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Epifania del Signore

4 epifania 2015Papa Benedetto un giorno ha fatto un discorso che aveva galvanizzato tutti i mass media: giornali, televisioni, radio, talk show.  Si trattava di una semplicissima verità, cioè che non dobbiamo affidare la nostra vita ai pronostici, all’astrologia, agli oroscopi… Diceva infatti:
“La nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane”.

Non erano astrologi o cartomanti i re magi che hanno avvistato nel cielo d’Oriente una stella e l’hanno seguita. Erano cercatori di felicità e sapevano che la felicità è qualcosa di grande, che non è basata su aspetti magici, ma su relazioni con persone. Diceva infatti Giovanni Paolo II ai giovani: “E' importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il "che cosa". La domanda di fondo è " chi": verso "chi" andare, "chi" seguire, "a chi" affidare la propria vita. Voi pensate alla vostra scelta affettiva, e immagino che siate d'accordo: ciò che veramente conta nella vita è la persona con la quale si decide di condividerla.”

A una persona hanno cercato di giungere quei personaggi misteriosi, che sono la nostra immagine di uomini cercatori di infinito. A quella grotta, a quella semplice famiglia, spaesata e tenerissima con il bambino appena nato. La persona che fa la nostra felicità è questo Gesù. È questo bambino indifeso, è questo batuffolo di carne, che piange e ha bisogno di tutti.

Ma la strada per andare a incontrarlo, per scoprirlo è irta di difficoltà, di inganni, di interessi egoistici, di trappole, di persone che non vogliono lasciarci liberi di cercare. Quanti giovani vengono deviati nelle loro ricerche religiose dagli adulti, da venditori di sostanze, da genitori superficiali, da insegnanti supponenti. Ho chiesto a qualche studente di liceo se alla fine del percorso scolastico la scuola lo ha aiutato a credere di più o di meno: mi hanno risposto che li ha aiutati a non credere più.

 Spesso purtroppo anche le nostre comunità cristiane non sono in grado di dare risposte vere e profonde alla ricerca di Dio della gente. La gente chiede dove sta Dio, dove è la stella, e noi rispondiamo che non ci interessa o che sta nei nostri miseri egoismi.

Nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni, i nostri malati hanno da donarci. Ha il volto di chi spegne le speranze, di chi sfrutta, di chi non accoglie, di chi  bestemmia Dio, di chi crede di avere in mano il segreto della vita e diffonde menzogna e disprezzo dell’innocente.

Questo Dio è da adorare e adorare Lui significa mettere la persona al centro di ogni nostra prospettiva, della nostra civiltà, del lavoro, dell’economia, delle relazioni. Ogni persona si rispecchia in quel bambino e ha tutti i colori dei volti degli uomini. Da sempre uno o l’altro dei re magi è nero, è vestito alla orientale. C’è sempre stata nella chiesa la consapevolezza che nel mondo siamo tutti fratelli All’Epifania in molti paesi si fa la festa dei popoli, la festa di un genere umano affratellato, si tenta di andare oltre i simboli dei re magi e trovare la ricchezza e la povertà della nostra umanità per metterla in ricerca di Dio.

I re magi tornarono a casa per un’altra strada, hanno evitato Erode. Tanti Erode dobbiamo evitare e non appoggiare perché il mondo di oggi sia un mondo vivibile, in pace e capace di mettere al centro Dio. Non si tratta di fuggire persone, ma di fermare le loro menti distorte, di isolare il male che fanno, di non sostenere con i nostri consensi più o meno diretti le loro cattive intenzioni.

