Domenica, 29  Marzo  2020  04:02:05


calendario I nostri contatti La pagina Facebook diocesanaAccount Twitteril Canale Youtubeil Canale Telegram


header-vescovo

La cena del Signore

13924744395 db0287263b hE' molto tragica la sera dell'ultima cena. Si consumano due tradimenti uno dopo l'altro, in una ingratitudine lancinante, in una umanità sprezzante e sempre misteriosa nel suo cedere al male.
Gesù è giunto alla sua offerta definitiva per il bene della nostra umanità. Ho sempre desiderato mangiare questa Pasqua con voi. La grande sensibilità umana di Gesù anticipa nella semplicità e serenità di un pasto comune, nei segni del pane e del vino, il dono fino alla morte del suo corpo e del suo sangue. In ogni nostra parrocchia, tanti di noi hanno seguito, drammatizzato, preso una parte in questo dolorosissimo epilogo della vita di Gesù. Abbiamo preso la parte di Giuda, di Pilato, di Pietro, del Cireneo, della Veronica, di Barabba e ci siamo sentiti coinvolti personalmente, perché ci siamo riconosciuti dentro una parte non secondaria nel causare il dolore a Gesù o nel tentare di condividerlo. Lo abbiamo visto sempre tante volte, ma sempre ci prende dentro. Ci vogliamo lasciar prendere dentro anche stassera. Gesù vuole lavarci i piedi, non ci accosta per rimproverarci, ma si mette il grembiule e dichiara con i fatti, come dobbiamo trattarci tra di noi, come possiamo far vedere al mondo la nostra fede in Lui: non con grandi ragionamenti, anche se dobbiamo mettere tutta la nostra intelligenza al servizio della gioia del vangelo, ma con gesti semplici, di vita, con le nostre relazioni quotidiane tra noi e con gli altri, mai orientate al sopruso, alla calunnia, allo sparlare, all'odio serpeggiante che è sempre, segno di un animo sprezzante e non di amore cristiano.
Il dono dell'Eucaristia è però il dono più bello e più determinante la nostra vita cristiana. Quante chiese, cattedrali, abbiamo costruito per celebrare questo dono del Signore, custodirlo, offrirlo come cibo per la vita di tutti. la nostra stessa cattedrale, questa in cui siamo stasera, è stata costruita, distrutta, ricostruita, ridistrutta, rimessa in piedi. I nostri antenati si sono visti sempre cancellare la loro fede nel Corpo e sangue di Cristo, ma non hanno mai ceduto. Qui ci deve sempre essere uno luogo per celebrare quell'ultima cena, finché non sarà celebrata alla fine dei tempi, al ritorno di Cristo. C'è per i nostri bambini, per noi adulti, per tutti.
Qui i preti stendono le mani sul pane e sul vino, invocano lo Spirito, perché agisca ancora Lui come ha fatto sempre nella storia, a cambiarlo in corpo e sangue di Gesù. Si rinnova l'ultima cena, si rinnova la nostra fede, si ricongiunge il nostro mondo a quel mondo abitato dal Figlio di Dio, Gesù, si ricongiunge a quella passione morte e risurrezione, si riprende il cammino della conversione e della fede, si riscopre di nuovo la grande misericordia di Dio. Il mistero che caratterizza la chiesa è proprio questo: non commemoriamo, ma riviviamo come fosse allora gli stessi fatti, con le stesse parole, con la stessa presenza di Gesù, Figlio di Dio.
Il nostro mondo di oggi come reagisce? Molti non passano più da qui, sto dicendo dei cristiani. La domenica è spazio di ogni tipo di attività, fuorché dell'incontro con il corpo e il sangue di Cristo. La nostra chiesa sta languendo, ma il segno, il cuore, la passione di Gesù ci sono sempre, Gesù si mette in coda allo sport, al giardinaggio, alle nostre olive e alle nostre viti, ai supermercati, al benessere fisico delle camminate... Ma non cede, non ci rimprovera: ci chiama e aspetta.
Se poi, alziamo lo sguardo al nostro mondo, come sempre pieno di male, che ci sembra accanirsi ancora di più contro i cristiani e contro chi crede, rivolgiamo al Signore una preghiera carica di speranza e di partecipazione. Non perderemo mai la speranza e non ce la lasceremo mai rubare
E possiamo dirgli una preghiera appassionata usando le parole di santa Caterina da Siena
"O Amore indicibile! Rivelandomi i tuoi segreti, mi hai dato il rimedio dolce e amaro che mi guarisce dall'infermità e mi distoglie dall'ignoranza e dalla negligenza. Ravviva il mio zelo e riempimi del desiderio ardente di ricorrere a te. Mi hai mostrato la tua bontà e gli oltraggi che ricevi da tutti gli uomini, persino dai tuoi ministri. Tu, bontà infinita, mi fai spargere lacrime su me stessa, povera peccatrice, e su questi morti che vivono così miseramente... Ti chiedo dunque con insistenza: fa' misericordia al mondo e alla tua santa Chiesa! O povera me, quanto addolorata è l'anima mia, a causa del male che ho fatto. Non tardare più, Signore, a fare misericordia al mondo, acconsenti a compiere il desiderio dei tuoi servi ... Vogliono il sangue in cui hai lavato l'iniquità e cancellato la macchia del peccato di Adamo. Questo sangue è nostro, poiché in esso ci hai immersi; non vuoi e non puoi rifiutarlo a chi te lo chiede in verità. Per cui dona il frutto di questo sangue alle tue creature... Per mezzo di questo sangue ti supplichiamo di far misericordia al mondo.

 

+ Domenico Sigalini, vescovo

 

 

 

 

Messa crismale 2015

13911903084 f27cc520aa kprimo anno della celebrazione del IX centenario della dedicazione della cattedrale.

