscheidend sowie auch für die Verbreitung des Evangeliums in unserem Gebiet. Im Praeneste, ein paar Schritte von hier entfernt,  entstand eine offensichtliche und großartige Geistigkeitszentrum, das unseren größten gleichzeitigen Wallfahrtskirchen ähnlich war. Der Wünsch nach Gott drückte sich hier in vielen verschiedenen Nuancen sogar nichtchristlich aus, doch immer nach diesem Suchen des Sinnes Leben orientiert. Dies Land war das Ziel des Evangelisationsschwung der Christen in Rom. Die Apostel Peter und Paulus haben sich mit diesen nichtchristlichen Impulsen vergleichen sollen. Paul, der schon sogar in Athen gewagt hatte, im Areopag mit den Weisen zu sprechen, um ernsten Zweifel an ihren Glauben in ihren Gewissenhaften hervorrufen lassen, hat sicher im Herzen des praenestinischen Leute die Zweifel an der Göttin der Glücklichkeit erweckt.
Die kleine christlichen Gemeinschaften aus Rom haben den praenestinischen Leuten das Evangelium angekündigt und haben gewagt, sie vom Zauber der nicht christlichen Gebräuchen herauszubringen. Damals war klar nicht einfach, das Christentum wählen. Es bedeutete eine Arbeit lösen, den guten Ruf  der Stadt zerstören sowie auch die Handelsbeziehungen vermindern. Stellt ihr einfach vor, dass wir heute wegen einigen Gründen, den Vatikan oder zum Beispiel die Wallfahrtskirche Lourdes zerstören sollen. Viele Leute wurden sich daran wiedersetzen und nicht nur aus Glaubengründen oder ideologischen Inhalten. Es ging sicher um höhe Gründe, die unsere Vorfahren geholfen hatten und die Reaktion wegen Wirtschaftsinteressen sicher sehr stark prägten. Wer hat diesen Leuten diese Kraft gegeben? Das Martyrium eines Jungen: Agapitus. Sein Martyrium hat eine höhe Überzeugungskraft geschaffen sowie auch ein wichtiges Echo im Leben jener Zeit gebracht, dass Leute die Kraft fühlten, sich gegen den eigen Interessen zu wenden und das Leben neu anzulegen. Die war die Kraft der ersten Christen. Es war sicher eine Himmelsgabe für Euch aus Nord Europa, Euch zu dem römischen Reich hingezogen gefühlt sein sowie auch, die Evangelisation der ersten Christen zu kriegen.
Wer Agapitus gesehen hatte, gegen Gefühlserpressungen sowie auch gegen Beschuldigungen und Folter festzuhalten, hatte sicher schon klar woran Agapitus dachte, welche Wörter und Gedanken im Herzen bewahrt und worauf er sich verlasste. Er dachte sowie Paulus: Was kann uns da noch von Christus und seiner Liebe trennen? Wer kann von meinem Herzen die Freundschaft Jesus wegbringen ? Ich bin tief in Ihm verliebt und niemand und nichts kann mich weit von Ihm bringen.
Wir kennen alle die Kraft der Liebe, die Zähigkeit eines Liebespaars, das mit Kraft gegen alles und allen kämpfen, um ihre Liebe zu leben. Die Scharfrichter denken, dass das Leben sich nur auf Interessen, Geld, Betrügen und Materialität aufgelösen wird. Unser Herz dürstet nach höheren Sachen. Sie sind überzeugt, dass das Leben durch Gewalt gebeugt kann, doch sie wissen nicht, dass Agapitus vor Augen die Leidenschaft Jesus gehalten hat, sein Versprechen, sein Lebensschenkung bis zum Tod. Er hat immer gewusst, dass man Ihm vor Gouverneur und Königen mitgebracht hatte aber er hat immer auch gewusst, dass den Geist des Vaters durch Ihm gesprochen hatte.