Abbiamo grandi responsabilità nei confronti dei piccoli che non possono nemmeno ridurre la festa di oggi alla befana, almeno aiutiamoli a trovare la stella che indica la strada di Dio.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

Andarono e trovarono Maria (Lc 2, 16-21)

3Gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio. Il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la madre. E’ con lei che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio, dice il vangelo, con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza. I pastori erano gente disprezzata, poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regola il suo orario sulle abitudini degli animali. Ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità. I verbi che usa il vangelo sono una traccia di cammino anche per noi. Andarono senza indugio: non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita. Noi la chiesa stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga, noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre. E il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno. Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù. Hanno aperto gli orecchi, hanno ascoltato la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria. E non hanno tenuto per sé quel che hanno provato. Lo hanno portato subito agli altri. Hanno creato subito quel tam tam che crea comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle. La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro vita sociale, hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore. Hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù. Avessimo noi ancora oggi la capacità di sconfiggere la noia, per esempio la noia del nostro mondo giovanile, che viene riempito sempre di dati inutili, per aiutarli a trovare nella propria umanità le risorse più belle per dare slancio alla loro vita, la consapevolezza della grandezza di ogni persona, della bellezza dell’amore, della semplicità delle cose che Dio ci ha dato! Glorificando e lodando Dio. Dio va lodato e ringraziato sempre. La nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto. Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, è uscire dalla nostra sicumera per sentirci figli amati da Dio.

E noi ci avviamo a chiudere il 2014, un anno che è stato pieno di difficoltà e di fatiche. Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita,  per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso. E’ stato un altro anno di una crisi da cui facciamo fatica a uscire e da cui non usciremo facilmente anche l’anno prossimo. Dobbiamo convivere con questa crisi; quasi mi viene da ringraziare Dio perché ce l’ha data. Eravamo troppo faciloni, vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e lo stato allargava a dismisura il debito fino a diventare 10 volte il PIL del mondo e ci drogava. E oggi l’unica possibilità o fantasia che si ha è che questo enorme debito si paga solo a colpi di tasse. Lavoravamo spesso come automi in attesa della paga, delle ferie, degli incentivi. Ci dicevano: tu compera senza pagare niente, lo farai dopo. Ci siamo trovati debiti e non c’era più quello che avevamo comperato. Tutti ci dicevano che il centro della vita è ciascuno di noi. La parola più usata era io, io, io. Siamo diventati tutti individui e non più persone. Non è solo io il pronome che possiamo usare; i pronomi che abbiamo imparato a scuola sono almeno sei: io, tu, egli, noi, voi, essi. Ci sono almeno sei modi di coniugare la nostra vita; noi siamo un io, se siamo un tu per la moglie, il marito, il figlio, il padre, la madre. L’altro è un egli, gli altri sono un essi con cui dobbiamo rapportarci. Nessuno è una prigione per l’altro, ma se noi siamo autocentrati e ci guardiamo solo allo specchio, gli altri diventano una prigione a cominciare dalla famiglia messa assieme o tenuta assieme per qualche convenienza e non per amore. Papa Francesco ci dice che siamo ancora capaci di rendere schiave le persone. Ci hanno abituato a consumare per produrre, a produrre per vendere e comperare, ma la terra non è infinita. Ci hanno garantito risposta a tutti i problemi compresa la salute, la vita, il benessere, ma abbiamo visto che non c’è risposta a tutto. Ci si può mettere attorno al tavolo anche in famiglia e dialogare tra tutti per come affrontare questi giorni tristi, ma decisivi per cambiare stile, per essere meno tesi al possesso, agli euro e più alla comunicazione, alla solidarietà, all’amicizia, all’amore, alla semplicità, alla stessa povertà portata con dignità, di cui non ci dobbiamo mai vergognare. Si può superare la teoria del lamento e tentare quella della responsabilità? Ci hanno derubato. Che facciamo per non farci più derubare? Rubiamo noi a chi ci fa un lavoro? Paghiamo in nero? Continuiamo a farci le canne per dimenticare? E’ vero che stiamo solo cercando un lavoro, non chiediamo la luna. Il lavoro però è anche impegno creativo di tutti. Nessuno più lavorerà con la testa nel sacco. La vita cristiana dovrebbe averci allenato a dare dignità al lavoro, a farlo diventare una collaborazione col Creatore, a metterci dentro l’anima.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare. E’ diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

