Lunedi, 21  Settembre  2020  14:21:57


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Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.

crismalePer la mia generazione che ha visto la conclusione del Concilio proprio alla vigilia dell’ordinazione presbiterale, lo straordinario magistero del concilio sulla Chiesa e sui laici ha dato vita a una stagione ecclesiale intensa ed effervescente. Ai laici che già allora, soprattutto il mondo giovanile, che aveva desiderio di far parte in maniera generosa della vita della chiesa, parve che lo spirito del concilio potesse risolvere la stanchezza del cristianesimo e la crisi della Chiesa che si andavano chiaramente delineando: la secolarizzazione era alle porte, con cambiamenti così profondi da segnare un cambio d’epoca. 

Nelle comunità cristiane sorsero nuove e numerose disponibilità laicali, attive, creative e desiderose di un coinvolgimento corresponsabile nella vita della Chiesa. Un impegno entusiasta e talvolta un po’ acritico fu quello dei laici, che sempre più numerosi parteciparono alle attività pastorali della Chiesa; attività che si andavano via via strutturando in forma articolata e complessa, cercando di far scaturire dall’ecclesiologia del concilio una impostazione pastorale coerente.

Oggi le attività pastorali delle parrocchie e dei diversi contesti ecclesiali vedono la presenza di laici assidui, dedicati, appassionati. Dalla mia visita pastorale emerge che quasi ogni parrocchia può contare non su dei lecchini, ma su gente convinta che ci mette il suo impegno e spesso anche danaro (cfr caritas, genitori che seguono i cresimandi o i gruppi estivi). Non sono più molto numerosi, hanno molto da fare perché le attività sono aumentate e le presenze sono impari alle necessità. Così coinvolti, forse non si rendono sempre conto di essere diventati presenze esecutive, con responsabilità che si limitano agli aspetti operativi. Soprattutto non sempre si rendono conto che l’impostazione della pastorale non chiede conto né a loro né ad altri della loro vita in famiglia, nel lavoro, nella società, … Certo è l’amore alla Chiesa che sostiene il loro impegno, ma è una dedizione che non accresce lo slancio missionario della comunità intera. Che contributo riescono a dare alle grosse problematiche delle loro vite di lavoro, del loro pendolarismo, dei loro sforzi economici, del delicatissimo stato di salute fisica ed etica di famiglia, la loro e quella di coloro che fanno parte delle loro relazioni quotidiane…?.

Tra i catechisti, gli educatori, i responsabili di organizzazioni laicali non manca la consapevolezza che l’attuale impostazione della pastorale ha troppi punti di debolezza, dovuti anche alla difficoltà con cui essa riesce a tener conto della vita di oggi, con le sue caratteristiche, i suoi linguaggi, il suo ritmo… Basti pensare ai percorsi dell’iniziazione cristiana, al termine dei quali la quasi totalità dei ragazzi si allontana dalla Chiesa; la finalità di essi è quella di introdurre le nuove generazioni nella vita cristiana e invece si traduce nella conclusione di ogni contatto con essa. 

In questo ultimo anno vi è stata inserita una nuovo forza di cambiamento con l’anticipo della catechesi, dell’educazione all’incontro con Gesù, al primo anno della primaria; ho visto all’inizio opposizioni, incredulità e poi la forza di trascinamento di questi bambini nei confronti degli stessi genitori, in molti dei quali, giovani, si sono accese luci e entusiasmi impensati.

Un’altra novità sta distribuendosi sulle nuove generazioni di adolescenti, che sono più attenti, meno ideologici e capaci di impegno se aiutati a diventare responsabili di se stessi e se vengono collocati da soggetti nella vita della comunità cristiana, rischiandone l’ascolto vero e la proposta personalizzata. 

I più accorti si pongono domande che non riguardano solo il contesto di oggi e le sue contraddizioni, ma anche l’adeguatezza pastorale delle proposte formative che assorbono una grande quantità di energie, senza raggiungere che in minima parte lo scopo per cui sono state pensate. La frustrazione che questo produce è all’origine di quella stanchezza denunciata da quanti sono impegnati nella pastorale. Molti hanno l’impressione che l’attuale pastorale si ostini a ripetere modelli e impostazioni consacrate da una tradizione che spesso è solo ripetizione rassicurante di abitudini più che espressione della tradizione viva della Chiesa. 

Ci rendiamo conto che i molti cristiani che mancano non sono tutti indifferenti, ma semplicemente non hanno trovato nella comunità cristiana né attenzione né interesse per la loro vita di tutti i giorni, alla sua routine logorante e faticosa e che non lascia spazio a impegni ecclesiali; restano però sensibili  alla testimonianza cristiana e sono impegnati in una vita secolare intensa; ma la comunità cristiana sembra estranea allo scorrere dell’esistenza di queste persone comuni e sembra non accorgersi dei tanti che progressivamente le mancano, perché non si sentono più di casa e si sono prima rassegnati e poi adattati a vivere la loro vita cristiana nella solitudine, senza il riferimento di una comunità che faccia sentire il calore di una casa, l’accoglienza di una fraternità, la solidarietà nel compimento di una missione. 

Il divorzio tra molti laici cristiani e la Chiesa oggi non ha nulla di ideologico, ma è generato da un’estraneità che dà a molti di essi la percezione di essere in «un altro mondo», quando frequentano la Chiesa. 

Parliamo di una sorta di transizione da laici impegnati, coinvolti, col sacco a pelo in parrocchia a laici testimoni. Vorrei che ponessimo attenzione al disagio di questi non pochi cristiani che non sono allontanati dalla chiesa per scelta polemica o per rinuncia alla vita cristiana, ma per estraneità alla vita ecclesiale; non riescono più a dare il proprio apporto alle attività della parrocchia, ma vogliono vivere da testimoni negli ambienti di lavoro o in famiglia con  le grosse difficoltà di figli difficili: per riflettere, rivedere il proprio progetto, per verificare le proprie priorità.

La Chiesa in uscita di cui parla di continuo papa Francesco non si realizza all’interno delle strutture della pastorale, ma chiede che esse siano a servizio di una testimonianza da realizzare nel mondo secondo il linguaggio gioioso e creativo del vangelo. 

Uno dei problemi dei cristiani oggi è quello di trovare forme di sequela del Signore in questo mondo, dunque con linguaggi, forme concrete, stili, scelte che per essere fedeli al vangelo non smettano di essere di oggi e per questo tempo. 

Emblematica da questo punto di vista è la posizione dei giovani insieme a quella delle donne.

I giovani, in particolare, con il loro mondo religioso individualista e solitario, stanno dicendo alla Chiesa che non sono una generazione incredula né una generazione indifferente. Essi portano nella loro coscienza, sepolte sotto la polvere di una vita esteriore esuberante, piena di cose, disorientata e confusa, molti interrogativi troppo pesanti per essere affrontati in solitudine. Anche quelle domande su Dio che affiorano in loro dopo che hanno abbandonato gli ambienti della loro formazione da bambini e hanno tagliato i ponti con tutte le figure educative di un certo significato, vengono affrontate dentro la confusione di chi ha molte opportunità, ma prive di un centro di gravità e che sollecitano a continue e contraddittorie scelte. 

Sentono di avere bisogno di un Dio anonimo, cercato in una preghiera individualistica e avvertito come possibilità di senso e di speranza per la vita. A questo Dio anonimo corrisponde un’esperienza religiosa con regole e stili adattati su misura, «aggiornati», a partire dall’idea che il modo di vivere da cristiani, così come viene proposto, è espressione vecchia e superata.

Sarebbe troppo sbrigativo liquidare gli atteggiamenti dei giovani con un giudizio di incredulità o di indifferenza: le obiezioni che essi fanno alla Chiesa costituiscono per tutta la Chiesa la provocazione per un serio esame di coscienza su un tema cruciale: quello del rapporto  tra i valori perenni del vangelo e le forme culturali con cui nel tempo la Chiesa li interpreta.  

Ci facciamo allora delle domande: 

  • Che cosa si può e si deve cambiare nella Chiesa perché essa sia credibilmente missionaria? 
  • Sa la Chiesa di oggi mostrare, raccontare, insegnare che la prospettiva che essa propone è un modo alto di interpretare la vita? 
  • Sa abbandonare il lessico del sacrificio e della mortificazione per assumere quello del tesoro trovato, della perla preziosa per avere la quale vale la pena vendere tutto? Vendere per avere di più, non vendere per privarsi!

