Domenica, 29  Marzo  2020  05:18:12


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Carchitti: confraternite a dirsi la gioia del risorto, la nuova creazione definitiva

0 vescovo39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. (Lc 24, 39).

L’esperienza tragica della morte è nostro pane quotidiano. Giustamente la nascondiamo perché vogliamo vivere, perché la vita dell’umanità è più forte delle morti che la ridefiniscono continuamente; ma non è nascondendola che la possiamo vincere, è guardandola nella vicenda di Gesù. I giorni dopo la Pasqua sono molto concitati, i discepoli si vedono ripopolare i loro momenti privati o comunitari, a Gerusalemme o in Galilea, dalla presenza del risorto: Lui si dà a vedere, si presenta inaspettato, torna a fare compagnia, soprattutto li vuol aiutare a sperimentarlo in questa nuova vita che ha conquistato.

Tra i primi a vederlo vivo ci sono quei due giovani che “riferirono ciò che era accaduto e come lo avevano riconosciuto allo spezzare il pane” e invitano i discepoli loro compagni di dolore e di disperazione a non cercare tra i morti Gesù che è vivo. Erano partiti perché non ce la facevano più a sostenere quell’aria di morte che si tagliava a fette, nella Santa Sion, nel quartiere dei disperati, in quel cenacolo che era diventato il rifugio dei seguaci di Gesù che, mortificati, tentavano di sostenersi a vicenda.

C’è bisogno soprattutto in certi momenti di staccare la spina, di illudersi che i problemi sono risolti. Ma la lingua batte dove il dente duole. In quella gita, in quel cammino, qualche calcio arrabbiato ai sassi, fa capire che il cuore è ancora sanguinante. C’è una parolaccia che ritorna continuamente nei loro dialoghi: ormai. Non sarebbe mai da pronunciare perché dice che ogni voglia di vivere, ogni speranza, ogni progetto, ogni sogno è svanito. La tensione che ci metti nella vita per costruire qualcosa, le aspettative, che si accumulano su un progetto, l’entusiasmo che ti muove ad osare l’impossibile quando ti riduci a dire “ormai” sono pietre sul cuore, sono macerie di una  bomba.

Credevamo che sarebbe risorto, dicono a un pellegrino curioso che li affianca nel loro cammino, ma “ormai”. Il pellegrino curioso è Gesù, è stato messo in croce, ha subito l’indicibile, non gli è più stato vicino nessuno, e si sente dire questo “ormai”, da due giovani amici, si sente sigillare addosso un’altra pietra tombale. Ma lui l’ha fatta saltare quella pietra dalla sua tomba, è lì che dialoga con loro e deve compiere un altro miracolo.

Ogni uomo ha nella vita il suo “ormai”, la sua pietra tombale sui suoi desideri di bene, sui suoi progetti, sulle sue aspirazioni, sui suoi sogni. Il mondo è pieno di fabbriche di pietre tombali; trovi gente dovunque che le vende, che ti spegne il bene nel cuore, ti tira dentro nei suoi circoli viziosi, magari noi stessi ne produciamo a non finire e disseminiamo compagnia, vita di famiglia, spazi di convivenza di “ormai”.
E Gesù con amore non si scoraggia, si accompagna, ascolta, parla e fa saltare dal cuore di quei due giovani come dal cuore di ogni uomo quella pietra. E capiscono i due! non ci ardeva il cuore in petto quando ci parlava, non ci ribellava il sangue nelle vene? Si sentono impegnati in una missione, e tornano a dirlo ai loro amici, anche se non hanno ancora la forza di sbalzare le pietre che chiudono il cuore, li aiuta ancora Gesù, Lui, il crocifisso, risorto. Lui con la bellezza del suo volto. Visto così dopo quegli spasimi, quella devastazione è ancora più bello.

 Non è un fantasma, non è una presenza da X-file, non è una apparizione evanescente. E’ Lui. Non solo, ma qualcosa di più, non di diverso. Non è un altro, ma Lui ancora in una vita piena, definitiva, nuova, il punto più alto cui la nostra umanità è stata chiamata. Non è un morto ritornato in vita, che ha spostato la data della morte; su di lui la morte non può più niente, è sconfitta. E’ una nuova creazione, la nuova umanità della categoria d’ora in poi definitiva, insuperabile, senza concorrenza: la categoria del risorto a vita piena.

Per questo torna a mangiare con loro, presenta loro i segni della passione. Quel corpo su cui tutti credevano di aver detto l’ultima parola, di aver scatenato tutto il male che potevano, ora è glorioso. Dio sa non solo ricostruire la sua immagine e la sua corporeità, ma la rende nuova e definitiva, per tutti noi.

