Martedi, 28  Gennaio  2020  12:36:48


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Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine di Maria

Magnificat

Questa bella paralisi della vita normale, che è il Ferragosto, riesce ancora a farci capire che la festa è una componente essenziale della vita umana, come diceva papa Francesco ieri all'udienza generale, è Dio che ha inventato la festa, non le nostre preoccupazioni di produzione, di efficienza Non siamo delle macchine automatizzate sulla produzione, e noi i cristiani mettiamo al centro del mese del riposo la Madonna. La contempliamo Assunta in cielo nelle braccia di Dio Padre, una creatura fatta di carne e ossa come noi che ha raggiunto la gloria di Dio, è la prima della fila degli uomini e delle donne di questo mondo. E noi ci mettiamo dietro a lei in coda. La testa della fila è già là. Ci arriveremo anche noi.

 

Maria però s'è portata lassù un sogno: il sogno di un mondo nuovo, di un regno che bisogna sempre osare di immaginare per non perdere la speranza e per non abbassare mai la guardia della nostra vita. E' il sogno del magnificat. Era sgorgato dall'incontro di Maria ed Elisabetta, le due gestanti che portano in grembo la nuova storia dell'umanità: è un canto, un inno, una sinfonia, una esplosione di lode e gioia.

 

Da allora ogni giorno nella Chiesa tutti lo cantano sul far della sera: nella pace dei monasteri, nella penombra dei conventi, nelle chiese più antiche dei nostri borghi o più nuove delle periferie delle nostre città; dovunque c'è un prete, magari già assonnato e stanco per il lavoro e la dispersione della giornata o una famiglia che fa della lode della Chiesa il suo ritmo, a sera si recita il Magnificat. Nell'affidare a Dio la storia quotidiana il cristiano non può fare a meno di lasciarsi inondare dai sentimenti di Maria di fronte alla bontà di Dio. Quando Dio interviene nella vita di una persona non si può non esplodere di gioia. Lo è stato per tanti personaggi dell'antico popolo di Israele, lo è stato per il lebbroso che è tornato a ringraziare Gesù per aver avuto non solo la guarigione della lebbra, non solo una pelle e una carne fresca e le mani al posto dei moncherini, ma la salvezza e la nuova innocenza del cuore; lo è stato per il popolo dopo il passaggio del mar Rosso attraverso il cantico di Miriam la sorella di Mosè e non poteva non esplodere nel cuore di Maria.

 

Ma la cosa che sorprende è che la gioia di Maria non è una dolce ingenuità, magari distaccata dalla storia di ogni giorno, aerea come tanti pensano sia la preghiera, ma è un giudizio netto sulla intera storia dell'uomo. Ha spiegato potenza, ha disperso superbi, ha rovesciato potenti, ha innalzato umili, ha ricolmato affamati, ha rimandato ricchi, ha soccorso Israele. Sono i sette verbi, non proprio innocui di una visione di mondo, di uno sguardo lucido sulla storia. L'avessimo noi oggi questa capacità di guardare i fatti della nostra vicenda contemporanea con gli occhi di Maria! Oggi che ci si appanna la vista perché vediamo solo superbi, potenti e ricchi vivere sfacciatamente sulla pelle degli affamati e umili, popoli inginocchiati nella fame e umiliati nella loro dignità, non solo ad opera di nemici, ma anche dagli odi degli stessi amici! Destinati alla tomba mediterranea, sulla quale stiamo tentando di prendere coscienza che si tratta di un fatto più profondo delle nostre piccole diatribe: emigranti si, emigranti no. Quel bimbo che Maria si porta in seno ha già cominciato a riaccendere speranze. Maria aveva sognato un mondo nuovo donato da Dio ai poveri della terra. E' un mondo capovolto, che nella distrazione del ferragosto possiamo rischiare di dimenticare o di ritenere solo una fantasia. Quel Dio cui Maria si è affidata le ha dimostrato che può cambiare la storia; ha cambiato la sua, ha fatto in Lei cose grandi, non ha distolto lo sguardo dalla sua povertà, anzi proprio quella ha scelto come leva per capovolgere il mondo.