Siamo tutti convocati, battezzati e presbiteri a celebrare il dono del sacerdozio che Dio ci ha fatto nella persona, vita, passione, morte e risurrezione di Gesù. Qualcosa di grande ci accomuna come popolo santo di Dio: ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre. Siamo sacerdoti, re e profeti della nuova alleanza stabilita non nel sangue di capri e tori, ma nel sangue di Cristo, nostro Salvatore. Non è un mistero che si risolve e compie in un culto separato dalla vita, ma che diventa necessariamente: portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, la consolazione degli afflitti e promulgare l'anno di grazia del Signore, un giubileo speciale, dedicato alla misericordia di Dio che papa Francesco inaugurerà prima della fine dell'anno.
Tutto il popolo è sacerdotale, ma noi siamo i ministri al servizio di questo sacerdozio comune dei fedeli, siamo chiamati in un ordine ontologicamente diverso a prodigarci per la santificazione di ogni cristiano. Non dobbiamo solo essere riparatori di case sbrecciate, di vite consumate, di esistenze buttate, ma collaboratori di Dio nel portare a santità ogni persona nella gioia del vangelo.
I tempi in cui viviamo sono sempre una sfida nuova per questo nostro compito e a noi tocca essere fedeli al mandato, generosi nell'attuarlo e creativi nell'interpretarlo, con una supplica quotidiana per ottenere l'aiuto dello Spirito Santo. Ci siamo detti nei nostri incontri formativi che oggi la ricerca di religiosità è in aumento. La nostra gente ce lo fa capire quando abbiamo tempo di ascoltarla. Sembra che di questi tempi il sentimento religioso occupi maggiormente la nostra cultura. Purtroppo lo usano i violenti a servizio dei poteri occulti e forti, per seminare odio tra le religioni e provocare dedizioni irrazionali alla loro causa. Stanno trasformando la loro sete di potere in lotta tra le religioni; fanno martiri in ogni appartenenza religiosa per imporre il loro mondo di interessi senza scrupolo. Il resto del nostro mondo non ha le mani pulite in questi massacri e martìri.
La vita delle nostra gente conosce sì stupore, meraviglia, desiderio di ritorno, blanda partecipazione, ma dentro la suadente tentazione di adattare la fede a religione e per di più a bassa intensità. Siamo disposti a credere, a tornare in chiesa se quello che dite, che proponete, che predicate ci accontenta; se abbassate le vostre richieste almeno al buon senso, a quello che dicono tutti, se accettate meno rilevanza pubblica, se vi mettete in angolo e vi fate definire come qualsiasi altra associazione. La chiesa tende ad essere trattata come una onlus: stesse leggi, stesso riconoscimento, stessa rilevanza. Non si tratta solo di economia, ma di concezione della vita di fede. Voi cristiani siete come un club tra i tanti e noi cristiani ci stiamo alla grande a farci rinchiudere in qualche cerchio dorato. Fortuna che papa Francesco non accetta di essere messo all'angolo, anzi ci stimola sempre ad uscire, ad accogliere, a portare la gioia del vangelo a tutti.
In questa grande sfida le nostre comunità parrocchiali giocano un ruolo determinante se sono disposte a:
• non ritenersi autosufficienti Nessuno basta a se stesso. La nostra gente è felice quando ci vede collaborare e lo constato di persona. Sto abitando da dodici mesi nei nostri paesi e nelle nostre città. Non vengo solo a celebrare con le chiese piene per la parata, ma sto con voi anche senza bagno di folla, come sono le nostre parrocchie nella quotidianità, nelle case piene di dolore che, in certe famiglie, sembra più una condanna infinita che una prova temporanea, nella assenza quasi generalizzata di giovani che facciano della fede il centro della loro vita.
• se voi presbiteri sapete di far parte di un presbiterio e assieme collaborate tra voi e con me, vescovo, sempre indegno, come dico convinto nella messa, ma sempre successore degli apostoli e principio impreteribile di unità. Il Signore vi chiede la pazienza di accettarmi, anche se pieno di difetti. Se ci sappiamo incontrare, se riusciamo ancora a crescere assieme, se ci interroghiamo assieme sulla nostra stessa fede, prima ancora che sul lavoro pastorale. La gente ha bisogno di preti che credono in Dio, che si affidano a Lui, che condividono con i confratelli e col vescovo la loro passione annunciatrice della gioia del vangelo
• se il nostro popolo non chiede sconti alla urgenza di una conversione della vita, al cambiamento degli stili di esistenza, a un diverso rapporto genitori- figli rispetto alla fede. I giovani vedono la fede dei genitori spesso come una maschera di perbenismo
• se la nostra gente non è costretta a un facile consumismo religioso, perché non è aiutata a farsi corresponsabile nell'annuncio della fede, nella conduzione della stessa parrocchia, nella sua vocazione laicale, che è chiamata ad essere corresponsabile del vangelo e della vita ecclesiale. Siamo tutti sacerdoti
• se sappiamo uscire nelle periferie sia fisiche che spirituali delle nostre parrocchie. Nessun prete più si illude che la sua gente sia tutta attorno alla chiesa, magari collocata in un luogo difficilmente praticabile, sia per la dispersione delle abitazioni, sia per l'indifferenza dei più alla vita cristiana.
• se riusciamo a fare della Parola di Dio meditata quotidianamente la nostra luce e la nostra forza, se facciamo diventare il vangelo il fulcro delle nostre giornate
• se la preghiera che ci alimenta sono le celebrazioni che dobbiamo fare per dovere con i nostri fedeli, ma anche momenti prolungati e personali nel silenzio della nostra vita donata.
Vi consegno stamane una sorta di lettera pastorale in occasione della celebrazione del nono centenario della dedicazione della nostra cattedrale. Si intitola: la chiesa prenestina ai tempi di papa Francesco", si ispira alla Evangelii gaudium. È fatta in collaborazione anche con laici e riassume tante considerazioni che ci siamo fatti in questi ultimi tempi, tenta di orientare la nostra comunità diocesana sugli insegnamenti di papa Francesco, si pone in una aggiornata lettura dei segni dei tempi, per definire il nostro compito di chiesa e di cittadini, in questa lunga crisi economica che porta ancora tante sofferenze a noi, che spesso non riusciamo a rispondere ai bisogni dei poveri, e alla nostra gente.
Torneremo stasera nelle nostre chiese parrocchiali e celebreremo la cena del Signore, il dono di sé anticipato nel Corpo e Sangue suo e dato a tutti per cibo, forza, compagnia, linfa vitale, laveremo i piedi ai nostri fedeli per dire di nuovo che siamo al loro servizio. Stiamo benedicendo le case e purificando le nostre e le loro vite con il sacramento della confessione. Tutto ci porti con gioia alla Pasqua di Gesù e di ogni uomo di buona volontà.