«Natale, nasce il Re»

a presepeDietro un insieme di buoni sentimenti, un rito bonario o gesto di fede, a seconda del perché andiamo in chiesa a Natale, nessuno di noi intende mettere avanti le mani per darsi meriti o patenti di bontà. A Natale ci facciamo tutti uguali davanti a un richiamo più forte di noi, scritto dentro le nostre vite da tradizioni, culture, parole, gesti di papà, mamma, nonni, preti, pazienti catechisti, maestri che ci hanno insegnato che nella vita abbiamo bisogno di credere in qualcosa Ma il Natale ci deve aiutare a riposizionarci nella nostra storia, per non consumare tutto con i riti di una festa, in cui il festeggiato rischia di essere messo all’angolo, perché ormai ne siamo noi il centro. A monte di questi nostri sentimenti tenui ci sta una storia brutta, come una deflagrazione distruttiva, entro le domande grosse della vita. Da dove vengo, dove vado, perché il dolore, perché il male? Esiste un destino dal cuore di pietra. E ritorna la parola destino, tra le più brutte che un cristiano può dire.
Non c’è nessun destino, non c’è nessuna disgrazia. C’è all’inizio un progetto di mondo bello. Dio ha creato cielo e terra, ha fatto cose meravigliose: bello, preciso, giusto, vero, ben disegnato. Ma dentro mancava la vita. E Dio disse metto come re, l’uomo, lo faccio così bene che mi rassomigli. Non voglio che il mondo sia governato da una macchina, voglio che sia la gioia e la soddisfazione di un uomo libero. Questo uomo e questa donna li faccio belli, puliti, entusiasti. Devono avere la possibilità di decidersi sempre per il meglio. Adamo ed Eva erano felici. Ci state, dice Dio, a rendere sempre più bello con il vostro ingegno questo universo? Volete dare vita a una umanità sana, intelligente, orgogliosa di assomigliare a Dio? La risposta è un no solenne. Bastiamo a noi stessi, tu Dio ora non c’entri più niente. Tu non c’entri più. Ma Dio non demorde e vede che nel fondo dell’uomo c’è un grido di aiuto, una invocazione di speranza e fa un altro tentativo. Vuol farsi uomo per salvare dall’interno l’umanità e rischia un’altra volta. Stavolta va da una giovane ragazzina di Nazaret. Una ragazza pulita, come era Eva del resto e rischia ancora la stessa domanda. Vuoi ridare a questo vuoi darmi una mano a rifare il mondo. Vuoi essere la madre di mio figlio? La ragazza dice sì. Accetto; quel poco che sono lo metto a disposizione. Ebbene sì, la mia vita prendila tutta, mi fido. E nasce Gesù. Dio stavolta ha rischiato e ce l’ha fatta. Da quel giorno il mondo è diverso e cambia radicalmente. Il male resta sempre forte, ma ha scritto nel suo Dna la parola fine. Il serpente della visone biblica si sente sul capo il piede di una donna che lo schiaccia. Natale è entrare in questo nuovo modo di pensare e di vivere. Natale è il riscatto dell’umanità, è la vittoria sull’antica maledizione, è la sorpresa di un bene infinito accanto a un male gradissimo, ma che sicuramente si può vincere. Questo si dicono i cristiani davanti a quel bambino. Lui è il primo uomo nuovo di una creazione nuova che deve ogni giorno fare il suo cammino tra tutte le difficoltà che il male scatena.
A Natale vogliamo dire a Dio che ci piace stare in questa storia affascinante, abbiamo bisogno di contemplare suo figlio nel presepe, nella vita quotidiana, nelle nostre sofferenze e soddisfazioni. E dargli una mano a rendere più bello il mondo, senza caricarlo delle nostre sconfitte in umanità.

 

+ Domenico Sigalini
Lazio Sette 21 dicembre 2014

 

 

Natale: non viviamo in un mondo senza senso. Il senso si è fatto carne

1 sigalini

Oggi ci facciamo  tutti uguali davanti a un richiamo più forte di noi, scritto dentro le nostre vite da tradizioni, culture, parole, da gesti semplici di papà e mamma, di nonni, preti, pazienti catechisti, maestri che ci hanno insegnato che nella vita abbiamo bisogno di credere in qualcosa per vivere. Questo qualcosa è qualcuno che si chiama Gesù.