Ebbene, canta Maria, quel Santo, quel Signore è qui. Questo niente che io sono, lo porta e lo consegna alla storia. Non deliravano i nostri profeti, non cantavano ai prigionieri per ingannarli, non ci siamo tenuti in cuore dei sogni come pietose terapie contro la depressione, non abbiamo finto di guardare al cielo perché incapaci di stare su questa terra, le nostre speranze non sono l'oppio dei popoli! Non siamo stati ingenui perché ci siamo affidati a Dio e non al nasdaq o al mibtel o allo spread, o alle armi intelligenti. Dio è salvatore! L'onnipotente fa grandi cose. Il Santo è di parola, non dimentica, se ama, ama per sempre. Non c'è ostinazione o cattiveria umana che fa tornare indietro Dio dalla sua misericordia. Negli occhi velati di pianto per la morte ingiusta e violenta procurata dagli assassini di ogni colore si può sprigionare una luce e la bocca può esprimere un canto.

 

C'era ancora un nemico da abbattere, l'ultimo, la morte. Gesù l'aveva sconfitto ed era giusto che lo fosse immediatamente anche per Maria. E noi oggi i soliti ingenui impertinenti uomini di speranza, controcorrente, collochiamo nel cuore del massimo divertimento dell'anno, la contemplazione del nostro futuro. Ci divertiamo volentieri, siamo contenti di gustare anche le piccole felicità della vita, ma sappiamo collocare il nostro cuore molto più in alto, oltre.
Perché il mondo dovrebbe restare come prima, ancora pieno di ingiustizie, di soprusi, di inganni, di falsità? Il tempo di riposo che stiamo vivendo può giusto essere un tempo in cui ci mettiamo a sognare un mondo diverso per tutti, in buona compagnia. Vogliamo contemplare il futuro che Dio ci farà vivere anche entro le tragedie di questi giorni, dentro questa crisi infinita che ancora ci toglie il lavoro, la dignità di essere creature autonome e creatrici di benessere, di salute, di continuità della storia dell'uomo e della donna sulla terra.

 

+ Domenico, vescovo

 

 

Chiara di Assisi, segue Gesù, il suo specchio.

0  chiara+ Domenico, vescovo

Chiara è stata una persona che ha deciso di lasciare tutto affetti, luoghi, beni, tradizioni, usanze, convenienze per vivere in estrema povertà nel pieno della sua giovinezza, contro il parere di tutti, osando l'impossibile in un mondo in cui a un giovane e soprattutto a una ragazza non era permesso di avere nessuna progettualità propria, ma sempre legata o al casato o al censo o ai progetti degli adulti. Quando ha incontrato Francesco con lui ha sognato un mondo redento, ricostruito secondo il vangelo.

Chiara e Francesco avevano percepito quanto la vita agiata di allora stava intorpidendo le loro vite e hanno deciso di vivere in povertà, staccati da tutto, dalle certezze di una vita già preconfezionata e dalle ricchezze, dalle cose, dai soldi, dal potere. Sarebbe come se ai nostri giorni rinunciassimo all'automobile, ai cellulari, ai pranzi e agli inviti, alla libertà di girovagare ogni giorno e notte dove si vuole, alla movida o al Cocoricò, allo stereo o alla propria stanzetta che un po' alla volta diventa un loculo, al farsi vedere con i gipponi o con le moto di grossa cilindrata a Colle Martino...
La sua vita è stata un continuo dialogo con Gesù; ha offerto ogni giorno la sua esistenza a Lui con i suoi sospiri e le sue esigenti domande, le sue preghiere e la sua vita esplosiva. Il tralcio e la vite: Chiara e Gesù, uniti per la vita, per la fede, per l'amore.
E' stato un rimanere combattuto, non facile, prima di tutto nell'intimo di un cuore giovane bruciato dall'amore. Questa conquista è stata la prima grande passione di Chiara: vivere completamente senza riserve per Gesù, rimanere in Lui. Per rimanere in Gesù sceglie anche una dimora, staccata dal mondo, non reclusa; raccolta nella preghiera, non serrata dietro grate; nella continua ricerca di Dio, non nella fuga dal prossimo. All'invasione dei saraceni esporrà il Santissimo con forza e senza timore per difendere la città. Qui, dice la leggenda di Santa Chiara vergine, "fissando l'ancora del suo spirito come in un porto sicuro.. non esita per l'angustia del luogo, non si lascia impaurire dalla solitudine"