“Die Erfahrung des Martyrien und der Zeugen der christlichen Glaubens gehört nicht nur zur Kirche jener Zeit. Sie begleitet die ganze Geschichte. Im zwanzigsten Jahrhunderts, vielleicht noch mehr als in der ersten Phase des Christentums, viele haben die Glaube mit heroischen Leiden bezeugt. Viele Christen in der ganzen Welt zahlen ihre Liebe Nach Christus sogar mit Blut! Sie erfahren alte und neue Verfolgungsformen sowie auch Hass und Ausschließung, Gewalt und Ermordung. Viele Länder von alten christlichen Tradition sind heute Örter worden, in denen die Treue am Evangelium einen teureren Preis kostet. In  unserem Jahrhundert „die Bezeugung an Christus bis zum Blutvergießen ist eine gemeinsame Erbe unter Katholischen, Orthodoxen, Anglikaner und Protestanten worden“ (Tertio millennio adveniente, 37).
Diese sind die Würzen des Glaubens. Liebe Pilgern und Bürger, heute Abend feiern wir zusammen, doch stammen unsere Leben aus einer Leben, dass bis zum letzten Blutstropfen gespendet wurde. Sind wir noch heute davon überzeugt? Fühlen wir noch solche Wünschen  von Mut und Glück, die Werten unseres Glaubens zu folgen? Können wir laut und überzeugt sagen „Was kann uns da noch von Christus und seiner Liebe trennen?“.
Sei nicht getäuscht. Alles bringt uns weit von der Liebe Christus: nicht das Schwert, nicht die Verfolgung, nicht den Schmerz sondern die Oberflächigkeit, ein bequemes Leben,  die  Langweile, das Spaß. Das Leben stellt uns auf die Probe, es sind aber wir selbst, dass die Unglücklichkeit mit unseren Händen graben. Wir können keine Antwort geben wem uns Glaubensfragen stellt; wir kennen nur alte Traditionsantwwrten, die nicht sprechen und keinen Antwort den Jugendlichen geben. 80% der Jungen stellt sich Fragen über Gott.  Niemand gibt ihnen Antworten, die erwachsene Welt sogar verneint Antworten, weil man sich noch ideologisch bei Schlechsten der Vergangenheit hält. Als Folge suchen Jugendlichen Antworten in Friedhöhe oder und Schwarzmessen.
Ich denke, dass wir unsere Glauben wieder einbilden können, sowie auch unsere Gemeinschaften; wir können in neue lebendigen Pfarrkirchen hoffen, die Häuser auch für Jugendlichen werden, in denen höhe Idealen anbieten werden, sowie das Evangelium, das Wort Christus, das nie untergeht. Familien in der Lagen, die Problemen des Lebens entgegentreten können und den Mut haben, sich an Gott anzuvertrauen.
Es handelt sich um eine Wiedergeburt, die nicht nur von jemandem abhängt. Es ist nicht nur das Ergebnis der apostolischen Leidenschaft der Priestern, der Mönchen oder der Schwestern. Es handelt sich um die Wahl eines Volkes, die Wahl, die auch durch eure heutige Pilgerfahrt lebt sowie auch in unserem freundschaftlichen Empfang  und in der gebetensvolle Erinnerung an dem heiligen Agapitus, sodass alles wird eine richtige Vergleiche zum Wort Gottes, eine persönliche Anvertrauen an der Vergebung Gottes, eine Introspektion des Bewusstseins, eine Verwandlung des Lebens nach dem Muster des Evangeliums.
 