A monte di queste nostre tradizioni ci sta una storia brutta, come una deflagrazione distruttiva, entro le domande grosse della vita. Da dove vengo, dove vado, perché il dolore, perché il male, la cattiveria, la morte, perché l’ingiustizia, perché le nostre vite vengono falciate da un cieco destino? Perché questi scolari sono stati massacrati? Esiste un destino dal cuore di pietra? Perchè ho perso il mio miglior amico, perché ho avuto cuore così duro da lasciarlo solo al suo destino? E ritorna la parola destino, tra le più brutte che un cristiano può dire.

 

Non c’è nessun destino, non c’è nessuna disgrazia. C’è all’inizio un progetto di mondo bello. Dio ha creato cielo e terra, ha fatto cose meravigliose,  un mondo come un orologio perfetto: bello, preciso, giusto, vero, ben disegnato. Ma dentro mancava la vita. E Dio disse: ci metto come re, l’uomo, lo faccio così bene che mi rassomigli. Non voglio che il mondo sia governato da una macchina, voglio che sia la gioia e la soddisfazione di un uomo libero. Questo uomo e questa donna li faccio belli, puliti, entusiasti. Devono avere la possibilità di decidersi sempre per il meglio, non avere tarli interiori che li possono indebolire o ingannare. Adamo ed Eva erano felici. Ci state, dice Dio, a rendere sempre più bello con il vostro ingegno, la vostra fantasia questo mondo, questo universo?  Volete dare vita a una umanità sana, intelligente, orgogliosa di assomigliare a Dio?

La risposta è un no solenne. Bastiamo a noi stessi, tu Dio non c’entri niente. Dovevi pensarci prima. Avresti potuto sapere che rischiavi grosso. Questo mondo ce lo prendiamo in mano noi. Tu non c’entri più. 

E l’abbiamo fatto a nostra immagine, gli abbiamo scritto dentro le nostre cattiverie, le nostre disperazioni, i nostri incubi. E comincia la storia del dolore, della violenza, della guerra, della ingiustizia.. Al catechismo lo abbiamo imparato come il peccato originale, ci siamo messi in testa una mela e non ce la leva nessuno dalla memoria. La mela è questo no.

Ma Dio non demorde, non si adatta al fallimento del suo progetto, vede che nel fondo dell’uomo c’è un grido di aiuto, una invocazione di speranza e fa un altro tentativo. Vuol farsi uomo per salvare dall’interno l’umanità e rischia un’altra volta. 

Stavolta va da una giovane ragazzina di Nazaret. Una ragazza pulita, senza malizia, come era Eva del resto e rischia ancora la stessa domanda. Vuoi ridare a questo mondo la bellezza primitiva, vuoi darmi una mano a rifare il mondo. Vuoi essere la madre di mio figlio? La ragazza dice sì. Accetto; quel poco che sono lo metto a disposizione, so che tu abbatti i potenti, rimandi i ricchi a mani vuote, ascolti il povero. Ebbene sì, la mia vita prendila tutta, mi fido, mi sento di allargare il mio progetto di vita al tuo grande sogno. E nasce Gesù. Dio stavolta ha rischiato e ce l’ha fatta.

Da quel giorno il mondo è diverso, ha inscritto una forza che lo salva, lo cambia radicalmente, lo libera dalla schiavitù del male. Il male resta sempre forte, ma ha scritto nel suo DNA la parola fine. Il serpente della visone biblica si sente sul capo il piede di una donna che lo schiaccia. 

Ora tocca a noi entrare in questo nuovo modo di pensare e di vivere. Natale è il riscatto dell’umanità, è la vittoria sull’antica maledizione, è la sorpresa di un bene infinito accanto a un male gradissimo, ma che sicuramente si può vincere.

Questo diciamo sentendo quel solenne “Il verbo si è fatto carne”. Lui è il primo uomo nuovo di una creazione nuova che deve ogni giorno fare il suo cammino tra tutte le difficoltà che il male scatena. 