Non è possibile vivere da cristiani senza questa vita che scorre dal tronco ai rami, dalla vite ai tralci. Rimanere vuol dire preghiera, contemplazione, ascolto della Parola, adorazione, confidenza, stare al cospetto, vedere tutto in trasparenza, perforare la vita quotidiana per andare al suo vero significato, non lasciarsi ingannare dal possesso, ma accogliere ogni cosa come suo dono.
Rimanere è sapere che non c'è vita al di fuori, è ritenere Gesù l'aria che respiriamo. Siamo spesso intrappolati in fondo al mare, siamo senza ossigeno, abbiamo bisogno di un varco che riporti aria fresca.
Spesso nella nostra vita siamo rami staccati, pensiamo di essere autosufficienti, di far partire tutto da noi. Chi ci ha incontrato a poco a poco ha cominciato a vedere che non davamo più vita; erano assetati, ma tornavano a casa ancora con la stessa sete e con in più un tratto di disperazione. Che cristiani siamo se non passiamo più la linfa che viene da Gesù?

Per stare a contatto stretto con Gesù e avere la forza di cambiare vita, di cambiare in meglio tutto il mondo delle relazioni, la forza di opporsi ad ogni nemico, Chiara suggeriva il metodo dello specchiarsi in Gesù. Diceva a suor Agnese di Praga: guarda ogni giorno in questo specchio. Contempla continuamente in esso il tuo volto per abbellirti come si addice a una sua sposa.

All'inizio di questo specchio troverai la povertà della nascita, al centro l'umiltà e le fatiche e sofferenze che Gesù ha sostenuto per noi, alla fine potrai contemplare l'ineffabile amore con cui ha deciso di patire sull'albero della croce. Davanti a questo specchio dì spesso: attirami dietro a te. E usando le immagini del Cantico dei cantici, del vero innamorato dirà: Correrò, né verrò meno fino a che non mi abbia introdotto nella tua dimora, fino a che la tua sinistra non stia sotto il mio capo e la tua destra mi cinga teneramente con amore.

San Giovanni Paolo II continuava a dire ai giovani che devono mettersi cuore a cuore con il Signore, si devono lasciare affascinare da Lui. Del resto quando Gesù diceva : venite a me voi tutti... non intendeva forse dirci "passate di qua quando non ne potete più e non capiterà mai che io abbia qualcosa d'altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi, coccolarvi"? Dal rimanere con lui dei sentimenti, lo Spirito ci porterà al rimanere con lui anche sulla croce, proprio per condividerne la vita, lo scopo e la missione.

E preghiamo Dio perché anche la nostra anima si possa sentir dire come Chiara: "Va' sicura... perché colui che ti ha creata, ti ha santificata e, sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore".

 

Omelia per la festa di Santa Chiara

11 Agosto 2015

+ Domenico, vescovo

 

 

 