 

+ Domenico Sigalini, vescovo

 

 

Alza lo sguardo a quella Croce! (Gv 3, 14-21)

1 ordinazione 14 marzoAvere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.
Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica. Ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. Proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti. Rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro. Solo che le TV vendono solo se stesse e non costruiscono  vera speranza.
Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto,  per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.
Si fa sempre un gran parlare a ondate periodiche del crocifisso nelle aule scolastiche o nei luoghi pubblici. Può recare sicuramente fastidio per tanti motivi, per chi ha smesso di credere e si vede collocare davanti un segno che richiama tempi che vuol rinnegare, per chi ha altra religione che vorrebbe un segno più suo, per l’agnostico che non si adatta a questa debolezza razionale di tanti uomini pure saggi e stimati. Ma faceva fastidio soprattutto questo simbolo nei primi secoli del cristianesimo. S. Paolo stesso non lo sopportava se, una volta convertito, ricorderà a tutti che la croce è un assurdo per i giudei e stupidità per i pagani. Infatti aveva fatto di tutto per toglierlo dalla mente e dal cuore di quegli ebrei che, secondo lui, mostravano tutta la debolezza della loro fede nella legge, la Torah, passando al cristianesimo.
Per molti anni ancora dopo S. Paolo si è fatto fatica a disegnare questa croce, questo supplizio, questo inaudito segno di riconoscimento per collocarlo alla venerazione dei cristiani.
Eppure proprio quella croce è il simbolo che ha cambiato la storia dell’umanità. Chi guarda a quella croce, si sente rinascere le forze, gli sparisce la febbre mortale del peccato, riprende speranza nel suo futuro, si sente la carezza amorevole di Dio che gli cancella ogni rimorso, ogni disperazione.
Guardando a quella croce, ci vede inchiodato un atto di amore che sembra folle, ma che è il gesto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, l’unico, amatissimo, agapetòs, Agapito, diciamo noi prenestini. Cristiano, uomo, non ti vergognare di questo orrore, lì è condensata la cattiveria di ogni uomo e di ogni tempo, lì però si è schiantata la forza del male, me lo sono caricato io sulle spalle. Queste due braccia incrociate hanno cambiato la storia. Oltre, il male non può andare. E la croce non è un giudizio, ma una salvezza. Non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Voi stassera salite su quella croce, voi ve la scrivete nel cuore, ve la tatuate sulla pelle. Mi ricordo di due ragazzi innamorati egiziani, ad uno dei quali avevano ammazzato il padre perché era cristiano; per nulla intimiditi si sono fatti tatuare sulla spalla la croce di Cristo e dicevano: se me la vogliono cancellare mi devono scorticare.
Su questa croce salirete tutte le volte che celebrerete l’Eucarestia; starete accanto a Gesù fino alla resurrezione e porterete questo mistero nel mondo.
Se guardate a voi stessi potete sentirvi inadeguati, come, del resto, tutti noi vostri futuri confratelli presbiteri. Nessuno di noi si deve permettere di giudicarvi, di dirvi che siete diventati preti per il rotto della cuffia. Io in prima persona, avvalorato dai giudizi di chi vi ha guidato in questi anni, mi assumo tutta la responsabilità e sono pronto a pagarla con ogni sacrificio o croce che la vita mi darà. Sono il vostro padre del presbiterato, siete miei figli, sono sicuro che non tradirete questa fiducia e, come ho detto varie volte in pubblico, sarò orgoglioso di esservi padre. Sulla  mia paternità potete sempre contare.
So che tanti dicono che sono troppo buono, nel senso che sono troppo superficiale; seguo con la coscienza che Dio mi dà, le leggi della chiesa, mi avvalgo della collaborazione di presbiteri saggi, mi affido alla bontà di Dio, soprattutto ci sentiamo tutti abbracciati dalla sua tenerezza, soprattutto ora che è stato annunciato da papa Francesco il giubileo della misericordia, qualità che ha permesso a me di osare l’accettazione di diventare prete e vescovo della chiesa cattolica.  La mia paternità non è per rendere più facile il peccato, ma per darvi la certezza che la disperazione non è per nessuno la strada da seguire.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Trasformazioni del clero

1 crismalePresento qui di seguito uno studio che ha preceduto il lavoro diocesano di riprogettazione della formazione permanente del clero. E’ una lettura della situazione proposta ai vescovi nel mese di novembre scorso dal sociologo Luca Diotallevi e da me riscritta e resa più comprensibile nella nostra vita diocesana e nel nostro territorio. Emergono elementi che fanno pensare a una sorta di crisi.

 

Si tratta di crisi, ma non necessariamente negativa. Non si dice che non ci sarà futuro per valori, norme e conoscenze da cui si proviene e che ci sembrano negate o per lo meno sorpassate, ma che ci sarà futuro solo se la mediazione istituzionale, il ruolo e la figura dei preti, avrà la funzione che deve avere. Quindi può capitare che l’istituzione si rinnovi, si aggiorni fedelmente alla sua vocazione o che l’istituzione sia sostituita da un’altra o, Dio non voglia, da nulla.
I processi che si descrivono qui non hanno ancora raggiunto un grado di irreversibilità, da cui cioè non si può più tornare indietro; per essi si può dare vita a un rinnovamento oppure, se lasciati a se stessi, portano inesorabilmente alla stessa scomparsa della istituzione.
Quali sono questi processi?