Noi facciamo parte di questa storia. Entro questa storia si sono costruite le nostre cattedrali, sono cresciute le nostre speranze.

Non viviamo in un mondo senza senso. Il senso si è fatto cane. Non siamo abbandonati, ma siamo sempre di qualcuno, siamo di Dio. Con questo secondo rischio, Dio ha visto che l’umanità si è convertita a lui, in attesa che tutti lo facciano per sé e per la propria vita.

Quando siamo cattivi, quando buttiamo via la nostra vita e mettiamo in pericolo quella degli altri, vuol dire che non abbiamo preso sul serio il Natale, l’abbiamo abbassato a festa, o solo a sentimenti di occasione. 

Noi però oggi siamo qui e vogliamo dire a Dio che ci piace stare in questa storia affascinante, ma abbiamo bisogno di sapere che contemplare suo figlio nel presepe, ce lo permette di sperimentare nella vita quotidiana, nelle nostre sofferenze e soddisfazioni, nelle incertezze per il nostro futuro, nel nostro lavoro che mai come di questi tempi diventa un’ancora cui appendere speranze e avere certezze.  E vogliamo dargli una mano a rendere più bello il mondo, senza caricarlo delle nostre sconfitte in umanità. 

 

 

 

 

Ripensare la nostra umanità (Lc 2, 1-14)

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. 

8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: 

14 “Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e pace in terra agli uomini che egli ama”. 

 

In questi ultimi anni le grandi discussioni che ci occupano sono la crisi economica, le tasse, la mancanza di lavoro, ma anche, forse anche per tutto questo, una serie di domande che nascono a tradimento nella nostra coscienza: che ci faccio io a questo mondo? Chi sono? Che libertà riesco a esprimere, che futuro mi sta davanti? Che sostegni ho per vivere la mia vita, se quelli tradizionali stanno scomparendo: lavoro, pensione, famiglia, sessualità, salute, terra vivibile e non avvelenata, tempi e stagioni normali?…  L’autosufficienza tanto decantata e proposta alle nostre generazioni non c’è. Nessuno può dire che basta a se stesso; abbiamo bisogno gli uni degli altri. Possiamo chiudere tutte le finestre aperte sull’eternità, non alzare più lo sguardo al cielo. E ci sentiamo poveri, ci percepiamo insicuri, incerti, vaghiamo senza mete interiori.

Ma noi stanotte siamo qui a immergerci in una esperienza strana: ci mettiamo tutti attorno a un presepio, a una nascita, a un bambino e giuriamo che ci interessa, che sentiamo la nostalgia di semplicità, serenità, che ne promana e lo vogliamo dire a tutti che qui c’è; abbiamo bisogno di un segno che stiamo a cuore a qualcuno e lo vogliamo assicurare a tutti che l’abbiamo trovato, abbandoniamo forse per poco la nostra sicumera e ci inteneriamo come i pastori, grezzi e asociali, sporchi e rifiutati, davanti a un segno inequivocabile: una nuova vita che sboccia in una squallida stalla di animali. Un bambino può nascere anche in una discarica, ma è sempre un bambino, una nuova vita, una presenza decisiva. Un bambino ha cambiato la vita di tutti i genitori; un bambino oggi e sempre cambia la vita di tutte le persone che lo accolgono.

Non siamo in una sala parto da maschi a fumare una sigaretta dietro l’altra per calmare la tensione, non siamo ad attendere dopo una ennesima ecografia come sarà il bambino che nascerà. Siamo in contemplazione di un regalo che Dio ci fa. Sappiamo di avere un padre, che spesso crediamo troppo cattivo, e che invece oggi si svela per quello che è e che ha detto di voler essere: Emmanuele, il Dio con noi. E’ un intruso rispetto al mondo regolato sul rifiuto di Adamo ed Eva a collaborare con Dio. Dio ce ne mandi tanti di questi intrusi quando sperimentiamo una vita assolutamente priva di riferimenti, di speranza, di mete. 