 

Un punto di vista da cui possiamo partire: la chiesa mistero della vocazione 

La chiesa è il segno della convocazione dell’insieme della umanità e per questo è strutturale nella chiesa l’essere essa stessa con-vocata, cioè caratterizzata da una chiamata come tale e definita come accolta di chiamati. Occorre con questi laici, che sanno fare i testimoni dentro la realtà concreta e non necessariamente nelle nostre strutture, siano consapevoli di una chiamata apposita che Gesù fa a ciascuno. Occorre porre alla base di ogni proposta o prassi pastorale che essere cristiani non è mai essere generici o clonati, non è mai una risulta di tradizioni anche belle, nemmeno è una scelta che mi faccio perché sono convinto, mi trovo bene, ho faticato, e, di conseguenza, ci sono riuscito a tornare nella chiesa, ma è sempre una risposta a una chiamata personale. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto, chiamato voi. La vocazione, e quindi tutto l’impianto che fa capire, propone, chiarisce la vocazione, il dinamismo vocazionale non è accessorio o attività di qualcuno meno ancora il compito di un ufficio di curia, ma l’anima della vita ecclesiale, parrocchiale, di associazione o di movimento. Il dinamismo vocazionale nemmeno deve essere in questo modo annacquato in un generico vocazionismo, ma esplicitato come esigenza di servizio all’amore. Insomma c’è una unicità della persona  e una unicità del rapporto tra Gesù e ciascuna persona. Tutto questo si deve riscoprire nei vari aspetti della vita della chiesa a partire seriamente dalla liturgia, dove si ascolta Dio che parla, dove si accoglie il dono del Corpo di Gesù, dove nel rito ci si vive una prossimità con Dio e con gli altri, dove non si nutre una devozione intimistica, ma si condivide vita e preghiera, dono e perdono.

La Chiesa deve  evidenziare la chiamata, che Dio, in Cristo, mette in atto per ogni persona. Il primo tratto è che Dio chiama ad essere veramente uomini  e donne in dignità e pienezza creaturale. Questo comporta inoltre di conoscere e proporre il dato biblico della chiamata e le attività ecclesiali che la rivelano e rilevano. 

E’ chiarissimo che Gesù, colui che ha fatto della sua vita la risposta a una chiamata, (perché anche lui ha risposto alla chiamata di Dio nella Trinità: “Chi andrà per noi? Eccomi manda me”), è il cardine non solo perché è Lui che chiama, ma anche perché con la sua vita e le molte chiamate che i vangeli raccontano ce ne dà lo stile, il metodo, l’intensità, la decisione, la fortezza della proposta, la chiarezza, l’autorevolezza e l’autorità, il rapporto personale e, soprattutto, la forza che viene dalla sua passione e morte, che non ci fa spaventare della sofferenza, e dalla sua risurrezione contro ogni infingimento o difficoltà.

La questione della testimonianza cristiana passa dunque attraverso la dimensione culturale e spirituale della Chiesa; ma tale questione non potrà essere affrontata se non attraverso la valorizzazione dell’esperienza dei laici; attraverso il loro ascolto, l’accoglienza delle loro inquietudini, la disponibilità ad accompagnarsi alla loro ricerca che è un processo sempre aperto.

 Le forme mature del credere non  hanno la pretesa, impossibile oggi, di essere ben chiare e definite una volta per tutte, ma sono un processo dinamico di una fede che si rinnova di continuo nello spirito e nelle forme. Ma questa non è la conversione di cui parlano il vangelo e la tradizione cristiana?

 

Vi sono poi tutte le questioni che sono segnalate dalla presenza inquieta delle donne. Pur essendo la loro disponibilità religiosa superiore a quella dei loro coetanei maschi tuttavia anche la loro non è una fede scontata. Le ragazze, ancor più dei giovani, avvertono la distanza tra il modo con cui la Chiesa si rapporta alla componente femminile e il livello di emancipazione e di responsabilità che esse vivono nella società. Pur con fatica, oggi una donna frequenta le stesse scuole dei ragazzi, raggiunge livelli professionali pari a quelli degli uomini, riceve incarichi sociali e politici di rilievo.

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Le donne, che non sono più disposte a lasciarsi umiliare solo perché donne, anch’esse prendono le distanze dalla comunità. E a lungo andare, distanze nate da motivi non sostanziali si accrescono, e diventano estraneità, diffidenza, impossibilità di comunicare. Ci possiamo domandare come Chiesa: E’ possibile essere madre senza la testimonianza e l’esperienza della maternità della donna, per capire la necessità di valorizzare il suo modo di stabilire relazioni, prendere decisioni, accompagnare le persone nel loro cammino…  

Una Chiesa in uscita ha bisogno di diventare più leggera e più forte, più sciolta e più radicale. Chi ha bisogno di rimettersi in ricerca o ha desiderio di intraprendere un cammino di riscoperta del senso del credere non ha bisogno di tante iniziative o attività pastorali, ma di persone significative, capaci di mettersi in ascolto, di condividere una ricerca, di indicare esperienze vive nelle quali coinvolgersi… comunità dalla vita comunitaria vera, con uno stile di relazioni calde, accoglienti, umane. 

Ai laici la comunità cristiana dovrebbe chiedere oggi di rendersi disponibili a condividere una vita cristiana ed ecclesiale di qualità, di mettere a disposizione la propria vita e la propria casa per accogliere, per ascoltare, per mostrare la serena gioia di una vita cristiana radicale pur nella normalità. 

E poi occorre tornare a interrogarsi sulla necessità di formare figure educative forti,  anche con una novità di impegno: dedicarsi alla cura della fede 

  • di giovani che hanno abbandonato i circuiti ordinari della vita ecclesiale, 
  • di adulti che non frequentano più la comunità cristiana, ma che conservano una nostalgia di Dio che ha bisogno di confronti e di dialoghi per ricondurre all’incontro con lui. 

Educatori che dedicandosi in toto a questi impegni segnalino quanto la comunità è disposta a investire in educazione e a mostrare quanto crede al valore di essa. Educatori che abbiano un profilo diverso da quello assunto quasi esclusivamente nei confronti dei ragazzi e degli adolescenti, ma cristiani adulti, esperti nell’arte del dialogo e dell’accompagnamento del cammino umano e spirituale di altri. L’esempio di papa Francesco dice il bisogno diffuso di persone di riferimento forti, calde, credibili, capaci di parlare il linguaggio della gente comune. Papa Francesco è ritenuto la più importante figura di riferimento, al di fuori della cerchia familiare e affettiva, del mondo giovanile

Se la Chiesa che vive nelle nostre città e nei nostri paesi non riuscirà a capire con profonda convinzione che può essere Chiesa in uscita solo se sa valorizzare i suoi laici e non attraverso il moltiplicarsi di iniziative pastorali dentro il perimetro della comunità, finirà ripiegata su se stessa, inesorabilmente destinata a diventare sempre più vecchia.

La questione della fede oggi si è fatta urgente e grave per la Chiesa dei contesti occidentali e soprattutto quelli del nostro Paese. La Chiesa ha bisogno di un soprassalto di consapevolezza circa la propria situazione, quella del mondo e quella dei cristiani in esso. Ha bisogno del coraggio di una profonda conversione, in primo luogo all’umiltà della propria condizione storica….  Di una conversione al vangelo, di una conversione all’amore per questo tempo e per le persone di oggi, con il loro modo di vivere, con le loro attese… Ha bisogno di rimettersi in dialogo, spalancare porte e finestre a tutte le persone, disposta a fare con loro un tratto di cammino.

Ha bisogno di convincersi che ha necessità dei laici cristiani per questo percorso: non per qualche attività in più da fare, nemmeno per contare di più nella società, ma  per capire il mondo di oggi, per imparare ad amarlo e a capirlo, per ascoltarlo e mettersi in sintonia con le sue domande, soprattutto quelle dei più giovani. Il loro amore alla Chiesa  li porta a chiedere che essa si faccia attenta alla loro esperienza: di questo hanno bisogno per adempiere alla  missione della chiesa. Il Sinodo dei giovani può essere un ottimo primo passo: ascolto, accoglienza, ascolto, coinvolgimento, dare la parola e forgiare educatori.

 

Conclusioni operative

 

La prima occasione, o meglio, segno dei tempi è il Sinodo dei Giovani dell’autunno 2018, per il quale ci è richiesto qualche minimo contributo entro questo 2017.

 Creiamo gruppi di ascolto dei giovani; non saranno i nostri, che quasi non ci sono, ma tutti quelli che lo vogliono o sono passati da noi, come si diceva prima.

Creiamo gruppi di ascolto di mamme, di papà, di gestori del tempo libero, di insegnanti e di gente che passa la vita con i giovani.