Anfangsgrußworte
Sehr geehrter Herr Abt, sehr geehrter Brüder und Schwester und alle Stadtbewohner des Gebietes Kremsmünster, ein herzlich Willkommen in unserer Kathedrale und in unserem praenestinisches Diözese.
Wir sind von einer alten Freundschaft verbunden, besonders von der Bezeugung des Martyriums des heiligen Agapitus, den ihr seit immer verehrt habt und den wir seit der Zeit seiner seligen Tods bewahren. Diese Glaubens-und Freunschaftsaustausch kann uns helfen, den Lebensherausforderungen entgegentreten sowie auch alle Herausforderungen wir leben aus Europäer und Christen.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

Festa della famiglia 2015 (Mc 8,27-35)

0 omelia festa-della famiglia 2015Tante cose ci sono nel DNA della nostra struttura di uomini e donne di oggi. La voglia di comunicare, la voglia di vivere, la gioia della conquista, l’amore alla bellezza, il sorriso, il dono, l’allegria, la forza della sessualità. Sono tutte cose di cui non possiamo fare a meno. Ma ce n’è una sorprendentemente che si inscrive misteriosamente nella nostra vita, che nessuno vuole, incomprensibile ma sempre puntualmente presente: la sofferenza.
Prima o poi, piuttosto presto che tardi, ciascuno deve fare i conti con il soffrire. Spesso siamo noi stessi che ce la tiriamo addosso col disprezzo della vita nostra e degli altri, con quell’egoismo che baratta amore per avventure, che mette al centro il denaro a tutti i costi, il sopruso.
Altre volte la sofferenza ti arriva addosso nel massimo dell’innocenza proprio perché altri te la infliggono. Molto spesso non riesci a capire il perché, sembra che ci sia un tragico destino che ti perseguita.
Alcune volte una scrollata di spalle ti riconcilia con la vita, altre metti un po’ di più la testa a posto e ti va meglio, ma altre ancora, ed è la situazione più comune, devi convivere con la sofferenza. Ti ribelli, imprechi, rasenti la bestemmia, vai in crisi, ti arrovelli la mente con mille perché, cerchi consolazione, comunanza con altri, ma la cappa di dolore è sempre lì. Ti ubriachi o ti droghi pure illudendoti di alleviarla, ma poi ritorna puntuale peggio di prima con un’altra catena in più
È questo vivere? Per fortuna non solo, ma il soffrire è lì in ogni spazio di conquista, in ogni sogno, in ogni esperienza d’amore. E Gesù dice: prendi la tua croce e seguimi. Non ti dice te la cancello, te la porto io, ti rendo talmente forte che non la sentirai più. Oppure io ti risolvo il problema. L’unica risposta, se di risposta si tratta, vera al dolore è che Gesù, il Figlio di Dio, nella sua vita è vissuto in un mare di sofferenza, non l’ha evitata, ma ci è passato dentro alla grande. “Ha reso la sua faccia dura come la pietra” ha presentato il dorso ai flagellatori la faccia agli insulti e agli sputi.
L’ha fatta diventare un atto d’amore, uno spazio da abitare con dignità e coraggio, una promessa di risurrezione. Da allora la croce è diventata simbolo di ogni cristiano. Ce l’abbiamo dentro tutti, ma portarla in compagnia di Gesù la apre alla gioia e alla comprensione.
Prima però di arrivare a questo insegnamento fondamentale Gesù provoca i suoi discepoli e provoca tutti noi con una domanda semplice: chi sono io per te? Chi è Gesù per noi? Chiede alla tua famiglia chi sono io per te, per voi due che vi siete sposati davanti a me, per i tuoi figli cui doni la vita? Chi sono io per la tua famiglia? C’ è un posto per me? C’hai un metro quadrato perché ci possa anche solo venire a dormire col sacco a pelo? Mi accoglieresti se venissi a bussare alla tua porta? O mi manderesti via perché hai paura che ti appesti, come un untore, come hanno fatto le guardie di Roiate con san Benedetto?
San Benedetto restò fuori città, andò a dormire in un bosco su una pietra. La pietra, la roccia, il duro sasso lo accolse e miracolosamente si trasformò sotto il suo corpo, con la sua sagoma che ancora oggi è visibile. Gesù vieni nella nostra famiglia, lasciaci la tua orma, la tua impronta perché viviamo tempi difficili, ma siamo felici di essere papà, mamma, figli, nonni, zii e zie.
Papa Francesco mercoledì scorso ci ha detto che la strada per essere famiglia felice è di rafforzare il legame con la comunità cristiana. Se facciamo rete di collaborazione e corresponsabilità tra famiglia e parrocchia, voi famiglie fate del bene alla parrocchia che deve essere sempre accogliente come una casa, perché se questa tiene le porte chiuse è solo un museo, non più la casa di Gesù e della gente. E la parrocchia non vi fa mancare Gesù. Famiglia e parrocchia, accoglienti, sono una sicura alternativa “contro i centri di potere ideologici, finanziari e politici, perché sono centri di amore evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione” (cfr papa Francesco catechesi di mercoledi 9 settembre 2015).
Sono gli stati, i governi che oggi sono chiamati all’accoglienza, ma chi li ha mossi? Un bambino strappato da papà, mamma e fratello, dalla sua famiglia e buttato sulla risacca di una spiaggia; famiglie che hanno deciso di aprire la loro casa, famiglie che hanno preso la loro automobile e sono andati incontro a tante altre famiglie come loro, abbandonate sulla strada.
Andiamo via da questa bella festa della famiglia con il desiderio e la decisione che  dobbiamo tenere cuore aperto, generosità di amore e accoglienza, stile più pieno di quell’amore che Dio ci ha donato. “Famiglia e parrocchia devono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società”.
Dice ancora papa Francesco: “Il Signore non arriva mai in una famiglia senza fare un qualche miracolo”, come l’ha fatto alle nozze di Cana in una giovane famiglia alla prese con le immancabili difficoltà dell’inizio. E proprio lì Maria, la mamma, ha potuto contare sull’atteggiamento consolatore, d’amore, di solidarietà, di porta sempre aperta di Gesù, come l’aveva imparato e vissuto sempre nella sua famiglia con lei, san Giuseppe e lui, bambino, ragazzo, giovane che amava la vita.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Agapito, un segno interiore e pubblico di fede