 

1. Contrazione numerica del clero
I preti diocesani dal 1970 sono calati di almeno un quarto, i religiosi di un buon terzo. Quali le cause:
• Le classi numerose di preti sono finite fisiologicamente
• Stiamo subendo ancora gli effetti prolungati di una stagione (anni 60-70) caratterizzata da un forte abbandono del ministero
• marcata difficoltà di reclutamento di nuovo clero (da 439 ordinati nel 2003 ai 347 del 2012)
• crisi demografica: meno figli, anche meno preti
Siamo in buona compagnia con il mondo occidentale anche se in Italia molto meno. Le prospettive sono che aumenterà ancora di più l’età media del clero, cui seguirà una contrazione numerica e un ringiovanimento

 

2. Crisi della istituzione clero
Il fatto più importante però, non è tanto la diminuzione numerica,   ma quello che ne può essere una causa e cioè la crisi della istituzione clero. Alcuni dei tratti distintivi del ruolo dei preti e della  organizzazione dei presbitèri stanno cambiando velocemente. Influiscono anche alcuni fenomeni giudiziari, ma da noi sono casi limitati e non sufficienti a determinare la gravità della crisi.
Tre elementi la definiscono o descrivono in maniera più determinata:

 

il crescere di reclutamento non convenzionale
Esiste un fenomeno abbastanza presente che è quello di flussi sempre più consistenti di escardinazione/incardinazione tra diocesi non solo italiane e passaggio di religiosi al clero secolare.
Facciamo alcuni esempi anche se non sono esaustivi:
a fine 1991 gli ordinati rimasti nella diocesi  di nascita erano l’81%
nel 1999 erano il 79%
nel 2012 erano il 76%
Sembrano numeri piccoli, ma nell’ultimo periodo (2000/2012) solo 15 diocesi hanno avuto il 100% di reclutamento convenzionale, oltre 30 diocesi ne hanno avuto meno del 33%. Nelle regioni si oscilla tra più del 90% a meno del 40%
Questo dice in termini sociologici che il potere contrattuale del singolo prete rispetto al vescovo è aumentato e che forse è meno forte la selettività del seminario. Il fatto tende a diventare istituzionale, cioè a non dipendere solo da occasioni. Un pericolo è quello di etnicizzare   una professione, se si tratta di preti che provengono da altre nazioni. Faccio un esempio e spero di non essere irriverente: nel 2005 nella nostra diocesi nei due piccoli paesi di montagna (Rocca di Cave e Capranica) c’erano due presbiteri africani, se si aggiungeva anche Roiate   poteva nascere l’idea che questi paesi di montagna sono lasciati a una etnia.  Ma la cosa più seria è questa: l’aumento di reclutamento permette alla chiesa di aumentare l’offerta religiosa, abituare i laici ad avere servizi, senza assumersi corresponsabilità o da parte dei preti non impegnarsi a svilupparla.
Si implementa un consumo religioso per accontentare tutte le domande, ad alto arbitraggio individuale, cioè la gente si abitua a esigere prestazioni ecclesiali le più disparate a seconda dei gusti, dei bisogni più o meno indotti, a fare della religione una sorta di potere personale di carattere consumistico. Il fenomeno del reclutamento esterno può anche diminuire, perché non ci sono più preti che vengono da fuori, ma non ci si accorge che la religiosità è cambiata, la cultura religiosa e la prassi pure.

 

Il crescere della dipendenza dal centro del sostentamento del clero
Il sostentamento del clero basato sul famoso 8 per mille è oggi l’unica fonte di sostegno di ogni prete. Questo dà origine a due fatti quasi contraddittori, ma non troppo. Da una parte non si toglie mai   dalle casse della parrocchia la quota capitaria per integrare la quota che spetta di diritto a un prete e che l’IDSC non gli versa; da noi il parroco in genere non se la prende dalla cassa della parrocchia perché non è sufficiente a coprire il fabbisogno essenziale e il cappellano ancor meno, salvo integrazioni per bollette di consumo. Dall’altra è talmente vera questa dipendenza dall’8 per mille, che il prete in genere ritiene suo privato tutto quanto prende dall’8 per mille, una sorta di premio personale per i fatti suoi e non per il suo vivere concreto e toglie dalla parrocchia tutto l’ammontare delle sue spese di vitto, acqua, gas e riscaldamento. La gente non dà più niente al prete e forse questo è in correlazione con il reclutamento non convenzionale.
Dipendere dall’istituto centrale del sostentamento induce una sorta di statalizzazione della figura del prete e ci accorgiamo oggi che stiamo meglio di tanti operai o padri di famiglia che non hanno lavoro; il nostro impegno sia esso produttivo, sia improduttivo non determina un cambio del compenso mensile. Questo è causa anche di attrazione per i religiosi. Infatti gli inseriti nell’IDSC dal 1991 al 2012 sono passati dal 20.8% al 32.9%.
Gli equilibri della vita ecclesiale diocesana dipendono sempre di più dal centro, dalla CEI (vedi costruzione di chiese, restauri…) Questi processi hanno messo molto in crisi il profilo dei presbiteri rispetto al tempo precedente, al rapporto con la gente, al come ci si relazione con la gente. Nessuno giustamente non vuole più dipendere, ma il contatto con la gente ne è molto alterato. Fate come vi pare, io tanto il mio mensile ce l’ho sicuro.
Il concordato del 1984 ha grossi lati positivi, ma su quelli negativi che ho citato non abbiamo possibilità finora di pensare un’alternativa

 

la distribuzione del clero, parrocchie e popolazione
C’è un grande scarto tra distribuzioni territoriali di popolazione, parrocchie e clero. Più della metà delle parrocchie (55%) serve il 29 % della popolazione.
3200 parrocchie (con una popolazione complessiva di 30 milioni) hanno un parroco in esclusiva
Mentre ce ne sono 5300 con un parroco in esclusiva per una popolazione di 17.5 milioni. Questo significa che alcuni preti sono più sotto pressione che altri.