I giovani preti che si incontrano mensilmente stanno costituendo gruppi di lavoro ad hoc. Vorremmo cominciare  durante la quaresima.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

Osare la pace: una giornata che ha 50 anni

colomba

Quest’anno è stata proprio la cinquantesima volta che il Papa invia a tutti gli uomini di buona volontà e in particolare alle comunità cristiane una lettera per il primo dell’anno, dichiarato dal beato papa Paolo VI, giornata della pace. Sarà utile fare uno studio comparativo di questi 50 anni, che hanno visto la chiesa conti- nuamente proporsi la tematica, approfondirla, facendola diventare spazio formativo sulla pace e preghiera a Dio, diffondendola a livello mondiale.

Per quel che riesco a ricordare, anche pensando solo alle chiese che sono in Italia, la giornata ha sempre segnato un cammino molto interessante e impegnato.

Si è iniziato a proporre una marcia della pace nella notte di fine d’anno, senza intenti partitici o di manifestazione di forza, ma sempre con grande attenzione al territorio, alle grosse sfide interne alla nostra vita pubblica e spesso al panorama internazionale. Ricordo che all’inizio, come sempre avviene nella chiesa, i primi a rispondere concretamente sono stati movimenti agili e interdiocesani.

Penso a «Pax Christi» che non ha mai risparmiato energie e riflessioni attente e concrete. Ricordo per esempio una marcia della pace fatta a Brescia con la presenza vivace del vescovo di Ivrea mons. Bettazzi per sensibilizzare il territorio alla necessità di convertire le industrie di armi, caratteristiche del luogo, in industrie di pace. Non furono solo slogan, ma anche riflessioni specializzate di tipo economico.

Alcune persone maturarono una attenzione particolare alla pace, tanto che alcuni anni dopo, divenne il responsabile di Pax Christi un prete bresciano, don Fabio Corazzina, abitante a Castenedolo (BS), in cui c’era una famigerata fabbrica di mine anti uomo, messe al bando internazionale, anche se, purtroppo, sempre troppo tardi.

Lo scrittore di preziosi libri sulla pace e la non violenza, Anselmo Palini, nacque in quest contesto reso esplicito e fortificato anche da quella giornata della pace. Ne ricordo un’altra fatta a Torino, dove sorgeva l’arsenale della pace con la bella figura di Ernesto Olivero, che ha trasformato un luogo di armi e di stoccaggio bellico in una residenza di relazioni costanti e di vite dedicate alla pace non solo contro la guerra, ma anche contro ogni violenza.

Un’altra importante marcia di fine anno fu fatta a Lecce, nel profondo Sud, rievocando anche la preziosa immagine di un uomo di pace, don Tonino Bello, che fu vescovo in Puglia e che fu antesignano di un viaggio di Papa san Giovanni Paolo II nei luoghi della guer- ra dei Balcani. Va messa in evidenza la costante attenzione dell’Azione cattolica a livello nazionale che ha costituito un forum e un centro studi di diritto internazionale per la pace e ha sempre coinvolto, nella proposta all’Italia del discorso annuale del papa, le Congregazioni romane interessate all’argomento. Infine, è di questi ultimi decenni la presa in carico della giornata da parte della Caritas nazionale e dell’ Azione cattolica nazionale. Ci sono altre marce per la pace in Italia (vedi quella di Assisi), in cui tanti convergono ed ègiusto che si moltiplichino. E’ giusto però che la Chiesa, proprio per quel Principe della Pa- ce che è Gesù, si sporga e prenda posizione nelle coscienze, nelle vite delle persone e delle istituzioni delle sfide che la pace sempre di nuovo ci impone.

Oggi la sfida si chiama “terza guerra mondiale a pezzi” come dice papa Francesco ed è stato notevole che abbia legato la giornata mondiale di quest’anno alla “non violenza”. E’ un termine che non sempre è stato ben accolto nella esperienza cristiana, dandone spesso una interpretazione faziosa o ideologica o addirittura quasi a suo modo violenta. Giustamente il papa dice: «la non violenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza. Si tratta di un metodo politico fondato sul primato del diritto. Se il diritto e l’uguale dignità di ogni essere umano sono salvaguardati senza discriminazioni e distinzioni, di conseguenza la non violenza intesa come metodo politico può costituire una via realistica per superare i conflitti armati. In questa prospettiva, è importante che si riconosca sempre più non il diritto della forza, ma la forza del diritto.» Molti gruppi non violenti non hanno sempre visto bene la chiesa. Spero che con questa solenne presa di posizione ci si possa collegare ancora di più e lavorare assieme proprio in pace tra noi e ancora più forti per la pace

 

+ Domenico Sigalini

 

Lazio Sette

08-01-2017

 

 

 

"Nove secoli che la gente viene in questa Cattedrale"

sigalini-dedicazioneUna prima cosa vi devo dire, che ripeto tutti gli anni, ma gli ospiti, voi cresimandi, siete sempre diversi. C’era fin dal III secolo dopo Cristo una bella chiesa a 5 navate sulla tomba di sant’Agapito, in campagna a Quadrelle, sulla strada per Valmontone, ma a un certo punto essendo la campagna continuamente invasa dai saraceni (che erano quasi come l’Isis dei nostri tempi) il papa ha obbligato ad abbandonare tutte le chiese fuori le mura e costruire la cattedrale dentro le  mura. Che posto migliore ci poteva essere di questo qui dove siamo ora sull’area del tempio pagano dedicato alla dea fortuna che ormai era in disuso?! Qui venne portato il corpo di sant’Agapito, come è raffigurato dal quadro che sta dietro a me alla mia sinistra e di altri due santi martiri Gordiano e Abbondio, si adattò qualche residuo del tempio, più tardi si costruì la cripta, che venne inaugurata come oggi 900 anni fa, poi la cattedrale e nel 1117 come oggi il 16 dicembre venne Papa Pasquale II che, con il vescovo di Palestrina, che era un tedesco di nome Conone, con un altro santo vescovo san Berardo dei Marsi, di Avezzano per capirci, che era stato prigioniero a Castel San Pietro Romano e altri due vescovi, come si vede nel quadro che sta qui a lato dedicò, consacrò, inaugurò, diciamo noi oggi troppo laicamente, questa cattedrale in cui noi stassera ci troviamo. Siamo a 899 anni e l’anno prossimo  saremo a 900 anni; nove secoli che la gente viene in questa cattedrale a  confermare la fede, a ricevere i sacramenti, ad ascoltare gli insegnamenti dei vescovi, alcuni dei quali sono raffigurati sopra i pilastri per tutta la cattedrale. Ma oggi il centro della celebrazione siete voi. Siete voi adulti che avete deciso di celebrare il sacramento della confermazione, cioè di concludere il vostro cammino per diventare cristiani che è scandito su tre sacramenti: battesimo, cresima e comunione. Due di voi faranno anche per la prima volta la comunione, cioè come diciamo noi popolarmente, la prima comunione. Il centro della celebrazione di oggi è sempre il corpo e il sangue di Cristo nell’Eucarestia, ma per voi è il dono dello Spirito Santo. Ma voglio prendere una domanda della bella preghiera di Salomone:

 

E’ proprio vero che Dio abita sulla terra? (Preghiera di salomone) Questa domanda di grande timore, di senso di stupore e adorazione di Salomone, molti uomini di oggi la cambiano in una sfida che liquida Dio dalla vita e dalla storia, dalla riflessione e dalla ricerca. La ragione in questi ultimi secoli si è autolimitata, ha deciso di attestarsi soltanto su ciò che è sperimentabile, falsificabile, esclude dall’orizzonte ogni discorso su Dio, sul futuro dell’uomo, sulla fede, si è limitata a sequenze logiche di carattere scientifico tecnico.  Crede che il calcolo binario spieghi tutto quello che passa nel nostro cuore. Papa Benedetto invece non cessava di invitarci ad allargare lo spazio della razionalità, a dirci  che la ricerca di Dio, la fede ha buon diritto di stare a confronto con ogni ricerca scientifica, non teme la scienza e quindi non deve essere emarginata dal mondo intellettuale e da nessuna cultura. La dimensione spirituale e religiosa dell’uomo ha pari dignità come ogni altra dimensione. Noi sappiamo che il logos di Dio si è fatto carne, Lui, il Creatore ha inscritto nel mondo la sua potenza “razionale”, e la ragione dell’uomo che nasce da Lui non può misconoscerlo e chiudersi le strade per raggiungere il fondamento del suo essere. 

Cancelliamo Dio dalla nostra vita quando, lo releghiamo all’ultimo posto della nostra ricerca intellettuale, lo nascondiamo alle nostre coscienze e lo teniamo come vetrina da rompere in caso di bisogno.