0 agapito reliquarioLe nostre liturgie sono un incontro sicuro con Dio, oltre le nostre supposizioni o false autosufficienze che ci dicono che ciascuno di noi Dio lo può incontrare dove vuole, pregare quando vuole e incontrare sempre anche nello svago e nel riposo. Questa basilica cattedrale invece è il luogo dedicato a Dio da un papa che diventa il luogo sicuro e vero del culto a Dio onnipotente, della memoria rinnovatrice del sacrificio di Cristo nell’Eucaristia, della discesa dello Spirito Santo sulla comunità diocesana per abilitarla a trattare le cose di Dio con la sua potenza.
Qui chi agisce è soprattutto Lui che, come sulla croce si dona per amore, con la sua Parola ci apre cuore e intelligenza e con la forza dello Spirito Santo tratteggia in ciascun cristiano i lineamenti di Gesù. Se qualcuno viene qui e vuol fare l’attore principale, ha sbagliato posto, deve fare un passo indietro e mettersi all’ascolto della Parola e farsi convertire il cuore. E’ così, in primo luogo, del vescovo, del prete, del diacono, di ogni battezzato.
Siamo qui a fare memoria del giorno in cui il nostro sant’Agapito è nato al cielo, ha terminato la sua breve vita sulla terra ed è stato accolto nelle braccia di Dio. La sua fu morte cruenta, donata, come quella di Gesù, per il bene di questa città, per il suo cambiamento radicale, dal paganesimo delle sue abitudini e commerci, alla fede  cristiana. La Parola di Dio, appena ascoltata, insinua nelle nostre vite una difficile sequela di Gesù, come lo è stata quella di Agapito. Anche noi siamo consegnati a tribunali per rendere ragione.
Il primo è la nostra coscienza che messa a confronto con la legge di Dio deve rendersi conto della sua fragilità nel seguirla, ricollocarsi sulla retta via e godere della necessaria pace interiore. La coscienza è il luogo in cui Dio parla alla nostra vita e le fa da luce. Non è mai una luce accecante, ma una fiaccola che ci accompagna nel nostro cammino quotidiano, sente i nostri sbandamenti, rischia di spegnersi, ma Dio la tiene sempre accesa.
Il secondo è la nostra famiglia umana, il tessuto dei nostri legami affettivi che debbono essere il luogo in cui la Parola del Signore trova accoglienza, docilità, indicazioni esigenti, ma vere, per la nostra felicità. Dio solo sa quanto si costruisce o si distrugge nelle nostre famiglie, quanto ci tenga Lui, il creatore e Signore, a farle crescere con il dono generoso della vita, a farle diventare la casa del suo amore per tutti, il cemento solido della vita della società. In questi tempi di crisi vi addolora il non poter fare tutto il possibile per figli, anziani e malati, per fragili, deboli e incapaci di bastare a se stessi da soli. Ne sta nascendo però uno stile nuovo di solidarietà tra le generazioni, che è promessa di un nuovo stile di vita.
Il terzo tribunale è la società, la comunità, la città in cui viviamo, ciascuno con i suoi doveri prima e i suoi diritti. Forse la società è troppo severa con il mondo della nostra fede, ma sicuramente è esigente. Non sa che farsene di una religione a bassa intensità, che accontenta tutti e non sa esporsi per i deboli, fatta su misura per le nostre comode abitudini, incapace di proporre la Parola di Dio e la sua vita piena. Non sa che farsene di una religione che copre tutto, responsabilità comprese. Oggi essere all’altezza dei bisogni della nostra vita sociale non è facile e ci vede spesso arrancare alla ricerca del meno peggio. Deve scattare però un colpo di reni che ci fa esprimere tutto il necessario per la giustizia, il lavoro, la salute, la pace e la serenità tra tutti i cittadini.
Che il governo della città partecipi qui a questo momento fondante la vita cristiana è un impegno non piccolo a rispondere, nella giusta distinzione dei ruoli, al bene comune della gente; il bene comune è anche spirituale non solo psicologico o psichiatrico; sappiamo che cosa succede alle società che cancellano la dimensione spirituale: devono ricorrere a custodire i cimiteri che vengono profanati, combattere sette sataniche che alienano cittadini dall’uso corretto della ragione, investire in prevenzione anziché in promozione del bene individuale, affrontare oltre che morti, suicidi; difendere la vita che nasce e rispettare il cammino finale verso la sua fine…
Qui in questa cattedrale è sempre nata solidarietà tra popolo, governo e chiesa; qui si sono sempre riuniti i cittadini a piangere le sventure della guerra, a subire vendette trasversali anche di origine religiosa e a invocare la protezione di Dio che donava serenità nelle disgrazie; qui ci siamo trovati pochi mesi fa a chiedere protezione alla Madonna del Carmelo, consapevoli che un atteggiamento di fede che apre finestre di eternità è sempre migliore di uno scetticismo che forse ci fa sentire più autosufficienti e liberi, sicuramente però più orfani.
Sant’Agapito ha dato una sterzata alla società prenestina del terzo secolo, gli chiediamo che possa ridare slancio alla nostra società prenestina del terzo millennio, che non ignori di dover dare il suo contributo alla soluzione dei problemi epocali che investono il mondo ed esca dalla sua atavica autosufficienza.