La risurrezione non è soprattutto un fatto di cui meravigliarsi, perché superiore alle nostre possibilità e alla nostra fantasia, ma diventa il punto di arrivo di tutti noi. C’è un mondo altro che bisogna lentamente creare, in cui in maniera impensata occorre traghettare ogni vita donata da Dio; ebbene il giorno della Risurrezione questa nuova vita ha fatto il suo ingresso nel mondo e ha trascinato con sé tutti gli uomini. Dio non ci aveva creati e buttati a caso nel mondo, ma ci aveva predestinati a questo, perché Lui non ci abbandona mai.

Voi confratelli e consorelle, siete i testimoni oggi di quei fatti. Lo testimoniate quando vi accollate il crocifisso, i santi, la Vergine Maria, soprattutto quando vi dimostrate fratelli, solidali, generosi, capaci di perdono vicendevole, costruttori di famiglie credenti, quando date onore a Dio nei santi e soprattutto soccorrendo gli uomini e le donne in difficoltà di fede, di  vita buona, quando sono colpiti da malattia, da disperazione, da povertà. La fede nella risurrezione la si testimonia così nella vita di ogni giorno. Oggi ve lo proponete di nuovo, senza scoraggiarsi, senza scuse, senza vergogna, ma pieni della forza del risorto.

 

Domenico Sigalini, Vescovo

 

 

 

 

In memoria di p. Alberto Amarisse

1 armeniLa diocesi di Palestrina esprime massima solidarietà a papa Francesco circa la condanna esplicita e ai livelli massimi dell’insegnamento pontificio circa il genocidio degli Armeni, contestato platealmente dal governo turco, proprio perchè dal riconoscimento di esso si può arrivare a una nuova convivenza e pace.
Lo facciamo come prenestini perché anche noi abbiamo pagato con  il sangue questa persecuzione. Facciamo solenne memoria di un nostro concittadino di Cave padre Alberto Amarisse, che proprio fu vittima in quegli anni nel genocidio degli armeni. E’ introdotta da tempo una causa di beatificazione per martirio. Ci affidiamo alla sua intercessione per avere da Dio il dono della pace tra tutti gli uomini e tra tutte le religioni e le fedi.


        Domenico Sigalini, vescovo


Lutto
Esprimiamo la nostra partecipazione al lutto de “I Ricostruttori nella preghiera”, che ieri, domenica della Divina Misericordia hanno perso un confratello p. Lanfranco Rossi, docente di spiritualità dei padri della chiesa alla università pontificia Gregoriana. La sua vita si è spenta nella cascina di san Feliciano a Zagarolo.

 

 

 

 


 

La risurrezione è la nostra vita vera

1 pasqua veglia 2015Abbiamo vissuto una settimana all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori, ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza. Abbiamo visto giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito, segnato a dito, fare Giuda. Poi ci siamo fatti passare di mano in mano quella croce. Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia. Abbiamo potuto fare a anche a scuola qualche gesto. Stassera la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo; oggi non è più possibile, dobbiamo fare il  salto della fede.
Stassera ci viene chiesta la fede.  Non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il risorto, ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un  crocifisso, che richiama solo storia e pietà, anche se molti ci negano anche quella. Stasera facciamo il salto nell’oltre. Riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. Colui che è morto così miseramente senza nessun stoico coraggio è il Figlio di Dio. Dice uno dei quattro vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa
E’ un discorso difficile, perché occorre affidarsi; occorre avere il coraggio di  leggere il terremoto di cui si parla nel vangelo come definitivo,  come quello che ci toglie da ogni disperazione.  Questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio. E’ il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.
E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili della nostra esistenza, della  speranza oltre ogni paura e dolore. Non è il terremoto che ci fa paura e che ogni tanto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia. E’ questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  “Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l'altro. E' il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione, del peccato”
E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri anche di questi giorni, di questi ragazzi sgozzati, crocifissi perché cristiani. Ho detto messa in una scuola in questi giorni e ho trovato giovani che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni. Questo spesso è il coraggio delle nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private. La nostra fede per mestiere, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo.
Ma Dio è grande e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia. Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie, più autentico dei nostri giuramenti. Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”. Perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nella braccia di Dio. Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.
Siamo contenti e orgogliosi di offrire la nostra comunità credente a questi cinque nuovi battezzati; chiediamo loro perdono se il nostro esempio tenterà di affievolire quella gioia che stanotte provano; ma vorremmo essere sempre all’altezza della fede che Dio loro stanotte ha regalato, la loro giovinezza di fede ci aiuti tutti.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Un giorno di festa per Maria di Magdala, Pasqua 2015