Cancelliamo Dio dalla nostra vita quando non lo riteniamo il fondamento del nostro vivere, ma solo una tradizione culturale che ci fa meno rozzi, ma non per questo veri adoratori di Lui.  

E’ proprio vero che Dio abita sulla terra? Altri invece a questa domanda rispondono di sì, ma credono che Dio si possa ingabbiare a piacimento nelle proprie corte visioni di vita, se ne fanno un possesso, lo riducono a strumento per ampliare il loro potere, per disprezzare la dignità e la vita dell’uomo, per costruire imperi sulle coscienze. Strumentalizziamo anche noi Dio, quando non diventa la sorgente della nostra vita d’amore, ma la stampella del nostro perbenismo, la fuga nell’irrazionale perché incapaci di cercarlo con la forza di tutta la nostra intelligenza e vita.

Ma c’è una pietra viva, pure rigettata, ma scelta e preziosa davanti a Dio, Gesù Cristo che non ci permette più né di ignorare Dio, né di appropriarcene a nostro uso e consumo. E’ una pietra viva, è un fondamento, è la certezza continuamente ricercata e donata, è una compagnia ineffabile, è una amicizia, una solidità, una luce, una via, ma soprattutto la verità e la vita che ci mostra il Dio invisibile, il Dio che abita i cieli e la terra, che alla domanda di Salomone rende vera, storica la risposta: c’è un Dio che mantiene l’alleanza e la misericordia con chi cammina davanti a Lui con tutto il cuore, che tiene aperti i suoi occhi davanti a noi, che ascolta e perdona, di cui nessuno può appropriarsi e che ci fa stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo guadagnato con il suo sangue. E’ questo nuovo popolo ora la sua casa, ogni pecorella smarrita nella vita che si lascia amare dal suo pastore e che ritorna sulle sue spalle nell’ovile può celebrare un incontro vivo con Lui. 

Proprio questo sangue versato in una morte che è scoppiata nella risurrezione ha sconvolto la domanda di Salomone : È proprio vero che Dio abita sulla terra? Lui, il Dio invisibile agisce e abita in segni straordinari, ha dato origine a una nuova presenza di Dio nella vita degli uomini, ci ha fatti pietre vive che gli possono formare una casa, l’unica casa vera e possibile che Dio possa abitare nel nostro mondo.

E’ Gesù Cristo, l’architetto di questa casa, Lui è la pietra angolare, che tiene in piedi ogni segno visibile di Dio nel mondo. Segni straordinari sono la Parola che si è fatta carne, che si fa eucaristia, che si fa sacramento di salvezza, dentro il grande sacramento che è la Chiesa costruita sugli apostoli.

 

E noi oggi siamo qui a celebrare la dedicazione a Dio della nostra basilica, di una basilica di muri, che da tanti secoli dà ospitalità al popolo santo di Dio che dalla morte e risurrezione di Gesù non ha più smesso di celebrare e adorare Dio in spirito e verità, come fa da quasi nove secoli il popolo della diocesi, chiesa che è in Palestrina. E’ una casa di Dio preziosa perché qui c’è  il luogo dove sono state collocate le spoglie del nostro martire Agapito  là c’è la cattedra del vescovo, il luogo del suo insegnamento, della sua responsabilità di tenere unito il gregge e di farlo camminare dietro il nostro unico pastore Gesù. La nostra vita, la nostra ricerca, le nostre domande non hanno esaurito il loro compito, ma prendono forza e verità da questi luoghi. Lo Spirito, che oggi vi dono, rende Gesù nostro contemporaneo. Rende il nostro corpo sua casa, suo tempio, rende le nostre vite coraggiose nel testimoniare la fede ovunque viviamo, ci dà forza per superare le nostre fragilità. Da persone liberate ci rende liberi. Qualcuno ci ha tolto le catene del male, ci ha liberato,  ma lo Spirito ci rende capaci di resistere al maligno, ci rende liberi dentro.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

L’ottavo verbo della visione del mondo di Maria: Gesù (Gv 1, 1-18)

natale-sigaliniMaria, la Madre di Gesù è Stata al centro di quest’ultima settimana di attesa, lei lo aveva in grembo il Figlio di Dio, aveva una visione di mondo  molto bella e decisa, molto rivoluzionaria rispetto a certi nostri sentimentalismi; sette verbi ne caratterizzano la visione della realtà,  della storia, di quello che capita: Maria non è distratta, chiusa nel suo piccolo mondo di relazioni paesane, non è nata con la testa piegata come si vorrebbe che fossero tutti coloro che credono in Dio e lo pregano, ma si è fatta una coscienza profonda del futuro del suo popolo e legge in Dio il piano che da sempre sta cambiando l’umanità e che oggi, con la nascita al mondo di Gesù, diventa ancora più vero e definitivo. Descrive con sette verbi le azioni di Dio che  raddrizzano le nostre deviazioni umane.

 

Ha spiegato la potenza del suo braccio; ha fatto vedere a chi pretende di avere in mano la vita del mondo che Lui è il Signore, che Dio è  forza invincibile, che tiene in mano le sorti del mondo.

Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore e allora chi pensava di comandare sempre, di opprimere, di decidere delle sorti degli altri si è trovato confuso, inaspettatamente, gli è crollato il mondo davanti, ha dovuto cambiare il modo di pensarsi 

Ha rovesciato  i potenti dai troni, ne è conseguito che chi credeva di avere in mano il mondo, di stare tranquillo ad opprimere, è stato sbalzato dal suo scranno, ha perso tutte le elezioni, anche quelle truccate

ha innalzato gli umili, i poveracci si sono trovati a prendersi in mano con dignità  la propria vita, a camminare diritti senza paura di nessuno

ha ricolmato di beni gli affamati, chi viveva di stenti e non poteva andare al supermercato, se non a rubare, ha avuto il necessario, non è stato costretto a mangiare quello che avanzava ai porci, perché l’ha invitato ogni giorno a casa sua

ha rimandato i ricchi a  mani vuote, sono andate in fallimento tutte le banche, chi riteneva di spostare capitali si è trovato a raccogliere carta straccia, i lingotti d’oro sono stati erosi da acidi potenti e non sono nemmeno polvere

ha soccorso Israele suo servo , la comunità che lo aspettava, che ogni giorno lo prega, che pone la sua fiducia in Lui, che lo conosce come Padre ha il suo pane quotidiano, ha leggi capaci di pace e di sicurezza, costruisce ponti e non muri

 

A questi verbi ne manca uno importantissimo. Infatti come può avvenire tutto questo? come si realizzano tutti i verbi del magnificat? Chi può avere in mano il mondo, la vita di tutti? Chi può avere un amore che sconvolge e realizza tutti i verbi della presenza di Dio?

 

Il vangelo di oggi dice: il verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Gesù è il verbo, l’ultimo verbo che dà consistenza a tutti gli altri. La Parola definitiva di Dio che si fa vedere oggi in quel bambino. Solo così può sconvolgere le nostre vite, cambiare le nostre logiche. Non è una parola magica, un verbo magico, ma la parola che si fa carne, che diventa piccolo e che ci dona nuovi occhi per vedere il mondo e per vivere in pace, che decide di abitare i nostri giorni, i nostri orrori, le nostre cattiverie, le nostre fragili speranze e i gracili amori. Ma Lui, Gesù, li fa suoi, purifica i peccati ed esalta le tracce di bene che siamo capaci di compiere, appoggia le nostre croci alla sua e ci trascina alla risurrezione. Saremo capaci di fare posto a questa verbo, a questa nuova intelligenza e saggezza, a questo Figlio di Dio? Siamo qui a tentare di farlo nella nostra fede e nella nostra vita quotidiana.

 

 

 

Come i pastori

 

In questa santa notte, che ci ricorda i tempi della nostra fanciullezza, pieni di fantasie, di attese, di serenità, possiamo permetterci di dare sfogo ai sentimenti. Ho sentito i giovani di un liceo della nostra diocesi dirmi che per loro il Natale è poter godere un clima di famiglia bello e positivo. E’ una buona affermazione. E’ bello sentire che il significato del Natale va alle radici della nostra esistenza, alla intimità dei nostri rapporti familiari, si fa cultura scritta nelle nostre vite quotidiane, ma stanotte dobbiamo fare un passo più in profondità. Natale è una data storica, non tanto per il giorno, per il quale le ricerche storiche non sono ancora d’accordo, ma per la persona che lo caratterizza: Gesù Cristo. Da allora il nostro tempo, nella cultura occidentale e poi in tutte la le altre culture, si è diviso in “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 

La scena che il vangelo ci fa contemplare è semplice, patetica,  disarmante. Comincia con una nota storica: un censimento voluto dagli occupanti, noi, i romani, che ci ritenevamo padroni del mondo; poi si ferma a descrivere l’effetto del censimento, che sconvolge la vita della gente che deve andare agli uffici comunali, diremmo noi oggi, da dove le loro famiglie sono partite per il classico spostarsi di ogni gente, come avviene anche oggi con le migrazioni di popoli. Soprattutto fotografa una coppia di giovani sposi in cerca di alloggio, è un coppia pure sfortunata per una accoglienza negata. Erano poveri; a casa loro sarebbe stata una povertà dignitosa, affrontabile, ma in giro così la povertà si fa miseria, accattonaggio, imprudenza, incoscienza e la nascita di un bambino un rischio per la sua salute e per la stessa famiglia. 