 

+ Domenico, vescovo

 

 

 

Martedì 17 agosto

 

Agapito: luce per i cambiamenti epocali del nostro tempo

Sono passati 10 anni 3 mesi e 2 giorni da quando in questa piazza sono nato come vescovo in mezzo a voi. Oggi non è tempo di bilanci, ma di rinnovato desiderio di continuare e di intensificare il cammino che ci porta al nono centenario della dedicazione della nostra cattedrale fatta da papa Pasquale II il 16 dicembre del 1117.
Non siamo in un momento bello della nostra vita sociale e forse anche ecclesiale: la crisi ci sta facendo raschiare il fondo del barile di tutte le nostre risorse e ancora non se ne vede la fine, anche se si sta sviluppando creatività e solidarietà, stiamo lentamente cambiando stile di vita, uscendo dalla droga di un progresso facile a suon di debito pubblico. La vita ecclesiale si adatta molto sulle abitudini e non riesce ancora ad esprimere capacità educativa per le nuove generazioni. Chi ne patisce di più è il mondo giovanile, anche se non è ancora del tutto consapevole che bisogna mettercela tutta con pazienza, lungimiranza, tenacia. Purtroppo si tornano a cercare ancora scorciatoie di raccomandazioni, di privilegi, di fortune, di gioche d’azzardo ingannevoli e deleteri. Ci confrontiamo però qui stassera in questa pubblica piazza con la nostra storia, la nostra tradizione la nostra fede. Ci aiuta un ragazzo poco più che quindicenne: Agapito.Siamo stati tutta la novena e anche ieri alla sua tomba a riflettere sulla forza del martirio, sulla situazione della nostra fede, sulla forza che deve avere ogni cristiano oggi per credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo. 
Da lui e da tutta la schiera di giovani di una Roma già allora cosmopolita, abitata da gente di tutto il mondo allora conosciuto, romani e immigrati, nobili e figli del popolo, civili e militari che sul finire del III secolo sono stati presi di mira dal potere e uccisi barbaramente per la loro fede in Gesù, per dare una lezione a tutta la gente, magari anche solo per divertirla,  ci salgono alcune domande. Sono Lorenzo, Sebastiano, Vito, Tarcisio, Pancrazio, Cesareo, i quattro diaconi di papa Sisto, Agapito e tanti altri. Ci chiedono oggi: Che ne avete fatto del nostro sangue? Dove sono oggi i nostri resti mortali? Quelle comunità ferventi di cristiani che sono sorte con il nostro sangue ci sono ancora? Quel Gesù che per noi è stata la vita piena, la felicità, il colore e la forza dei nostri sogni lo bestemmiate soltanto?
Sono domande che ci bruciano dentro, perché siamo fragili; oggi non ci riconosciamo più a fondo in quei valori. Il testimone della loro fede è passato ad altri popoli, che con coraggio affrontano persecuzioni, emigrazioni, la stessa morte. Non muoiono perché hanno pubblicato vignette, ma perché si affidano a Gesù. E ci dicono: non  pregate perché finisca la nostra persecuzione, ma perché l’abbiamo ad affrontare con coraggio. La nostra chiesa li sta aiutando là dove sono perseguitati, ma molti ci chiedono asilo e noi offriamo la tomba del mediterraneo, lo sfruttamento di un lavoro nero, la schiavitù moderna. E’ una umanità che cerca solo la vita, la gioia di poter crescere i propri figli, un futuro di normalità, di giustizia, di pace.