L’evangelista ci sembra dire: peccati ne potete fare tanti, sempre troppi, ma una vita nuova, non rifatta, ma ricreata è un sogno che tutti vi fate e che non potete darvi da voi, la potete solo  accogliere. Tendete l’orecchio, mettetelo a terra per ascoltare se c’è qualcuno che è incamminato a portarvela. I pastori hanno capito perché gliel’hanno indicata gli angeli. E’ Lui da ascoltare, Lui da accogliere. Lui da seguire. Noi lo vogliamo indicare a tutti

Abbiamo da riscoprire la bellezza della nostra umanità, siamo stati fatti a immagine di Dio, non siamo dei mostri, delle macchine, degli automi; se Dio si fa uomo significa che si scrive dentro le nostre vite, le nostre fragilità, le nostre debolezze. Ha deciso di mettere la sua tenda tra le nostre. Se in questo Natale riscoprissimo la nostra umanità, sarebbe già un gran regalo; risolverebbe anche le nostre crisi economiche, le nostre crisi spirituali, le pazzie omicide, le rabbie e le vendette, gli attentati e i terrorismi, i fallimenti delle nostre aziende e le nostre disoccupazioni. E’ una umanità aperta alla speranza, che non si adatta all’odio, al furto, al sopruso, che si fa dono vicendevole e gioia ricambiata.

Ma questo bambino è un salvatore. Oggi purtroppo la parola salvare è ridotta a operazione da computer; per la nostra fede salvezza è riuscire a vivere la nostra vita in pienezza, bontà, giustizia e libertà per sempre. E’ giungere al paradiso, alla gioia senza fine nelle braccia di Dio; è mettere assieme una umanità che non s’accontenta di questo mondo, ma ne sogna uno nuovo, il mondo di Dio. Stanotte non pensiamo alle fatiche, alla croce, alla sofferenza; stiamo a contemplare questa pace del bambino. La croce sarà possibile portarla  se avremo in cuore la gioia di stanotte. E’ la notte dei sentimenti, di una fede semplice e inaspettata. Può sembrare una debolezza per chi crede di aver carattere e sta sempre duro come una pietra per non cedere mai; è la notte di chi accoglie con semplicità un dono, di chi vuol essere sicuro che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi.

Grazie Signore che vieni sempre a stare con noi, a condividere le nostre gioie e i nostri affanni, ma soprattutto a non farci morire di buon senso, di cose scontate, di abitudini morte e a non seppellirci nelle nostre crisi. Sei la  speranza di ogni nostro momento. Ti aspettiamo con le lampade accese.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

Pura, senza macchia, sogno dell’umanità: l’Immacolata

annunciazioneTutte le volte che apriamo un quotidiano non possiamo non vedere come il male sia di casa nella vita degli uomini. Abbiamo studiato da bambini al catechismo l’episodio di Adamo ed Eva che nel paradiso terrestre vengono insidiati dal serpente e tirati dentro ingenuamente nella disobbedienza a Dio. Poi siamo diventati grandi e quell’episodio ci ha fatto sorridere, ne abbiamo colto tutta lo stile narrativo. Sicuramente è una descrizione simbolica della vita, di quello che la natura umana sperimenta. E ci siamo detti: favole per bambini! Linguaggio simbolico sì, ma proprio per dirci che storia di scelte sbagliate che abbiamo alle spalle e per darci la chiave che ci permette di interpretare la nostra vita: nel nostro essere è annidato un male più grande di noi. Lo abbiamo chiamato peccato originale, lo possiamo chiamare con altri nomi, ma nessuno può negare la presenza nelle pieghe della nostra coscienza, nei tessuti dei nostri rapporti interpersonali, nelle convivenze dei popoli di una tendenza all’egoismo, al fare e farci del male, al delitto, al sopruso, all’ingiustizia, alla stessa guerra, che è più forte di noi.

 

Quando decidiamo le guerre, quando una amministrazione comunale si fa malavita e mafia capitale, quando la ‘ndrangheta reagisce a uno sgarro e decide un assassinio, quando una vicenda di amore si interrompe e si imbraccia una pistola o un coltello, quando si programma una ritorsione, un bombardamento per definire spazi di sicurezza… quando tradiamo l’amore, quando vendiamo la nostra coscienza agli affari… non pensiamo quanto si rinnova la storia di Adamo ed Eva, quanto sono pervasive le malie di un serpente?