X° anniversario dell'ordinazione Episcopale

0 10 anniversarioLa vita è come un parto (Gv 16, 20-23a). Fa parte dell’esperienza umana venire al mondo attraverso il dolore del parto. Per le mamme giovani alla loro prima esperienza è preceduto da una attesa sempre molto apprensiva. I dolori del parto sono intensi, ma è intesissima la gioia di aver tra le braccia un bimbo. Dice Gesù nel vangelo: “La donna quando partorisce ha tristezza, perché è venuta la sua ora. Ma quando ha partorito il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è nato un uomo al mondo.” E’ dolore intenso quello del parto, molte donne dicono a noi maschi: voi non potete capire. E’ nel mistero della nostra esistenza. Per questo siamo diversi, per questo ciascuno ha una sua vocazione precisa, una sua originalità.
Deve essere così anche il rapporto che dobbiamo avere con la vita cristiana nella sua quotidianità, nel suo svolgersi lungo la storia. Nel mondo, nella battaglia per la vita sicuramente dovremo affrontare tristezza. In ogni esistenza umana si creano le condizioni di un parto, si prova tristezza per una attesa che sembra infinita, per una speranza che sembra svanire, per un male che sembra sopraffarci, ma, Gesù dice, la gioia che proverete a stare con me, a incontrare di nuovo me, alla mia venuta definitiva non ha paragoni. Siamo chiamati alla gioia. Papa Benedetto continuava a ripeterlo a tutti: siamo fatti per la gioia e Gesù è la nostra gioia.
Per questo diventerà sempre più importante per un cristiano saper attendere, vivere di speranza, avere dentro la certezza che contro ogni apparenza, o evidenza, la croce si cambierà in gloria. Così è stato di Gesù e così sarà di ogni discepolo.
La mamma non rinfaccerà mai a suo figlio i dolori del parto, ma ne trarrà sempre motivo nuovo di attaccamento e di amore anche contro ogni evidenza e ingratitudine. Siamo mamme dicono quando c’è da lenire un dolore, davanti alle bare dei figli. Non è un dolore disperato, ma la forza di una speranza.
Siamo certi che Dio ci darà la gioia come quella della mamma dopo il parto, la nostra tristezza affrontata per la giustizia e per l’amore, per un mondo nuovo si trasformerà in gioia. Il dolore è di un momento, la gioia è eterna.
Non sto usando il vangelo assolutamente per un riferimento alla mia persona o alla nostra situazione diocesana. La vita è ben altra e le pene e le gioie ancora di più. Non ho voluto dare troppa enfasi a questo decimo anniversario, anche se sono felicemente obbligato a esprimere a Dio e a voi la mia gratitudine. Le date non hanno significato in sé, ma la vita che ci sta dentro sì. Il numero di giri fatti dalla terra attorno al sole in questi anni non fanno importanti o meno i nostri giorni, ma quello che è decisivo è la presenza costante di Dio che ci ama e che ci chiama a riflettere sulle nostre responsabilità e sulla nostra maggiore o minore dedizione alla causa.
E’ giusto tornare a quei moniti severi della ordinazione episcopale: 10 anni fa mi si diceva di compiere in modo irreprensibile la missione del sommo sacerdozio, di servire il Signore notte e giorno, di disporre i ministeri della Chiesa secondo la volontà del Signore, di essere offerta viva a Dio gradita per mansuetudine e purezza di cuore. Sono moniti che in me si fanno domande inquietanti. Mi guardo le mani unte col crisma e mi domando se il ministero è stato fecondo. Ho baciato il vangelo ricordandomi che devo annunciarlo con grandezza d’animo e dottrina. Mi passa davanti l’anello e mi domando se è veramente segno di fedeltà, di integrità della fede, di purezza di vita per custodire la sposa di Cristo che è la Chiesa. Ogni tanto coi bambini faccio battute sulla mitra, che metto non perché sono pelato, ma perché mi ricordi che in me deve risplendere il fulgore della santità, altrimenti non meriterò la corona incorruttibile della felicità eterna; mi sono allenato con cura, dopo la rovinosa caduta, a usare il pastorale perché mi ricorda la cura e l’autorevolezza che devo avere verso tutto il gregge come pastore.
I vescovi in maggioranza compiono il decennio nel pieno del loro incarico e si avviano al ventesimo o al 25 esimo per concludere. Qualcuno invece a stento riesce a celebrare anniversari perché la chiamata non è stata alla prima ora, ma già al crepuscolo.
Più mi allontano da quel 2005, così carico di avvenimenti importanti, mi torna alla mente san Giovanni Paolo II e la sua cura per la nostra diocesi, che per lui era un passaggio spirituale obbligato per andare alla Mentorella, per elevarsi nella preghiera, incontrare la madre di cui era totus tuus.
Ho un dovere di fedeltà alla chiesa e al papa, ad ogni papa, ma soprattutto a san Giovanni Paolo II. Con la statua che ho desiderato collocare davanti alla cattedrale ho voluto ricordare a me e a voi i suoi innumerevoli passaggi e la sua continua protezione sulla nostra chiesa e territorio diocesano. Lui mi ha custodito la vita da presbitero, mi ha segnato con le Giornate mondiali dei giovani, con quei brevi e intensi incontri con i ragazzi di tutto il mondo, lui ha scandito i miei passi di servizio nazionale e internazionale ai giovani.
La sua santità e la luce della sua fede, oggi riconosciuta da tutta la chiesa e solennemente proclamata, la vogliamo custodire come fiaccola che cammina con noi, che, papa Benedetto ieri e papa Francesco oggi, ci dicono di portare con umiltà e convinzione nei meandri di ogni vita a partire dalla nostra chiesa diocesana.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

La chiesa prenestina ai tempi di papa Francesco

01

Come risponde ai nuovi segni dei tempi: crisi della società, dell’economia, della democrazia, dell’umanesimo, e di una religione omologata al mondo e a bassa intensità? 