resurrezione-1Tutto nasce dalla caparbietà di una donna che non si dà pace di aver perso il senso della sua vita pur trovato a fatica. Lei Gesù l’aveva rincorso, sapeva che non era stimata, strana appariva agli occhi della gente, sette demoni la possedevano e lui  l’aveva liberata, le aveva fatto provare ancora pace, gioia di vivere, armonia di rapporti con tutti, vita desiderabile. Poteva essere ora tutto finito?

Anche lei si stava adattando, l’unica cosa che riusciva a pensare di Lui era il suo corpo freddo, piagato, disprezzato e violato. Almeno lo poteva imbalsamare e, con la sua compagnia di donne solidali nell’amore e nel dolore, aveva già preparato tutto. Lo avrebbe ancora potuto toccare, ungere, dimostrargli concretamente affetto, anche se ormai solo a un corpo senza vita, rigido, inerte e senza il suo sorriso, il suo sguardo trafiggente e confortante.

Invece, il giorno dopo il sabato, il giorno dopo la festa più grande del popolo, un volgare lunedì, diremmo noi oggi, il giorno dopo di una distensione, di una vita in allegria e in compagnia, che per loro era stata giornata di paura e non di festa, ma comunque il primo giorno dopo, avviene la scoperta più grande della storia umana, viene registrato il fatto per eccellenza che cambia il significato dell’universo.

Il modo di essere portato a conoscenza di tutti, delle Tv, della stampa accreditata, degli archivi, degli storici, dei nemici e degli amici, dei pensatori e dei menefreghisti, dei potenti e dei semplici è la constatazione di un vuoto indecifrabile, incomprensibile, deludente. Il grido di questa donna che non sarebbe mai stata presa in considerazione come testimone in nessun tribunale e da nessuna autorità. Già qui Gesù dimostra di cambiare il modo di pensare comune sulle donne. Là il corpo non c’è più:Gesù è vivo.

Si sentirà più tardi dire: Donna perché piangi? È una domanda che viene ripetuta ogni giorno nella nostra storia. Non siamo stati abbandonati a un cieco destino di sofferenza. Il dolore sembra sopraffarci, ma c’è sempre chi ci assicura con un perché che le lacrime pur essendo il nostro pane di giorno e di notte non sono il nostro futuro. Quel giorno si è aperta una finestra definitiva nella vita degli uomini: la finestra del tempo definitivo, una finestra di eternità. Era il primo giorno dopo il sabato. Domenica, la chiameranno in seguito.

Non ricorderanno di Gesù il giorno della morte come si fa di tutti, santi compresi; non si celebreranno centenari del giorno del trapasso, pure tragico, ma di lui si parlerà sempre del giorno dopo il sabato. La domenica per noi cristiani è il giorno dell’evidenza della resurrezione, della fine delle nostre lacrime, è un regalo che Dio ci ha fatto.

Ci vogliamo sentir dire ogni domenica: perché piangi? sui tuoi fallimenti, sulle tue carognate che continuamente riesci a inventare, sui tuoi dolori insopportabili, sul tuo peccato, sulla storia che va sempre fuori riga, sul mondo di guerre che continuiamo ad alimentare, sulla disperazione ormai immotivata, sui nuovi modelli di violenza che fanno della religione il campo più ambito per farsi propaganda, per seminare terrore e confusione nelle coscienze, con una crudeltà efferata che non guarda a età, ma solo a fede in Gesù .

I due apostoli il vecchio e il giovane, Pietro e Giovanni, la nostra stanchezza e la nostra grinta che possiamo avere anche a cent’anni, ci hanno dimostrato con tre verbi come si possa essere anche oggi cristiani: andarono, videro e cedettero; si sono mossi dalla loro disperazione, sono usciti dal dolore e dalla vergogna del tradimento, hanno aperto gli occhi sui fatti, sulle evidenze messe davanti ai loro occh, e hanno orientato la loro vita alla fede, l’unica capace di dare ragione di quello che sperimentavano.