 

3. Crisi del sapere e nuovo orientamento e identificazione della professione
I preti sono sempre stati identificati con una “professione” importante in un paese, come l’avvocato, il brigadiere, il medico, la levatrice. Negli anni 60 queste sono andate tutte in crisi e sono state quasi assorbite dallo stato con tutte le sue pretese di controllarle con gli ordini professionali, gli esami di stato… Insomma anche il prete ha avuto una formazione diversa e quindi un nuovo modo di collocarsi nella società.
   1. Estrema diversificazione del retroterra formativo
Ieri c’era una forte omogeneità della cultura religiosa dei candidati al presbiterato. Questa omogeneità non esiste più. I tratti più diffusi da cui si proveniva erano: la partecipazione ecclesiale dei genitori, la militanza nell’Azione Cattolica, il ruolo della madre nella maturazione della vocazione; l’istruzione era omogenea. Gli ordinati prima del 1969 al 21% erano entrati in seminario dopo le scuole superiori, gli ordinati dopo il 1995 sono al 78%. Questo per dire che c’è molto meno in comune oggi che ieri. Così anche le esperienze formative; prima del 69 venivano dall’AC il 66% , quelli ordinati dopo il 1995 sono il 37%. Ora l’esperienza più diffusa arriva al 9%. Si moltiplicano tante esperienze diverse. Ieri si entrava in seminario con in testa una idea di prete pressoché uguale, oggi molte e spesso nemmeno una
   2. Spostamenti e appannamento del modello di riferimento
La tendenza ad avere modelli diversi di prete di riferimento non viene contrastata o non viene contrastata con successo. Il modello di guida ieri era il parroco, oggi al ruolo di assistente di una associazione prevale quello di leader della propria pastorale. La soddisfazione principale nel fare il prete è data dalla presidenza nella liturgia, dall’ascolto delle singole persone, dalla predicazione. Non c’è l’educazione, la confessione, il ruolo sociale… Più sono giovani meno hanno fiducia nel laicato. C’è un appannamento del modello di riferimento del prete e una incertezza maggiore. Sono il 65% quelli che dicono che non abbandoneranno mai il ministero con una diminuzione del 5%; infatti sono tra i 30 e i 40 all’anno che hanno abbandonato dal 2003 al 2012, nel 2013 sono 72.
   3. Crisi del sapere professionale
Lo stato di salute di una professione viene dalla consapevolezza e l’azione conseguente di un sapere capace di riformarsi continuamente e con continuità (direi aggiornamento vero).
Invece l’aggiornamento medio del clero è
44 % tematiche bibliche e tematiche spirituali
42% tematiche pastorali
35% liturgia
9% teologia morale
12% sistematica
16% fondamentale
La mera analisi dei testi e la mera raccolta di istruzioni rituali o giuridiche non sostengono la domanda di sapere di una professione. Questa crisi della teologia come sapere della professione lascia spazio a gente che abbassa l’etica e cerca i benefici psichici dei beni e dei servizi religiosi.
   4. Debolezza delle reti presbiterali ufficiali e forza di quelle informali ed elitive
Si passa dai parrocchiani e preti del territorio alla famiglia e agli amici preti. Il presbiterio non esiste più come punto di riferimento. La visibilità dei riferimenti: vescovo, consiglio presbiterale,  presbiterio.. è intatta o aumenta, senza essere in grado di esercitare autorità. Si scambia l’autorità con la figura carismatica. 

 

Riepiloghiamo:
1. Le aree in cui si sovrappongono i fattori di crisi sono raddoppiate in questi anni fino al 20%
2. I più esposti sono i preti di più recente ordinazione
3. C’è correlazione tra trasformazioni e strutture e stili di gestione dei presbitèri
4. Questi fatti producono una crisi dell’istituzione clero
5. Gli elementi che caratterizzano la crisi non hanno forza e neppure intenzione di creare un modello alternativo; ci sarà presto frattura tra anziani e giovani preti su questo
6. Il ricambio generazionale trasformerà quella che è minoranza in una maggioranza relativa, così che gestiranno presbitèri una maggioranza di preti senza modelli
7. Il processo descritto non ha ancora la caratteristica di irreversibilità. Oggi c’è ancora una maggioranza di presbiteri che resiste; questa però invecchia, diminuisce di numero e non è equidistribuita nel territorio italiano
8. La crisi della istituzione clero è la crisi della istituzione chiesa. Riuscirà il cattolicesimo a rinnovare le istituzioni sociali della sua forma ecclesiale? Sarà capace di aiutare a cambiare i presbitèri, la formazione del clero, l’aggiornamento professionale…?

 

Il contesto in cui si verifica questa crisi

 

Che contesto socio religioso abbiamo?
Togliamoci l’idea che sia in atto una secolarizzazione, vista soprattutto come rifiuto e abbandono della religione, come l’abbiamo patita dalla metà degli anni ’60 all’inizio degli anni’80. La nostra crisi non avviene in un contesto di secolarizzazione o dentro un declino della religione, anzi siamo in una ricerca di religiosità diffusa (religious booming), un momento di crisi della laicità. E’ una religiosità diversa da quella che vorrebbe il cattolicesimo, che nella religione vedeva un ancorarsi a principi validi anche per la vita pubblica.
Dalla fine degli anni ’60 è trascorsa un’era, non mezzo secolo. Il Concilio con le indicazioni del beato Paolo VI ha capito questo cambiamento. Se tra i candidati a guidare questo boom religioso c’è il cattolicesimo occorre però accorgersi che c’è una forma religiosa pure che si candida ed è la “religione a bassa intensità” low intensity religion

 

Che è questa religione a bassa intensità?
Concede al consumatore religioso una infinita capacità di scelta
Una facile ricombinazione tra beni e servizi che ci sono sul mercato religioso
Offre grandi possibilità e occasioni anche alle autorità religiose, se queste sanno abbassare le pretese normative.
Estrema flessibilità, grande indulgenza nei confronti della espressività, una riserva di simboli e riti, a patto che si liberino dei vecchi scrupoli dell’ortodossia e della ortoprassi,
avere meno rilevanza per avere maggiore visibilità.
La sociologia studia questa religione a bassa intensità come quando studia fenomeni di intrattenimento e di divertimento; quindi sono proprio parenti stretti.