Leggi tutto: La chiesa prenestina ai tempi di papa Francesco

MADRE DEL BUON CONSIGLIO DI GENAZZANO 2015

0 madonnadelbuonconsiglio 2015Perché Maria è "Madre del Buon Consiglio?" Gesù Cristo, Verbo eterno del Padre e Sapienza eterna, è il nostro unico Consigliere. Dice la S. Scrittura: "….è nato per noi un bambino, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine…" (Is 9,5f). Nostro compito è accogliere la parola che da Lui proviene e ci guida nella vita, che noi coloriamo abbondantemente di inganni, di scorciatoie pericolose e fatali, di malizie, di ideologie contorte per farci giungere alla salvezza, anzi accoglierlo come l’unica Parola che ci dona la Salvezza, la felicità, la gioia, la pienezza del vivere. La Madre del Signore, la prima che ha accolto la "Parola" ed ha ascoltato quello che Lui ha detto meditandolo nel suo cuore, ci "consiglia" e ci invita ad ascoltarlo, come ha fatto con i servi di Cana: "Ogni cosa che a Gesù venga in mente di chiedervi, voi fatelo" (Gv 2,5).  

Maria aveva una grande dimestichezza con suo figlio Gesù, ne conosceva i pensieri, gli intenti, i sogni che voleva realizzare. Se mi permettete di parlare alla maniera umana, la mamma conosceva “le stranezze” che lo caratterizzavano e che lasciavano senza fiato chi lo ascoltava, quasi a dire: ma costui che sta dicendo? Più tardi si abitueranno anche gli apostoli al metodo di Gesù. Abbiamo chiesto da mangiare per 5.000 persone e fa sedere tutti, invece che mandarli a casa perché ha vistoun ragazzetto con cinque pani e due sardine! gli abbiamo detto che abbiamo sete e vuol darci da bere il suo sangue! eravamo tutti trafelati e dispiaciuti di far attendere la comitiva del pellegrinaggio a Gerusalemme per cercarlo, e lui tranquillo  a fare cose che noi pensavamo proprio molto più grandi di Lui. Parlava con i dottori della legge e aveva solo 12 anni. Stanno lapidando una donna sorpresa in adulterio e lui sta a scrivere per terra!

Maria pensa: vedrai che Gesù non abbandona assolutamente questa coppia di giovani sposi che ci fa tenerezza nel vederli così sprovveduti per il troppo poco vino che han preparato! Gesù sicuramente farà qualcosa, ma vorrà vedere se gli saremo capaci di credere. 

Infatti a chi cerca affannosamente vino, dice: riempite le giare di acqua! Ma Signore abbiamo bisogno di vino! Ci stai tirando in giro? vuoi beffarti di noi? ci vuoi umiliare ancora di più? Non è più semplice chiedere scusa con sincerità della nostra dabbenaggine e cantare qualcosa? E Lui, Gesù: Riempite le giare, diremmo noi, i bidoni dell’acqua.

"Ogni cosa che a Gesù venga in mente di chiedervi, voi fatelo" (Gv 2,5).  

Ci fidiamo o no di Gesù? Lo accettiamo soltanto se ci sta nella nostra testolina? La fede è questo: abbandonarsi nelle mani di Gesù, nella ricchezza e fantasia del suo amore.

E Gesù quando vede che ci fidiamo di Lui ci apre il cielo, ci dona l’impossibile, ci riempie la vita di gioia e di salvezza.

Questo è vero per l’amore tra marito e moglie, per la crescita dei figli, per uscire dalla crisi, per le nostre disperazioni. Ogni famiglia se è onesta deve riconoscere che ha provato questo. Io ripenso alla mia famiglia; mia madre resta vedova a 30 anni con quattro figli 6, 4, 2, zero anni. Poteva essere solo disperazione, per di più in tempo di guerra, che sarebbe poi finita 70 anni fa, come oggi. 

Quel bambino di zero anni ero io; ci sono ancora e con la gioia di aver avuto in dono dal Signore non solo una vita cristiana, ma in essa anche il dono di essere prete e vescovo.  Qualcuno per me ha creduto, si è affidato, ha risposto al consiglio della Madonna: fatto tutto quello che egli vi dirà, tutto ciò che la fede semplice di una mamma non poteva nemmeno sognare.

Ascoltiamo sempre la Madre del buon Consiglio!

+ Domenico Sigalini

 

 

 

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