 

Siamo troppo faciloni a trattare la bibbia come una favola. Essa invece vuol scavare dentro di noi per aiutarci a capire, per metterci in contatto con la nostra natura profonda.

 

Ma oggi, ancora la Parola di Dio, ci fa alzare il capo. Abbiamo sentito un dialogo semplice, quasi diafano, senza peso forse per noi che ci siamo abituati. E’ Dio che si rivolge a una ragazza ebrea e la chiama piena di grazia. Parole che sembrano solo complimenti, ma sono una forza e una descrizione del destino del mondo impareggiabile.

 

Tu non sei legata a questa catena del male in cui tutti siamo imprigionati. Tu sei la pienezza del bene. Tu non hai posto per altro nella tua esistenza, nei tuoi pensieri, nella tua voglia di vivere, nelle tue azioni. Se sei la pienezza vuol dire che nella tua vita non ci sta nient’altro che non sia il dono di amore di Dio.

 

Non c’è spazio nella tua vita per una ombra di male. Dio ha voluto farti questo regalo: tenerti fuori da questa storia sbagliata. Non è il padre malavitoso, pentito, che dice al figlio: stattene fuori, non fare come me, tu devi essere pulito, io ho sbagliato. Qui c’è Dio che dice e ripropone all’uomo la sua vera vocazione.

 

Aveva fatto lo stesso con Eva, anche essa era stata creata senza peccato, ma poi lo ha compiuto. Segno preciso che Maria preservata dal peccato non è stata privata della sua libertà di seguire Dio. Per questo Dio continua il bellissimo dialogo e le chiede: vuoi essere la madre di Gesù, mio figlio, il salvatore, l’atteso dalle genti, la pace definitiva, l’amore insuperabile, l’alfa e l’omega della storia? Vuoi mettere la tua esistenza a disposizione del progetto  pensato da sempre di riportare l’umanità alla sua bellezza iniziale, anzi a colmarla ancora di più della pienezza divina?

 

E Maria si domanda, fa la creatura, vuol vedere, usa l’intelligenza, non la superbia; si fa domande, non avanza pretese; vuol entrare in sintonia con Dio, non vuol dettare condizioni. Guarda alla sua vita ai suoi sogni con Giuseppe, alla sua affettività donata a un uomo, alla sua giovinezza. Sa che quando Dio chiama impegna, esige, prende, spreme dall’umanità tutta la ricchezza che si porta dentro, non permette pause, offre una vita in salita, controcorrente e dice il suo si. Sia fatto di me come tu richiedi. Mi metto nelle tue mani, So di osare troppo con la mia debolezza di creatura, ma se tu mi chiami, se mi fai questa proposta mi darai anche la forza di viverla senza riserve.

 

E’ la storia di ogni nostra vocazione. Quando Dio ci chiama ci mette sempre davanti una vita impegnativa, bella e felice, ma oltre le descrizioni da melassa delle felicità umane, mondane. Tutti noi chiamati al matrimonio o alla verginità ci siamo sentiti dentro un giorno questa chiamata. Abbiamo detto di sì, Oggi forse non abbiamo più quell’incandescenza. Maria l’ha sempre tenuta per tutta la vita. Ha offerto tutta la sua umanità e libertà.

 

La contempliamo con il desiderio di seguirla per arrivare a Dio, per capire l’amore di Dio e per annunciarlo a tutti coloro che ritengono la vita un caso, una condanna, una speranza spenta.

 

            Maria è la nostra speranza viva.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

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Opera: http://help.opera.com/Windows/10.00/it/cookies.html

Safari: http://support.apple.com/kb/HT1677?viewlocale=it_IT

E' possibile inoltre avvalersi di strumenti online come http://www.youronlinechoices.com/ che permette di gestire le preferenze di tracciamento per la maggior parte degli strumenti pubblicitari abilitando o disabilitando eventuali cookie in modo selettivo

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