 

Anche all’interno del cattolicesimo molti attori religiosi hanno adottato le forme di una religione a bassa intensità. Alcuni esempi:
• il matrimonio cristiano è inconcepibile  per questa religione a bassa intensità
• il profilo del clero cade assieme all’oblio dell’apostolato dei laici, che diventano solo consumatori religiosi
• difficoltà di autonomia  dei religiosi e la crisi senza paragoni delle religiose

I problemi che abbiamo con la nostra gente non sono una opposizione tra fondamentalismo o il tradizionalismo radicale o nella lotta tra progressisti e conservatori. Siamo tutti trapassati da correnti religiose a bassa intensità. Tutto i nostri problemi nascono dall’assimilare il cattolicesimo a solo religione e per di più a bassa intensità.
Qui allora occorre assolutamente che il clero operi un profondo discernimento ecclesiale. Non sottostimiamo la diminuzione progressiva del clero, ma è più importante leggere, approfondire, ricercare le cause del declino del profilo istituzionale del clero. La famosa richiesta ordinazione delle donne o di uomini sposati non cambia il problema.
L’affermarsi di un cattolicesimo in Italia solo come religione e per di più a bassa intensità non è immediato, ma molto più vicino di 10 anni fa.
In Italia l’area centrale appare in difficoltà molto maggiori della media, i suoi confini si stanno allargando a Nord e a Sud.
Una controtendenza sta in alcune isole del Nord e del Sud, che tra l’altro usano metodi molto diversi per le loro configurazione storico-culturale. Questo significa che non c’è un'unica ricetta pastorale che ci porta fuori dal guado, che ci permetta di rinnovare la forma ecclesiale della dimensione religiosa del cattolicesimo perché non diventi religione a bassa intensità.
L’insegnamento del Vaticano II e del magistero successivo, per le loro implicazioni sociali sono consapevoli e attrezzati per questa sfida. L’insegnamento e la prassi di Papa Francesco sono assolutamente necessarie per questo prospettiva.

 

Allora che formazione permanente?

 

• E’ uno stile di vita che punta sulla conformazione costante di ogni presbitero a Gesù Crocifisso, morto e risorto
• Non è una serie di incontri e di conferenze frontali, ma una relazione interpersonale e un approfondimento del pensare di fronte alle sfide dell’oggi e alle crisi della nostra istituzione presbiterale. Le trasformazioni del clero vanno approfondite, valutate e aiutate ad evolvere verso il bene delle persone e della chiesa
• Il Concilio Ecumenico Vaticano II e il magistero che ne è seguito (cfr soprattutto la Evangelii Gaudium) sono fari da cui farci illuminare, assolutamente da accogliere e approfondire
• Responsabile ne è il vescovo, il vicario generale e un gruppo ad hoc che programma le varie fasi, possono essere di seguito le vicarie e il consiglio presbiterale.
• Riguardo al problema del “reclutamento” non convenzionale, che a Palestrina è molto rilevante, sia per i presbiteri che per i seminaristi, sto con alcuni preti e vescovi rivedendo a fondo la metodologia, la configurazione e le nuove prospettive, consultandomi anche con le congregazioni romane a questo dedicate.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

La pastorale delle periferie: una sfida alla diocesi prenestina

cattedrale panorama+ Domenico Sigalini

Il continuo insegnamento di Papa Francesco sull’uscire, sulle periferie e sulla chiesa come ospedale da campo, ci aiuta anche a delineare una aggiornata dimensione del servizio pastorale di una parrocchia: quella dell’abitare in tutti i sensi la periferia. Tanto più che la nostra diocesi prenestina è fatta da tante cittadine che hanno una dispersione di abitazioni altissima. Non esistono da parecchio tempo dei paesi che corrisposndono alle parrocchie e nemmeno delle parrocchie che godono di un territorio raccolto attorno a un centro antropologico o a una chiesa che fa da punto di riferimento per tutti. Esistono chiese e spesso inconsistenti strutture parrocchiali che stanno nel vecchio centro storico, abitato pressoché da immigrati, e non facilmente raggiungibili con automobili, e la maggioranza o quasi delle persone sono distribuite in una dispersione geografica delle abitazioni o ville nell’isolamento più vario oppure in complessi abitativi, lontani dal centro o dalla stessa chiesa parrocchiale.
A questo riguardo i parroci sanno molto bene come si sono trasformate le città. Mi permetto in maniera molto approssimata nella descrizione, ma molto presente nei miei occhi e nei miei passi di questi nove mesi di pellegrinaggio per i comuni, di portare esemplificazioni (vedi allegato). Tendenzialmente le chiese o i centri parrocchiali non sono più collocati nella vita vera della gente. Qui si pone veramente un problema antropologico che poi diventa missionario. Tento di descrivere in un abbozzo che aspetta di essere completato da analisi più precise una fotografia degli abitanti e delle situazioni.

La gente di queste periferie
• non è in grado di poter stabilire contatti naturali e frequenti con il centro del paese, della cittadina e nemmeno con la chiesa parrocchiale.
• Vive in un pratico isolamento, aumentato dal pendolarismo per lavoro o per le comunicazioni
• Non ha spesso spazi di incontro territoriali o spazi di interazione
• Rischia che ciascuno sia lasciato a se stesso e che non ci sia niente per i bambini, gli anziani e gli stessi malati.
• Non ha momenti di sintonia con la chiesa, con il vangelo, con la stessa preghiera
• Mancano spesso o hanno difficoltà ad accedere ai servizi essenziali alla loro stessa vita sociale.
• Non sono raggiunti se non sporadicamente da iniziative pastorali o parrocchiali, da proposte formative e da relazioni religiose.
• La parrocchia in quanto tale non è nei pensieri delle persone e nemmeno nelle abitudini; spesso è solo un ufficio o un adempimento obbligatorio per funerali, sacramenti, certificati…
E’ possibile decentrarsi? Si può continuare a condurre la parrocchia senza tener conto di tutte queste persone? Che servizio minimale possiamo fare? Che progettazione deve nascere per annunciare il vangelo in queste periferie? Conosciamo i fedeli della nostra parrocchia oppure solo quelli che frequentano anche solo saltuariamente? Non si tratta in prima istanza di distribuire messe, di portare questo popolo di Dio alla chiesa parrocchiale, di andare a benedire una volta all’anno le case o di organizzare una struttura omogenea uguale per tutte le periferie, ma di procedere per gradi a far capire che nessuno è lontano da Dio e che nessuno è fuori dalla vita cristiana, che è bello essere cristiani e partecipare alla vita della chiesa, che tutti possono godere della gioia del vangelo, di cui noi siamo al servizio esclusivo.
La cosa più urgente è che ogni presbiterio parrocchiale si faccia carico di queste terre di missione, di queste periferie spirituali ed ecclesiali e coinvolga nella missione i cristiani più generosi di tempo, di proposte, di condivisione delle fatiche. Può darsi che sia importante ridefinire i confini territoriali delle parrocchie, non tanto per dire: questo è mio, questo è suo, ma per aiutare maggiormente la comunicazione tra le persone.
Si impone un dialogo costruttivo e confronto con le aggregazioni territoriali, con questa nuova definizione della provincia di Roma, con le scuole, le ASL, i distretti, le strutture e aggregazioni sportive, le protezioni civili… Dal punto di vista diocesano ho intenzione di dare origine a una gruppo di ricerca che aiuti ad affrontare queste tematiche in termini progettuali, con studi seri e valutazioni sul campo. I soggetti di questa nuova impostazione sono di sicuro i consigli pastorali interessati con cui possiamo esprimere progettualità coerenti con la Gioia del vangelo. Siamo convinti che le periferie hanno molto da mettere in campo e da insegnarci: persone, esperienze, tradizioni, devozioni, solidarietà…
In attesa di coinvolgere tutta la diocesi a mobilitarsi su tale tema, e questo può ben essere il taglio con cui terrò la vista pastorale che inizierà alla fine dell’anno, mi provo a suggerire alcuni passi da compiere:


1. Conoscenza della geografia e della popolazione di queste periferie, attraverso collaborazioni con gli uffici comunali, le associazioni ecclesiali e quelle civili. Costituzione di una sorta di stato d’anime di periferia o di quartiere.


2. Favorire raggruppamenti e dialoghi con linee di parentela, con vicini di abitazione, con centri di interesse.


3. Una attenzione particolare va data alla religiosità popolare per dare vita a spazi della periferia che possono essere frequentati da tutti. Sentitissima è la venerazione della Vergine Maria.


4. Preparazione di feste, eventi, manifestazioni di carattere localistico, attenzione ai mercati rionali


5. Eventuale costituzione di spazi di quartiere dedicati al bene comune, spazi di riunioni, dialoghi, celebrazioni. Rifacciamo le piazze che ci stanno relegando nei supermercati.


6. Coraggiose iniziative di annuncio strada per strada, o famiglia per famiglia.


7. Celebrazione della messa domenicale una tantum.


In vista di queste tappe si devono preparare persone che le realizzano. Possono essere preti, laici, suore, uomini, donne, giovani. Serve una preparazione sul campo, non una scuola asettica, una vita spirituale intensa e un affiatamento senza fughe personalistiche o incrinature di primarie. Eventuali esiti finali possono essere la costituzione di piccoli centri pastorali (consistenti in una sala, e una stanza per colloqui personali, in cui poter fare riunioni di quartiere, messa domenicale, catechismo per bambini e per adulti…) che educano al riferimento alla parrocchia e aiutano a sentirsi appartenenti a un popolo, non a una somma di individui.
Se lo stile è uscire e annunciare la gioia del vangelo, occorre strutturare diversamente anche le nostre parrocchie, le preparazioni alla prima comunione, le cresime, la celebrazione delle feste principali, le associazioni laicali, le confraternite, le stesse processioni. Le periferie devono diventare soggetti di vita civile e cristiana, non solo fruitori di servizi o destinatari di iniziative sociali con il taglio della dipendenza.
La fede non ammette cristiani generici, ma tutti dotati di una vocazione alla missione, all’evangelizzazione, alla santità. Ricordiamo che dalle nostre periferie sono usciti anche santi, come Maria Goretti dalle campagne di Paliano.
Descrizione logistica approssimata delle periferie Palestrina: la parrocchia di Gesù Redentore (abitazioni dopo i campi sportivi, verso il nuovo palazzetto dello sport, verso la Rondinella), la parrocchia della Annunciata (Via tende, striscia confinante con santa Lucia…), Sant’Antonio è abitata quasi tutta da immigrati e frequentata da esterni alla parrocchia, la Sacra Famiglia (il nuovo insediamento prima della Muracciola, le abitazioni fino al cimitero di Zagarolo, Via Loreto…), la parrocchia dei Santi Protomartiri, senza centro antropologico e presenza di vari supermercati.
Gallicano (sulla prenestina l’Acqua Traversa, Via Caipoli, una parte di via Tende, le Colonnelle verso Poli, la zona degli acquedotti..).
Labico (il quartiere Colle Spina a 6/7 Km dal centro e dalla parrocchiale, le case di Via Loreto e dintorni verso Palestrina, l’agglomerato di fronte alla stazione, lungo la Casilina…). Zagarolo (la zona della stazione, Colle Gentile, zona del cimitero, Colle Barco, il complesso delle scuole, la campagna e le ville …).
San Cesareo (un nucleo centrale senza centro, il complesso della 167, le case verso Colonna, di qua e di là della Casilina….). San Vito (san Biagio, le case verso il cimitero, verso Ponte Orsini, via Romana, le campagne della valle del Sacco…). Cave (con le sue due parrocchie e le abitazioni verso sud e verso Ovest, nella zona artigianale dopo il cimitero)…
Paliano (le due parrocchie già in collaborazione progettuale, l’immensa campagna, le abitazioni verso Colleferro, le fabbriche nei pressi dell’autostrada l’estensione del territorio di santa Maria di Pugliano, Madonna di Zancati, Le Mole, senza centro antropologico Olevano nelle sue due parrocchie, che già sperimentano una conduzione unitaria, con la località di sant’Antonio, il quartiere verso Est (Culiano), il circondario del santuario dell’ Annunziata, le numerose contrade di campagna…). Capranica la parte vecchia e la parte nuova verso Rocca Castel san Pietro con le nuove abitazioni e la parte bassa di Frainili Rocca di Cave (la parte alta e la parte bassa). Carchitti (verso Colle Spina, verso il passo del Vivaro, verso Colle di fuori…).
Genazzano ( il quartiere dell’istituto Boole, le abitazioni a partire dalla Sonnina verso santa Cristina, il quartiere verso il Ninfeo, quartiere san Pio). Bellegra (tutte le frazioni, contrada san Nicola…). Roiate (la parte verso Olevano, verso la valle dell’Aniene). Valle Martella già dispersa per come è nata. Serrone- La Forma con san Quirico, il monte Scalambra, le campagne verso Paliano Pisoniano (centro storico e parte nuova) Rocca di Cave: chiesa asserragliata in alto e gente dispera nelle valli Alcune parrocchie sono senza un vero centro abitativo, ma fatte tutte di ville distribuite per il territorio (Madonna della fiducia, Divin Salvatore (santa Apollaria).
La descrizione va completata e precisata evidentemente.