Ma la vita, come sempre non aspetta convenienze, né si può fermare: irrompe nell’esistenza, trascina i genitori, grida la sua presenza improrogabile. Scatena l’affetto di papà e mamma, che garantiscono tutto il possibile perché la vita erompa e abbia il suo posto, anche se è una mangiatoia per animali. L’umanità del bambino però non nasce in un deserto. I primi ad accorgersi, sono la gente più semplice e più sospetta che poteva esistere: poveri pastori, ritenuti la feccia del popolo, non stimati dalla società che conta, irregolari e impuri, senza fissa dimora, ma decidono di esprimere solidarietà, compagnia, condivisione. 

Tutti coloro che ne condividono l’umanità sono provocati a decidersi Se questo bambino è il Figlio di Dio, già dalla nascita comincia a sconvolgere il mondo, cambia i criteri di stima e di attenzione nella società; prende contatto subito con i poveri e non lo fa distribuendo regali o assegni o pacchi di Natale, ma chiedendo loro di mettere a disposizione il loro buon cuore, quel poco che hanno e che sono, perché il  piccolo sorriso di Gesù, la dolcezza dei suoi occhi, la semplicità e la santità della mamma sicuramente doneranno a loro la serenità della vita, la consapevolezza della dignità di ciascuno, un sollievo alla fatica di ogni giorno, la pace e la sicurezza di buone relazioni tra di loro, la pace della convivenza, la forza di sopportare e andare oltre  le ingiustizie di cui sono vittime.

Sono i doni che anche noi chiediamo a Gesù bambino; siamo qui senza pretese, come i pastori, senza sicumera, senza cattiveria, senza autosufficienza o rassegnazione; vogliamo riavere e sentirci regalare da Gesù bambino il senso della vita, la gioia del perdono suo e nostro verso tutti, non siamo arrabbiati con nessuno, vogliamo che Gesù ci mantenga la serenità della vita. Penso ai tanti malati che sono andato a visitare in questa visita pastorale, alle tante mogli e ai tanti mariti che assistono ogni giorno il loro marito o moglie, alle mamme legate ai figli che non riusciranno mai a vivere da soli, preoccupate solo di non lasciarli abbandonati con la propria morte. Le sofferenze abitano tante nostre case, ma sappiamo non perdere la speranza e la forza dello Spirito che ci rende duri come la roccia di fronte a ogni  dolore. Gesù bambino ci regala tutto questo se come i pastori sappiamo andare a lui con il cuore pulito.

La cattiveria nel mondo è sempre tanta e troppa; siamo testimoni di nuove atrocità ogni giorno;  anche noi desideriamo ammazzare, fare vendetta, punire…iniziamo da noi per estirparla dal cuore e dalle nostre relazioni. E’ questo il regalo che Gesù ci fa a  Natale.

 

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

L’attesa si compie nell’accoglienza di un dono: Gesù.

sacerdotidueChe significa attendere?

 

Le attese dell’uomo sono tante, ma non tutte sono vere attese.

Attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai. Attendono i nostri malati nelle nostre abitazioni, in cima a scale impossibili che non riusciranno più a fare, la nostra visita, i nostri conforti religiosi, i nostri ministri straordinari della comunione, seduti alla finestra. Attendono ad Aleppo migliaia di persone la libertà, ma non sanno se verrà solo perché saranno sterminati.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che la nostra gente deve subire ogni giorno da pendolare per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri…

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa tutta quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze. Nel nostro mondo di oggi tutti aspettiamo la fine della crisi, ma ne siamo fatalmente intrappolati senza spiragli.

 

Attendere è sempre e solo essere orientati alla vita

Purtroppo spesso perdiamo tempo a preparare la morte, a pensare il male per noi e per gli altri, a impiegare le nostre migliori qualità nella produzione di disperazione e di dispersione. E’ molto importante per l’uomo sapere verso chi è orientata l’attesa, perché l’attesa ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi. E’ una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo, per noi presbiteri quelle di un presbiterio che collabora e vuole bene al suo popolo. E’ tanto vero che chi non aspetta niente, perde l’entusiasmo del vivere; si sente come un pacco postale spedito: già tutto è deciso, niente di nuovo, tutto ritorna come sempre.

In questo l’attesa assomiglia molto alla preghiera, alla supplica a Dio perché ci ascolti. Ma perché devo continuare a pregare Dio, quando Lui già conosce tutto? Non è Dio da convincere, ma sono io che nel desiderare, nell’attendere ciò che chiedo sono costretto a capire più in profondità la bellezza, l’importanza, la necessità della posta in gioco e sono aiutato a vagliare la domanda, a purificare le mie intenzioni, a tener conto di un progetto di mondo più ampio del mio piccolo interesse o un progetto di chiesa che è più grande della mia parrocchia. Quando la mamma attende la nascita del figlio, già lo sta amando; quando la fidanzata attende il fidanzato si prepara a valutare la sua capacità di condividere la vita; quando un ragazzo attende il suo lavoro già sogna di impiegare le sue forze per qualcosa di bello per tutti

 

Attendere è il contrario del tutto e subito

E’ vero che un po’ di efficienza non guasta; che non si può stare ad aspettare una vita, e forse anche qualche generazione, per avere gli interventi indispensabili dello stato nelle aree di degrado in cui da troppo tempo molti vivono; per ottenere giustizia, per aver riconosciuta la propria innocenza; per godere dei diritti di tutti, dalla salute, al lavoro, all’istruzione, alla dimensione spirituale. Qui un tutto e subito ci darebbe più speranza, purtroppo invece nella nostra società il tutto e subito ha sempre e solo come oggetto le cose, soprattutto quelle inutili, il consumo, lo spegnimento di ogni fantasia, la morte, lo sballo. 

Il peggio è che questa pretesa la spostiamo anche nell’amore, col pericolo di ridurlo a questione di cose o al massimo di gesti; nell’educazione senza rispetto dei tempi di ogni persona; nell’amicizia che tenta di diventare solo una valutazione di vantaggi o svantaggi, di tempo perso o guadagnato;  nel rapporto di collaborazione con i colleghi o confratelli, quasi fossero macchine immediatamente e forse ancor più intercambiabili;  nella vita spirituale che pensiamo di trattare con la sindrome dell’agenda; nello sforzo di tessere un dialogo con Dio, che vorremmo ridurre a veloci sms. 

E’ qui che occorre essere educati a cambiare mentalità, perché qui l’attesa è assolutamente necessaria, ne va della qualità stessa della vita, dello statuto stesso dell’essere uomini. Chi non sa aspettare nelle relazioni, nell’amore, nella spiritualità perde la dimensione fondamentale della vita, resterà sempre in superficie e soprattutto non crescerà mai, non sarà mai capace di uscire da sé. Attendere è crescere verso, è uscire per fare spazio, è disporsi all’accoglienza, è fare un giro di 180 gradi per mettersi nei panni dell’altro.