La domenica è capace di darci risposte, perché la Domenica è la nostra vera vita è quella finestra sulla speranza che non verrà mai meno, a partire da questo primo giorno dopo il sabato che ancora noi oggi celebriamo con dignità e, se fosse una virtù, e di questi tempi barbari lo è, di orgoglio.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Venerdì Santo 2015

0 cristo pietIl giorno del giudizio è venuto. E’ bastata una condanna esemplare, qualche scontento che presto tornerà a ragionare e ce ne darà ragione, un po’ di buon rapporto con l’autorità romana che non possiamo più sopportare, ma soprattutto abbiamo sventato l’attacco più distruttivo alla religione dei nostri padri.
Era ora che tutto tornasse nella normalità; chi era questo nazareno che voleva sovvertire le nostre vecchie, chiare, provate abitudini? chi pretendeva di essere questo provinciale, che si autocandidava ad essere eversore?
Siamo sempre cresciuti così. Abbiamo sempre obbedito ai nostri saggi, non abbiamo mai fatto colpi di testa. Il nostro tempio ci ha sempre aggregati anche nei momenti più difficili. Ogni tanto c’è qualcuno cui non piace la nostra religione, che da secoli tiene unito un popolo come il nostro, pure difficile lo sappiamo, ma sempre il popolo dell’Altissimo Dio.
Chi però può dire quanta ruggine si era creata sui rapporti tra l’uomo e Dio! Quanto egoismo aveva trasformato la visione della bontà di Dio. Si erano ammassate nella coscienza degli uomini:
- le fughe dei figli dai genitori per prendersi ogni libertà e licenziosità
- le abitudini del figlio che sta a casa a contare i vitelli del padre e non gli importa niente del suo dolore
- l’adultera e i suoi sfruttatori che hanno trovato un modo per distrarsi
- il levita e lo scriba che non riescono a vedere il dolore del ferito riverso sulla strada
- il giovane che si lascia fasciare il cuore dalle cose e non riesce a decidersi per una vita piena
- quello che trova scuse, per rimandare sempre le sue decisioni
- il nostro continuo mettere alle frasi più impegnative del Vangelo: si fa per dire!
- le comodità acquisite a danno dei più poveri. Se c’è gente che muore di fame e altri che muoiono di obesità qualcosa non funziona, ci sono delle piccole, grandi infedeltà…
Anche noi siamo così. Siamo partiti bene. Ci siamo preparati bene al matrimonio, a diventare preti, a donare la vita ai figli. Siamo stati bene con i nostri genitori, poi a un certo punto non ci siamo capiti più. La vita si carica di male ogni giorno, se non la carichiamo volontariamente di bontà. La vita si imbastardisce se ci lasciamo vivere..
Purtroppo spesso si adagia e si rovina senza che ce ne accorgiamo. Andiamo avanti sempre meno bene. Finché il male scoppia. C’è nel mondo una sorta di legge dell’entropia della bontà, del continuo suo abbassamento, della incapacità di ricostruire percorsi di bontà. Il potenziale di bene del mondo continua ad abbassarsi, se non ci fossi tu, una sorgente che continua a zampillare vita buona e felice.

La causa precisa è una malattia mortale, genetica, che ogni creatura ha contratto quando è nata: il peccato. E  Gesù sa di dover sferrare l’attacco definitivo. Lui sarà il vincitore. Il mondo non solo tornerà ad essere il sogno che Dio da sempre aveva fatto, sarà ancora meglio perché abitato da lui. Felice colpa, canteremo sabato, se ha meritato un Salvatore come Gesù.
L’umanità ha tra i suoi abbracci, le sue voci, i suoi pensieri, i suoi gesti, i suoi sentimenti quelli di Gesù.
Ma stasera stiamo a contemplare questo finale per niente americano del personaggio Gesù.
Che parte prendiamo? Quella di Pietro, perché ti siamo vicini, ma ti siamo sempre traditori?  Quella di Giovanni, slanciato, deciso, un po’ ingenuo? Quella di Giuda, traditore non per nulla pentito, sempre fisso sulle sue visioni di mondo da distruggere, come ogni sicario? Quella di Pilato, incapace di uno scatto di dignità, perché sempre più auto centrato sulla sua carriera? Quella dei soldati, ligi al dovere, senza un minimo di obiezione di coscienza?
Siamo peccatori, abbiamo ciascuno un nostro copione da rappresentare, ma ti vogliamo dare un bacio. Un bacio te lo diamo Gesù, non tener conto di come siamo stati e di quel che saremo. Avremo sempre bisogno della tua bontà e del tuo perdono, del tuo sguardo che hai lanciato a Pietro e di quello che hai detto all’adultera: va in pace e non peccare più.
Dacci un momento di lucidità stasera, fallo durare una vita, ma accettalo anche se è solo un momento.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

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