Che giudizio dà oggi la storia di quei popoli che hanno collaborato alla vendita, e comperato pure, degli schiavi africani nei paesi sviluppati nei secoli passati? Che giudizio si farà di noi che abbiamo assistito senza mobilitarci, alle casse da morto, perché questo solo sono le stive dei barconi, che viaggiano tra una sponda e l’altra del mediterraneo? Qualcuno crede che tutto si riduca a litigarci i consensi politici. E’ una sfida epocale che va affrontata con uno sguardo alto, non facilone e nemmeno di chiusura se non di sfruttamento.
L’accoglienza vera nasce dall’interno, dalla coscienza, nasce da una scelta di umanità, da uno stile che la nostra fede cristiana ci ha sempre aiutato ad avere, a vivere, a proporre. Dalle crisi si esce sempre assieme, mai facendo soltanto e soprattutto i propri interessi.
Facciamo fatica a credere oggi. Ci attacchiamo a tutte le lacrimazioni o apparizioni possibili. Qui in questa crisi ci parla Dio, qui il vangelo ci dice che bisogna fare come il samaritano, qui siamo provocati a leggere nelle povertà e miserie, nelle sofferenze di ogni persona, il volto di Gesù Cristo.
Se vogliamo offrire ai nostri giovani e aiutarli a vivere la nostra tradizione cristiana, non è sufficiente la processione e il palio; occorre andare più in profondità e dialogare, aiutare a capire, dedicarsi alle giovani generazioni che hanno slancio da vendere e molti lo usano solo per comperare canne e droga, alcool e ogni tipo di fumo.
La strada che ha usato Agapito è stata quella di garantire la giustizia con lo studio del diritto e lì ha travato maestri che gli hanno fatto conoscere chi stava al fondo di ogni vera Giustizia: il Signore Gesù.
La strada che possiamo usare noi è la nostra coscienza di umanità nuova, la nostra onestà a tutti i costi, il nostro tempo messo a disposizione perché ai nostri giovani non manchi la dignità della loro umanità, di un lavoro pure faticoso e impegnativo, di una fede giocata ogni giorno nella vita.

Dopo la processione
Ragazzi, vi devo forse chiedere scusa perché prima non ho parlato troppo bene di voi: ho detto testualmente che “Se vogliamo offrire ai nostri giovani e aiutarli a vivere la nostra tradizione cristiana, non è sufficiente la processione e il palio; occorre andare più in profondità e dialogare, aiutare a capire, dedicarsi alle giovani generazioni che hanno slancio da vendere e molti lo usano solo per comperare canne e droga, alcool e ogni tipo di fumo.”
Non so se siete d’accordo; ma ne combinate non poche nelle vostre movide, nella vostra noia mortale di essere senza lavoro! Ci sono stato qualche volta anch’io alla vostra movida. Sapete che cosa mi ha chiesto un gruppo di voi? Io pensavo: mi chiederanno di confessarli o qualche altra cosa su Gesù Cristo.. invece: Vescovo, vieni a farti una canna con noi?
Invece io vi dico: fatevi amici di sant’Agapito: vivrete una giovinezza felice, senza noia e bella da donare.

 

+ Domenico, vescovo

 

 

 

 

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