 

Attesa non è fare la spesa

Avvento è il tempo di attesa, che noi abbiamo ridotto  solo a preparazione al Natale, ed è diventato così il tempo dei regali, degli ingorghi di traffico nelle città, spesso degli scioperi, sicuramente dei mercatini e dei consumi. Complice la fine dell’anno, il freddo inverno, la vacanza dalla scuola, la necessità di fare l’inventario in ogni luogo di stoccaggio delle merci, la riscossione della tredicesima, laddove ancora non è scomparsa a causa della precarietà. Complice anche una serie di sentimenti tenui che si sviluppano per tradizione verso i bambini che diventano oggetto di regali, di giocattoli, che assumono il senso spesso del potersi far perdonare la trascuratezza abituale nei loro confronti o verso i genitori o i nonni  per cancellare qualche cattiva coscienza di abbandono o per significare un minimo di gratitudine. Per rispondere a queste complicità l’industria del consumo si è attrezzata al massimo. Non c’è un altro momento di origine religiosa che sia stato così ben sfruttato ai livelli commerciali quanto il Natale. Molte produzioni vivono quasi esclusivamente solo per questa stagione: le fabbriche di panettoni, tutta l’arte statuaria dei presepi, le ditte di addobbi soft, la produzione di piante e fiori ornamentali, come le stelle di Natale… Le tradizioni nate da significati religiosi profondi sono a poco a poco diventate vere e proprie operazioni commerciali, tanto che oggi l’unico che viene dimenticato in questo incrocio di regali è proprio il festeggiato. E’ il classico caso in cui il consumo ha scippato il significato fondamentale della festa. Non saremmo corretti se non registrassimo anche una compattazione della famiglia, una ritrovata gioia di state insieme, lo notano gli stessi giovani che forse percepiscono solo questo momento di spiritualità; lo chiedevo al liceo scientifico in questi giorni; per altri è la partecipazione molto sentita alle pratiche religiose. La notte di Natale vede spesso il massimo di partecipazione della gente a una azione liturgica e di visitatori alle sacre rappresentazioni del Natale. Tutto però sembra inscrivibile in un atteggiamento più da consumo che da conversione. L’attesa allora diventa soltanto fare la spesa: di regali, di emozioni, di buoni sentimenti.

 

L’attesa del cuore dell’uomo.

Non è così il vero significato dell’attesa cristiana, che va riportata al perché aspettiamo, al chi aspettiamo. C’è nel cuore dell’uomo una attesa di felicità e di salvezza, di senso e di speranza. Quello che il commercio mette in atto è solo un segno di una attesa profonda. Non serve scagliarsi con furore giacobino contro i sentimenti tenui, ma è necessario andare oltre per ritrovare la bellezza della nostra umanità e della ricerca esistenziale che la caratterizza. Tutti cerchiamo felicità, pienezza, appagamento, serenità e pace. Il nostro mondo continuamente in conflitto crede di essere condannato a una perenne conflittualità mortale. Il triste inganno del venditore di almanacchi che illude gli uomini che l’anno prossimo sia migliore del precedente sta sospeso come una spada di Damocle sulle nostre vite. La nostra esistenza è un continuo ritorno? È un supplizio di Tantalo che si vede sempre allontanare la risposta ai suoi bisogni soprattutto quando sembra di averla raggiunta? Questa attesa scritta nelle nostre vite da sempre, raccontata dalle aspirazioni di popoli e profeti, di poeti e filosofi ha avuto una risposta: il bambino di Betlemme, il figlio di Maria, Gesù di Nazaret, il crocifisso e risorto, una vera alternativa a come e dove si erano attardate le attese della gente. Le TV, la stampa, i corrispondenti, gli storici, i commercianti, gli uomini d’affari, gli ambasciatori erano tutti concentrati a Roma. Quello era il centro del mondo, lì si decidevano le sorti di tutti. A Betlemme invece c’erano due giovani sposi, due immigrati (perché non se n’erano stati a casa loro!?) in cerca di un albergo, un alloggio, una casa, una stanza e han trovato una mangiatoia e dei poveri pastori, poveri senza fissa dimora. Per i rabbini, per i preti del tempio, i pastori erano persone impure, escluse dalla vita religiosa ufficiale. Sono però solo questi che sanno scoprire in un fatto della vita quotidiana, come la nascita di un bambino, la salvezza. Non era questo il mondo che contava. Ieri sera con un gruppo sparuto di persone abbiamo tentato di imitare i pastori, siamo andati a san Francesco, dal santo che ha inventato il presepio per rivivere la dolcezza della presenza di Gesù nel nostro mondo. Il mattino dopo sul giornale, alla TV, tutti hanno parlato di Ottaviano Augusto. Oggi più nessuno lo ricorda, interessa solo gli archeologi o gli storici. Non decide più la vita di nessuno e non fa più paura a nessuno con i suoi eserciti, le sue tasse, le sue guerre. Invece noi, come quei pastori possiamo ancora commuoverci davanti a quell’insignificante bambino e come loro “andiamo, vediamo, conosciamo.. “andarono, trovarono, videro, si stupirono, tornarono, glorificavano e lodavano. Come sempre le cose più importanti sono invisibili agli occhi. Sono verbi da coniugare per dare sapore alla nostra vita, perché in quella notte, in questa notte noi possiamo scoprire il sole. Le mille luci delle nostre case sono solo la strada per arrivare al sole. Le luci si spegneranno, ma ci porteremo via il sole che non perderemo più.

Non si tratta di scandalizzarci del consumo, ma di non perdere l’anima dell’attesa. Dobbiamo convivere con le abitudini e le operazioni commerciali con la capacità di guardare oltre.

Oggi però ci è richiesto un supplemento di atteggiamento critico e di assunzione di responsabilità perché le operazioni di consumo stanno esorbitando e stanno cancellando la memoria. Il rumore di fondo non ci permette più di stabilire e gustare un dialogo. Sembriamo due giovani in discoteca che mettono le mani alla bocca attaccata alle orecchie del vicino per dirsi qualcosa perché la voce non si sente più e gli occhi non riescono a parlare per l’intensità delle luci che li avvolgono. 

Dalla discoteca forse non si può uscire, ma la si può cambiare. C’è una attenzione al povero che non è occasionale, ma progettuale e fa parte del bilancio di ciascuno di noi o della parrocchia o della  famiglia; c’è una decisione di spiritualità che non è sentimentalismo, ma percorso di interiorità e di meditazione; c’è un commercio equo e solidale, che mentre ti permette di esprimere gratitudine fa crescere chi è nel bisogno; c’è possibilità di accoglienza che va oltre il gesto di compassione del momento; c’è una comunità in cui decidere di fare passi semplici, ma continui nella direzione del vangelo.

 

Accogliere Dio che si fa come noi, non come la soluzione dei nostri problemi o la botola che chiude i nostri tombini

 A ragione il vangelo di Matteo non può non cominciare a parlare di Lui se non con un lungo elenco di nomi, che tessono la trama della storia di un popolo. Gesù è il Figlio di Dio, ma ha preso carne, lineamenti, razza, configurazione somatica, cultura, modi di rapportarsi con sé e con gli altri da un popolo. Nel lungo elenco non casuale o da registro anagrafico di Matteo ci stanno santi e peccatori, grandi e piccoli, buoni e cattivi. Ci stiamo tutti noi. Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato. La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto. Questo Figlio di Dio che ancora oggi a Natale rinnova l’Incarnazione, prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche. Si rimette ancora nella fila degli uomini: una fila ancora di santi e peccatori, di pacificatori e di guerrafondai, di onesti e depravati, di esuli e di occupanti. Non bada se gli uomini sono credenti o atei, mussulmani o cristiani, bianchi o neri, terroristi o soldati, drogati o sani… Tutti se li scrive nella sua carne. In essa, quest’anno, gli chiediamo che assuma i terroristi e i kamikaze, i soldati e i volontari, gli immigrati che attraversano il mediterraneo e quelli che vi vengono sepolti, le popolazioni sballottate e schiacciate, i feddaim e gli eserciti regolari, le bande di mercenari, guerra chiavi in mano, che seminano guerra e terrore in Africa, l’Isis e i Boko Haram, i bambini-soldato e i poveri di tutte le favelas del mondo, i nostri giovani opulenti dell’occidente… tutti hanno un posto in quel corpo di bambino, di figlio di Dio che pure oggi non disprezza la nostra umanità, non si adatta a nessuna equidistanza o neutralità, non è di parte, ma tutti vuol riportare al Padre.

Fare Natale è per noi cristiani non disprezzare, né aver paura di questa umanità, sapere e tenere per certo che in Gesù è tutta rinnovata, purificata, amata perché sa far nascere nel cuore di chi lo ascolta il suo amore per gli uomini; sa che qualcuno di noi è disposto a lasciarsi mettere in croce come ha fatto Lui, a tenere le braccia aperte per tutti come lui, a farsi ostaggio perché sia snidato dal cuore del violento tutto l’odio che ha.

Quando andiamo in clinica a visitare un bimbo appena nato, stiamo a intuire nei lineamenti il volto del papà, gli occhi della mamma, il mento della nonna, il labbro dello zio…Poi ciascuno ci vede quello che vuole. Nel volto di Gesù cerchiamo di intuire i lineamenti della storia di questa nostra umanità, i tratti fermi del suo regno di pace e di giustizia, che sicuramente vincono le nostre paure e superano le nostre attese.

Il volto di un bimbo ti tiene il cuore sospeso, ti forza anche controvoglia a un sorriso, ti apre alla meraviglia,  ti ripaga della attesa. Di fronte a Lui non puoi non uscire dal tuo torpore.