 

 

 

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per proporti servizi in linea con le tue preferenze.

Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca -Per saperne di piu'- . Cliccando su "Approvo" acconsenti all'uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

Informativa sull'uso dei cookie

Questo sito web utilizza cookie e tecnologie simili per garantire il corretto funzionamento delle procedure e migliorare l'esperienza di uso delle applicazionie servizi online. Il presente documento fornisce informazioni dettagliate sull'uso dei cookie e di tecnologie similari, su come sono utilizzati da questo sito e su come gestirli.

Definizioni

I cookie sono frammenti di testo che permettono al server web di memorizzare sul client tramite il browser informazioni da riutilizzare nel corso della medesima visita al sito (cookie di sessione) o in seguito, anche a distanza di giorni (cookie persistenti). I cookie vengono memorizzati, in base alle preferenze dell'utente, dal singolo browser sullo specifico dispositivo utilizzato (computer, tablet, smartphone).

Nel seguito di questo documento faremo riferimento ai cookie e a tutte le tecnologie similari utilizzando semplicemente il termine "cookie".

Tipologie di cookie

In base alle caratteristiche e all'utilizzo i cookie si distinguono in diverse categorie:

Cookie strettamente necessari.

Si tratta di cookie indispensabili per il corretto funzionamento del sito. La durata dei cookie è strettamente limitata alla sessione di navigazione (chiuso il browser vengono cancellati)

Cookie di analisi e prestazioni.

Sono cookie utilizzati per raccogliere e analizzare il traffico e l'utilizzo del sito in modo anonimo. Questi cookie, pur senza identificare l'utente, consentono, per esempio, di rilevare se il medesimo utente torna a collegarsi in momenti diversi. Permettono inoltre di monitorare il sistema e migliorarne le prestazioni e l'usabilità. La disattivazione di tali cookie può essere eseguita senza alcuna perdita di funzionalità.

Cookie di profilazione.

Si tratta di cookie utilizzati per identificare (in modo anonimo e non) le preferenze dell'utente e migliorare la sua esperienza di navigazione.


Cookie di terze parti

Visitando un sito web si possono ricevere cookie sia dal sito visitato ("proprietari"), sia da siti gestiti da altre organizzazioni ("terze parti"). Un esempio notevole è rappresentato dalla presenza dei "social plugin" per Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn. Si tratta di parti della pagina visitata generate direttamente dai suddetti siti ed integrati nella pagina del sito ospitante. L'utilizzo più comune dei social plugin è finalizzato alla condivisione dei contenuti sui social network.

Durata dei cookie

Alcuni cookie (cookie di sessione) restano attivi solo fino alla chiusura del browser o all'esecuzione del comando di logout. Altri cookie "sopravvivono" alla chiusura del browser e sono disponibili anche in successive visite dell'utente.

Questi cookie sono detti persistenti e la loro durata è fissata dal server al momento della loro creazione. In alcuni casi è fissata una scadenza, in altri casi la durata è illimitata.

Questo sito non fa uso di cookie persistenti, è possibile però che durante la navigazione su questo sito si possa interagire con siti gestiti da terze parti che possono creare o modificare cookie permanenti e di profilazione.

 

Come Gestire i Cookie

L'utente può decidere se accettare o meno i cookie utilizzando le impostazioni del proprio browser. Occorre tenere presente che la disabilitazione totale dei cookie può compromettere l'utilizzo delle funzionalità del sito.

Di seguito è possibile accedere alle guide per la gestione dei cookie sui diversi browser:

Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it

Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Gestione%20dei%20cookie

Internet Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/windows7/how-to-manage-cookies-in-internet-explorer-9

Opera: http://help.opera.com/Windows/10.00/it/cookies.html

Safari: http://support.apple.com/kb/HT1677?viewlocale=it_IT

E' possibile inoltre avvalersi di strumenti online come http://www.youronlinechoices.com/ che permette di gestire le preferenze di tracciamento per la maggior parte degli strumenti pubblicitari abilitando o disabilitando eventuali cookie in modo selettivo

Interazione con social network e piattaforme esterne

Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook (Facebook, Inc.)

Il pulsante ?Mi Piace? e i widget sociali di Facebook sono servizi di interazione con il social network Facebook, forniti da Facebook, Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Pulsante +1 e widget sociali di Google+ (Google Inc.)

Il pulsante +1 e i widget sociali di Google+ sono servizi di interazione con il social network Google+, forniti da Google Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Pulsante Tweet e widget sociali di Twitter (Twitter, Inc.)

Il pulsante Tweet e i widget sociali di Twitter sono servizi di interazione con il social network Twitter, forniti da Twitter, Inc.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Privay Policy

Statistica

 

google-analytics

Google-analytics.com è un software di statistica utilizzato da questa Applicazione per analizzare i dati in maniera diretta e senza l?ausilio di terzi
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.

 

Visualizzazione di contenuti da piattaforme esterne

Widget Video Youtube (Google)

Youtube è un servizio di visualizzazione di contenuti video gestito da Google Inc. che permette a questa Applicazione di integrare tali contenuti all?interno delle proprie pagine.
Dati Raccolti: Cookie e Dati di utilizzo.
Luogo del trattamento: USA
Privay Policy

 

Titolare del Trattamento dei Dati

A seguito della consultazione di questo sito possono essere trattati dati relativi a persone identificate o identificabili.

Il "titolare" del loro trattamento è la Curia della Diocesi Suburbicaria di Palestrina che ha sede in Piazza G. Pantanelli 8, 00036 Palestrina (RM).