 

Lo attendiamo come Zaccaria, che resta muto dalla sorpresa del compimento

Zaccaria era un vecchio prete del tempio, apparteneva alla tribù sacerdotale. Nel Vecchio testamento non si diventava preti per vocazione, ma per nascita. In un popolo così religioso come il popolo ebreo occorreva garantirsi un servizio ineccepibile nel tempio. L’uomo aveva nostalgia di Dio, agognava di vederne il volto, sapeva che tutta la vita dipendeva da Lui. Aveva bisogno di mettersi in contatto con Lui: rispetto, propiziazione, ringraziamento, supplica avevano bisogno di uno spazio sacro in cui dirsi, di alcuni intermediari per ridurre la distanza abissale tra il profano dell’uomo e il sacro di Dio: il tempio appunto e i sacerdoti del tempio. Ebbene Zaccaria è di turno al tempio. E’ una vita che svolge questo compito ed è ormai giunto alla vecchiaia; ha sempre rispettato leggi, consuetudini, riti e turni. Non gli mancava certo la regolarità, la disciplina e la serietà, ma aveva un cruccio: gli si era spenta la possibilità ed era morta la speranza di avere un figlio. Tutti i giorni si diceva quell’ormai che negli anziani anticipa la pietra tombale. Vivi ancora, hai una buona pensione, ci facciamo compagnia, siamo ancora autosufficienti, ma siamo soli, lo siamo sempre stati e lo saremo per sempre. Per fortuna che la vita regolare dei turni del tempio gli danno ancora motivo per vivere. Ma ciò non toglie che si senta come di aver toccato il fondo. Crede che nella sua vita ci sia più passato che futuro. “Ecco io sono un albero secco” dice la bibbia. L’insignificanza del futuro lo fa sentire più un sacrista che un pontefice. Che ponti può costruire se la sua vita si spegne senza un appiglio di continuità? Spero che non abbiamo a descrivere così la nostra vita di preti. Non aspettiamo di avere un filgio, ma attendiamo di far rinascere speranza in tante nostre famiglie, vita in tanti nostri paesi odve il numero dei funerali è sempre dieci volte il numero di battesimi.

Quante nostre vite sono considerate spente o perché siamo vecchi, o perché viviamo di ricordi, o perché ci lasciamo indurire il cuore, o perché ci lasciamo seppellire nel passato o perché non abbiamo più attese!

Ma proprio in questa esperienza di mancanza di prospettive umane, Dio si fa sentire. “Zaccaria, non è vero assolutamente che c’è più passato che futuro. Il futuro non è una quantità di anni, ma una qualità di orizzonti. Il tuo orizzonte ti si apre proprio ora: tua moglie Elisabetta ti darà un figlio!”

Ve lo immaginate questo vecchio prete del tempio, infastidito dalle volute di incenso che sente una voce, una presenza, una notizia, che tra il fumo prende forma di un angelo?  La mia vecchiaia mi gioca brutti scherzi! E’ più la forza dell’ormai che del possibile che lo abita. Fa domande, si rimette davanti alla sua esperienza quotidiana di questi lunghi anni. Gli pare irriverente in questo momento dell’offerta dell’incenso essere richiamato a quei gesti, a quei rapporti di amore aridi che sapevano di impurità di cui lavarsi bene prima del servizio al tempio. Il profano stia fuori non contamini il luogo sacro! Grande sarà la rivoluzione che Gesù porterà nel matrimonio che per il battesimo diventerà segno dello stesso amore di Dio, dell’intima unione con Lui, non profanità di cui purificarsi.

Ebbene, dice Zaccaria, non facciamoci tirare in giro da tutti. Ma l’angelo non sparisce con le volute di fumo: gli lascia un segno, gli muoiono le parole in cuore, non arrivano più alla bocca, la lingua è inchiodata tra i denti. Saltano tutti gli orari rituali, la messa, diremmo noi quando ci stiamo con l’orologio in mano, è troppo lunga. Sto prete è fuori di testa, non tiene conto dei bisogni della gente.

E lui esce, muto, ma preso e convinto. Gli è impossibile contenere e chiudere nel suo mondo di vecchio ciò che Dio gli ha fatto e smania di voglia di comunicare, ma non gli esce parola e si mette a fare segni. Ne farà tanti d’ora in poi, da muto dovrà dialogare con Elisabetta. E la sua vita data per finita, cambia.  Il vecchio prete Zaccaria viene tirato dentro nel turbine di un mondo nuovo. Un’altra debolezza di cui si serve Dio nei suoi piani. Il rampollo che nascerà, Giovanni, sarà l’ultimo di una vecchia casta sacerdotale e il primo dito puntato verso Gesù.

 

Lo attendiamo come Elisabetta, la donna che aveva già sepolto il futuro

Elisabetta è di classe sacerdotale, è discendente della famiglia di Aronne: un nobile lignaggio per il tempo. E’ moglie di Zaccaria, ha tutte le carte in regola per una vita non solo dignitosa, ma anche rispettabile. La classe sacerdotale non serve solo al culto, ma determina la vita del popolo d’Israele. E’ timorata di Dio, ne osserva la Legge, sa andare oltre il formalismo in una società che ne faceva una bandiera indipendentemente dall’interiorità, ma si porta in cuore un grande dolore, si vergogna di fronte a tutti, così dice il vangelo: non ha figli. E a quel tempo la colpa era solo delle donne. Tanta fortuna, tanti progetti, stimata collocazione in società, ma anche lei come Zaccaria si sente addosso i bei ricordi del passato: il futuro è già sepolto. Un giorno si ritrova a casa il vecchio Zaccaria e per giunta muto. Solo a segni dovrà ora condurre la sua routine di moglie del sacerdote. Neanche due parole potranno scambiarsi, il loro lungo amore li aveva allenati a una comunicazione più profonda: è vero, non occorrono troppe parole tra chi si vuol bene, ma nella vecchiaia è una ulteriore mutilazione. Invece no! Dopo un po’ di tempo Elisabetta si accorse di aspettare un figlio e non uscì di casa per cinque mesi. La tirerà fuori di casa proprio Maria, la giovane cugina che ha saputo di questa inaspettata maternità. E la scena che vogliamo contemplare è l’incontro delle due madri: la donna attempata e confusa, la ragazza entusiasta, protesa al soccorso carica di un segreto gioioso. Questo incontro evoca ataviche immagini della bibbia: il passaggio dell’arca dell’Alleanza con il suo carico di speranza e di certezza della presenza di Dio o la corsa saltellante tra i monti dell’amata in cerca dell’amore da accogliere e donare. Ma i primi a salutarsi, a rompere il silenzio, a interpretare il momento unico nella storia dell’uomo di questo incontro tra antico e nuovo, tra vecchio e giovane, tra passato e futuro sono loro due: Giovanni e Gesù. ”Il bambino si è mosso dentro di me per la gioia”, dice il vangelo. Chi ha ancora il coraggio di parlare di grumi di carne, di pezzi del corpo della madre, di coacervo  pure ordinato di cellule, di appendici di vita? Il primo balzo di gioia della salvezza l’hanno fatto loro. Scioglierò il dolore in danza. Loro hanno fatto completare alle madri l’Ave Maria, quella preghiera che ha attraversato i secoli e le stesse religioni e fedi, oltre le fredde distinzioni tra praticanti e non praticanti. Un’ave Maria affiora sulle labbra di tutti coloro che hanno la gioia di conoscere il vangelo. Tra poco queste due vite verranno alla luce, conosceranno strade diverse, avranno caratteri diversi, le loro visioni di mondo si incroceranno, le loro vicende dipenderanno l’una dall’altra. Ciascuna porterà l’impronta della sua terra, della sua famiglia, ciascuno risponderà alla sua vocazione, le due storie si uniranno: il regno di Dio è al suo inizio. Passeranno ancora trent’anni prima che questa consapevolezza esploda, ma già ora per Giovanni e per Gesù comincia la sfida del regno. E sono le due mamme che portando in grembo i figli vengono orientate ad esso. Ti credi di donare di offrire a tuo figlio quando lo pori in grembo debole, dipendente in tutto da te, il sacrificio della tua vita e della tua libertà invece è lui che porta te nel piano di Dio.

Elisabetta non è più la moglie di un uomo senza futuro, ma la madre del Precursore. Si porta in seno quello che sarà chiamato la voce. Maria è la madre del mio Signore, dice Elisabetta, e si porta in grembo la Parola.

Lo attendiamo come Giovanni, che non si adatta al declino

Nel grembo di Elisabetta, Giovanni scalciava; le note del magnificat di Maria lo preparavano alla sua missione. E venne finalmente il tempo della sua nascita. Il vecchio Zaccaria ha passato la settimana più bella e stupita della sua vita. L’attesa, la consapevolezza di un segno misterioso di Dio, la tensione e la speranza, il timore e lo stupore, il sentirsi ancora muto davanti a questo bambino che presto avrebbe voluto parlare con lui hanno riempito la settimana che ha separato la nascita dalla circoncisione. C’è un nome da dare al bambino. In ogni casa, in ogni famiglia è sempre un momento bello; c’è una tradizione da rispettare: così si chiamava il nonno, così si chiamava la zia, così dovrebbe chiamarsi. Ma che suono avrà questo nome sulla bocca di chi lo chiamerà? Forse lo storpieranno! Ma c’è anche la mia esperienza di papà e mamma, non solo la tradizione, che può portare novità; purtroppo talvolta è solo ideologia o infatuazione televisiva se non un basso servilismo agli idoli del tempo. Ma il nome è una vocazione, è un progetto, è una storia: è un passato aperto al futuro; è l’accoglienza di un compito. E mentre Zaccaria scrive su una tavoletta: Giovanni è il suo nome, ritorna a parlare. E’ finito l’isolamento, ha capito la lezione, ma ha il cuore pieno di gioia e le cose che dirà resteranno memorabili nei secoli. Il silenzio non fu vano. E la gente si chiede. Chi sarà mai questo bambino?

Sarà un dito puntato verso il futuro, sarà la fine di una tribù sacerdotale per indicare l’inizio di una nuova era. Lo vedranno tra poco riflettere sul mestiere del padre Zaccaria, ma non ci si troverà più. Il tempio non gli darà più risposte vere al suo anelito di Dio. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Ma Dio abita proprio nei riti mercenari, nei culti di facciata? Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero? “ Chi vi ha chiesto di venire a calpestare i miei atri? Misericordia voglio non sacrifici. Come vi permettete di vendere un povero per un paio di sandali e di venire poi a bruciare incenso e sacrificare animali? Le voci dei profeti risuonavano nella vita austera di Giovanni. Lascia la casa, lascia la casta sacerdotale, si stacca dal tempio, lui figlio per parte del padre della classe di Abia e, per parte di madre, discendente di Aronne, si stabilizza nel deserto. Chi ha a cuore i disegni di Dio mi segua. E la gente non lo abbandona più. Fa rinascere solo speranza, li strappa dal torpore dei supermercati anche del sacro, dal chiasso dei propri affari meschini, richiama la gente all’essenziale, fa spegnere le luci di babbo natale, sferza soldati, vigili urbani e banchieri. Dio non si aspetta così. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non ha mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete le mogli o i mariti degli altri? Gli costerà caro questo parlare chiaro: la testa stessa come premio di un ballo! 

Ma lui, Giovanni, non demorde. E Gesù non potrà non seguirlo. I cugini si incontreranno sulle rive del Giordano, in questo rito purificatore necessario per cominciare a vivere in maniera nuova. E quando Giovanni vedrà Gesù, si sentirà subito superato. Lui è la voce, Gesù è la Parola, lui sa di dover aprire una strada, ma la strada di Dio non è quella che decide lui. Dio è più grande di ogni sua vista e si ritirerà perché Gesù sarà il colpo d’ala che staccherà definitivamente il vecchio dal nuovo, il passato dal futuro.

 

Lo attendiamo come Giuseppe, che si fida completamente di Dio

 

Giuseppe è un professionista, un carpentiere, un lavoratore deciso, concreto e di poche parole. Non è  necessariamente  vecchio e pelato come spesso lo si dipinge per dire la nostra incredulità nel pensarlo accanto a Maria innamorato perso e proprio per questo delicatissimo in ogni sfumatura d’amore. L’abbiamo dipinto spesso così per dire la nostra incapacità a pensare un amore pieno, vero, profondo, intenso e nello stesso tempo vergine. Se il centro dell’amore tra Giuseppe e Maria è Gesù, l’amore fatto persona, la sorgente dell’amore, di cui ogni nostro palpito ne è solo una pallida concretizzazione, ogni nostro gesto di affetto, ogni bacio ne è solo una immagine imperfetta… non possiamo non immaginare la pienezza e profondità dell’amore tra Giuseppe e Maria, la sua unicità, se all’interno di esso prende carne proprio Gesù. Ogni amore umano tra uomo e donna chiama in causa l’amore di Dio, ne è una degna, ma velata immagine. E’ Dio che si dà a vedere nell’intensità di amore tra i due. Per Giuseppe e Maria in questo amore non c’è solo l’immagine, ma compare proprio Lui, la sorgente dell’amore, il suo senso, la completezza, la pienezza, Gesù. Il cuore di Giuseppe ha sicuramente rischiato di scoppiare. E’, San Filippo Neri, mi pare, quel santo che aveva le costole del petto dilatate per l’espansione d’amore del suo cuore, a contatto con il Signore Gesù?! E allora come facciamo ad essere increduli nel pensare a Giuseppe entusiasta, felicissimo di questo amore che lo legava in maniera così originale a Maria? Certo se guardiamo a tutte le contraffazioni dell’amore che ci sono nella nostra cultura, se distacchiamo il nostro amore dalla sorgente che è Dio, il nostro orizzonte si chiude su tutte le impossibilità e i tradimenti di cui siamo capaci. Giuseppe invece è nell’amore vero anche se la strada è in salita. L’amore di Dio gli si svela nell’intimo della coscienza con la lama dello stupore, del disorientamento. E’ una esperienza senza via di uscita se non nel massimo dell’abbandono a Dio. Maria è sua promessa sposa, è già orientata a Giuseppe e aspetta un bambino. Giuseppe ne viene a conoscenza, ma quel bambino non è suo. Aveva immaginato un amore pulito, se lo stava cesellando giorno per giorno. Non lo sfiora nessun dubbio su Maria, ma gli si lacera il cuore. Gli crolla tutto il suo progetto. Non riesce a darsene una ragione, non si abbassa a mettere in campo avvocati o leggi o tanto meno l’opinione pubblica. E mentre conosce la sconfitta umana dei suoi progetti, quando il suo cuore è stato svuotato dell’ultimo sentimento, nella sua coscienza, che è dialogo intimo con Dio, dichiara il massimo di adesione a Dio, scritta nella sua onestà. E decise di lasciare libera Maria “In segreto, poiché era giusto”, dice il vangelo. Solo a questo punto Dio si dà a sentire. “Giuseppe, non temere, è da sempre che sto pensando alla tua onestà, alla tua giustizia, alla tua grinta, al dolcissimo amore che ti lega a Maria. Mi ha affascinato la tua delicatissima relazione con Maria. In questo vostro amore meraviglioso, noi, la Trinità, abbiamo deposto Gesù, il Figlio di Dio. Quel bambino è la Parola, che era fin dal principio, è il nostro essere persona umana.”

Il cuore di Giuseppe che già scoppiava di amore per Maria s’è dilatato ancora di più. Quel dialogo con Dio gli ha ridato Maria e ha portato al massimo compimento il suo amore, la sua stessa vita. Aveva cercato come ogni giovane  uno scopo alla sua esistenza, ma Maria lo ha fatto andare oltre, gli ha indicato il vero scopo, il vero centro della vita: Gesù.

 

L’attendiamo come Maria, che se lo sente in corpo

 

Maria è l’immagine più bella e affascinante di questa attesa. Lei è provocata dall’arcangelo Gabriele, è sconvolta dalla proposta che le taglia i sogni o meglio: capisce che deve sconvolgere i suoi progetti, ma, se dall’altra parte c’è Dio, non possono esserci dubbi, si fa strada solo un allargamento massimo della disponibilità a una pienezza che si cerca a tentoni nella vita e che ti viene collocata su un piatto d’argento, dove l’argento non è la facilità di averlo, ma l’altezza e l’incommensurabilità della proposta rispetto alla fragilità della sua umanità e per noi della nostra vita. Maria però non si acquieta sul fatto meraviglioso avvenuto in lei, ma continua a lasciarsi sfidare da Dio e risponde con la fede. La solitudine in cui si trova dopo la grande emozione e esperienza divina con lo Spirito, che porta con sé non certezze, ma speranze; la socialità difficile con le donne del vicinato che avrebbero visto crescerle in grembo un bimbo, prima di sposarsi; la mentalità omicida del tempo che puniva con la lapidazione ragazze così; ne sarebbe morto anche il figlio che portava in sé. Maria si fida e si abbandona alla grande bontà di Dio: scommette, non tergiversa, si dona completamente, non pone riserve. E Dio si fa in lei l’Emmanuele.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

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